martedì 5 febbraio 2019
Enzo Bianchi "Noi cristiani in quale Dio crediamo?"
dal sito del Monastero di Bose
C’è una domanda che mi ha sempre accompagnato fin dalla mia giovinezza, una domanda che, ai tempi in cui la esprimevo io, era ritenuta superflua e comunque non determinante, ma che oggi è diventata domanda di molti che si dicono credenti in Dio ma che, proprio perché profondamente discepoli di Gesù Cristo, restano inquieti di fronte al nominare Dio.
E la domanda è: “In quale Dio noi crediamo?”. Eppure siamo ancora in una stagione che conosce il dialogo interreligioso tra quelli che confessano l’adesione a un Dio, una stagione che non dubita che il Dio dei cristiani è il Dio degli ebrei e dei musulmani, il Dio della rivelazione.
E tuttavia la domanda “Quale Dio?” non è inutile, anzi: deve essere posta, contro ogni facile irenismo e ogni superficiale distinzione tra credenti e non credenti. D’altronde io stesso mi interrogo sovente sulle immagini di Dio che ho forgiato, assunto e poi anche abbandonato negli ormai lunghi anni della mia vita. Comprendo sempre più che Dio è soltanto un mistero incommensurabile, indicibile, incomprensibile e che ogni nostra parola su di lui – e solo lui sa quante ne sono state dette e scritte… – non soltanto è un balbettio, ma rischia anche di essere blasfema. Come diceva Ippolito di Roma nel III secolo, Dio è “un’espressione ambigua”.
Di fronte a Dio, non dimentichiamolo, la nostra prima reazione è quella della paura, come per Adamo quando sentì la presenza di Dio che lo cercava (cf. Gen 3,9-10). Ed è questa paura di Dio con la quale nasciamo che deve essere vinta per far posto alla fiducia, alla fede. Non a caso il Dio che appare ai credenti dell’Antico Testamento dice innanzitutto: “Non temere!”. Se regna la paura, la fiducia non è possibile, dunque non è possibile la relazione, non è possibile l’alleanza, non è possibile l’amore verso Dio e non c’è quindi la libertà amorosa nell’obbedire alla sua volontà. Non a caso anche Gesù, quando incontra uomini e donne, chiede loro: “Non temere, soltanto abbi fede!” (Mc 5,36 e par.) e sancisce che Dio stesso è intervenuto attraverso di lui con le parole: “La tua fede ti ha salvato. Va’ in pace!” (Mc 5,34; Lc 7,50). Aver paura di Dio è perciò la realtà che va assolutamente sconfitta per incontrare, ascoltare, vedere nella fede il Dio vivente e vero.
Ma la domanda resta: un Dio di cui non si deve avere paura, sì, ma quale Dio? Secondo la tradizione cristiana, Dio è innanzitutto confessato come Padre, titolo che non appare sovente nell’Antico Testamento proprio perché è il termine che tutte le genti davano al loro Dio anche senza aver avuto la rivelazione. E ancora oggi per molti cristiani è sufficiente dire che Dio è Padre per individuare il Dio cristiano. È vero che Gesù parla di Dio Padre, che lo chiama con confidenza amorosa “Abba!” (Mc 14,36), che ha chiesto di invocarlo quale “Padre nostro” nella preghiera insegnata ai discepoli, ma va osservato che anche il nome di padre non può essere assunto senza precisazioni. Ci possono essere molte figure deformate del “padre”, fonti di squilibri e inibizioni, anziché di fiducia e di libertà. Il linguaggio della paternità applicato a Dio non va certo tralasciato, ma occorre vigilanza affinché questa immagine paterna di Dio sia quella che Gesù ci ha consegnato e non sia plasmata dalla nostra esperienza della paternità umana che abbiamo vissuto e sperimentato. Nella nostra relazione con Dio, purtroppo, possiamo essere tributari dell’immagine di un padre forgiata dal sistema educativo, dalla cultura patriarcale, dalle esperienze della vita…
Per noi cristiani, Dio è il Dio di Gesù Cristo, e se è Padre, è Padre come solo lo conosce il Figlio Gesù Cristo (cf. Mt 11,27; Lc 10,22); e così non diciamo “tale è il Padre, tale è il Figlio”, bensì “tale è il Figlio, tale è il Padre”! Quale Dio, allora? Il Dio di cui solo Cristo è l’immagine (cf. Col 1,15), il Dio che si vede in Gesù Cristo, il Dio che il Figlio Gesù Cristo ci ha raccontato, rivelato (cf. Gv 1,18). Ecco il Dio dei cristiani.
