giovedì 14 novembre 2019

Enzo Bianchi "I poveri hanno molto da insegnarci"

Vita Pastorale - Dove va la chiesa - Novembre 2019

Per celebrare in modo autentico la festa della regalità di Gesù Cristo, regalità da lui confessata davanti al potere imperiale romano rappresentato da Pilato (“Io sono re”: Gv 18,37), e comprenderla come Gesù stesso ce l’ha svelata, ossia quale regalità di chi è povero, sofferente, vittima e ultimo nella storia, papa Francesco ha voluto che nella domenica precedente (quest’anno il 17 novembre) si celebri la Giornata mondiale dei poveri.

Il giorno del Signore è sempre giorno dell’incontro della chiesa con il suo Signore, appunto, giorno di comunione tra fratelli e sorelle, discepoli e discepole di Cristo; ma in questo incontro è certamente una grazia contemplare un mistero svelato dalla venuta di Dio nell’umanità, dall’incarnazione del Dio invisibile in Gesù Cristo. In questa “domenica dei poveri” lo sguardo continua a essere diretto e fisso su di lui, Gesù Cristo (cf. Eb 12,2), il povero per eccellenza, e nello stesso tempo abbraccia i suoi fratelli e le sue sorelle, i più piccoli, i poveri del mondo. Noi cristiani non possiamo dimenticare che la signoria di Cristo si è manifestata nel suo essere servo, la sua regalità nel suo essere povero, la sua gloria nell’essere rigettato, condannato e ucciso come giusto, mite e umile di cuore.

Nel messaggio alle chiese per questa giornata il papa offre una meditazione sui salmi dei poveri, quei lamenti, grida e invocazioni che salgono a Dio per chiedere la fine dell’oppressione e dello sfruttamento, per implorarlo di farsi lui stesso liberatore di uomini e donne senza dignità, quali gli orfani, le vedove e gli stranieri. Nei salmi Dio risponde rinnovando la sua promessa e confermando che la speranza dei poveri non andrà delusa (cf. Sal 9,19), perché nel giorno del Signore, che può tardare ma sicuramente arriverà, “il povero sarà rialzato dal letame e dalla polvere” e vedrà compiersi la giustizia di Dio.

Gesù ha più volte avvertito i discepoli su “quel giorno”, il giorno del giudizio, chiedendo loro di essere vigilanti qui e ora sul rapporto con i poveri e bisognosi, perché proprio sulla base degli atteggiamenti di rifiuto o di condivisione, di insensibilità o di compassione nei confronti degli ultimi si deciderà la salvezza di ciascuno. Questa attenzione della chiesa ai poveri non è mai mancata nella storia, ma è stato papa Giovanni XXIII a inaugurare nella chiesa cattolica la consapevolezza che “la nostra è l’ora dei poveri”. Poco prima dell’inizio del concilio aveva detto: “La chiesa si presenta quale è, e vuole essere, come la chiesa di tutti, e particolarmente la chiesa dei poveri” (Radiomessaggio ai fedeli di tutto il mondo, 11 settembre 1962). Queste parole durante il concilio presero fuoco e diventarono un’urgenza avvertita con forza, un segno dei tempi. Cinquant’anni dopo è venuto papa Francesco, che alla scelta del nome del “Poverello” di Assisi ha aggiunto un grido presente tra le sue primissime parole: “Ah, come vorrei una chiesa povera e per i poveri!” (Udienza ai rappresentanti dei media, 16 marzo 2013).

Così in questo pontificato la chiesa è più che mai richiamata a un’attenzione ai poveri, a operare concretamente per combattere la miseria, la fame, la violenza e alleviare le sofferenze di quanti sono vittime, scarti della società, non riconosciuti nella loro dignità di donne e uomini, in tutto nostre sorelle e nostri fratelli. Il nostro Dio si è rivelato proprio ascoltando il grido dei poveri, vedendo le sofferenze dei suoi figli, conoscendo le ingiustizie da loro patite e quindi venendo a liberarli (cf. Es 2,23-25; 3,7-8). E Gesù, il Figlio di Dio fattosi uomo e venuto in mezzo a noi, non solo “da ricco che era si è fatto povero” (2Cor 8,9), ma svuotò se stesso di ogni condizione di potere e si fece schiavo, servo di tutti fino alla morte (cf. Fil 2,6-8). Così ha potuto identificarsi con quanti hanno fame e sete, sono nudi, in carcere, malati, stranieri, quelli che Gesù stesso ha chiamato i suoi fratelli più piccoli (cf. Mt 25,40.45).

I poveri vanno dunque letti come categoria cristologica: ci dicono qualcosa di Gesù Cristo perché hanno una comunione con lui non solo nella sofferenza ma anche nella fede e nella speranza. I poveri non sono meri destinatari della nostra cura e della nostra carità ma sono soggetti che ci possono evangelizzare, detentori di un magistero al quale non siamo attenti e verso il quale non esercitiamo il nostro discernimento: hanno molto da insegnarci. Nella Evangelii gaudium papa Francesco scrive che “dobbiamo lasciarci evangelizzare da loro” (EG 198), perché nelle loro esistenze c’è una forza salvifica, quella della croce che è stoltezza per il mondo ma in realtà salvezza e potenza di Dio (cf. 1Cor 1,18). I poveri sono in grado di evangelizzare la chiesa nel senso che sono come gli ‘anawim dell’Antico Testamento, quei poveri-curvati che attendevano tutto dal Signore, e di conseguenza erano pronti a riconoscere la sua venuta, fino a farsene annunciatori presso la comunità dei credenti.

I poveri sono il sacramento di Cristo, “una presenza del Signore”, ma sono anche il segno delle nostre ingiustizie e perciò possiedono una cattedra, un magistero che le chiese devono ascoltare. Mi rallegrai molto quando il cardinale Carlo Maria Martini prese l’iniziativa di una “cattedra dei non credenti”, alla quale partecipai, affermando tra l’altro che essa sarebbe dovuta proseguire con una “cattedra dei poveri”: questo perché i poveri – in una società e in una chiesa in cui “i poveri” sono ancora e sempre “gli altri” – possano prendere la parola, dirsi, farsi conoscere, avvicinarsi, in modo che sia possibile toccarli come “carne di Cristo”, stringere la loro mano, abbracciarli e guardarli negli occhi. Proprio come Gesù toccava i poveri e i malati, abbracciava i bisognosi, stava a tavola con gli scarti della società, gli impuri e gli emarginati.

Papa Francesco sa esprimere una vera povertà cristologica o una cristologia della povertà, con accenti che ricordano i profeti dell’antica alleanza o i padri della chiesa. Significativamente ha detto più volte che “il povero è un vicario di Cristo”, proprio lui che mai si definisce il vicario di Cristo. Con audacia si è anche espresso manifestando questo desiderio evangelico: “Quanto vorrei che le comunità in preghiera, quando entra un povero in chiesa, si inginocchiassero in venerazione allo stesso modo come quando entra il Santo Sacramento” (Alla Caritas di Roma, 28 aprile 2015).

Ma proprio su questo tema dei poveri oggi si consuma all’interno della chiesa una divisione, una contrapposizione tra quelli che vedono nei poveri una realtà inerente alla nostra fede cristiana e quelli che invece lo sentono solo come un tema periferico della vita cristiana. Dobbiamo dunque avere il coraggio di confessarlo: il Vangelo dei poveri scandalizza tanto quanto il Vangelo della misericordia! D’altronde misericordia e poveri sono due temi che si richiamano a vicenda e che sono al cuore della predicazione e degli atteggiamenti di Gesù. Non è facile accettare, non solo intellettualmente ma soprattutto nella prassi quotidiana, lo scandalo della povertà, e ciascuno di noi sa che quando parla di poveri e di povertà sente che le proprie labbra bruciano. Ma se siamo discepoli di Gesù, dobbiamo mantenere viva un’inquietudine che ci interroga sui nostri rapporti quotidiani con i poveri: li vediamo, li incontriamo, parliamo loro, li abbracciamo, li accostiamo con empatia, cercando di condividere la loro situazione e di alleviarla?

Sul rapporto con i poveri la chiesa gioca la propria fedeltà al Signore, perché esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede in Cristo e i poveri. Quando nella “domenica dei poveri” parteciperemo all’eucaristia, dovremmo ricordare le parole di un grande santo nostro contemporaneo, p. Pedro Arrupe: “Finché i poveri non sono nella chiesa, nella nostra assemblea, la nostra eucaristia è incompleta e la nostra chiesa mutilata”. Parole che papa Francesco ha confermato nel discorso ai presbiteri e ai consacrati di Milano del 25 marzo 2017: “Non c’è autentico servizio all’altare, non c’è liturgia cristiana, se non si apre al servizio dei poveri”.

venerdì 8 novembre 2019

Enzo Bianchi "Quei facili lamenti sul silenzio di Dio"

