domenica 29 settembre 2019

Come se non: Lettera e spirito del Vaticano II di fronte al Vetus Ordo. Due interviste e due “motu proprio”

di Andrea Grillo 26/09/19


Negli ultimi giorni, due interviste, rilasciate rispettivamente dal Superiore generale della FSSPX (qui), sulla quale ho già scritto alcuni giorni fa (qui) e dal Prefetto della Congregazione del culto (qui) hanno chiarito molto bene le progressive difficoltà con cui la Chiesa cattolica può sopportare il permanere di un accesso al Vetus Ordo tridentino accanto e in parallelo a quel Novus Ordo, voluto dal Concilio Vaticano II e realizzato dalla Riforma liturgica ad esso successiva. Proprio il rapporto con il Concilio Vaticano II sta al centro delle opinioni espresse dai due esponenti ecclesiali:

a) Don Davide Pagliarani, nella sua lunga intervista, ha chiarito che, sulla base del rifiuto più completo della lettera e dello spirito del Concilio Vaticano II, solo il VO può garantire la identità cattolica. Per questo, ad avviso del capo dei lefebvriani, non ha alcun senso tentare una riconciliazione con la Chiesa di Roma, finché essa difende i documenti del Concilio Vaticano II. Pertanto celebrare con il VO implica, necessariamente, la condanna sia della lettera, sia dello spirito del Vaticano II.

b) Con una posizione diversa, ma profondamente consonante con la prima, il card. R. Sarah ha censurato chi ritiene di ostacolare il VO e ha sostenuto che, se interpretato “nello spirito del Vaticano II”, il VO possa offrire ancora frutti di pastorale e di spiritualità ingenti. A suo avviso non vi sarebbe alcuna contraddizione tra lo “spirito del Vaticano II” e la celebrazione col VO.

Mi pare che entrambe queste posizioni, pur nella loro differenza, vivano un problema insormontabile con il Concilio Vaticano II: il primo ne contesta apertamente la lettera e lo spirito, mentre il secondo pretende di “onorarne lo spirito”, ma ne dimentica e ne rimuove la lettera. Infatti il Concilio Vaticano II ha chiesto, esplicitamente e autorevolmente, di superare il VO, perché inadeguato alla esperienza di Cristo e della Chiesa di cui vive la fede cristiana. Tutti coloro che, in modo poco riflettuto, pensano di poter “conciliare” NO e VO debbono fare i conti, esplicitamente, con questa espressa volontà del Concilio, che ha chiesto di “riformare il rito romano in vista della partecipazione attiva dei suoi membri”, superando la loro qualità di “muti spettatori”. E per questo ha preteso una riforma profonda degli Ordines rituali. Il VO è apertamente e dettagliatamente contestato dal Concilio Vaticano II, soprattutto da SC48 e seguenti.

L’azzardo voluto, in modo contingente, dal MP “Summorum Pontificum” nel 2007 mirava ad una riconciliazione con il mondo del tradizionalismo. In realtà, come è evidente dopo 12 anni, questa generale liberalizzazione del VO ha solo fomentato ostilità verso il Concilio Vaticano II, ha aperto lotte piuttosto che portato pace. Ciò è dovuto ad un equivoco di fondo: non solo lo spirito, ma la lettera del Concilio non permette di essere aggirata per troppo tempo. Se si lascia ancora in piedi una forma rituale che è stata ufficialmente superata da una nuova, si illude una parte del corpo ecclesiale che sia aggirabile il Concilio e tutto ciò che questo significa. Fino ad incitare alla aperta ribellione contro un papa come Francesco, che fa del Concilio Vaticano II l’orizzonte ordinario del suo magistero. Vi è un legame molto più profondo di quanto non si creda tra resistenza a Francesco e frequentazione abituale del Vetus Ordo.

Pertanto è giunto il momento di trarre le conseguenze da questa imbarazzante situazione di equivoco. Il cammino della Chiesa esige, oggi in modo ancora più forte di ieri, che la liturgia cattolica si riconosca, in modo universale, solo in una forma, quella ordinaria. L’accesso a forme superate del rito cristiano deve essere subordinato, caso per caso, al giudizio dei vescovi locali, che possono valutare le singole circostanze eccezionali e concedere in forma limitata un accesso ad esse.

Questa verità, che negli ultimi 12 anni si è cercato in tutti i modi di negare, trova il suo fondamento non solo nella “contingenza” e nella “occasionalità” del Motu Proprio del 2007 (Summorum Pontificum, di papa Benedetto XVI), ma anche nelle solenni dichiarazioni del Motu Proprio del 1960 (Rubricarum Instructum, di papa Giovanni XXIII). Infatti, la correzione che il MP del 1960 è oggi in grado di offrire al dibattito distorto dell’ultimo decennio consiste in una limpida logica di “senso comune”. Quando fu fatta l’ultima edizione del “messale di Pio V”, nel 1962, la si fece in modo interlocutorio, in attesa che il Concilio – che allora era già indetto anche se non era ancora iniziato – delineasse quegli “altiora principia” in base ai quali sarebbe stata fatta la vera riforma del messale. Pertanto non solo la lettera e lo spirito del Concilio Vaticano II non può concepire una “vigenza parallela” tra NO e VO, ma lo stesso documento che ha prodotto il Messale del 1962, che oggi si pretenderebbe vigente “per sempre”, lo intende come “provvisorio” a “ad tempus”.
Grazie alle due interviste pubblicate di recente, e grazie al preciso ricordo dei due “motu proprio”, da correlare l’uno all’altro, possiamo oggi scoprire che il cammino del Vaticano II non permette di concepire un normale accesso al VO, se non mettendo in questione il Vaticano II, non solo nel suo spirito, ma anche nella sua lettera. Se possiamo capire che il Superiore dei Lefebvriani possa essere tanto critico con il Vaticano II da negarne tanto la lettera quanto lo spirito, cercando un sollievo e una resistenza soltanto nel VO, più difficile è comprendere come un Prefetto di congregazione possa dire di difenderne lo spirito, ma ne contraddica in modo tanto sconcertante la lettera.
Il “magnum principium” della riforma liturgica affermato dal Vaticano II – ossia la “actuosa participatio” – impedisce un accesso indifferenziato e incontrollato al VO. A maggior ragione con i più giovani. Questa verità oggi deve essere ripristinata con urgenza e con fermezza. Essa è decisiva per quel disegno di “chiesa in uscita” che il magistero di Francesco ha tratto, con limpida consequenzialità, dalle parole del Concilio Vaticano II. Le stesse parole che, con altrettanta consequenzialità, prendono congedo dalle forme tridentine di Chiesa e di vita cristiana.

sabato 28 settembre 2019

SettimanNews: Consapevoli di morire

7 agosto 2019 Paolo Gamberini

Riflessioni a margini dell’approvazione del parere del Comitato Nazionale di Bioetica.

Nella Plenaria del 18 luglio 2019 il Comitato Nazionale per la Bioetica ha approvato il primo parere sul suicidio medicalmente assistito. Nonostante all’interno del Comitato i pareri siano difformi, il documento intende svolgere una riflessione sull’aiuto al suicidio.

Criteri per il suicidio medicalmente assistito
Il Comitato ha riscontrato la grande difficoltà di riuscire a conciliare due principi, così rilevanti per la bioetica: la salvaguardia della vita, da un lato, e l’autodeterminazione del soggetto, dall’altro. Richiamandosi all’ordinanza n. 207/2018 della Corte Costituzionale, il documento richiama i quattro requisiti che possono giustificare un’assistenza di terzi nel porre fine alla vita di una persona malata: quando essa sia affetta da una patologia irreversibile;
che sia fonte di sofferenze fisiche o psicologiche da lei giudicate intollerabili;
che sia tenuta in vita grazie a trattamenti di sostegno vitale e che al contempo resti
capace di prendere decisioni libere e consapevoli.
Nel documento, più spesso, si fa riferimento alla volontà del soggetto, pienamente libero e consapevole, come condizione necessaria perché possa ricevere il trattamento necessario per morire a seguito di circostanze da lui stesso puntualmente determinate sul momento o previste anticipatamente (vedi DAT).

All’indomani di questa approvazione, la stampa ha dato rilievo di come “i cattolici” si siano opposti a tale decisione, ribadendo che la vita dev’essere affermata come principio essenziale, senza che questo principio sia subordinato o messo sullo stesso piano dell’autodeterminazione, libera e consapevole, del paziente. Con queste mie riflessioni vorrei rispondere all’appello del Comitato che auspica un’ampia partecipazione dei cittadini alla discussione etica e giuridica di tale questione, con la dovuta attenzione alle problematiche morali, deontologiche e giuridiche costituzionali.

L’ombra di Martini
Nei primi mesi del 2012 ho avuto per ben due volte la possibilità di intrattenermi in conversazione con il cardinal Carlo Maria Martini nell’infermeria dei Gesuiti a Gallarate. Pur nella difficoltà a parlare e nel contorcimento del suo corpo a motivo del Parkinson, abbiamo discusso di teologia: in particolare dell’agonia di Gesù nel Getsemani e del mistero della Trinità. Domande, dubbi e speranze sorgevano dall’anima. Sulla morte.

Altre volte, in condizioni diverse di salute, avevo avuto possibilità di colloquiare con lui, di questi argomenti. Mi accorgevo, tuttavia, che ora la sua consapevolezza su questi argomenti era di altro tipo: faticosa sì, ma intensa. Era presente. Sì, presente al presente… e lasciatemelo dire: nella presenza di Colui che il testo dell’Esodo 3,14 rivela come: Io Sono. Il 31 agosto di quello stesso anno è divenuto roveto ardente.

Poiché ne ero stato informato dall’infermiere, sapevo che il cardinale era stato sottoposto a terapia parenterale idratante, ma non aveva voluto alcun altro ausilio: né la Peg, il tubicino per l’alimentazione artificiale che viene inserito nell’addome, né il sondino naso-gastrico. Quel sondino, quell’alimentazione forzata, punto quanto mai controverso nel dibattito sul fine-vita.

Io sono sì il mio corpo. Mi identifico con ciò che sento e vivo. Tanto più che, se altri possono pensare di trattare il “mio” corpo alla stregua di un oggetto, proprio nella malattia comprendo per parte mia, con innegabile immediatezza, che il mio corpo sono io; che la mia identità personale è legata al mio corpo; che il mio corpo non può essere trattato solamente come oggetto né da me né da altri; che sono intrinsecamente vulnerabile.

Vulnerabilità e ulteriorità
Ma, allo stesso tempo, proprio perché sono presente al mio corpo, io non sono il mio corpo. Io sono. È l’anima, la consapevolezza, che informa il corpo come mio e me lo fa riconoscere come “mio”. Come il corpo è l’immagine fisica della mia anima, così l’ego è l’immagine vitale della mia anima.

Fintanto che mi identifico con il mio corpo, avrò sempre paura della morte come la fine di cosa sono. Fintanto che mi identifico con il mio ego, avrò sempre paura della cessazione di chi sono. “Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,39).

Quella del cardinale è stata sì una libera scelta, un’autodeterminazione, ma in quanto tale è stata risposta a quell’orizzonte imprescindibile e intangibile in cui si dà la dignità umana.  Quando parliamo di dignità umana nelle questioni di fine-vita bisogna essere consci dell’ambiguità di questo concetto. Ci si appella alla dignità umana come ad un imperativo categorico: sia per sostenere una morte “degna dell’uomo” nel senso di un uccidere su espresso desiderio, sia per dimostrare che la dignità umana esclude ogni forma di eutanasia.