Il libraio, Alberto Maggi: Fare il male nel nome di Dio, travisando la sua Parola
"Finché le religioni non avranno il coraggio di ammettere e dichiarare ufficialmente che il testo sacro al quale esse s’ispirano, insieme a pagine indubbiamente sublimi, contiene anche elementi spuri, scorie che ne infettano la grandezza e avvelenano l’animo di chi ispira il proprio comportamento a una scrittura ritenuta sacra, finché non ci sarà questo passo, le cosiddette “religioni del Libro” saranno sempre causa di sofferenza e di morte, in nome di Dio...".
PAROLA DI DIO? DIPENDE…
Finché le religioni non avranno il coraggio di ammettere e dichiarare ufficialmente che il testo sacro al quale esse s’ispirano, insieme a pagine indubbiamente sublimi, contiene anche elementi spuri, scorie che ne infettano la grandezza e avvelenano l’animo di chi ispira il proprio comportamento a una scrittura ritenuta sacra, finché non ci sarà questo passo, le cosiddette “religioni del Libro” saranno sempre causa di sofferenza e di morte, in nome di Dio. Il motivo, infatti,per il quale si è permesso, giustificato e persino comandato ogni crimine in nome di Dio, è che “così è scritto”, e le sacre scritture, da fonte di vita si trasformano in strumenti di sofferenza e di morte.
Ma non è sufficiente spurgare le scritture da arcaici elementi tribali, dalle superstizioni, dai tabù, dall’atavico odio etnico, occorre anche che quel che è stato scritto sia rettamente e continuamente interpretato, altrimenti una comprensione meramente letterale della scrittura anziché comunicare vita, può causare morte, come ben si rese conto l’apostolo Paolo (“La lettera uccide”, 2 Cor 3,6).
Come “chi non ama non ha conosciuto Dio”(1 Gv 4,8), così tutto quel che non è per il bene dell’uomo, non proviene da Dio, anche se è scritto e al Signore viene attribuito. Certamente per compiere questo passo ci vuole molto coraggio, e Gesù l’ha avuto, pagando con la vita. Il Cristo ha avuto la temerarietà di dichiarare che non tutto quel che è scritto nei sacri testi proviene da Dio. Per questo non ha posto un libro,per quanto sacro, quale codice di comportamento per i credenti, bensì il bene dell’uomo.
Per Gesù non basta che un testo sia considerato sacro, occorre anche che l’uomo venga considerato sacro. Il criterio di quel che è bene e quel che è male, permesso o no, non si basa per Gesù sull’osservanza o no del Libro, ma sulla pratica dell’amore. Per questo Gesù ha relativizzato l’importanza della Legge divina, attribuendo a Mosè, e non a Dio, alcune parti della stessa: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così”(Mt 19,8). Secondo la tradizione religiosa, ogni singola parola della Legge veniva da Dio stesso. Mosè aveva avuto il semplice ruolo di esecutore della volontà di Dio, ed era inammissibile affermare che alcune parti provenivano da Mosè anziché dal Signore (“Chi assicura che la Torah non viene dal cielo, almeno in quel testo e che Mosè e non Dio l’ha detto…verrà sterminato in questo mondo e nel mondo a venire”, Sanhedrin B. 99°). Lo scontro più clamoroso tra Gesù e il Libro è stato sul tema, importantissimo per i Giudei, delle regole di purità rituali che si facevano discendere direttamente da Dio.
Nel Libro del Levitico, considerato Parola di Dio, sono elencati gli animali che si possono mangiare perché considerati puri e quelli dei quali è proibito cibarsi in quanto immondi (Lv 11). Per Gesù, la purezza o meno dell’individuo non consiste in quel che mangia, ma nel suo comportamento: “Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?… Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo” (Mc 7,19.20), smentendo, di fatto, il Levitico (“Così dichiarava puri tutti gli alimenti”,Mc 7,19). Pertanto, i testi sacri si rivelano nel loro più vero e profondo significato solo se letti nell’ottica dello Spirito che li ha ispirati, ovvero l’amore incondizionato del Creatore verso le sue creature. Per questo la Parola di Dio si svela solo a quanti mettono il bene dell’altro al primo posto nella loro esistenza. Quando ciò non accade, si rischia di disonorare la persona per onorare Dio (Mc 7,10-12) e, per essere fedeli al testo scritto, di tradire l’uomo vivente.
