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giovedì 2 aprile 2020

SettimanaNews: Celebrare il tempo dei giorni

Perché non riscoprire, in assenza dell’eucaristia, la recita della Liturgia delle ore? Anch’essa è celebrazione del mistero pasquale di Cristo.

In questo tempo nel quale anche la fede è messa alla prova si sottolinea molto – e si fanno a volte anche inutili polemiche (fuori luogo in questo momento) – l’impossibilità di celebrare insieme, come comunità cristiana, l’eucaristia, fonte e culmine della vita della Chiesa (cf. LG 11; SC 10). Mi sembra, da ciò che vedo e sento, che invece si insista poco sulla possibilità di celebrare personalmente o in famiglia la Liturgia delle ore, in particolar modo le lodi mattutine e i vespri.

Eucaristia e Liturgia delle ore
Se indubbiamente la celebrazione eucaristica è il modo più alto della Chiesa per celebrare il mistero pasquale di Cristo, la Liturgia delle ore è anch’essa, nel modo che le è proprio,celebrazione del mistero pasquale di Cristo. Non è certamente la stessa cosa che celebrare l’eucaristia, ma è comunque celebrazione nel ritmo della giornata del mistero di Cristo, di morte e risurrezione che, in un momento come questo, tutti possono vivere.

I Principi e norme per la celebrazione della Liturgia delle ore affermano che la Liturgia delle ore «estende alle diverse ore del giorno le prerogative del mistero eucaristico “centro e culmine della vita della Chiesa”» (PNLO 12).

Se, in questo tempo, non possiamo celebrare insieme l’eucaristia, questa affermazione acquista un valore ancora più grande e ci dovrebbe far interrogare. Inoltre, sempre i Principi e norme per la celebrazione della Liturgia delle ore affermano che «la celebrazione dell’eucaristia viene ottimamente preparata dalla Liturgia delle ore» (PNLO 12).


Perché allora non vedere in questo tempo di necessaria e forzata astensione dalla celebrazione comunitaria dell’eucaristia un momento in cui la Liturgia delle ore acquista in pieno questa funzione di “preparazione” e di “tensione” alla celebrazione eucaristica, in attesa di poterla nuovamente celebrare insieme?

Per tutti, non solo per alcuni
La Liturgia delle ore, purtroppo, è ancora troppo intesa come l’“obbligo” dei preti (dei chierici) e dei religiosi, una preghiera riservata cioè ad alcuni nella Chiesa. Il Vaticano II e la riforma liturgica hanno invece voluto recuperare la Liturgia delle ore come celebrazione della Chiesa, che tutti i cristiani possono celebrare.

Purtroppo, in questi anni non si è fatto abbastanza perché nelle comunità cristiane si comprendesse il valore della Liturgia delle ore e la si celebrasse in modo comunitario, assegnandole il valore che ha, a volte riducendola alla versione un po’ più ricercata delle “preghierine” del mattino e della sera (basta vedere il titolo di alcuni sussidi). Ma la Liturgia delle ore non è l’equivalente della preghiera del mattino e della sera, è molto di più, è celebrazione della Chiesa, del mistero pasquale di Cristo nel ritmo del tempo.

Il linguaggio del tempo per «dire»/celebrare la Pasqua
Nella liturgia, il tempo è un linguaggio che diventa “sacramento” del mistero pasquale di Cristo. Noi conosciamo tre ritmi del tempo: quello annuale (l’anno liturgico), quello settimanale (la domenica), quello quotidiano (la liturgia delle ore).

Il ritmo del tempo basato sul giorno, che è «l’unità minima del tempo» naturale (cf. Rizzi, Il problema del senso), nella liturgia cristiana è costituito dalla Liturgia delle ore. Il modo proprio della Liturgia delle ore di celebrare il mistero di Cristo è differente sia da quello che caratterizza l’anno liturgico, sia dal ritmo ebdomadario. Se, infatti, l’anno liturgico si fonda principalmente sul variare delle stagioni che divengono “sacramento” del mistero di salvezza, la Liturgia delle ore ha come elemento di riferimento l’arco della giornata e, in modo particolare, il sorgere e il calare del sole. Proprio per la fondamentale importanza del riferimento alle ore del giorno, al sorgere e al calare della luce, il Vaticano II invita a rivedere la celebrazione della Liturgia delle ore in modo che «le diverse ore, per quanto è possibile, corrispondano al loro vero tempo» (SC 88).