Occorre, però, precisare un minimo di contenuto a ciò che si intende per “dignità umana” per evitare ambiguità. Secondo l’indicazione della costituzione pastorale Gaudium et spes  (n. 16) il contenuto essenziale della dignità umana è dato dalla “coscienza” che è «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria».

Non si tratta di un semplice sentire, ma di una “consapevolezza di sé” che è il riflesso, lo specchio di una presenza trascendente. È proprio dell’essenza dello specchio quella di essere nulla in sé e per sé, se non riferimento ad Altro. Io sono, non perché sono ma perché non sono. E non comprendo. L’esperienza incomprensibile della sofferenza e della morte rivela qualcosa di quella “presenza” di Dio che ciascuno scopre nella propria interiorità, senza poterla disporre: interior intimo meo. «[L’] incomprensibilità del dolore è un frammento dell’incomprensibilità divina».

La nostra capacità di disporre di noi stessi è resa possibile da questa incondizionata e incomprensibile “presenza” che ci sollecita non tanto a trattenere noi stessi ad ogni costo e attraverso ogni mezzo, ma ad abbandonare noi stessi incondizionatamente a questa incomprensibilità. Nell’Io Sono della morte. La dignità umana si realizza propriamente nella capacità di disporre di sé con consapevolezza e libertà, e quando è possibile con amore, e non nell’essere disposti da una macchina o da un deus ex machina.

La saggezza necessaria nell’era tecnica
Senz’altro il progresso medico è assai positivo. Ma, nello stesso tempo, le nuove tecnologie, che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano, richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando questi non giovano più alla persona. In particolare, quando non c’è più proporzionalità tra reale miglioramento e dignità del paziente.

Fin dai tempi di Pio XII – come si può riscontrare nel suo memorabile discorso rivolto ormai 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori – la Chiesa cattolica ha compreso che la sacralità della vita non è ostaggio di una macchina terapeutica. Il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 2278) insegna che è legittimo sospendere o rifiutare terapie «gravose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi».

Consapevoli di morireLa morale cattolica pone limiti non solo all’accanimento in senso stretto, ma anche a tutti gli interventi che risultassero in qualche modo impraticabili o insostenibili per un malato perché troppo dolorosi, o perché gravati di pesanti effetti collaterali, o perché economicamente impossibili o perché configurano una sproporzione evidente fra mezzi impiegati ed effetti conseguiti.

Tuttavia, a motivo della crescente capacità terapeutica della medicina che ormai consente di protrarre la vita in maniera indefinita, diventa sempre più difficile stabilire quali siano le cure da considerare “doverose”, omettendo le quali non si ha più la sospensione di accanimento terapeutico ma vera e propria eutanasia. Il confine tra cure “doverose” e “proporzionate” e cure “sproporzionate” ed “eccessive” sta diventando sempre più difficile.

Il discernimento e la valutazione concreta di ciò che è da compiersi non sono immediati o risolvibili in un semplice: sì o no. Tra ciò che può essere considerato accanimento terapeutico e abbandono terapeutico si inserisce inevitabilmente lo spazio della coscienza, prima di tutto del paziente ma non solo. Il corpo del paziente non è un puro materiale biologico.  Avendo sempre presente la consapevolezza di sé e la libera decisione del paziente, è possibile valutare quali siano le terapie proporzionate, tecnicamente corrette per lui.

Indurre la morte altrui
Le esigenze spirituali del soggetto e il rispetto della sua volontà non possono mai essere messe a disposizione di una macchina e questa non può divenire prolungamento del suo corpo. In merito a questo dilemma – tra accanimento e abbandono – il card. Martini venne ad esprimere una posizione assolutamente controcorrente: «Non si può mai approvare il gesto di chi induce la morte di altri, in particolare se si tratta di un medico. E tuttavia non me la sentirei di condannare le persone che compiono un simile gesto su richiesta di un ammalato ridotto agli estremi e per puro sentimento di altruismo, come pure quelli che, in condizioni fisiche e psichiche disastrose, lo chiedono per sé».

Così la sacralità della vita non può essere messa a disposizione di un deus ex machina. Affermare che la vita è proprietà di Dio e solo lui – in quanto suo creatore – può disporre di essa significherebbe ridurre Dio ad un idolo o al ruolo di “primo” primario del reparto al quale solo spetta la decisione finale da prendere per il paziente.  Se l’uomo è responsabile della sua vita, lo è anche della fine, perché inizio e fine sono inscindibilmente uniti.

Come affermano sia Teilhard de Chardin sia Rahner, confratelli di Martini, Dio fa sì che il mondo – e quindi l’uomo – si faccia. La determinazione consapevole e libera di sé è il modo più umano con cui la creatura risponde al dono che Dio gli fa della vita. Questa è la volontà di Dio per l’uomo: quella di determinare consapevolmente e liberamente se stesso, senza delegare a una macchina o a un deus ex machina se stesso.

«La vita non è riducibile a un oggetto biologico costruito dalle scienze, ma è piuttosto l’esperienza di un senso donato, che dischiude alla coscienza una promessa che la interpella, sollecitandola all’impegno e alla decisione di sé nella relazione all’altro».

L’arte del disporre di sé
Esser capaci di disporre di sé non avviene automaticamente. C’è bisogno di esercizio, così come c’è per allenare il corpo. C’è bisogno di un esercizio che abiliti il soggetto ad essere liberamente consapevole del fine che desidera dare alla sua vita nel contesto della fine. Il card. Martini è stato un maestro di esercizi spirituali, predicandoli ad altri ma innanzitutto a se stesso. Gli esercizi spirituali orientano nell’arte di vivere bene. Nell’arte di benedire tutto anche il morire. «Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale».

Il latino “ars” e il sanscrito “are” fanno riferimento alla capacità di “ordinare”, di “mettere in ordine”; l’equivalente greco, τέχνη, indica invece la capacità di fare qualcosa secondo determinate regole. Anche gli esercizi spirituali hanno proprie regole che rendono possibile la realizzazione di un preciso fine – come vien indicato al n. 20 degli Esercizi di sant’Ignazio – che è di mettere ordine, cioè dar senso alla propria vita, senza prendere decisioni in base ad alcuna affezione disordinata.

Qual è l’ordine, il senso entro il quale tutto viene orientato? Al n. 23 degli EE.SS: «È necessario renderci indifferenti verso tutte le realtà create, in modo che non desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo creati».

Nel libretto scritto assieme a Ignazio Marino, Credere e conoscere, il card. Martini ci tiene a precisare che la prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto. Sopra di esso sta quello della dignità umana, dignità che nella visione cristiana e di molte religioni comporta una apertura alla vita eterna che Dio promette già qui sulla terra. «La tua grazia vale più della vita» (Salmo 62,4).

E cosa è mai la grazia, se non la “presenza” di Dio? Quel segreto intimo di noi stessi, quell’orizzonte intangibile ed ineffabile, su cui si radica e sboccia la dignità umana. In termini classici diremmo “l’anima”, le cui caratteristiche sono: consapevolezza, libertà e relazione. È presenza di Dio e della sua immagine. Non si tratta della sola presenza di Dio. È anche presenza di “altri”, di coloro che sono prossimo.

Il prossimo a me presente
Pur restando vero che la decisione sulle cure e sulle terapie spetta prima di tutto al paziente, tanto la consapevolezza (sapere cum) quanto la libertà (dalla radice indoeuropea “leudh”: popolo, die Leute, quindi “appartenenza”) fanno riferimento al contesto di relazioni in cui vive il paziente: medici, parenti e amici. Per rimanere “soggetti” e quindi “vigilanti” nel soffrire e nel morire, e non divenire “oggetti” passivi, è necessaria un’etica dell’accompagnamento.

Coloro che vivono la fase del fine-vita hanno una grande paura non solo del dolore o della stessa morte, ma anche di essere un peso, un disturbo agli altri. In questo momento soprattutto i medici sono chiamati a stare vicino al malato e impostare il loro operato secondo la virtù della compassione, specialmente rispettando la volontà del paziente nella determinazione del suo bene. Essere vicini senza sostituirsi.

Nel Messaggio alla Pontifica accademia per la vita sulle questioni del fine-vita (16 novembre 2017) papa Francesco coniò in tal senso un imperativo categorico: non abbandonare mai il malato! «L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia!».

Non lasciare nessuno da solo
Aggiungerei a quanto dice papa Francesco che il paziente sia aiutato a dare amore alla sua vita attraverso una buona morte, consapevole e libera, così come attraverso «la donazione degli organi come atto di generosità e di solidarietà tra gli esseri umani».

È illuminante quanto afferma papa Francesco nella sua esortazione apostolica Amoris lætitia al n. 308 in riferimento al bene possibile: «Bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone, lasciando spazio alla “misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile”. Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione. Consapevoli di morireMa credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, “non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada”. I pastori che propongono ai fedeli l’ideale pieno del Vangelo e la dottrina della Chiesa devono aiutarli anche ad assumere la logica della compassione verso le persone fragili e ad evitare persecuzioni o giudizi troppo duri e impazienti. Il Vangelo stesso ci richiede di non giudicare e di non condannare (cf. Mt 7,1; Lc 6,37). Gesù “aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita ci si complica sempre meravigliosamente”».

Nel già citato Messaggio alla Pontifica accademia per la vita, papa Francesco sottolinea quanto sia difficile la valutazione dei fattori che entrano in gioco «quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica». Non è sufficiente applicare le regole.

«Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. … È un discernimento non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo».

Una cultura del morire
Nella nostra cultura sta diventando accettabile che le persone muoiano. Per molti decenni, la morte è stata tenuta a porte chiuse. Ma ora le stiamo permettendo di uscire allo scoperto e viene riconosciuto il diritto di ogni persona a scegliere con responsabilità e consapevolezza quando dire addio ai propri cari.

A conclusione di queste riflessioni, mi permetterei di aggiungere che l’uso del verbo “morire” più che del sostantivo “morte”, sarebbe preferibile. Per una cultura del morire.  Si tratta di un paziente processo, appunto del tempo di morire, che accade nella consapevolezza di sé e nella libera disposizione di sé.

La dichiarazione anticipata di trattamento (DAT), oltre ad avere la funzione di documento legale che specifica in anticipo i trattamenti sanitari da intraprendere nel caso di una propria eventuale impossibilità a comunicare direttamente a causa di malattia o incapacità, potrebbe divenire un’occasione per guardare in faccia per un momento la propria vita, dall’inizio alla fine, e porsi la domanda: come desidero morire e quale fine dare alla mia fine. Quasi un sacramento “laico” di iniziazione.

Avvenire: Roma. Suicidio assistito, Russo (Cei): non è libertà, ma cultura della morte

Il segretario generale della Cei: la società perde il lume della ragione. «Anomalo un pronunciamento così forte senza un passaggio parlamentare»

La Chiesa italiana ribadisce lo “sconcerto” per la sentenza della Corte Costituzionale che apre al suicidio assistito. Assicura che sarà “vigilante” su come legifererà il Parlamento, con la speranza che contenga “paletti forti” e tuteli la garanzia del diritto di obiezione di coscienza per il personale sanitario. Lo fa attraverso le parole del segretario generale – il vescovo Stefano Russo - durante la conferenza stampa a chiusura della sessione autunnale del Consiglio episcopale permanente.

