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martedì 23 ottobre 2018

Messaggero di Sant'Antonio: Figli del mondo, figli nostri

Ho capito nuovamente che ogni giovane è figlio di tutti, non solo dei suoi genitori. Ogni bambino che nasce è abitante della terra, e quindi è mio prossimo. Su questa legge naturale e cristiana abbiamo fondato l’Europa. Sull’esempio di Abramo e Sara.

11 Luglio 2018 |  DI LUIGINO BRUNI


Sono stato recentemente in Spagna (Valencia) a conoscere un centro di accoglienza per immigrati (Dorothy Day), dove alcuni imprenditori dell’Economia di comunione stanno provando a creare dei lavori per giovani provenienti prevalentemente dall’Africa. Nel dialogo spontaneo che è nato, qualcuno ha chiesto a una decina di quei giovani, tutti attorno ai 20 anni: «Quali sono i tuoi sogni?». «Fare il meccanico», «l’idraulico», «la sarta»…, hanno risposto. Nell’ascoltare le loro parole, spesso mescolate con le lacrime (loro e nostre), ho capito nuovamente che ogni giovane è figlio di tutti, non solo dei suoi genitori. Ogni figlio è anche figlio mio, ogni bambino che nasce è abitante della terra, e quindi è mio prossimo. Il mio prossimo non è il mio vicino geografico, religioso o etnico: è questo uno dei grandi insegnamenti della parabola del Buon Samaritano.

Su questa legge naturale e cristiana abbiamo fondato l’Europa, abbiamo accolto soldati inglesi e tedeschi che bussavano fuggiaschi e impauriti alle porte delle case dei nostri nonni. Avevano una divisa diversa da quelle dei loro figli al fronte, ma appena li guardavano negli occhi, bagnati e impauriti, capivano che prima di essere «stranieri» erano dei ragazzi, e quindi erano figli. E aprivano le loro porte e li nascondevano, rischiando la vita, nelle cantine e nelle stalle, e condividevano con loro il poco pane. Quei ragazzi dentro casa li resero meno sicuri, ma li fecero più umani.

Questa è l’Europa cristiana, queste sono le radici, ricoperte di lacrime e di agape, del nostro grande continente. Siamo stati capaci di guerre fratricide, degli orrori infiniti dei lager, ma siamo stati anche capaci di riconoscere un ragazzo e un figlio sotto una divisa di colore diverso. Le benedizioni civili ed economiche dell’Europa del dopoguerra sono state anche il frutto di questa grande capacità di accogliere, che ci ha consentito di pensare alla Comunità Europea, quando sulle montagne si stavano ancora combattendo le guerre. Le prime lettere della Costituzione repubblicana e poi dei trattati economici europei sono state scritte dalle donne e dagli uomini che hanno saputo aprire una porta e condividere il pane, diventando compagni (cum-panis) di forestieri. Molti di loro erano analfabeti, ma seppero scrivere queste meravigliose parole con la loro carne, attingendo all’umanità più profonda.

Oggi stiamo conoscendo altre guerre. Non si combattono sulle nostre montagne, ma nelle montagne oltre il mare. I giovani continuano ad arrivare, impauriti e fuggiaschi, a bussare alle nostre porte. Ma la distanza dal dolore e dalla pietas cristiana dei nostri nonni e genitori ci rende molto più difficile aprire le nostre porte, che troppo spesso rimangono chiuse, e giustifichiamo queste chiusure con nuove-antiche ideologie.

Eppure, anche oggi, il confine tra civiltà e barbarie si colloca proprio sulle nostre risposte concrete ai sogni di questi giovani. Possiamo comportarci come i Ciclopi che divoravano i loro ospiti, come gli abitanti di Sodoma che li violentarono. Oppure possiamo scegliere di imitare gli accoglienti Feaci, o i vecchi Abramo e Sara che ospitarono i tre uomini alle querce di Mamre sentendosi poi annunciare da loro la nascita del figlio della promessa. Tre forestieri accolti che portarono vita e un figlio: nella terra promessa non ci sono porte chiuse.

Nel Dna del nostro umanesimo ci sono sia i Ciclopi che i Feaci, ci sono gli abitanti di Sodoma ma anche Abramo. Ogni generazione deve fare la sua scelta, deve dire da quale parte vuole stare, se vuole guardare il colore della divisa o i giovani-figli che la indossano. Una cosa comunque è certa: la vita, i bambini, il futuro stanno solo dalla parte dei Feaci e di Sara e Abramo. «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo» (Eb 13,2).

martedì 12 giugno 2018

AVVENIRE: Aquarius. Montenegro: sconfitta della politica. E Ravasi cita il Vangelo di Matteo

"Credo che questa sia una sconfitta della politica che non sa gestire queste emergenze e prova a far rimbalzare la palla delle responsabilità mentre degli esseri umani rischiano. La politica dev'essere interessata al bene comune"; è il commento reso all'agenzia Ansa dal cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della Caritas Italiana, sul caso della nave Aquarius, respinta dai porti italiani e infine accolta dalla Spagna con i suoi 629 profughi a bordo. "L'Europa deve prendere atto che nessuno può fermare questi flussi, che sono epocali, e non è chiudendo porti e rimbalzandosi le responsabilità che si troverà una soluzione". 