SACRAMENTI E CUPIDIGIA
“Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina” (At 3,6). Così disse Pietro allo storpio presso la porta del tempio di Gerusalemme, e l’infermo riprese non solo a camminare, ma addirittura a saltare, lodando Dio (At 3,8). Pietro, fedele all’insegnamento del suo Maestro di non accumulare tesori sulla terra (Mt 6,19), ha comunicato vita a chi la sentiva mancare. Poi i successori di Pietro hanno progressivamente abbandonato l’insegnamento di Gesù tradendolo spudoratamente, e la Chiesa si è trovata non solo a non riuscire a far camminare quanti ne erano impediti, ma, sovraccarica di oro e d’argento, è divenuta un ostacolo per quanti volevano procedere spediti nel cammino del vangelo.
Infatti, già dai primi secoli, dimentichi dei severi moniti di Gesù sulla tentazione della ricchezza (Lc 6,24), i papi, e con loro tutta la gerarchia, hanno fatto la loro tragica scelta. Gesù ha ammonito che “Non potete servire a Dio e mammona” (Lc 16,13). A queste parole tanto chiare e severe, “i farisei, che erano attaccati al denaro, si beffavano di lui” (Lc 16,14). Ma la Chiesa gerarchica non solo ignorò le parole di Gesù, ma fece il contrario, e senza esitare scelse mammona, il denaro, l’interesse, la convenienza, e per arricchirsi usò ogni mezzo, cominciando dalla menzogna. Infatti, con spregiudicatezza costruì un falso documento che ebbe gravi ripercussioni su tutta la cristianità.
Con la “Donazione di Costantino”, la Chiesa affermò che l’imperatore aveva donato a Papa Silvestro (+ 335) tutti i domini dell’impero. E la Chiesa, presa dall’ingordigia della ricchezza, si allontanò sempre più dal vangelo: chiamata a servire i poveri si fece servire da questi. Dimentichi di un Gesù che aveva detto che non era venuto per farsi servire ma per servire (Mt 20,24-28), la Chiesa si trasformò in una struttura di potere: il papa pensò a se stesso come imperatore o re (il papa-re), e ovviamente i cardinali erano principi, i vescovi conti, e per gli umili preti era comunque una notevole promozione sociale ed economica arrivare a essere parroci.
Enzo Bianchi – L’esilio del vangelo dalle nostre chiese
Scrivendo questa riflessione all’interno del la rubrica “Dove va la Chiesa?”, ho la piena consapevolezza di pubblicare una forte denuncia sulla situazione della comunità dei cristiani nel nostro Paese. Stiamo, di fatto, vivendo e assistendo a una mutazione dell’essere cristiani; mutazione che dovrebbe inquietare molto quelli che “amano Gesù Cristo” e aderiscono al suo Vangelo. Tento, quindi, di individuare la causa di questa crisi e di leggere le gravi conseguenze che ne derivano.
Mi riferisco alla marginalità assunta, in questi ultimi anni, dalla liturgia all’interno della vita ecclesiale. Non mancano, certo, comunità nelle quali la liturgia è vissuta intensamente. Ma resta l’impressione che oggi, nella Chiesa italiana, la liturgia si trovi in un cono d’ombra rispetto a temi ecclesiali ritenuti centrali come la famiglia, i giovani, l’educazione, i poveri. E, più in generale, i temi morali e sociali. Anche l’approvazione della nuova edizione del Messale (in realtà, occorrerebbe parlare di una semplice revisione della traduzione dei testi), lo scorso novembre, da parte della Cei, è avvenuta in un clima di disinteresse e mancanza di attesa e di attenzione.