“Non comprendiamo come si possa parlare di libertà”, ha rimarcato monsignor Russo. “Qui si creano i presupposti per una cultura della morte, in cui la società perde il lume della ragione”, ha proseguito il vescovo, secondo il quale “stiamo assistendo a una deriva della società, dove il più debole viene indotto in uno stato di depressione e finisce per sentirsi inutile”. “Speriamo che ci siano dei paletti forti”, è l’auspicio in attesa di vedere il dispositivo della sentenza.

Per Russo poi “è anomalo che un pronunciamento così forte e condizionante sul suicidio assistito arrivi prima che ci sia un passaggio parlamentare”. “In Europa – sottolinea - è la prima volta che accade”. Il segretario generale della Cei ha quindi garantito l’impegno dei vescovi italiani ad essere “attenti e vigilanti a tutela della vita delle persone, soprattutto di chi si trova in situazioni di disagio, di difficoltà, di malattia”.

Rispondendo a una domanda monsignor Russo ha affermato che “è difficile parlare di una frattura” tra Stato e Chiesa in questo frangente sul tema fine vita. “Siamo sempre stati attenti al dialogo”, ha proseguito il presule: “Avvertiamo la necessità di farci prossimi alla vita della gente”. “Non ci può stare bene”, ha precisato tornando sul merito della sentenza.

Interpellato su eventuali prossime mobilitazioni o iniziative della Chiesa italiana, il vescovo si è così espresso: “Vedremo, lo faremo in stile di confronto e di rispetto per le persone, e in uno spirito di dialogo costruttivo”. “Agiremo – ha precisato - per una prossimità a chi si trova in uno stato di indigenza legato alla salute, a coloro che si trovano in un percorso particolare della loro vita che li vede in situazioni difficili”.

Riguardo alla questione dell’obiezione di coscienza monsignor Russo ha ribadito che “il medico esiste per curare le vite, non per interromperle”. “Chiediamo che ci possa essere questa possibilità”, precisando che “quando parliamo di libertà, ciò non può non avvenire” in questi casi. “I medici sono per la vita, e non per intervenire sull’interruzione anticipata della vita delle persone”, ha ripetuto il presule ricordando che “il Codice deontologico dei medici non prevede questa possibilità”.

La conferenza stampa ha visto per la prima volta la conduzione del nuovo direttore dell’Ufficio per le comunicazioni sociali della Cei, nominato oggi: il laico – è la prima volta – Vincenzo Corrado, finora vice di don Ivan Maffeis, che comunque oltre a ad essere sottosegretario mantiene anche l’incarico di “portavoce” dell’episcopato italiano.

Colloquiando con i giornalisti monsignor Russo ha inoltre affrontato il tema della ricostruzione nelle zone colpite dal terremoto in Centro Italia tre anni fa. “C’è un’ordinanza – ha ricordato - che riguarda oltre 600 chiese: speriamo che si sblocchi quanto prima”. “Speriamo che si possa arrivare in minima parte al recupero dei beni ecclesiastici”, ha poi auspicato, precisando che dopo il sisma “oltre duemila chiese sono inagibili e riguardano un territorio vastissimo”. “Speriamo – ha concluso - che si accelerino anche le procedure legali per le abitazioni civili delle persone”.

martedì 24 settembre 2019

Come se non: I bambini dimenticati e la distrazione indotta dai media. Sui casi tragici di amnesia paterna

di Andrea Grillo

“Si dimentica forse una donna del proprio figlio?” (Is 49,25). La sapienza biblica e popolare sa bene che il legame tra madre e figlio, in misura diversa anche tra padre e figlio, è una tale priorità che solo in casi estremi può sopportare “altre priorità”. La cronaca ci dice, tuttavia, che si ripetono casi, nei quali il figlio, per un padre e per una madre, diventa irrilevante, può essere dimenticato, può addirittura scomparire dall’orizzonte. E può morire per questa amnesia. Una dimenticanza di qualche ora può costare la sua vita.

Accade così. Hai sistemato tuo figlio sul seggiolino, dietro di te. Lo fai tutte le mattine. Lo appoggi delicatamente, stringi le cinghie che lo fissano al suo sedile, lo saluti con un sorriso, poi sali davanti e appena hai messo in moto, con un fenomeno assolutamente certo, già il bimbo inizia a socchiudere gli occhi. Dopo due curve, dorme. E’ sempre così. Purtroppo. Perché così il figlio scompare non solo dall’occhio, ma anche dall’orecchio. Diventa parte dell’automobile, impercettibile. Questo effetto di sparizione è accentuato dal fatto che la legge, per buone ragioni, ha vietato di collocare i seggiolini sul sedile davanti, accanto al guidatore. Bambini dietro: è più sicuro, in caso di incidente. Ma la maggiore sicurezza, nel caso limite e accidentale, diventa rischio maggiore, nel caso in cui alla normale “routine” subentri una variante. Può essere una strada chiusa che costringe ad un lungo giro supplementare, oppure una consegna insolita o una commissione imprevista: alterando la sequenza ordinaria, magari con la musica di sottofondo, può portarti a “sentire” di poter filare dritto al mercato, o in ospedale, o in fabbrica, o in ufficio. E corri via, convinto di aver compiuto la solita sequenza, a cui manca però la “consegna alla scuola materna”. Pensi di averlo fatto, ma non lo hai fatto. Non solo la mente, ma il corpo, il tatto, il buon senso, ha immaginato, ma non ha compiuto il gesto. Solo quando te ne ricordi, all’improvviso, ti si gela il sangue nelle vene e provi a rimediare. Ma la macchina chiusa, preservata da ogni filo d’aria esterna, si surriscalda ed è spesso una trappola mortale, che non lascia scampo. E’ troppo tardi. La breve amnesia ha un prezzo insopportabile.

Rileggere sul piano “morale” la dimenticanza è sempre possibile, ed anche necessario, ma rischia di non cogliere il cuore della questione. Le “forme di vita complesse” alle quali siamo costretti nella “società aperta” introducono forme di comportamento in cui la amnesia diventa molto più facile di prima. La sequenza di “stimoli” a cui siamo sottoposti oggi è 100 volte maggiore di quella di 50 anni fa. E mette alla prova la nostra “agenda” in modo drammatico.

Alcune considerazioni, per recuperare la rilevanza di una questione morale, non ridotta al “dovere del soggetto”, ma che tenga conto delle nuove condizioni della esistenza, appare necessaria. Rispondere, come fanno alcuni psicologi, che la causa è “neurologica, non morale” appare giustificato, ma troppo semplicistico. Non nel senso di una “non colpevolizzazione del soggetto”, ma nel senso di una necessaria riflessione sulle condizioni “metasoggettive” che conducono a questi eventi. Alla domanda “è possibile che un padre si dimentichi della figlia che dorme nel seggiolino e la condanni alla morte per asfissia?” la risposta è: essendo un dato reale, deve essere affrontato seriamente, non soltanto sul registro della colpa. Proviamo a indicare una strada.

I “media” : attenzione e distrazione

Oggi siamo circondati da “media”: con media si intendono non solo telefoni, televisioni, radio, ma anche automobili, seggiolini, semafori, corsie preferenziali, orari…tutto questo esige contemporaneamente un enorme potenziamento di due facoltà che sembrano contraddittorie. Abbiamo bisogno di molta maggiore “attenzione” e insieme di molta maggiore “disattenzione”. La attenzione – che ci rende affettivamente insensibili – pretende da noi una presenza a noi stessi per guidare l’auto, e insieme telefonare, e insieme programmare il navigatore, e insieme rispondere ad un messaggio di posta elettronica. Questa attenzione che i media “pretendono” inclina ad una progressiva distrazione da tutto il resto. Anche da tuo figlio.

Il soggetto paterno e materno si “arma” contro l’assalto di attenzioni che rende distratti. Ma è disarmato verso il “caso imprevisto”. La alterazione della sequenza, che l’accidentale diversione introduce, è travolgente e azzera le risorse, per quante ne possiamo avere. Qui occorre una riflessione diversa. Dobbiamo chiederci: che cosa può interrompere questa progressiva inclinazione alla indifferenza, che deriva precisamente dal bombardamento di attenzioni richieste dai media sempre più sofisticati?

Per resistere alla indifferenza potrebbe essere utile riattivare i canali elementari di rapporto: ossia vista e udito. Un figlio “visibile” e “udibile” non può scivolare nella amnesia. Di fatto la proposta di “seggiolini con allarme” risponde precisamente a questa esigenza. E lo stesso potrebbe essere la riconsiderazione della posizione “anteriore” del seggiolino, che risolverebbe in radice il problema della amnesia, con la visibilità del figlio sempre accanto al guidatore. La “virtualizzazione del rapporto”, che pure permette di curarlo e coltivarlo con finezza, diventa a rischio quando si è alla guida. Forse perché quell’effetto di “dimenticanza di sé” – che notiamo tanto nel bambino, che proprio in auto si addormenta così facilmente – minaccia anche il genitore. La condizione dell’uomo in automobile, non importa se piccolo o grande, è una condizione “di compiutezza cullata”. Una macchina iperaccessoriata, ossia ipermediata, pone le premesse per una maggiore attenzione, ma anche per nuove forme di distrazione. Ad es. i “sensori di parcheggio” sono una grande comodità, ma abbassano la attenzione del soggetto sul reale “esterno”. Se non senti il suono, pensi che non ci sia ostacolo. Inizi ad abituarti a parcheggiare non con gli occhi, ma con le orecchie. Questo diventa però anche una nuova fragilità, se torni a guidare un’auto priva di sensori. Ed alza molto il rischio di incidente in retromarcia: non senti nessun rumore finché non fracassi il paraurti posteriore contro il muro. Così, per comprendere le amnesie tragiche dei padri, anche la “chiusura a distanza” dell’auto rende possibile “imprigionare il figlio” senza neppure toccare l’automobile, senza guardarla, salutando gli amici o ascoltando musica: ossia nella più totale distrazione. Tutte le “comodità” che infiniti “media” ci rendono disponibili e che ci viziano, mettono alla prova la nostra sensibilità ordinaria. E le tendono anche agguati, di cui dobbiamo diventare consapevoli.