A questo dato fondamentale, che riconosce al corso naturale del giorno e della notte un valore “sacramentale”, vanno ricondotti i principali elementi che formano la celebrazione della Liturgia delle ore. Lodi e vespri, ad esempio, hanno evidentemente il loro riferimento fondamentale al sorgere e al calare della luce e quindi alla risurrezione e alla passione, alla creazione e alla fine/compimento della storia. Proprio per questo loro chiaro riferimento ad una ben precisa ora del giorno lodi e vespri, che sono «il duplice cardine dell’ufficio quotidiano, devono essere ritenute le ore principali e come tali celebrate» (SC 89).

Le ore minori di terza, sesta e nona hanno, proprio per la loro collocazione temporale nell’arco della giornata, un esplicito riferimento a eventi della passione di Cristo che troviamo nei racconti evangelici e ad altri eventi.

La Settimana Santa che ci sta davanti
Perché non pensare alla Settimana Santa che ci sta davanti come ad un’occasione per riscoprire la Liturgia delle ore? Chi non è già abituato a celebrarla, potrebbe cominciare, magari proprio in questa Settimana Santa – e in particolare nel Triduo pasquale – così “strana” a celebrarla o personalmente, o, ancor meglio, in famiglia.

Si potrebbero celebrare in famiglia soprattutto lodi, vespri e, magari, anche compieta, in particolare nei giorni del Triduo. Magari alle lodi, si potrebbe sostituire alla lettura breve il Vangelo del giorno.

Il Venerdì Santo, si potrebbe celebrare l’Ufficio delle Letture alle 15.00 del pomeriggio, leggendo, dopo le letture, la Passione del Signore, secondo Giovanni.

Nella notte del Sabato Santo, quando si celebra la Veglia pasquale, si potrebbe celebrare insieme l’Ufficio delle Letture del giorno di Pasqua, concludendolo con la lettura del Vangelo della risurrezione del Signore (cf. brano evangelico della Veglia pasquale o del giorno di Pasqua).

Strumenti
Per chi non avesse a portata di mano il libro della Liturgia delle ore, i mezzi informatici ci aiutano molto oggi. Ci sono comodissime App da installare sul telefonino che mettono a diposizione la Liturgia delle ore completa di ogni giorno:

La CEI ne propone una (con anche la proposta del canto).
Molto comoda è anche l’App e-prex.
Per chi non avesse la possibilità di scaricare l’App sul telefonino, si può ricorrere ad un sito.

Viviamo questo tempo anche come opportunità
È un tempo difficile, doloroso. Un tempo in cui emergono anche le nostre povertà nell’ambito di fede ed ecclesiale. Sfruttiamolo per “crescere” e per cercare di vivere bene quegli strumenti che abbiamo a disposizione, senza perdere tempo a lamentarci di quelli che non abbiamo o non possiamo vivere. Anche questo è uno “stile cristiano” con cui vivere questi giorni difficili.

Forse allora scopriremo in modo nuovo tutta la ricchezza di fede e di preghiera che il Vaticano II ha “preparato” per la nostra vita personale e comunitaria. È come una tavola imbandita della quale forse non abbiamo approfittato fino in fondo, ma che forse è il momento di riscoprire.

Matteo Ferrari è monaco di Camaldoli.

lunedì 2 dicembre 2019

Alzo gli occhi verso il cielo.Matteo Ferrari "Una speranza che non delude"

Che cos’è la speranza? Noi abitualmente per comprendere questa parola così importante per la fede cristiana, partiamo dall’oggetto sperato. Quando parliamo di speranza facciamo riferimento ad un evento che può realizzarsi e speriamo accada; oppure pensiamo ad una cosa o persona che vorremmo possedere o incontrare.
Per la Bibbia non è così. Al centro della comprensione biblica della speranza non è l’oggetto sperato, ma l’azione di sperare. La Bibbia parte dal verbo non dal sostantivo. Ciò che interessa alle Scritture non è l’oggetto sperato, ma l’azione che compie il credente nel vivere nella speranza la sua esistenza.