Jesus - Bisaccia del mendicante - Novembre 2019
di ENZO BIANCHI

Nella mia bisaccia depongo sovente riflessioni sul silenzio, perché è un tema intrigante, che va sempre esplorato in vista della qualità della nostra convivenza umana. Tra le numerose accezioni del silenzio stesso ve n’è una che ai nostri giorni è chiamata in causa con eccessiva facilità: il silenzio di Dio.
Quante volte si ascoltano lamentele che paiono accuse scagliate verso il cielo: “Dio non mi parla, non mi dice nulla!”… Parole pronunciate spesso non da grandi figure spirituali, avanzate negli anni, la cui lunga esperienza di preghiera può aver conosciuto anche la “notte oscura” dell’assenza di Dio, bensì da giovani o da comuni credenti che paiono quasi giustificare così la loro mancanza di fede. È diventato un vezzo chiedersi “dov’è Dio?” ogni volta che siamo scossi da qualche evento, oppure imputargli un silenzio colpevole nel dipanarsi della storia, così come nelle nostre vicende personali.

In realtà, il “silenzio di Dio” è un’espressione biblica che le Scritture mettono in bocca a uomini e donne in preghiera. Questo suggerisce che il Dio silente non è tanto un argomento di discussione, quanto piuttosto l’interrogativo che sorge al culmine di un cammino di sofferenza: quando si è colti dal dolore, dall’oppressione, dall’ingiustizia che uccide, e non vi è nessun essere umano che ascolti o venga in aiuto, allora il credente chiama Dio e, se nulla cambia, lo supplica accoratamente: “O Dio, non restare muto, non startene in silenzio!” (Sal 83,2); “Dio della mia lode, esci dal silenzio!” (Sal 109,1); “Se tu resti muto, io sono come chi scende nella fossa” (Sal 28,1).

Chi prega così non pretende di forzare Dio, ma supplica che qualcosa cambi nella propria situazione, che vi sia un mutamento nella realtà circostante e un cambiamento in sé: si può anche vivere un cammino di sofferenza e non denunciare il silenzio di Dio, ma questo è possibile solo se si giunge a capire che quella via ha un senso. Lo stesso Gesù nella sua estrema derelizione sulla croce si è rivolto a Dio chiedendogli: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, intonando così il salmo 22, il canto del giusto perseguitato a morte. Ma proprio in quel salmo, dopo il lamento, quando tutto sembra finito, la voce dell’orante si leva ad esclamare: “Tu mi hai risposto!” (Sal 22,22).

Ora, queste invocazioni dei salmisti, queste suppliche a Dio perché cessi di starsene in silenzio vanno comprese con intelligenza:è Dio che fa silenzio o non piuttosto il credente, l’orante, il popolo che non ascolta? Non siamo forse noi a essere incapaci di cogliere la parola di Dio, pronunciata magari in altro modo, attraverso eventi e vicende inattese? E perché non cogliere che Dio può parlare anche nel silenzio, attraverso la sua “voce di silenzio sottile” (1Re 19,12)? Il silenzio può infatti essere una modalità altra del suo linguaggio, accanto a quella della parola pronunciata e della parola-evento che si realizza. Non dovremmo dimenticare un testo biblico molto illuminante al riguardo, che un tempo risuonava come antifona d’introito nella messa della notte di Natale: “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose … dall’alto dei cieli la tua parola onnipotente si lanciò dal trono regale” (Sap 18,14-15). Mistero di parola e silenzio in Dio…

Sì, Dio è in verità silenzio e parola: non silenzio muto e sordo, ma silenzio che è un modo di comunicare altro rispetto alla parola, un modo che in determinate circostanze può rivelarsi più eloquente di qualsiasi discorso. La parola di Dio resta inscritta nel suo grande silenzio e in esso trova la propria origine e leggibilità: da parte nostra, dobbiamo ascoltare l’uno e l’altra, perché entrambi sono presenza di Dio, di quel Dio che non può non essere presenza, perché come tale si è sempre manifestato. Sappiamo che la tentazione dell’ateismo, della “nientità” è costantemente in agguato anche, e forse soprattutto, per gli uomini e le donne di preghiera, per i contemplativi che vivono nella fede e nella salda adesione al Signore: anche loro possono giungere a lamentarsi del silenzio di Dio. Ma proprio essi ci testimoniano che non per questo la presenza “elusiva” di Dio (cf. Is 45,15) viene meno: Dio è sempre presente all’essere umano, da lui creato a propria immagine (cf. Gen 1,26-27) e da lui amato fino all’estremo (cf. Es 34,6; Gv 13,1).

Quando dunque incolpiamo Dio di mutismo, quando attribuiamo a lui il vuoto del nostro cuore, è perché in realtà siamo noi incapaci di ascoltarlo, perché pretendiamo da lui una parola che sia a nostra immagine e somiglianza.