Amnesia del padre, amnesia del figlio

La tradizione conosce (e si preoccupa di evitare) la amnesia filiale, il figlio che si dimentica del padre e della madre, mentre quasi non riesce a concepire la amnesia materna/paterna. “Onora il padre e la madre” ha il suo fondamento sul fatto che il padre e la madre non si dimenticano mai di te. Mentre può sempre capitare che il figlio e la figlia si dimentichino della madre o del padre. Questo è un caso molto più frequente. E può assumere la forma di una “amnesia generale” oppure di una “amnesia particolare”. Vorrei raccontare qui il caso di una amnesia particolare, nella quale sono caduto molti anni fa, che ha tratti simili a quelli oggi balzati alla cronaca. Nulla di drammatico, in quel caso, se non una inspiegabile e totale perdita della memoria. Ecco i fatti: da anni la sequenza del giovedì sera, a settimane alterne, era questa: da casa mia, per andare all’incontro di catechesi di Casa Zaccheo, a Savona, passavo sotto casa da mia madre, che aspettava nel portone, ad ora certa, con i dolci preparati per il fine serata, e mi accompagnava all’incontro. Così era stato, da sempre. Ma quella sera, a causa della presenza di un ospite della serata, le cose andarono diversamente: avevo prelevato l’ospite alla stazione, avevo cenato con lui e con altri e poi lo avevo accompagnato direttamente alla sede della conferenza. Poi conferenza, discussione, saluti, ritorno a casa. Alle 23.30, squilla il telefono di casa: mia madre mi dice “sono stata un’ora ad aspettarti e non sei venuto. Non mi sentivo più le gambe. E sono tornata su”. Quella tappa consueta si era completamente volatilizzata, senza lasciare traccia. Ovviamente questo era possibile allora, nella età prima del telefono cellulare, che oggi è rimedio provvidenziale per queste eventualità. Ma ciò che voglio ricordare è la totale perdita di memoria circa la attesa di mia madre. E’ riemersa alla coscienza solo 3 ore dopo, all’improvviso e troppo tardi. Nulla di irreparabile, né di paragonabile, almeno come effetto, ai casi attuali. Ma credo che la dinamica mentale, psicologica e comportamentale sia stata la medesima. Una sequenza abituale, alterata da una presenza e da incombenze eccezionali, ha modificato la coscienza, cancellando alcuni anelli della catena. La mente, il corpo, la azione rimuove una parte della sequenza, salvo recuperarla come mancante, all’improvviso, qualche tempo dopo. Amnesia paterna, amnesia filiale, forse anche amnesia fraterna sono possibilità di sempre, ma rese più facili da un mondo che, potendo mediare tutto, rende tutti strutturalmente molto più sensibili ma, nello stesso tempo, molto più indifferenti. Non si tratta della colpa di singoli, ma delle forme di vita comuni, che dobbiamo rendere umanamente vivibili, con alcune accortezze antiche e con alcune attenzioni nuove. In questo senso i casi tragici delle amnesie paterne sono “casi morali” di cui dobbiamo occuparci con nuovi strumenti di discernimento.

lunedì 23 settembre 2019

Timothy Radcliffe "Amanti"

in “l'Espresso” del 15 settembre 2019



Mi ha molto divertito ricevere la richiesta di parlare della canzone di Patti Smith dal titolo “The night belongs to lovers”, la notte è fatta per gli amanti.

Cosa mai può avere da dire su un testo simile, così pieno di passione erotica, un vecchio prete cattolico? E per di più un prete inglese? Eppure mi è parso subito un argomento affascinante.
Non solo perché come tutti voi sono un essere umano. Bensì perché tutto ciò che ha a che fare con l’amore ci dice qualcosa di quel Dio che noi riteniamo essere amore.
Il testo più appassionato di tutto il mondo antico si trova proprio nella nostra Bibbia.
È il Cantico dei Cantici. E poi sì: la notte è fatta per gli amanti. Ma è fatto per loro anche il giorno.
L’amore si arricchisce nell’alternanza di notte e giorno. E l’uno ha bisogno dell’altro se il nostro amore deve essere davvero appassionato, umano e addirittura santo.
Cominciamo dal volto. Nell’oscurità della notte, il volto dell’amato non si vede. Possiamo forse toccarlo, ma ci è invisibile. L’invisibilità del volto è un segno di grande intimità. Quando noi vediamo qualcuno che amiamo dall’altra parte della stanza, ne vediamo tutto il corpo. Poi, mentre ci avviciniamo e lo abbracciamo, riusciamo a scorgerne solo il volto. E, se lo baciamo, anche il volto scompare. Ma non possiamo restare abbracciati per sempre. Dobbiamo prima o poi dividerci e ricominciare a guardarci. La stessa cosa succede nella nostra relazione con Dio.
Wittgenstein ha scritto: «Il volto è l’anima del corpo». Rivela ciò che siamo. O a volte lo nasconde.
Noi tutti a volte indossiamo delle maschere. Eleanor Rigby, nella canzone dei Beatles, esce da casa sua «mettendosi la faccia che tiene nel barattolo vicino alla porta». Le nostre facce possono essere maschere dietro cui ci nascondiamo, con dei falsi sorrisi o con una gelida indifferenza.
Amare qualcuno significa imparare l’arte di leggere il suo volto. Noi impariamo a penetrare dietro la sua maschera.
Una volta ero in viaggio in Algeria con il vescovo di Orano. A causa dei combattimenti non potemmo prendere l’aereo e dovemmo usare la vecchia auto del vescovo. Fummo bloccati da violenti combattimenti tra la gente e l’esercito. La gente circondò la vettura e fece scendere il guidatore e i passeggeri, presumibilmente per prenderli in ostaggio.
Davanti alla vettura un giovane uomo, con in mano una pietra delle dimensioni di un pallone da calcio, gridava alla folla di circondarci.
Mentre gli altri arrivavano sembrava proprio che anche noi saremmo stati fatti prigionieri. Ma il vescovo vide una via d’uscita, diede gas e riuscimmo a scappare.
Non dimenticherò mai il volto di quel giovane uomo. Era, a prima vista, solo pieno di rabbia. Ma sotto la rabbia, potevo vedere la paura. Magari si stava chiedendo come aveva fatto a finire in quei disordini e che cosa gli sarebbe toccato fare a quel punto. E poi sotto la paura si vedeva il volto di un giovane uomo amato e amabile. Il volto di una persona cui in altre circostanze avrei potuto volere bene. Ripensando a questo incontro, fui colpito dalla complessità del suo volto, un vero caleidoscopio di emozioni.
Il nostro amore gli uni per gli altri, sia amicizia o passione amorosa, richiede che noi guardiamo, tocchiamo e conosciamo bene il volto dell’altro. Eppure nella notte, se abbiamo una relazione di passione, il volto scompare, come pure scompare in un abbraccio affettuoso. Il volto di chi si unisce fisicamente a noi smette di esistere in quanto volto di un’altra persona. Si diventa un essere unico, “una carne sola” come dice la Bibbia.
I confini svaniscono. Non c’è più “io” o “tu”, solo “noi”. Ma, come dice l’Ecclesiaste, c’è «un tempo per abbracciarsi e un tempo per allontanarsi». L’amore significa che noi ci prendiamo cura con affetto dell’indipendenza e dell’alterità dell’altro.
Come cristiano io credo che questo ritmo di notte e giorno, di separazione e di vicinanza sia una piccola parte di quell’amore infinito che è Dio. Perché, come ha detto Sant’Agostino, Dio è più vicino a noi di noi stessi. O, come lo esprime il Corano, “Dio è più vicino a me della mia giugulare”. Dio è al centro del mio essere, e mi dà esistenza. E se Dio mi sembra assente forse è perché io sono assente da me stesso. Dio mi è più vicino di quanto io possa immaginare.
La storia del cristianesimo è la storia del volto di Dio. Israele desiderava vedere il volto di Dio: «Lascia che il tuo volto risplenda su di noi e noi saremo salvati». Essere salvati significava essere ammessi alla visione del volto di Dio. Noi crediamo che duemila anni fa Dio si sia fatto carne e sangue nel volto di un Ebreo del primo secolo, Gesù. Lui guardò la gente e vide chi erano. Loro lo guardarono e il mondo si rischiarò. Era il momento diurno della nostra relazione.
Poi il volto di Gesù scomparve e non fu più in mezzo a noi. Noi addirittura non sappiamo che viso avesse. Ogni generazione inventa la sua immagine. Tuttavia questa non è una assenza di Gesù, ma una più profonda intimità. È l’intimità della notte che è fatta per gli amanti. Noi tutti perdiamo il volto di Dio qualche volta. Solo che il cristiano perde Dio per ritrovare Dio ancor più vicino a sé.
Per l’ateo c’è solo l’assenza. Atei e cristiani perdono entrambi l’immagine infantile di Dio come simpatico vecchietto con la barba bianca seduto sulla nuvola.
Per i credenti questo significa riscoprire Dio ancor più vicino. Per l’ateo, ognuna di queste esperienze significa un’assenza più profonda.
Mick Jagger dei Rolling Stones canta così: “Non vuoi andare in giro e parlare di Gesù/ vuoi solo vedere la sua faccia”. In quest’epoca in cui è notte e non vediamo il volto di Gesù, noi dobbiamo essere quel volto gli uni per gli altri. Come forse ha detto Santa Teresa d’Avila: egli «non ha altro volto che il tuo». La testimonianza più importante della nostra fede è il nostro stesso volto, che guarda il mondo con amore e compassione, che sorride. Lo possiamo incontrare dovunque.
Brian Pierce, un domenicano americano, durante i suoi anni universitari si trovava in viaggio in Perù per studiare lo spagnolo. Un giorno stava attraversando in automobile un povero villaggio andino, quando una donna indigena lo guardò attraverso il finestrino per chiedergli una moneta. Lui fu colpito dal suo volto. Prima che lui potesse fare alcunché, la macchina sfrecciò via: da allora ha il grande rimpianto di non aver neppure toccato la sua mano. Il suo volto pieno di sofferenza e dignità gli è rimasto impresso nella memoria. Lo sarà per sempre. Fu l’inizio della sua vocazione da domenicano. Ha scritto: «In superficie ero semplicemente sopraffatto, mi faceva male lo stomaco.
Ma nel profondo del mio essere Dio stava preparando il terreno. Grazie a Dio, ho visto quel volto e ho cercato di toccare quella mano molte, molte volte. Oggi per me quel volto è il volto del coraggio e della dignità. Oggi io penso a quel volto come al volto di Dio».
La notte è il tempo per toccarsi. Ma questo, la canzone ci dice, è sicuro. «Le mie mani non possono ferirti». San Tommaso d’Aquino ci dice che il tatto è il più umano di tutti i nostri sensi. È anche l’unico ad essere intrinsecamente reciproco. Posso vedere senza essere visto. Posso udire senza essere udito. Posso sentire degli odori senza venire a mia volta percepito. Ma se si tocca in modo adeguato e sicuro, allora si viene anche toccati.
La pelle è il più esteso degli organi umani. Ci circonda e al tempo stesso costituisce il confine tra noi stessi e gli altri. Ma è anche il luogo dei contatti più intimi.
La parola stessa “contatto” ha nella sua radice una sensazione tattile reciproca: con-tatto. Ma perché la pelle sia il luogo del contatto bisogna anche che ci sia la giusta distanza. Se ci si tocca sempre si diventa invadenti.
Questo però non può durare. Arriva sempre il tempo di separarsi e di essere di nuovo distinti. San Tommaso d’Aquino dice bene quando scrive: «Nell’amore due diventano uno, pur restando distinti». Se non ci fosse separazione, ci staremmo divorando. E dunque la notte è fatta per gli amanti, ma lo è anche il giorno. C’è il tempo per essere due e il tempo per essere uno. L’arte di amare consiste nel sapere quando dare spazio e quando essere intimi. Sviluppare la capacità d’amare un altro essere umano significa imparare ad essere vicino agli altri, ma anche saper dare loro spazio, in modo che non siano sopraffatti da noi. Al cuore del cristianesimo c’è la credenza che Dio sia un dio che ci tocca. Nella Cappella Sistina Michelangelo dipinse Dio che allunga la sua mano per chiamare un Adamo dormiente alla vita. Il tocco divino si è fatto carne e sangue in Gesù, e adesso in noi stessi. Gesù toccava gli intoccabili: i lebbrosi, gli ammalati e addirittura i morti.
Questo lo rendeva ritualmente impuro agli occhi dei Farisei. Gesù non aveva paura di essere toccato.
La nostra società sta vivendo una crisi del contatto fisico. Spesso lo sentiamo come un abuso o come un gesto possessivo. Un gesto che invade la privacy dell’altro, non ne rispetta l’alterità.
Questa crisi ha contagiato anche la Chiesa, che ha subito accuse di abusi sessuali in tutto il mondo.
Questa è una cosa che distrugge l’essenza stessa, il centro dell’essere di una persona. È un’esperienza di annichilimento. Come possiamo ritrovare la bellezza di un toccarsi che non fa male? Abbiamo bisogno del tocco della notte, rispettoso, non possessivo. E anche, a volte, del non toccarsi. Del lasciare che l’altra persona sia. Perché la persona che amiamo non è lì solo per noi. Lei o lui è anche una figlia o un figlio, una madre o un padre, un’amica o amico di altri. Noi siamo tutti il frutto di tante relazioni differenti.
È un’illusione del romanticismo moderno immaginare che nel mondo possiamo esserci solo “noi due”. Tutti abbiamo bisogno di tante relazioni differenti per stare pienamente nell’esistenza.
Nel romanzo di Madeleine Thien sugli immigrati cinesi negli Stati Uniti dal titolo “Non dite che non abbiamo niente”, uno dei protagonisti dice: «Non cercare mai di essere una singola cosa, un essere umano indiviso. Se così tante persone ti vogliono bene, puoi dire in tutta onestà di essere una sola cosa?» Così l’amore della notte deve lasciare spazio a un amore del giorno. L’amore dell’altro deve spingerci a riconoscere che egli è di più di quello che è per me. L’esistenza dell’altro necessita di altri volti, di altri sorrisi, di altre parole oltre alle mie. Ogni amore profondo significa che noi avremmo il desiderio di possedere l’altro e tuttavia dobbiamo lasciarlo andare.
La notte è fatta per gli amanti, e così pure il giorno. Ogni cosa ha il suo tempo. Quando il sole tramonta, anche se c’è la luce elettrica, ogni cosa rallenta o addirittura si ferma. Noi non vediamo più le ombre allungarsi come succede di giorno sotto il sole. Il tempo si ferma. E si avverte il tocco dell’eternità.
Gli amanti vorrebbero che la notte non ifnisse mai. Eppure finisce. Perché noi siamo dei corpi e viviamo con le memorie del passato e con le speranze del futuro. Henri Lacordaire, domenicano francese dell’Ottocento, diceva: «Tra il passato, dove stanno i nostri ricordi, e il futuro, dove stanno le nostre speranze, c’è il presente». Dobbiamo sempre tornare al giorno, in cui il tempo scorre. E noi stessi invecchiamo.
Il tempo senza tempo della notte cede il passo al giorno, che prende forma nella memoria e nell’aspettativa.
I cristiani hanno preghiere per la notte, che servono a lasciar andare il passato. Un mio amico, ministro di culto battista, Ian Stackhouse scrive: «La notte si macchia di quella che per noi moderni è l’estrema eresia: ci costringe a fermarci. Per dormire bene bisogna abbandonare qualcosa, lasciar andare. E siccome il lasciar andare non è una cosa in cui siamo bravi molti di noi non dormono bene».
E poi abbiamo preghiere per il mattino, che servono ad aprirci al nuovo. Chiediamo a Dio di sorprenderci!
E poi abbiamo preghiere per il presente che, come gli amanti nella notte, sono spesso silenziose.
Nella notte gli amanti non dicono molte parole. La comunicazione assume altre forme.
Quando due amanti sono felici, il loro silenzio condiviso parla la lingua dell’intimità.
Tutte le parole che si sono detti, fin dal primo momento, li hanno portati alla comunicazione più completa, in cui non c’è più bisogno di dire nulla. Forse l’unico suono che si sente è quello del respiro. Ma ci vogliono tante parole per preparare questo silenzio pieno di senso. E poi il giorno dopo ci saranno di nuovo parole, quando i due si separeranno un’altra volta e si guarderanno in viso alla luce del giorno. Le parole conducono al silenzio, e il silenzio alle parole. Viviamo nel ritmo della loro alternanza, come gli amanti vivono nell’alternanza di notte e giorno.