Ero straniero e non mi avete accolto
"Ero straniero e non mi avete accolto (Mt 25,43) #Aquarius". È il tweet, con la frase dal Vangelo di Matteo, diffuso stamane dal cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. La frase è rivolta da Gesù a quelli che saranno i "maledetti, nel fuoco eterno" (mentre ai "benedetti" dice "ero straniero e mi avete accolto").



Il riferimento esplicito, visto l'hastag utilizzato, è alla vicenda della nave con a bordo 629 migranti cui per ordine del ministro dell'Interno Matteo Salvini è stato vietato l'attracco nei porti italiani. (CLICCA QUI). Il tweet del cardinale Ravasi è stato oggetto di molti commenti ingenerosi da parte dei supporter della scelta del ministro Salvini di chiudere i porti italiani.

Il cardinale di Madrid: è una chiamata di Cristo all'Europa
Anche il messaggio su twitter del cardinale di Madrid Carlos Osoro Sierra non lascia dubbi: «Il mandato è chiaro: ero forestiero e mi avete accolto. Al di là delle considerazioni politiche e legali, quando si legge la vita a partire dal Vangelo, si va a cercare l’altro. Aquarius è una chiamata di Cristo all’Europa».

Centro Astalli: dimostrazioni di forza
Molte le reazioni dal mondo cattolico: padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, scrive: "Se l'Italia antepone dimostrazioni di forza e di peso politico alla vita dei migranti è chiaro che umanità e dignità delle persone divengono secondari rispetto al tutto il resto. Abbandonare innocenti in mare non può mai considerarsi una strategia politica ma rimane inequivocabilmente una grave violazione dei diritti umani di cui l'Italia sarà chiamata a rispondere".

I comboniani: l'Italia resti un porto sicuro
I missionari comboniani in Italia si dicono "esterrefatti e indignati" per la decisione del ministro Salvini di chiudere i porti italiani alla nave Aquarius, un rifiuto di prestare soccorso ai migranti che "non ha precedenti nella nostra storia ed è in flagrante violazione delle convenzioni internazionali". "È vergognoso che l’Italia" faccia "pagare a persone innocenti bisognose di aiuto il prezzo di una diatriba tra Stati su chi si debba assumere la responsabilità di accogliere i migranti".

Sebbene sia "corretto e giusto che il governo italiano faccia sentire le propria voce a Bruxelles, chiedendo ai partner europei di farsi carico, anche loro, del dossier migranti, nello stesso tempo "l’Italia non può sottrarsi al dovere di accogliere persone che, in gran parte, cercano di costruirsi una vita migliore in Europa e che, in alcuni casi, fuggono da guerre e da regimi dittatoriali. È importante che l’Italia mantenga un doppio ruolo: essere un porto sicuro per i migranti e nel contempo non smettere di sollecitare l’Europa a trovare soluzioni percorribili (non semplicemente fondate sul controllo militare delle aree di transito dei migranti, come avviene in Niger e Mali), anche nei paesi di partenza dei migranti".

Padre Zerai: si infligge punizione dura a persone senza colpe
Mentre la Comunità di Sant'Egidio ripete che "salvare vite umane è la priorità" e che servono un "ricollocamento nei paesi dell'Ue e vie di ingresso regolare", è un operatore umanitario come padre Mussie Zerai, dell'Agenzia Habeshia, a rivolgersi direttamente a Salvini con un "appello urgente". "Lei chiudendo il porto rischia di infliggere una punizione dura a bambini e donne incinte in fuga da situazioni difficili scenari di guerra o assenza di libertà o per fame. La loro colpa è di cercare un futuro dignitoso per i loro figli, libertà per sé e per i figli", afferma. Secondo padre Zerai, "la disputa con Malta o con l'Ue è bene farla ma non sulla pelle di persone vulnerabili. Il diritto alla vita è sacrosanto, vanno portati al porto più sicuro per la loro vita e dignità di persone in condizione di totale fragilità". "La mancanza di solidarietà europea - conclude - non bisogna farla pagare a un prezzo drammatico, infliggendo ingiuste sofferenze e disagi a donne e bambini bisognosi di protezione e di sicurezza. Faccio appello alla sua coscienza di uomo e di padre: sia più umano perché ogni sua decisione incide sulla carne viva di questi esseri umani".