«Io vigilo sulla mia parola»: il fondamento della speranza

Si tratta di una precisazione molto importante. Infatti per la Bibbia l’oggetto sperato, quando questo si inserisce nell’orizzonte della fede e del rapporto con Dio, non è una realtà che potrebbe anche non realizzarsi. La realizzazione è certa; è il modo di porsi dell’uomo di fronte all’agire di Dio ad essere incerto. Per l’uomo credente la vera questione è che egli sappia vivere la sua esistenza nella speranza e non che la cosa sperata possa o non possa realizzarsi. Infatti la speranza si esercita nei confronti di realtà promesse da Dio. Per questo la speranza è così fondamentale per la Scrittura. Infatti l’uomo biblico crede in una storia attraversata da una promessa di Dio, che, proprio perché fondata sulla Parola del Signore, non può deludere.

All’inizio del Libro di Geremia, nel contesto della sua vocazione profetica (Ger 1,1-19), troviamo una visione del profeta che può fornirci qualche spunto per riflettere sul tema della speranza nelle Scritture. Il Signore interroga Geremia sulla visione – «Che cosa vedi Geremia» – e il profeta risponde, affermando di vedere un ramo di mandorlo. Alla descrizione della visione da parte di Geremia, segue l’interpretazione della stessa da parte del Signore:

Il Signore soggiunse: «Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla». (Ger 1,12)

All’inizio di un libro profetico, segnato soprattutto dall’annuncio di una catastrofe imminente per il popolo – la conquista babilonese – questa visione iniziale è un primo annuncio di speranza per il popolo. Il testo gioca sull’assonanza in ebraico tra il termine «mandorlo» (shaqed) e il termine «vigilante» (shoqed). Il mandorlo è uno dei primi alberi che rimette i fiori allo spuntare della primavera; così il Signore è colui che garantisce il realizzarsi della sua Parola anche quando sembra non esserci più speranza per il futuro. La prima visione, collocata nel contesto della vocazione profetica di Geremia, annuncia un contenuto molto significativo di tutto il libro:

questo «vigilare» di YHWH intende affermare che c’è una forma, una corrente e una intenzionalità nella storia che non può essere annullata o evitata: tale intenzionalità sta al di sopra di ogni atteggiamento umano. Tale certezza è alla base della speranza umana ed è il fondamento del giudizio contro le pretese umane. (W. Brueggemann, Geremia, (Strumenti. Commentari 68), Claudiana, Torino 2015, 41)

È la vigilanza di Dio sulla realizzazione della sua Parola, è il fondamento della speranza del credente. Per questo motivo è più importante per la Bibbia l’atto di sperare che l’oggetto sperato. Infatti secondo le Scritture ebraiche l’oggetto sperato non è una realtà che può o meno realizzarsi. È invece una certezza, dal momento che la sua realizzazione viene garantita da Dio stesso. Ciò che viene sottolineato è l’atto che l’uomo compie vivendo nella storia con speranza, dal momento che questo ha a che fare con la sua fede e la sua relazione con il Dio della speranza. È significativo che nella Lettera agli Efesini si sottolinei che i pagani erano «senza speranza» (Ef 2,12), perché «estranei ai patti della promessa». La speranza è possibile perché si fonda sulla promessa di Dio. Si tratta di un dato molto significativo perché, in questo modo, la speranza diventa un tratto caratteristico e ineliminabile della fede, nella tradizione ebraico-cristiana.

C’è un altro testo del Libro di Geremia che può dirci qualcosa sulla speranza biblica. Si tratta del brano di Ger 31,1-22. Questo brano si inserisce nei cc. 30-31 del Libro di Geremia che formano una unità letteraria abbastanza omogenea e si presentano come l’annuncio del futuro che Dio sta preparando per il suo popolo. Questa sezione del libro di Geremia è anche detto “libro della consolazione”. Infatti, anche se il verbo “consolare” (nhm) compare solo due volte in Ger 31,13.15, questo è il tema che caratterizza la sezione: un annuncio di consolazione e di speranza per Giuda che si trova nelle condizioni dell’oppressione militare e dell’esilio. Il culmine della sezione consiste nell’annuncio di una nuova alleanza, che troviamo in Ger 31,31-34.