giovedì 19 settembre 2019

Avvenire: «Christus vivit». Il dialogo tra giovani e adulti per una Chiesa che annuncia

Paola Bignardi mercoledì 18 settembre 2019


La domanda di Francesco suggerisce il confronto tra le generazioni. Percorsi di fede senza schemi prestabiliti e la sfida al rinnovamento della comunità

Il periodo preparatorio al Sinodo e poi la celebrazione dell’evento sinodale hanno permesso ai giovani di dire il loro sogno sulla Chiesa e sul mondo. E benché i sogni siano sempre eccedenti rispetto alla realtà e alle possibilità di essa, tuttavia dicono orientamenti importanti e decisivi. I giovani hanno manifestato la loro idea di Chiesa, spesso a partire dalle loro critiche, insoddisfazioni, inquietudini: del resto Papa Francesco li aveva incoraggiati ad esprimersi con franchezza e senza reticenze; lo fa anche nella Christus vivit, quando scrive che la Chiesa ha «bisogno di raccogliere la visione e persino le critiche dei giovani» (n. 39).

Qualcuno aveva pensato che il Sinodo avrebbe detto che cosa la Chiesa deve fare di diverso e di nuovo per le nuove generazioni, i giovani invece le hanno detto che la vorrebbero diversa, semplicemente; le loro attese non riguardano le proposte della Chiesa, ma il suo essere, lo stile e le priorità delle comunità cristiane. Attraverso lo sguardo dei giovani, la Chiesa è stata provocata a guardare sé stessa e a capire meglio quale esperienza ecclesiale oggi può esprimere la fedeltà al Vangelo (cfr CV 41). Che cosa chiede Papa Francesco a tutti?

Domanda che ai giovani si riconosca un ruolo non da eterni scolaretti, ma da interlocutori: della Parola innanzitutto, e poi delle comunità, delle altre generazioni. L’interlocutore è un partner attivo, che ha un pensiero, una soggettività, un proprio modo di vedere le situazioni e di entrare in relazione con esse. Occorre far credito al pensiero e alla sensibilità dei giovani. Essi rappresentano la componente più innovativa della società, e questo aspetto costituisce la loro principale risorsa; nei contesti in cui vivono essi portano un modo non abituale di guardare alla vita, che è dato dalla loro tensione al futuro. Spesso è proprio questo che le generazioni adulte rifiutano: le abitudini in cui si sono consolidate e le sicurezze che hanno acquisito attraverso l’esperienza costituiscono un patrimonio che può diventare zavorra: esse possono portare ad atteggiamenti di difesa, alla presunzione di essere gli unici in grado di affrontare le questioni, alla pigrizia che rifiuta la fatica di misurarsi con approcci nuovi...

Rifiutare una relazione positiva e accogliente con le nuove generazioni significa condannarsi a fare le cose come si sono sempre fatte, e a collocarsi rapidamente fuori tempo. Non per questo i giovani devono essere ritenuti indiscutibili nelle loro posizioni: devono essere interlocutori di dialoghi in cui ciascuno mette il proprio originale contributo, di proposta o di critica: chi la novità e chi l’esperienza; chi la tensione al futuro e chi l’esperienza del passato, in un atteggiamento dialogico che permette di crescere insieme. L’apertura alla novità è ciò che permette ai giovani di intuire come reinterpretare il messaggio cristiano, liberandolo da quegli aspetti che sono legati al tempo che passa e che sono frutto della cultura di un’epoca. Come meravigliarsi che i giovani rifiutino di identificarsi con una proposta connotata della sensibilità di un tempo che non c’è più? Con il rischio che rigettando gli elementi accessori essi finiscano con il buttar via anche aspetti preziosi e fondamentali della vita cristiana. E tuttavia con questo processo si apre alla Chiesa alla possibilità di diventare più libera, radicata nel cuore del Vangelo.

Cercare di capire come evangelizzare oggi i giovani significa diventare una Chiesa migliore, più leggera, sensibile a quella semplicità che porta a guardare dritto al Signore e al suo mistero di amore. Evangelizzare i giovani richiede un ritorno all’essenziale, e il loro modo di guardare al patrimonio di fede della comunità cristiana aiuta tutti a crescere in una fede purificata. L’esempio più suggestivo e più efficace di questo è nel capitolo 4 della Christus vivit, dedicato all’annuncio, raccolto attorno a quattro affermazioni: Dio ti ama, Cristo è il tuo salvatore, Egli vive, lo Spirito dà vita. Considerare i giovani come interlocutori significa collocare la Chiesa tutta dentro una relazione che rende essa stessa interlocutri- ce, libera dalla rigidità di schemi precostituiti, capace di interpretare, di adattarsi, di interrogarsi...; anche la comunità ecclesiale è provocata a entrare in dialogo con il Vangelo che annuncia, a collocarlo nel tempo e a liberarne tutta la fecondità.

Guardare al messaggio con lo sguardo al futuro per reinterpretarlo secondo il cuore dei giovani permette alla Chiesa tutta di vivere il Vangelo in modo attuale, sprigionandone le energie ancora inespresse. Significa anche riconciliarsi con i cambiamenti in atto nella cultura e nella società di oggi: quelli che per gli adulti sono cambiamenti, per i giovani sono semplicemente il loro mondo, il loro modo d’essere, il loro presente; vi sono stili che costituiscono naturali modi di essere e che, quando vengono letti come cambiamenti, pongono una distanza tra le generazioni e creano le condizioni perché si diventi reciprocamente estranei.

Papa Francesco dice che evangelizzare i giovani significa per gli adulti non assolutizzare la loro esperienza, meno che mai ricorrere a quello slogan 'si è sempre fatto così' che induce i giovani a volgersi da un’altra parte, perché’ sentono che quella fissità non li interpreta. Piuttosto agli adulti è chiesto di educare le nuove generazioni a riconosce- re la ricchezza delle radici, del patrimonio di fede, di esperienza, di santità maturati nel corso del tempo, senza che essi diventino un peso che lega al passato. Dentro un dialogo vivo e libero tra le generazioni, la memoria del passato è linfa che può entrare in tessuti nuovi per generare nuova vita.

Alla comunità cristiana, ai suoi responsabili, ai protagonisti della pastorale giovanile Papa Francesco chiede di recuperare pienamente la loro responsabilità educativa verso le nuove generazioni, riconoscendo che anche l’educazione ha bisogno di essere ripensata alla luce delle esigenze nuove. Si tratta di riconoscere che le nuove sensibilità portano verso una fede personale, verso appartenenze consapevoli che non possono maturare secondo schemi del passato. Anche agli adulti educatori è chiesto un percorso nella direzione dell’essenzialità: comunicare i principi generativi di un’esperienza religiosa bella; affrontare il rischio di percorsi di fede che non amano riprodurre schemi predefiniti, riscoprire la fecondità della pedagogia del Vangelo, incentrata sulla persona del Signore, sul fascino dell’incontro con Lui, sulla responsabilità del coinvolgimento in una comunità con la quale a poco a poco si maturano una sensibilità, una cultura, un approccio alla vita che diventa anche il proprio.

C’è una conversione dunque da realizzare anche come educatori: dall’insegnare una dottrina al far incontrare una Persona; dal dare direttive all’accompagnare; dall’esercitare un’autorità che impone a offrire una relazione che fa crescere; dal dare indicazioni di comportamento all’ascoltare ragioni, inquietudini, sogni... Dell’ascolto il Sinodo costituisce un’esperienza esemplare: se non dovesse essere ricordato per altro, l’ultimo Sinodo deve essere ricordato per aver ascoltato i giovani: con convinzione, con attenzione, con sensibilità. Papa Francesco è convinto che i giovani possono aiutare la Chiesa a «rimanere giovane, a non cadere nella corruzione, a non fermarsi, a non inorgoglirsi, a non trasformarsi in una setta, ad essere più povera e capace di testimonianza, a stare vicino agli ultimi e agli scartati, a lottare per la giustizia, a lasciarsi interpellare con umiltà. Essi possono portare alla Chiesa la bellezza della giovinezza» (CV 37) cioè ad essere una Chiesa migliore, secondo il cuore di Dio.

domenica 15 settembre 2019

Domenicani: Miseria e misericordia


Tra l'Agnello di Dio e la miseria non esiste abisso che la misericordia non possa colmare.
 Françoise Mauriac

La misericordia è il mistero dell'amore folle, misericordioso, tenerissimo del Padre che trasale di gioia quando vede tornare a casa il figlio lontano e invita tutti a gioire con Lui. Nell'episodio della donna adultera, nel cap. 8 del vangelo di Giovanni, si racconta che alle parole di Gesù: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”, tutti i presenti se ne andarono uno per uno, cominciando dagli anziani fino agli ultimi. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo (cf Gv 8, 7-9). Sant’Agostino commenta: “Rimasero l'uno di fronte all'altro: miseria e misericordia”. Gesù è la misericordia di Dio fatta carne, è Colui che ha il cuore rivolto verso il misero (Agostino gioca con le parole: misericordia contiene i termini miser e cor).  Il premio promesso ai misericordiosi è quello di trovare misericordia. Dio darà loro, in pienezza, la misericordia che hanno esercitato. Ma la misericordia è Dio stesso. Di conseguenza, i misericordiosi sono “beati” perch vivranno della vita stessa di Dio, nella sua intimità, avvolti dal suo amore. “Venite, benedetti del Padre mio…” (Mt 25,34). Questa espressione è un'eco di ogni beatitudine. La misericordia salvifica, quella che rende definitiva e piena la nostra beatitudine, è l'amore gratuito e attivo dimostrato verso i nostri fratelli più piccoli che si fanno incontro nella vita quotidiana con le loro necessità. Vale la pena fermarsi su un aspetto particolare della misericordia: “Beati i misericordiosi” si coniuga con il perdono. Perdonare è un atto gratuito, è un dono che noi facciamo a chi ci ha fatto del male. È un atto creativo che ci trasforma da prigionieri del passato in uomini liberi, perchè il perdono non è una re-azione, una risposta vincolata, predeterminata, ma è un atto nuovo, non condizionato da ciò che l'ha provocato. Il perdono è una risposta a una sofferenza che si subisce per mano di un altro, e di un altro dal quale ci aspettavamo amore. Proprio da lui! Proprio da lei! Ogni amore è fragile e può sbagliare. Beati i misericordiosi: per Gesù non si può essere felici se non si usa misericordia. Questo è un nodo fondamentale della visione cristiana della vita: il cristiano non serba rancore e non cerca vendetta, il cristiano perdona. Il misericordioso è disposto a donare il per-dono, a regalare il per-dono, che è un dono gratuito fatto all'altro. Il perdono non è riducibile a un atto singolo, è un processo, un cammino a volte lungo e faticoso. Dobbiamo voler perdonare, rinunciando a ridurre l’ altro al male che ci ha fatto; il perdono è un atto di fede nella bontà dell’altro.  Simone Weil, in un suo splendido pensiero afferma: “L’umanità può essere salvata solo da uomini che rifiutano la forza, proclamano con l'attenzione al prossimo, con la compassione verso lo sventurato, che è possibile opporre alla forza una forza più grande, la forza dell’amore. Questi esseri compassionevoli, per i quali gli uomini esistono davvero, provocano la discesa di Dio, perché il bene che è in Dio, che è Dio, può solo scendere e manifestarsi per loro tramite. Infatti Dio sarebbe assente dal mondo, se non ci fossero quelli in cui vive il suo amore. Essi devono dunque essere presenti al mondo attraverso la misericordia. La loro misericordia è la presenza di Dio quaggiù”. E allora, beato, felice chi può contare su un cuore misericordioso, accogliente e compassionevole; beato, felice chi può confidare nel sostegno di un amico sincero e premuroso; beato, felice chi sa di essere perdonabile e cosa significa essere perdonato… Certo, chi sperimenta questa misericordia, questa carità è beato, ma ancor di più lo è chi la offre. Oggi più che mai siamo chiamati a fare agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi!



(rubrica a cura di fr. Vincenzo Caprara, O.P.)

giovedì 12 settembre 2019

San Francesco Patrono d'Italia: Cosa significa essere cristiani

Cosa significa essere cristiani
La Hack spostò il suo sguardo al cielo per studiarne i fenomeni


Quando in una delle sue udienze Papa Francesco ha indugiato sul senso dell’essere atei o cristiani, e su come sia importante perseguire il bene, che prescinde da qualsiasi professione di fede – perché a nulla vale la preghiera se non s’è disposti ad entrare con delicatezza nella vita degli altri, se non s’è capaci di spostare l’attenzione sulle sofferenze umane che spesso per comodo affidiamo a Dio piuttosto che occuparcene – ho pensato a Margherita Hack.

Margherita, il cui nome lascia spazio all’ideale di una donna romantica, magari dedita allo studio delle Lettere (e così fu, sia pure per breve tempo), è stata una scienziata di origini fiorentine che nella seconda metà del Novecento intraprese la via della scienza percorsa fino ad allora da soli (quasi) uomini. La Hack spostò il suo sguardo al cielo per studiarne i fenomeni, per capire cosa si cela dietro questo manto celeste da cui uomini e donne di fede traggono ogni giorno la forza per affrontare le sfide quotidiane credendo che vi sia un Dio che decida le sorti dell’umanità.

Nel libro Il mio infinito. Dio, la vita e l’universo nelle riflessioni di una scienziata atea, Margherita ha spiegato le sue posizioni su scienza e fede. Che la scienza non abbia una morale è discutibile, se non altro per il ceto di religiosi, infatti la Hack sosteneva che «gli scienziati sono esseri umani come tutti gli altri, di certo non inferiori moralmente agli uomini di fede».

Era convinta che per molti cristiani la pedissequa (e ipocrita) osservanza delle regole dettate dalla religione rappresentasse il mezzo per ottenere la grazia e raggiungere il Paradiso, contrariamente a quanto accade nella vita di un ateo, il quale preferisce agire in modo responsabile e secondo coscienza. Margherita diceva che un uomo può avere una morale anche senza una religione, perché ciò che conta è il cuore, la sensibilità che non sempre si ha per natura. Quella sensibilità che appunto può non appartenere a chi dice di credere. Margherita era atea, eppure c’è in lei una sorta di vocazione francescana traducibile nell’idea che gli animali siano creature di questa terra, ovvero nostri fratelli, per questo nessun uomo ha il diritto di disporne a proprio piacimento.

Insisteva dicendo che tutti gli animali, nella varietà di forme in cui si manifestano, possono gioire o soffrire, perciò chiunque dovrebbe trattarli da fratelli minori. Sebbene l’uomo abbia un cervello più potente, affermava la scienziata, questo non significa ch’egli debba abusarne – come accade invece nei circhi o nelle barbare manifestazioni per far divertire adulti e bambini. Tutto questo è ingiusto, eppure l’uomo ha un cervello più potente!

Tutti gli esseri viventi sono fatti della stessa materia, e in questo Universo regolato da chissà quali leggi, che secondo la Hack non sono comunque leggi divine, tutti hanno pari dignità, il che vuol dire che qualsiasi essere vivente deve avere rispetto per i suoi simili. Oggi la mancanza di riguardo per la natura e le sue creature ha causato fenomeni devastanti come l’inquinamento, o l’estinzione di alcune specie di animali. Si pensi alle lucciole, che ai tempi in cui visse la scienziata riuscivano persino a tracciare linee luminose nell’aria, oppure alle rondini, volate chissà dove, o ancora alle farfalle … Che desolazione.

Margherita ha rivolto per tutta la sua vita le sue preghiere laiche al Cielo, alle stelle, ai pianeti; ha saputo amare in modo cristiano la Terra rispettandone i suoi abitanti. Ci ha lasciato in eredità un pensiero di cui dovrebbero far tesoro tutti. Soprattutto i credenti.

martedì 10 settembre 2019

L'Osservatore Romano: Il dovere della speranza

Confronto tra il cardinale Tagle e Susanna Tamaro


Metti una sera di fine estate un cardinale tra i più noti al mondo e una scrittrice italiana famosa anche all’estero a ragionare di fede, di spiritualità, del futuro della Chiesa e del cristianesimo.

Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila, e Susanna Tamaro, autrice del bestseller internazionale Va’ dove ti porta il cuore, la sera del 6 settembre a Bergamo, nella splendida cornice della basilica di Santa Maria Assunta hanno dato vita a un confronto appassionato, schietto e ricco di spunti. Occasione, l’apertura della rassegna Molte fedi sotto lo stesso cielo, organizzata dalle locali Acli, rassegna che raduna migliaia di persone («la metà dei partecipanti sono persone sulla soglia della fede, non credenti o credenti senza appartenenza» sottolinea Daniele Rocchetti, anima dell’iniziativa) per trovare «Tracce di spiritualità», come da titolo della serata.

Un duetto, quello tra il cardinale filippino e la scrittrice triestina, che si è snodato su due alfabeti: quello di una lucida (a tratti anche spietata) analisi della situazione da parte di Tamaro, la cui disanima della scristianizzazione dell’Occidente è andata di pari passo con un’apertura di speranza con il futuro. E dall’altro lato, uno sguardo più sereno e intessuto di speranza da parte dell’arcivescovo di Manila.

«Quando si tolgono le radici ebraico-cristiane dell’Europa, si dice sì al nichilismo, e la conseguenza è il neopaganesimo» ha esordito la scrittrice. «La natura, anche nella religione, non vuole il vuoto. Se sparisce il cristianesimo dalla società, viene soppiantato da qualcos’altro». La perdita della tradizione di fede, che Tamaro dice di toccare con mano nell’Italia centrale dove ha scelto di abitare (risiede nella campagna umbra, «una delle zone di maggior concentrazione di santi al mondo, nel passato»), la preoccupa: «Forse qui al Nord è diverso — dice rivolgendosi al pubblico di Bergamo — ma da noi alle messe sono piene le prime due panche, e basta». Cosa ha causato questo allentamento? «Lo dice bene la Bibbia: l’uomo nel benessere è come un animale che va al macello. Avere tante cose ci fa pensare di essere autosufficienti. Inoltre, l’irrompere del digitale ci ha dato un senso di onnipotenza: pensiamo che internet ci possa permettere tutto».

La disamina di Susanna Tamaro (fresca autrice di un saggio per Solferino, Alzare lo sguardo. Il diritto di crescere, il dovere di educare) ha poi lasciato aperto lo sguardo a un futuro più radioso per il cristianesimo nella società occidentale: «Io ho scoperto il Vangelo come scuola di libertà venendo da una famiglia atea, dove non ho ricevuto nessuna educazione religiosa. Penso che nel futuro la Chiesa sarà formata da piccole comunità vivaci che saranno segno di libertà per chi non vi appartiene. I giovani si innamorano della verità. Il cattolicesimo ha parlato troppo di teologia e di teoria, non di apertura del cuore. Una buona idea scaccia un’idea vecchia, ma l’esperienza rimane irriducibile».

Con il sorriso che in tanti hanno conosciuto in questi anni, simbolo di un ottimismo che ha radici in una fede immersa nella storia, il cardinale Tagle ha invece modulato il suo intervento più sul tasto del riconoscimento dei segni di positività e di speranza. «Dobbiamo dirlo con forza: la Chiesa non è una setta, ma una comunità aperta ai diversi aspetti di verità presenti nelle altre religioni e culture. Io penso che anche in Asia, dove la crescita economica e tecnologica si è impennata, l’uomo nel profondo cerchi sempre Dio. Sì, c’è la tentazione di soffocare la domanda spirituale: questa sfida ci chiede, come cristiani, di non far leva sulle nostre strutture ma sull’incontro personale con persone sante e sulla ricerca del volto di Dio in Gesù Cristo. Quando avviene questo incontro, nasce l’occasione per il discernimento di fronte alla propria vita: “Io godo del denaro che ho, ma la mia anima cerca Dio?”».

È anche la concreta situazione della sua Chiesa filippina a indurre il porporato di Manila a guardare con ottimismo il futuro: «Dall’ultima indagine statistica, sappiamo che nella nostra diocesi — 2 milioni e 700 mila fedeli — la metà hanno meno di ventitré anni. E il sentimento religioso popolare è molto forte: a gennaio, in occasione della processione della statua del Gesù nazareno, si è tenuta una processione di 15 milioni di fedeli. In quel giorno non c’è nessun crimine a Manila: anche i delinquenti si mettono in processione».

Fedele al suo imprinting asiatico, Tagle ha attinto all’album della propria vita raccontando un aneddoto con cui rimarcare il ruolo centrale che ha ancora la famiglia nella trasmissione della fede: «Qualche giorno fa i miei genitori hanno festeggiato 66 anni di matrimonio. In quell’occasione ho telefonato a mia mamma e mio papà. Mia mamma mi ha detto: “Guarda, adesso tu sei vescovo e cardinale, ma ricordati: la fede te l’ho insegnata io da piccolo, non l’hai imparata leggendo la teologia. Ricordatelo!». È vero, nella mia famiglia, una famiglia normale, figlia di migranti, io ho imparato la fede, il valore della condivisione, l’importanza di aiutare gli altri. Lì mi è diventato chiaro che anche una piccola cosa, se donata con amore, diventa grande».

E a chi gli chiede come vede il cattolicesimo del futuro, Tagle risponde con una definizione fulminante: «Ricordiamoci: la Chiesa è il sacramento della salvezza, non il sacramento del problema». Susanna Tamaro gli fa eco: «Quello che si apre davanti a noi è un tempo entusiasmante».

di Lorenzo Fazzini

domenica 8 settembre 2019

SettimanaNews: Monaci metropolitani


La storia di una rock band e le loro vicissitudini che li hanno portati a Dio...
Prendetevi qualche minuto e leggete con il cuore aperto chissà che lo Spirito non suggerisca qualcosa di nuovo anche a noi...


http://www.settimananews.it/cultura/monaci-metropolitani/

sabato 7 settembre 2019

L'Osservatore Romano: Nella pienezza di essere Chiesa

Vocazione di una comunità

Nella tradizione cristiana l’idea di “vocazione” ha manifestato diverse esperienze, dandone un significato fondamentale: essa viene intesa come il momento in cui uno percepisce che Dio stesso ha assegnato una destinazione a se stesso, qualcosa che entra nell’intimo dell’animo umano e ne riconosce la parte migliore. Essa, nella libertà dei figli di Dio, può essere accolta, fare appello alla fede, all’abbandono alla forza di Dio, alla ricerca della forma che è la sua bellezza, essere creativa, pacifica e riceve sempre la forza necessaria per generare una storia della propria vita che non farà mai dubitare di ciò che gli è stato assegnato. Una tale vocazione ha come presupposto ciò che Nicola Cabasilas chiama maniakòs èros, l’amore folle di Dio per l’uomo e la risposta dell’uomo nella sua capacità di interpretare l’amore evangelico come destinazione finale della vocazione stessa.

Nel mondo attuale, anche cristiano, il termine vocazione viene ridotto ad alcuni stereotipi, ad alcune figure particolari, come il prete, il religioso. Ma questa non può essere un’esperienza di vocazione. Si tratta di capire come la fede cristiana si relazioni alla “chiamata” e questa venga posta al centro dell’avventura umana di ognuno, al fine di considerare la vita relazionale, professionale, eccetera, a partire dalla propria fede. Ogni essere umano deve avere la capacità di porsi in ascolto di sé stesso, di ciò che è spesso profondamente nascosto nel più intimo di ogni esistenza. Solo partendo dalla propria umanità, fondamentalmente di relazione, si potrà accogliere il Cristo che chiama chi vuole e che offre a chi lo segue o lo imita di andare fino in fondo al proprio cammino, per essere a immagine e somiglianza di Dio (Genesi, 1, 26-27). È necessario pertanto avere la disposizione per fare esperienza della “voce” che è dentro di ognuno. Secondo le Scritture, Dio è l’origine di questa voce, che costituisce nell’uomo la consapevolezza dell’esistenza di cose che non esistono. È la prima risposta alla chiamata misteriosa, “Eccomi!”, è ciò che l’apostolo Paolo dice di Abramo: «Egli è nostro padre davanti a colui nel quale credette, il Dio che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono» (Romani, 4, 17).

L’accogliere questo invito dà il senso dell’unicità. Non esiste un altro termine di paragone. Nessun altro può sentire la voce, la sua esistenza è unica. Nessuno può affrontare al posto di un altro ciò che nella sua vita diviene smisurato e allo stesso tempo a sua misura unica.

La chiamata è sempre e unicamente personale ma la sua accettazione ha sempre un’implicazione comunitaria. La Chiesa è «Corpo di Cristo» (1 Corinzi, 12), unione e unità nello Spirito santo dei fedeli nell’umanità deificata di Cristo. Cristo e la Chiesa sono un’unità inseparabile e inconfusa. Nel giorno di Pentecoste l’umanità glorificata di Cristo torna nel mondo, dopo la sua ascensione “ai cieli” della Divinità trisplendente, perché possa continuare la presenza di Cristo tra i fedeli (Matteo, 28, 20), ma in modo diverso, nello Spirito santo. La Chiesa, infatti, secondo Cabasilas, è fondata sia sull’eucarestia sia sulla pentecoste, cioè sulla reciprocità e il mutuo servizio del Figlio e dello Spirito santo in maniera che «il risultato delle azioni di Cristo non siano altro che l’effetto della discesa dello Spirito santo sulla Chiesa» (Spiegazione della divina liturgia).

Vocazione della comunità cristiana è la divina eucarestia, in quanto essa è necessaria per la vita in Cristo. Ognuno non partecipa nella sua individualità al sacro mistero, ma nella pienezza del suo essere Chiesa.

Se la vocazionalità eucaristica di una comunità manifesta la radicale vocazione decisionale dell’individuo, allo stesso tempo diviene una vocazionalità di tipo comunionale. Cristo non ci salva personalmente in modo autonomo, ma come comunione, come membri di un solo corpo, una comunione, una comunione del suo corpo. Ma in una comunità cristiana, che nell’amore manifesta la vocazione personale di ogni membro e nell’eucarestia centralizza questo amore, c’è la necessità dell’esempio, dell’imitazione quindi. In ogni comunità cristiana sia essa parrocchiale o monastica c’è la necessità di riconoscere gli “uomini di Dio”, che manifestino la Chiesa come mistero d’amore. Attorno a queste figure spirituali si raggruppano i figli spirituali per i quali si affaticano per una loro rinascita in Cristo, la rinascita del fedele, così come ci parla Giovanni al capitolo 3, riferendosi a Nicodemo.

Ma non sono maestri, pedagoghi, sono coloro che partendo dalla vocazione intima del credente lo accompagnano a una rinascita: «Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo» (1 Corinzi, 4, 15); fanno cioè rinascere figli in Cristo e non propri. Questi portatori dello Spirito, pneumatofori, sono costituiti come “tempio dello Spirito santo”, santi, divinizzati, non una “élite” della Chiesa ma precursori di una via verso la divinizzazione che è di tutti i fedeli. È la vocazione di giungere alla divinizzazione, a essere “dei per grazia”, essere comunità come “laboratori di santità e ospedali spirituali”.

Nel corpo di Cristo e quindi nella vita della Chiesa, parrocchiale o monastica, giunge l’uomo per trovare sollievo, per essere guarito dalla malattia della caduta, dall’allontanamento del funzionamento orante della mente, dalla memoria di Dio. L’uomo oggi ha necessità di purificare la mente, il cuore, di purificare il suo “a immagine” per rientrare nella reale esistenza dell’illuminazione dello Spirito santo, per giungere alla grazia increata e al regno di Dio.

Solo colui che ha trovato l’illuminazione dello Spirito santo vive il vero amore, comunione con i fratelli, è il medico che ha curato sé stesso e quindi apre la sua filantropia, a imitazione del Prototipo, ai fratelli.

Credo che innanzitutto le comunità, per vocazione, debbano vivere un’autocoscienza escatologica anche nell’attuale realtà storica, così come lo è stato in tutte le epoche. Non si tratta di uno sguardo volto solamente al passato o una fuga in avanti, ma si tratta di tornare a porre la centralità dell’annuncio e la chiave di lettura dei padri. Non si può pensare solamente a un lavoro filantropico o sociale o alla pura celebrazione di liturgie e teleturgie, ma di essere laboratori viventi e operanti per la salvezza e la divinizzazione dell’uomo.

Ci vuole una lotta serrata contro la morte, il peccato, la corruzione, e divenire centri di rinascita e resurrezione. Allora sì l’opera sociale e filantropica sarà inserita nella lotta per la divinizzazione, la comunionalità e la fraternità saranno frutti naturali della comunione con la grazia divina increata. Quando una comunità diviene consapevole del reale motivo della propria esistenza, vocazione o carisma, allora cessa di essere un luogo di incontro di circostanza e diviene reale centro della vita di tutti coloro che si dicono cristiani. Il tempio non è il luogo della celebrazione o tutt’al più della preghiera, ma è il centro della vita eucaristica che continua nella vita come nella mensa del monastero a essere una liturgia dopo la liturgia.

C’è la necessità dell’unità tra vita spirituale e sociale e di una reale metánoia nella vita di ogni battezzato. Le nostre parrocchie sono divenute troppe volte luogo di incontro sterile, non troviamo la comunione “degli amici” di cui parla Gesù nell’ultima cena: «Ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Giovanni, 15, 15). I nostri monasteri spesso, molto spesso, non seguono l’indicazione patristica di essere un “gruppo di amore”, e non si vedono volti sorridenti. La filantropia è semplice elemosina, ma non un “camminare assieme”.

Concludendo, c’è la necessità di una vocazione forte delle nostre comunità, che parta dalla vocazione personale di ognuno, da quella “voce” primordiale che ci interpella e che ritrovo nel saluto di 2 Corinzi, 13, 13: «La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio padre e la comunione dello Spirito santo, sia con tutti voi». La grazia del Signore ci chiama, ci invita al divino banchetto, ci parla e ci fa parlare le lingue degli uomini e le lingue degli angeli, l’amore di Dio padre, ci apre all’ospitalità, alla filantropia, all’unità, e la comunione dello Spirito santo ci fa comunità, è con noi; la potenza della Trinità rappresentata da quel “sia” (e non “siano”) si fa vocazione sempre nuova e sempre presente nella Chiesa.

Cito un solo esempio di tale concretezza, prendendolo dalla vita della gerontissa Gavrilia in India. Interrogata sul perché parlasse solo inglese e non avesse mai imparato i dialetti locali per farsi più vicina ai bisognosi, la gerontissa — dopo una velocissima e intensissima preghiera — disse di conoscere cinque lingue: il sorriso, le lacrime, il contatto, la preghiera e l’amore. Penso sia la più bella vocazione di una comunità.

di Athenagoras

mercoledì 4 settembre 2019

L'Osservatore Romano: La fede il grande rischio della vita

Chiesa e postmodernità nel pensiero del cardinale Carlo Maria Martini 


Lo scorso 31 agosto è stato celebrato il settimo anniversario della morte del cardinale Carlo Maria Martini. Una memoria che non si spegne, ma continua ad ardere nel cuore della Chiesa proprio come il fuoco di quella Parola di Dio di cui egli fu instancabile studioso, maestro e annunciatore. Sarebbe naturalmente impossibile racchiudere in poche parole la ricchezza di un profilo e di una spiritualità, che hanno fortemente segnato la Chiesa e il cattolicesimo italiani. Affascinato dalla Parola di Dio, vero faro della sua esistenza sacerdotale ed episcopale, egli fu una figura sobria e austera, un comunicatore semplice ma mai banale, e soprattutto un uomo capace di leggere e interpretare la vita, i problemi e gli aspetti della società con un discernimento intelligente, aperto, sereno e lungimirante. Per lui, la fede era il grande rischio della vita e non una passiva consolazione, e ciò lo rese affascinante ed empatico anche agli occhi di molti non credenti, toccati dal suo stile e dalla sua visione.

Vorrei soffermarmi, però, su un tema che mi sembra particolarmente attuale, trattato dal cardinale Martini in un articolo pubblicato da «Avvenire» il 27 luglio 2008 dal titolo: “Quale cristianesimo nel mondo postmoderno”. Martini cerca di spostare il baricentro del giudizio dominante dell’ambito ecclesiale e teologico che, purtroppo, ancora oggi, appare piuttosto risentito nei confronti del mondo moderno, facendo emergere tutta la nostra difficoltà a far pace con la perdita di spazio e di rilevanza della fede. Emergono talvolta da più parti, infatti, alcuni rigurgiti polemici, rigidi moralismi, valutazioni negative, atteggiamenti rancorosi e lamentosi e un’apologetica che il grande teologo francese de Lubac definirebbe aggressiva e difensiva.

Secondo Martini, invece, ci troviamo in un momento di crisi della fede e in mondo pieno di problemi e di sfide, ma, tuttavia, «non vi è mai stato nella storia della Chiesa un periodo così felice come il nostro». Infatti, continua il cardinale, «la nostra Chiesa conosce la sua più grande diffusione geografica e culturale e si trova sostanzialmente unita nella fede, con l’eccezione dei tradizionalisti di Lefebvre». Non solo: «Nella storia della teologia non vi è mai stato un periodo più ricco di quest’ultimo. Persino nel IV secolo, il periodo dei grandi Padri della Cappadocia della Chiesa orientale e dei grandi Padri della Chiesa occidentale, come San Girolamo, Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, non vi era un altrettanto grande fioritura teologica. È sufficiente ricordare i nomi di Henri de Lubac e Jean Daniélou, di Yves Congar, Hugo e Karl Rahner, di Hans Urs von Balthasar e del suo maestro Erich Przywara, di Oscar Cullmann, Martin Dibelius, Rudolf Bultmann, Karl Barth e dei grandi teologi americani come Reinhold Niebuhr, per non parlare dei teologi della liberazione (qualunque sia il giudizio che possiamo dare di loro)».

Partendo da questa visione positiva ci si può inoltrare nel complesso tempo postmoderno senza indulgere alla rassegnazione lamentosa o al risentimento. Al cardinale non sfugge la problematicità della visione postmoderna della vita e della società, che si configura come una mentalità di opposizione nei confronti del modo in cui abbiamo concepito il mondo fino ad ora e che promuove una istintiva preferenza per i sentimenti, per le emozioni e per l’attimo presente, invece che per i grandi progetti e ideali. Naturalmente, in questo clima si fanno strada il rifiuto o un certo giudizio negativo nei confronti della morale, un sentimento anti-istituzionale che penalizza anche la Chiesa, nonché ciò che Martini chiama «il rifiuto del senso del peccato e della redenzione».

Questi aspetti potrebbero facilmente gettare lo spirito del cristiano nello scoraggiamento oppure orientarlo verso un atteggiamento ostile e controversista. Al contrario, nello spirito ignaziano che gli era proprio, il cardinale Martini afferma che occorre un vero discernimento spirituale, capace di osservare la realtà con gli occhi di Dio e di cogliere perciò il grano buono nel mezzo della zizzania.

A ben guardare — afferma sorprendentemente — «forse questa situazione è migliore di quella che esisteva prima. Perché il cristianesimo ha la possibilità di mostrare meglio il suo carattere di sfida, di oggettività, di realismo, di esercizio della vera libertà, di religione legata alla vita del corpo e non solo della mente. In un mondo come quello in cui viviamo oggi, il mistero di un Dio non disponibile e sempre sorprendente acquista maggiore bellezza; la fede compresa come un rischio diventa più attraente. Il cristianesimo appare più bello, più vicino alla gente, più vero».

La lettura è degna di attenta riflessione. La crisi di un certo cristianesimo sociologico, la perdita di rilevanza pubblica della Chiesa e la riduzione del suo potere sociale, così come la mentalità “liquida” che presiede le visioni e l’agire dei nostri contemporanei non rappresentano un “luogo” totalmente negativo per la fede cristiana; al contrario, la crisi diventa e può essere un’occasione per riscoprire un cristianesimo nuovo, che non si instaura più per un influsso sociale o per tradizione culturale, ma si situa nel cuore della gente grazie alla freschezza e alla novità del Vangelo, e diventa attrattiva per il fatto di mostrarsi come una sfida, un rischio, una possibilità di realizzare una vita umana qualitativamente differente. Insomma, la crisi di un cristianesimo tradizionale e sociologico potrebbe indurre alla riscoperta di una fede viva, fondata sulla Parola, radicata nell’esperienza spirituale e, certamente, più consapevole, più responsabile e più adulta. Non è superfluo ricordare che Benedetto XVI ebbe a fare la stessa analisi parlando ai cattolici di Germania nel 2011, ricordando loro che «in un certo senso, la storia viene in aiuto alla Chiesa attraverso le diverse epoche di secolarizzazione, che hanno contribuito in modo essenziale alla sua purificazione e riforma interiore... Liberata dai fardelli e dai privilegi materiali e politici, la Chiesa può dedicarsi meglio e in modo veramente cristiano al mondo intero, può essere veramente aperta al mondo». Anni addietro, l’allora professor Ratzinger aveva già parlato di una “Chiesa minoranza”.

In tale direzione, Martini esorta il lettore citando san Paolo: «Esamina tutto con discernimento; conserva ciò che è vero; astieniti dal male» (I Tessalonicesi, 5, 21-22). In questo esercizio, il cardinale afferma che nel tempo postmoderno la fede è una vera e propria sfida, per affrontare la quale servono quattro attitudini, che vale la pena non solo di enumerare, ma anche di meditare citando le sue stesse parole:

«Non essere sorpreso dalla diversità. Non avere paura di ciò che è diverso o nuovo, ma consideralo come un dono di Dio. Prova ad essere capace di ascoltare cose molto diverse da quelle che normalmente pensi, ma senza giudicare immediatamente chi parla. Cerca di capire che cosa ti viene detto e gli argomenti fondamentali presentati. I giovani sono molto sensibili a un atteggiamento di ascolto senza giudizi. Questa attitudine dà loro il coraggio di parlare»;

«Corri dei rischi. La fede è il grande rischio della vita. “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Matteo, 16, 25)»;

«Sii amico dei poveri. Metti i poveri al centro della tua vita perché essi sono gli amici di Gesù che ha fatto di se stesso uno di loro»;

«Alimentati con il Vangelo. Come Gesù ci dice nel suo discorso sul pane della vita: “Perché il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Giovanni, 6,33)».

Si tratta di un vero e proprio programma spirituale e pastorale, che non si preoccupa degli spazi da occupare e dei trionfi sociali da raggiungere, ma di sviluppare una spiritualità capace di generare luce nel mondo e di aprire strade al Vangelo; per dar vita a queste quattro attitudini, infatti, Martini propone quattro esercizi: la lectio divina perché è la Parola di Dio che nutre la vita e apre all’incontro con Dio; l’autocontrollo, perché saziare tutti i desideri senza discernimento può portare alla noia e alla sazietà; il silenzio, perché «dobbiamo allontanarci dalla insana schiavitù del rumore e delle chiacchiere senza fine, e trovare ogni giorno almeno mezz’ora di silenzio e mezza giornata ogni settimana per pensare a noi stessi, per riflettere e pregare»; infine, l’umiltà, cioè «non credere che spetti a noi risolvere i grandi problemi dei nostri tempi. Lascia spazio allo Spirito Santo che lavora meglio di noi e più profondamente. Non cercare di soffocare lo Spirito negli altri, è lo Spirito che soffia. Piuttosto, sii pronto a cogliere le sue manifestazioni più sottili».

Anche in un tempo difficile, indifferente e per certi versi ostile alla fede e alla Chiesa, Dio continua a bussare. Tante persone, anche inconsapevolmente, sono inquietate da domande diverse e dal desiderio di vincere il grigiore della routine e la staticità delle abitudini. Il Vangelo continua in qualche modo a suscitare stupore e la figura di Gesù crea ancora scompiglio. Ciò che manca, forse, è un cristianesimo, una Chiesa e dei cristiani capaci di quello sguardo e di quelle attitudini, che il cardinal Martini ha voluto ricordarci.

Non è un caso se questo invito, oggi, in una nuova stagione ecclesiale ricca di sorprese, ci viene proposto da Papa Francesco. Proprio il Pontefice, nel viaggio apostolico in Marocco del marzo scorso, ha affermato: «la nostra missione di battezzati, di sacerdoti, di consacrati, non è determinata particolarmente dal numero o dalla quantità di spazi che si occupano, ma dalla capacità che si ha di generare e suscitare cambiamento, stupore e compassione; dal modo in cui viviamo come discepoli di Gesù, in mezzo a coloro dei quali noi condividiamo il quotidiano, le gioie, i dolori, le sofferenze e le speranze... Penso che la preoccupazione sorge quando noi cristiani siamo assillati dal pensiero di poter essere significativi solo se siamo la massa e se occupiamo tutti gli spazi. Voi sapete bene che la vita si gioca con la capacità che abbiamo di “lievitare” lì dove ci troviamo e con chi ci troviamo. Anche se questo può non portare apparentemente benefici tangibili o immediati. Perché essere cristiano non è aderire a una dottrina, né a un tempio, né a un gruppo etnico. Essere cristiano è un incontro, un incontro con Gesù Cristo». Su questa strada, tracciata profeticamente da Carlo Maria Martini, siamo ancora in cammino. 

di Francesco Cosentino