Cos’è successo? Perché questa stanchezza? Non è facile dare una risposta. Certamente, dopo l’entusiasmo per la riforma liturgica voluta dal concilio Vaticano II, s’è registrata una “battaglia liturgica” che non ha giovato, ma anzi ha stancato i credenti. Occorre, però, anche dire che è subentrata una grande diffidenza verso ogni rinnovamento liturgico. Al punto da impedire ogni legittima e autentica creatività, richiesta dalla riforma stessa. Oggi, la liturgia (peraltro ridotta alla sola celebrazione eucaristica), appare “ingessata” e poco curata. Quasi non meritasse l’impegno e le energie dedicate ad altre attività diaconali essenziali, ma generate e plasmate come evangeliche dalla liturgia stessa. I presbiteri non hanno molto tempo da dedicarvi. E i fedeli non la sentono più essenziale, non la ritengono più la fonte del loro agire quotidiano nel mondo. Va detto con franchezza: la sterilità della comunità cristiana nel produrre e adottare musiche e canti degni della liturgia cristiana, gli abusi praticati per rendere la liturgia mondanamente attraente e spettacolare, la sciatteria che non conosce l’ars celebrandi e la necessaria bellezza dei riti, rendono a volte la liturgia, non più Vangelo celebrato, ma un insieme di parole e gesti che non genera né fede, né speranza, né carità. E va riconosciuto: i tradizionalisti che denunciano, con asprezza e polemiche, introduzioni di stranezze nelle celebrazioni e nell’uso dello spazio liturgico sovente lo fanno con ragione.
Perché non si ha il coraggio di dire che alcune formulazioni liturgiche risultano ostiche e, ormai, incapaci di narrare il Dio di Gesù Cristo? E non è solo questione di linguaggio da adeguarsi e aggiornarsi, come nella traduzione del Padre nostro (con il «non ci indurre in tentazione» modificato in «non abbandonarci alla tentazione»), ma di orazioni e formule che, oggi, sono incapaci di far ardere il cuore di chi le ascolta o le ripete. Nella vita ecclesiale si registrano scollamenti e anche vere e proprie contraddizioni tra il linguaggio teologico-pastorale della catechesi, della predicazione con il linguaggio liturgico di testi che rispecchiano antichi modi, perlopiù medioevali, di sentire e vivere la relazione con Dio nella fede e nella preghiera.
Ma cosa si fa perché l’eucaristia domenicale sia qualcosa di vitale, di veramente comunitario, in grado di consentire il riconoscimento reciproco e una vera fraternità per quanti vi partecipano? Ascolto, silenzio, parola, canto, meditazione sono essenziali alla liturgia cristiana, ma occorre che questa sia anche segno di fraternità, gratuità, condivisione, antidoto alla solitudine e all’isolamento dominanti nella nostra società.
Se dunque manca questa centralità del Vangelo celebrato, se manca la fonte, che cosa ne deriva? Almeno due conseguenze. La prima è che la liturgia è sempre più evasa dalla maggior parte dei cristiani, specie i più giovani. Mentre “piccoli greggi” la vivranno in modo da sentirla solo come un patrimonio da conservare per la loro identità. Il bisogno postmoderno di conservare e commemorare spinge, purtroppo, a fare della liturgia del passato un “patrimonio immateriale” che va conservato.
Così si formano piccoli ghetti religiosi e liturgici, che si sentono custodi di un museo, non di una tradizione viva che, come una fonte, può dissetare gli uomini e le donne di oggi. Una liturgia che è valutata non tanto sulla sua capacità di far ardere il cuore, quanto sulla sua capacità di apparire solenne e religiosa, fornisce il senso di un’appartenenza sicura ma superficiale. Se la liturgia non è Vangelo celebrato, l’esistenza cristiana è ridotta a pratica rituale, che spinge a vivere senza un vero riferimento alla liturgia stessa, senza la sorgente della comunione con il Signore.
Ma c’è anche un’altra conseguenza. Se la liturgia diventa periferica nella vita del cristiano, allora quale spiritualità si può vivere senza questa fonte? Al riguardo, è significativo constatare che oggi i cristiani disertano le assemblee liturgiche ma tentano di vivere sempre di più “le spiritualità”, fabbricandosi itinerari “fai da te”. Ci stiamo accorgendo della deriva della spiritualità dei cristiani? Non è più la spiritualità che si nutriva alle fonti delle Sacre Scritture o dei padri della Chiesa, ma una spiritualità teista, con un riferimento al divino, non al Dio di Gesù Cristo. Una spiritualità concepita come etica terapeutica, tesa al benessere personale, allo stare bene con sé stessi e con gli altri nel quotidiano. Una spiritualità che dà conforto, ma non sta più sotto il primato della grazia e della salvezza che solo Dio può dare. È una spiritualità in cui si ripetono le beatitudini proclamate da Gesù, declinandole però solo a istanza morale, non come Vangelo, buona notizia…
Ecco, il venir meno della qualità “fontale” della liturgia nella vita dei cristiani provocherà debolezza della fede per molti. E fagociterà appartenenze culturali per altri. Crescerà il numero dei “cattolici del campanile”. Cattolici senza vera appartenenza alla Chiesa eucaristica, anestetizzati nei confronti del Vangelo. E, sempre di più, altri percorreranno sentieri di spiritualità che ispirano l’autosalvezza, senza il primato della grazia e senza la dimensione escatologica.
In queste due possibili derive si potrebbero comprendere le denunce che papa Francesco ripete contro il pelagianesimo e lo gnosticismo, oggi riapparsi in nuove forme inedite, ma sempre ispirate dal rifiuto del primato del Vangelo e del mistero eucaristico, memoriale della vita, della morte, della risurrezione e della venuta gloriosa di Cristo, il Signore. Perciò, occorre più che mai una comunità cristiana che nella liturgia non permette l’esilio del Vangelo dalla vita ecclesiale.
Articolo pubblicato sulla rivista Vita Pastorale – Rubrica “Dove va la chiesa” – Febbraio 2019
lunedì 4 febbraio 2019
L'Osservatore Romano: La morte del prossimo
Di fronte al grande male della nostra epoca postmoderna
Citando il famoso scrittore britannico Gilbert Keith Chesterton, Papa Francesco ha affermato, durante un’omelia mattutina, che «l’eresia è una parola diventata pazza». Quando le parole “impazziscono”, perché perdono il loro autentico contenuto, sono piegate a un doppio fine o, semplicemente, vengono usate con violenza, generano sempre qualcosa di negativo. Ma, perciò, si può anche affermare il contrario: le parole “buone” sfidano l’indifferenza, inquietano l’apatia, smuovono la coscienza, interpellano la vita e, talvolta in modo invisibile, trasformano il mondo.
“Fraternità” è la parola scelta da questo autorevole quotidiano come “parola dell’anno”. Essa può “suonare la sveglia” al torpore dei nostri giorni e aprire una breccia nel nostro modo di pensare e di vivere, oggi che l’altro ha smesso di rappresentare un appello umano e imperativo etico, e nelle relazioni si erge il muro del sospetto, dell’indifferenza e dell’ostilità.
Scriveva Michael de Certeau, nel suo splendido testo Mai senza l’altro, che «Ciò che è differente ci minaccia. Perciò facciamo di tutto per cancellarne le tracce. Gli altri, la morte, Dio: tutto ciò che designa una rottura dev’essere sfumato». Eppure, noi siamo essenzialmente relazione. L’altro non è solo colui che mi sta di fronte, ma è anche sempre colui che mi abita, senza il quale non sarei ciò che sono. Eppure, la fraternità è — come ha affermato il Papa — la promessa mancata della modernità. Ritengo che questa affermazione debba essere sottoposta a una nuovo approfondimento teologico e spirituale, in questo tempo postmoderno che si configura come sentimento di congedo proprio rispetto alle promesse dell’epoca moderna: esse, infatti, sono state disattese, e spesso tradite. Il manifesto della modernità alludeva al sogno di un mondo che, sotto la spinta del progresso, avrebbe dovuto inaugurare finalmente il tempo della libertà, dell’uguaglianza e di una fraternità universale. Benché l’analisi sia più complessa e il ventaglio di interpretazioni più ampio, si può affermare che, sostanzialmente, questo progetto doveva realizzarsi sottraendo il mondo a Dio: per rendere il mondo più umano bisogna restituirlo all’uomo. Una esigenza legittima, in un tempo in cui Dio era stato associato all’idea di un potere limitante per l’uomo e il massiccio influsso della religione aveva generato un’interpretazione statica, rigida e sacrale della realtà. Tuttavia, la promessa non si è realizzata e il mondo non è diventato affatto più umano. È successo quanto il famoso psicoanalista Luigi Zoja, già anni fa, aveva ben teorizzato ne La morte del prossimo: «Dopo la morte di Dio, la morte del prossimo è la scomparsa della seconda relazione fondamentale dell’uomo. L’uomo cade in una fondamentale solitudine. È un orfano senza precedenti nella storia. Lo è in senso verticale — è morto il suo genitore Celeste — ma anche in senso orizzontale: è morto chi gli stava vicino». La morte del prossimo è il grande male della nostra epoca postmoderna, epilogo di quella “morte di Dio” annunciata nella modernità, che ha cambiato il “sentire” della nostra anima. Infatti, la sfuggevole e frammentata condizione postmoderna indebolisce la pretesa di ogni verità “forte”, e ci ha disancorati da quella fiducia, quasi preventiva, in quelle “certezze” che ci introducevano al significato del vivere. Così, siamo diventati turisti che attraversano paesaggi multiprospettici, all’interno dei quali ci muoviamo come “nomadi”, nella ricerca individuale di significati. Senza più appartenenza e senza più legami. Certamente, la crescita della libertà individuale e la maturazione di un pensiero critico nei confronti di alcuni sistemi assolutistici, ha avuto il vantaggio di determinare la fine di totalitarismi e ideologie, aprendo spazi di democrazia, di accoglienza delle diversità, e di pluralismo. Il dramma, tuttavia, è che siamo andati oltre, approdando verso la dispersione, e verso un agitarsi senza meta e un vagare senza anima: percorriamo molte strade senza avere più né i mezzi, né il tempo e né la capacità di sceglierne una. Nel bel romanzo di Michael Ende, La storia infinita, si legge: «Siamo andati avanti così rapidamente in tutti questi anni, che ora dobbiamo sostare un attimo per consentire alle nostre anime di raggiungerci». La nostra cultura della fretta e del mercato ha consacrato l’individuo isolato e perennemente in movimento, a fronte del senso di appartenenza e di comunità. Il “contesto” — non solo geografico ma culturale, valoriale, di appartenenza — scompare a favore dell’esaltazione dell’attimo, del tweet, del selfie. La definizione dell’io, del prossimo e della vita in generale si affida ai racconti della pubblicità, della moda e del mercato. Come ha scritto efficacemente la teologa Dorothee Sölle: «Distrattamente, e al tempo stesso immersi in ciò che facciamo, spingiamo il carrello da una corsia all’altra mentre morte e alienazione sono i padroni del luogo». In questo contesto si situa “la morte del prossimo”. Il vicino, cioè, è diventato invisibile. Se i bisogni individuali diventano il cuore di tutto, la prossimità e la solidarietà diventano eccezioni. Il desiderio individuale prevale e, di conseguenza, la fratellanza non è più un desiderio. Rapiti dal consumismo, dalla fretta e dai bisogni dell’io — come ebbe ad affermare il gesuita Michael Paul Gallagher — la poesia del cuore viene soffocata, la coscienza sociale addormentata e l’individualismo spezza i legami, e ci rende consumatori solitari senza fratelli e analfabeti “felici” della vita. Ecco che allora, urge rimettere al centro una riflessione e un impegno per la fraternità. I legami spezzati, le relazioni frammentate, i vincoli infranti ci fanno diventare insicuri, e semplicemente più soli. Se viene a mancare il contesto vitale di relazioni stabili, di appartenenze definite, di valori condivisi, di comunità, rischiamo un’overdose di autoreferenzialità sotto la quale, alla fine, soccombiamo. Per questo compito — che appare urgente dinanzi a quella “cultura dello scarto” più volte denunciata da Papa Francesco — il Vangelo può rappresentare una mappa di possibilità buone, anche per chi non crede. Nelle parole, nei gesti e nello stile di Gesù ci è annunciata la prossimità di un Dio che si aggrappa alla nostra carne ferita, scioglie i nodi, spezza le catene, libera dall’oppressione e, così, ci rende finalmente capaci di amare. Egli ci ricorda che realizziamo nel profondo la nostra sete di felicità solo quando ci apriamo al coraggio e al rischio dell’amore. Un amore che è donare la vita, accompagnare, solidarizzare, compatire, fino ad abbattere i muri di separazione per innescare, in questo mondo ferito, il seme del Regno di Dio, Regno di fraternità universale. Il Maestro di Nazareth uomo libero, innamorato, e appassionato, si coinvolge nella vita delle persone e si impegna a curarne le ferite e guarirle, con viscere di compassione per il dolore del mondo. E, in tal modo, ci mostra che vera religione è la “sensibilità” verso la vita dell’altro, e che amare Dio non può mai dissociarsi dall’esercizio della solidarietà, contro ogni “globalizzazione dell’indifferenza” che emerge quando “quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri” (Evangelii Gaudium n. 54). Non è forse questo il primo urgente compito della Chiesa di oggi e di domani? Essa dovrà diventare, sempre di più, una comunità attenta, solidale, prossima all’uomo. Una comunità umile e ospitale delle diversità, capace di abitare il tempo e i travagli dell’esistenza con l’arte dell’accoglienza e del dialogo, e di essere comunità di iniziazione alla relazione con Dio e con i fratelli. Occorre osare il sogno di una Chiesa che diventi luogo di autentica fraternità e laboratorio per la costruzione di legami umanamente autentici. Scriveva Antoine de Saint-Exupery: «Le pietre del cantiere sono un mucchio disordinato solo in apparenza, se c’è, perduto nel cantiere, un uomo, sia pure uno solo, che pensa a una cattedrale». È giunta l’ora di pensare alla cattedrale della fraternità, che raccolga le macerie di un’umanità in frantumi.
di Francesco Cosentino
venerdì 1 febbraio 2019
L'Osservatore Romano: Paura che rende pazzi
Con la sua usuale schiettezza, papa Francesco, sull’aereo che lo portava a Panama, ha detto ai giornalisti che “la paura rende pazzi”. Effettivamente non si dà attenzione a come e quanto le nostre scelte dipendano dalle paure. Gli «occhi aperti» promessi dal serpente ad Adamo ed Eva sono in realtà occhi spalancati e atterriti dalla «paura» (Genesi 3, 10). Prima del peccato, infatti, gli umani vivevano situazioni che oggi parrebbero paurose: Adamo è completamente solo al mondo, ha a che fare con gli animali (belve feroci comprese); per la prima volta si trova davanti al mistero della donna, come del resto Eva di fronte ad Adamo; i due vedono e odono Dio, la donna parla perfino col tentatore. Eppure nessuna delle circostanze rischiose incute loro paura. Se la paura scatta sempre e solo davanti a un pericolo reale o presunto, Adamo ed Eva, prima del peccato, non avevano il senso del pericolo, vale a dire: non percepivano niente e nessuno come minacciosi per la propria vita. Tutte le cose erano “buone” e segnavano di bontà l’animo dei progenitori, divenendo ostetriche della loro fiducia. Il peccato e la conseguente paura causano invece un cedimento, un deficit nella percezione della familiarità tra il “plasmato di terra” e la terra stessa la quale sembra spegnere la propria generosità, apparendo ostile, obbligando l’uomo a fatica e dolore (Genesi 3, 17-39). Una volta attivato, il senso del pericolo si accende davanti a tutto e a tutti: non solo nei riguardi della terra che da sorella gemella diventa un’estranea da sottomettere, ma anche di fronte a chi fino all’attimo prima incantava con la sua bellezza: Adamo si copre allo sguardo di Eva e viceversa. Insomma: stando alle Sacre Scritture un modo per dire l’innocenza dei progenitori è l’assenza del senso del pericolo; al contrario la paura è la traccia, l’inerzia, l’eredità della colpa. La paura è entrata nel mondo a causa del peccato. Sia ben chiaro: allo stato attuale delle cose, la paura è emozione necessaria alla difesa della vita. Essa sveglia l’attenzione, concentra le forze e i pensieri, mette in moto tutto quanto custodisce la fragile esistenza. Senza paura, si attraverserebbe distrattamente la strada, rischiando di venire investiti. Grazie a essa, si è guardinghi maneggiando il fuoco o una lama; perciò si evitano scottature e ferite. La paura di ammalarci spinge verso l’assunzione di uno stile di vita sano… Tuttavia, dal suo ingresso nella storia è difficile guardare persone e cose liberi dal sospetto che tutto e tutti (perfino la moglie, il marito, i figli, i fratelli, il mondo) siano almeno potenziali nemici, dai quali è bene imparare a difendersi o, come si dice ora, tutelarsi. Ci si tutela da tutto e da tutti, mantenendosi in un costante stato di eccesso di legittima difesa, convincendosi che la miglior difesa è l’attacco.
Proprio tale persistente eccesso di legittima difesa rappresenta la seconda prospettiva con cui le Sacre Scritture interpretano la paura. Infatti se nel libro della Genesi il peccato è la causa della paura, per la Lettera agli ebrei la paura è la causa del peccato. Infatti, stando alla Lettera, al presente, Cristo non ci libera dalla morte, giacché tutti moriamo. Verrà il tempo in cui finalmente ci libererà da essa, non ora. Al momento, Cristo ci svincola dalle catene della paura della morte, l’efficacissimo strumento con cui il diavolo esercita il proprio potere, tenendo tutti in schiavitù, inclinandoci ad agire come vuole (Lettera agli ebrei 2, 14-15). Il denso testo sottende una precisa descrizione del peccato. Ogni genere di peccato altro non è che un possibile modo di risolvere le prove della vita. Il nodo della prova può esser sciolto decidendo di acconsentire alla paura che addita tutto e tutti come minacce, pericoli e nemici, distorcendo l’intera visione del reale. Accecando, la paura diviene “pre-occupazione”, la “prima” occupazione, “il prima” di ogni occupazione, lo sfondo di ogni azione; una malattia che può rendere malvagi e insensibili al senso della vita, inducendo ad atti insensati.
Il mistero di Cristo è la strategia per vincere la paura della morte e di tutte le sue sinistre parenti (la paura di non piacere, di non essere all’altezza, di non avere i mezzi sufficienti per vivere, di non avere il posto che ci spetta, di invecchiare e così via).
Vincere la paura non significa non avvertirla. Lo stesso Figlio di Dio l’ha provata: davanti alla tomba di Lazzaro e dopo il tradimento di Giuda il suo animo era “turbato”; nell’orto degli ulivi, egli sentì paura, tristezza, angoscia. Cristo la provò, ma non le diede ragione. Nella misura in cui le si dà ragione, promuovendo un eccesso di difesa, non si crede. Questo è infatti il tagliente criterio di Gesù per giudicare la qualità della fede: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» (Marco 4, 40). Al fine di intuire qualcosa circa il modo di Cristo di stare al mondo, accostiamo quanto egli dice a chi intende seguirlo: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Matteo 8, 20). Sarebbe fin troppo facile riconoscere all’espressione tonalità esclusivamente ascetiche: la povertà di Gesù è così radicale da privarlo addirittura di quanto — stando al salmo 104 — Dio si premura di provvedere anche agli animali: una casa. Eppure un dettaglio fa propendere per un’altra possibile lettura. Infatti l’immediato seguito del racconto evangelico, con fine ironia, descrive Gesù profondamente addormentato nella barca sconvolta dalle onde a causa di una forte tempesta (Matteo 8, 23-27). Non c’è che dire: «il Figlio dell’uomo non ha luogo dove posare il capo», eppure è in grado di dormire perfino su acque burrascose! Se Cristo allude alla casa — come del resto a «tane» e «nidi» — quale spazio di riposo tranquillo, al sicuro da ogni paura, egli “non ha dove riposare” non per difetto, ma per eccesso di casa, tant’è che perfino un posto mortalmente pauroso come un lago in tempesta è per lui luogo dove trovar pace, spazio affidabile, domestico. Il mondo intero è per il Figlio dell’uomo posto adatto a riposare; vale a dire: il mondo intero è ai suoi occhi una casa. Egli al mondo “si sente a casa”. Questo perché intravede nel mondo il disegno, tuttora in fase di realizzazione, di Colui che, creando, edifica la casa, spazio libero dalla paura, idoneo a custodire e promuovere la vita. Uno modo con il quale Gesù esprime la sua piena fiducia nella competenza e nell’operato del Padre consiste nel suo “sentirsi a casa” nel mondo; in ogni parte del mondo; dovunque e con chiunque. Ciò risulta possibile solo a chi non dà ragione alla paura. Ovvero, non si dà ragione alla paura, poiché nel mondo ci si sente a casa, con cose e persone “di casa”. Da ciò si intuisce che il premio promesso fin da ora a chi rinuncia anche alla casa a favore del Regno — «cento volte in case» (Matteo 19, 29) — riguarda innanzitutto Cristo. È lui che già su questa terra ricevette il centuplo in case, poiché si sentiva a casa dovunque e con chiunque. Ecco perché un modo con cui verificare la qualità reale della nostra fede (e l’entità effettiva della nostra paura) è cogliere quanto ci sentiamo a casa in questo mondo che il Creatore non smette di costruire e rinnovare.
di Giovanni Cesare Pagazzi
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