All’inizio del libro della consolazione, in Ger 30,1-4, Dio promette, tramite la voce del profeta, di cambiare la sorte del suo popolo: la sorte sarà cambiata con il dono della terra a Israele e a Giuda. Questi versetti quindi introducono il tema dominante di questi due capitoli di Geremia: la nuova opera che Dio sta per compiere in favore del suo popolo. All’inizio del testo a cui stiamo facendo riferimento si dice che la radice di tutto è l’amore eterno di Dio:

«Ti ho amato di amore eterno, per questo continuo a esserti fedele. 4Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata, vergine d’Israele. Di nuovo prenderai i tuoi tamburelli e avanzerai danzando tra gente in festa. 5Di nuovo pianterai vigne sulle colline di Samaria; dopo aver piantato, i piantatori raccoglieranno». (Ger 31,3-5)

La fedeltà di Dio è più duratura del peccato del popolo. Il Signore si rivela “da lontano” perché il popolo si è allontanato da lui (cfr. Ger 23,23 Sono io forse Dio solo da vicino – dice il Signore – e non anche Dio da lontano?). Si parla di costruire e piantare come nella vocazione del profeta in 1,10. Costruire indica la riedificazione delle città, piantare indica la vita agricola come attività che si compie quando è possibile il futuro e quando c’è pace.

Da qui nasce la speranza, a cui si fa esplicito riferimento in Ger 31,17. Nel testo si ribadisce che è possibile sperare per il popolo perché Dio lo ama e rimane fedele. Dio stesso afferma, per bocca del profeta:

Non è un figlio carissimo per me Èfraim, il mio bambino prediletto? Ogni volta che lo minaccio, me ne ricordo sempre con affetto. Per questo il mio cuore si commuove per lui e sento per lui profonda tenerezza». (Ger 31,20)

La speranza dell’uomo biblico è legata al volto di Dio. San Paolo nella lettera ai Romani può chiamare il Dio dei padri e di Gesù come «il Dio della speranza» (Rm 15,3). La speranza diventa un attributo di Dio, inscindibile dal suo stesso nome.

«Ho sperato nel Signore»: dalla speranza del popolo alla speranza del singolo

I Salmi sono un esempio di come il volto del «Dio della speranza» che segna la storia del popolo, giunga a toccare l’esistenza dei singoli credenti. Non solo il popolo può sperare perché il Signore è fedele e porterà a termine le sue promesse di salvezza, ma ogni singolo credente è chiamato a vivere la sua esistenza nella speranza, come elemento che può trasfigurare la sua vita, darle sapore e colore.

Nel Salmo 25 il Salmista può cantare: «Mi proteggano integrità e rettitudine, perché in te ho sperato» (Sal 25,21). Tutta la vita del credente è sotto il segno della integrità e della rettitudine perché è segnata dalla speranza nel Signore. La speranza è quindi la possibilità per il credente di avere una vita retta e giusta. Guardare al futuro con gli occhi della speranza rende possibile una vita bella e piena. Anche la «piccola storia» del singolo credente può diventare una «storia di salvezza» perché illuminata dalla speranza che si fonda sull’amore fedele di Dio.

Nel Salmo 27 il salmista invita il credente alla speranza: «Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore» (Sal 27,14). La speranza è fonte di fortezza nell’affrontare la vita. L’invito alla speranza come modo di stare del credente nel mondo si fonda per il salmista in una certezza: «Sono certo di contemplare la bontà del Signore» (Sal 27,13). Si rivela molto bene in questi due versetti come speranza e certezza, nella Bibbia, camminino insieme e non siano in contrapposizione, come lo sono nel nostro linguaggio comune.

Conclusione

La speranza, per come abbiamo potuto vedere in queste brevi riflessioni su alcuni testi biblici, per la Scrittura è il modo con cui i credenti abitano la storia e, soprattutto, guardano al futuro. Come un credente sta nella storia? È una domanda che trova in Dio la sua risposta. Il credente abita la storia credente, cioè facendo affidamento in un Dio che ama «di amore eterno». Per il credente l’esito della storia non è una «incognita», ma una certezza, che ha in Dio il suo garante. Da qui deriva la possibilità di abitare la storia con speranza. La «disperazione» è un vocabolo che dovrebbe essere sconosciuto al credente.

Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli