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giovedì 9 agosto 2018

Mons. Nunzio Galantino – Un dialogo tra generazioni chiamato Vita

Proprio il contrario del Dio trasmessoci dall’iconografia tradizionale! A farci scoprire che “Dio è giovane” è un uomo di ottant’anni suonati a cui facciamo fatica a stare dietro: papa Francesco. Lo fa rispondendo in un libro (Piemme, Milano 2018) alle domande di Thomas Leoncini e dimostrandoci che esistono persone che sanno “vedere” e altre che non sanno nemmeno guardare.


È proprio vero! L’età non conta per capire il cuore; soprattutto il cuore dei giovani perché «Il giovane va con due piedi come gli adulti, ma a differenza degli adulti che li tengono paralleli, ne ha sempre uno davanti all’altro, pronto per partire, per scattare. Sempre lanciato in avanti».

La marcia in più di questo Papa, quella che ci costringerà sempre a inseguirlo, sta nella sua capacità di vedere dentro al cuore delle persone e del mondo.

Il lettore si imbatte in un linguaggio totalmente lontano da quello dei documenti ufficiali; un linguaggio che non patisce della preoccupazione di una dottrina ineccepibile, ma – lasciandosi andare allo stile della conversazione – riesce a raccontare con semplicità cose profonde e per certi versi sorprendenti. Non perché nuove, ma perché c’è bisogno di qualcuno che ce le faccia capire. Come capita quando Francesco parla della forte connessione che c’è fra i giovani e gli anziani. Immaginando la vita come un dialogo continuo e fecondo fra le generazioni, egli afferma: «Giovani e anziani devono parlarsi e devono farlo sempre più spesso: questo è molto urgente!

E devono essere i vecchi tanto quanto i giovani a prendere l’iniziativa. C’è un passo della Bibbia (Gl 3, 1) che dice: “I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni”».

Niente a che fare con chi pensa che i giovani vadano difesi a prescindere: questo è giovanilismo. Nella sua visione di dialogo tra generazioni, il Papa arriva addirittura a scavalcare una generazione, quella dei genitori, per invitare i giovani a cercare il legame con i nonni. L’avevo già sentito – a Cracovia, per esempio – e mi ero detto: lo sta facendo per mettere i ragazzi in contatto con persone che vivono la fede con maggiore convinzione. E invece no: attraverso la bellissima espressione del libro di Gioele, il Papa ci offre una visione di vita straordinaria: partire dagli scarti (giovani e anziani) per “tirar dentro”, in questo legame, gli adulti. Invitandoli a non sentirsi dispensati dal confronto col passato e dall’urgenza del futuro. Entrambi gravidi di esperienze e di attese.

Illuminante, e per certi versi spietata, la lettura che viene fatta degli adulti che non accettano la propria condizione e vogliono restare eternamente giovani. L’età della giovinezza, col suo vitalismo e la sua libertà, è diventata una condizione invidiata da tutti, divenuta anzi un ideale collettivo. Tutti oggi vogliono restare giovani e per il maggior tempo possibile: nessuno vuole invecchiare, perché la vecchiaia è percepita come una “malattia” o un fastidio, un ingombro dal quale stare ben lontani. Oltretutto gli stessi valori sociali si orientano inseguendo le predilezioni delle giovani generazioni, osservate come miniere di quella novità che è diventata un valore assoluto. Così l’intera società anziché guidare i giovani, li ha fatti diventare le proprie guide alla ricerca continua del nuovo, in un circolo vizioso in cui tutti perdono l’orientamento. «Troppo spesso ci sono adulti – afferma il Papa – che giocano a fare i ragazzini, che sentono la necessità di mettersi al livello dell’adolescente, ma non capiscono che è un inganno».

Affinché il desiderio degli adulti di parlare dei giovani non risulti una pretesa inappropriata, i grandi dovrebbero confessare apertamente la responsabilità di aver consegnato alle nuove generazioni un mondo non proprio all’altezza delle attese e delle speranze che le stesse nuove generazioni meriterebbero. Per esempio, quando hanno loro preparato un futuro all’insegna del facile consumo, della chiacchiera, della ricerca ossessiva del potere e del primato economico-finanziario. Anche la Chiesa ha le sue responsabilità, quando non è riuscita a consegnare una religione più affascinante, come lo è il Vangelo, magari anche per la testimonianza poco coerente di alcuni che hanno riempito le cronache recenti.

È disarmante leggere le riflessioni che fa il Papa. Una volta di più ci rendiamo conto di quanto tutti – Chiesa compresa – rischiamo di arrotolarci su noi stessi quando ci lasciamo imprigionare da beghe dottrinali, quando ci concentriamo esclusivamente per rifare l’elenco dei valori “non negoziabili” come se si stessero riscrivendo le tavole di Mosè, oppure quando la burocrazia tiene lontano dalla vita della gente. L’alternativa, per chiunque abbia responsabilità di guida e di governo, sta nel rimanere continuamente con il cuore e l’orecchio tesi alle storie di vita e di morte delle persone. Il famoso “odore delle pecore” non è populismo a buon mercato che dà una leggera passata di vernice alle proprie parole e azioni. È il patire dentro e accanto alla vita di tutti: un esercizio nel quale anche molti uomini di Chiesa hanno perso la fiducia, pensando che i grandi problemi del mondo si capiscono leggendo molti giornali o partecipando a interminabili convegni. In realtà solo lo sguardo sulla vita del mondo istruisce il cuore e dà la capacità di “vedere”.

NUNZIO GALANTINO

Fonte
Il Sole 24 Ore – COMMENTI E INCHIESTE / Testimonianze dai confini – 21 aprile 2018

venerdì 29 giugno 2018

Mons. Galantino: Grazia. È la luce emessa dall’anima

Rubrica de “Il Sole 24ore” Abitare le parole / Grazia –

Il linguaggio comune conosce l’espressione «trovarsi in stato di grazia» per indicare una condizione di equilibrio, di pacificazione interiore e di relazione bella e costruttiva con l’ambiente circostante: persone e/o cose. Il motivo sta nel significato della parola grazia. Alla parola grazia infatti (Chen in ebraico, cháris in greco, gratia in latino) vanno ricondotti sentimenti e atteggiamenti di benevolenza, gratitudine, riconoscenza, indulgenza.

Il vocabolario presenta la grazia come la «qualità naturale di tutto ciò che, per una sua intima bellezza, delicatezza, spontaneità, finezza, leggiadria, o per l’armonica fusione di tutte queste doti, impressiona gradevolmente i sensi e lo spirito». Forse perché la grazia ha nella sua radice il significato di bellezza. Grazioso infatti è ciò che è bello, ma anche tutto ciò che, di una persona, esprime eleganza, tatto e leggerezza dei modi, fino a manifestarne il carattere e a connotarne i sentimenti. Nel diritto penale, la grazia è un provvedimento di clemenza individuale, di cui beneficia un detenuto. A differenza dell’amnistia e dell’indulto, che si applicano a una determinata categoria rispettivamente di reati e di condannati, la grazia si riferisce a un singolo soggetto che si trovi in condizioni eccezionali. La grazia, se concessa, cancella il debito del condannato nei confronti della società e non presuppone un risarcimento dei danni subiti dalla parte lesa. È quindi un beneficio, un gesto di riconoscimento di una sorta di ravvedimento da parte del condannato, elargito con generosità e senza nulla in cambio.

La gratuità della grazia richiama al suo significato teologico, dove la grazia «è la quantità di luce che abbiamo nell’anima» (papa Francesco). Una luce che non ci diamo da soli e che, proprio per questo, non sopporta che ci si comporti come «controllori della grazia piuttosto che come facilitatori».

Nell’attuale struttura sociale diventa sempre più difficile vedere la grazia in atto. La logica del do ut des è logica prevalente. Siamo sempre più spesso alla ricerca di una proporzione fra il dare e l’avere. E, quando si riceve gratuitamente o più del previsto, fa capolino quasi spontaneamente il sospetto. Fedeli al virgiliano Timeo Danaos et dona ferentes (Eneide, Libro II, 49).

La grazia è, per sua natura, sproporzione, dono inatteso ed è estranea ai rigidi parametri del dare e avere. Esprime la «bellezza della gratuità di Dio» (A. Casati) e dovrebbe esprimere la bellezza contagiosa della gratuità fra gli uomini. È un dono che – proprio perché non va meritato ma semplicemente accolto – impegna. La gratuità della grazia non autorizza il disimpegno, avverte infatti Dietrich Bonhoeffer: «Grazia a caro prezzo è il tesoro nascosto nel campo, per amore del quale l’uomo va a vendere con gioia tutto ciò che aveva; la pietra preziosa, per il cui valore il mercante dà tutti i suoi beni; la signoria regale di Cristo, per amore del quale l’uomo strappa da sé l’occhio che lo scandalizza».

Grazia. È la luce emessa dall’anima

domenica 10 giugno 2018

Mons. Galantino: Stima. Il sentimento delle persone libere

Rubrica de “Il Sole 24ore” Abitare le parole / Stima –

Dal latino aestimare (valutare, apprezzare) – a sua volta derivato probabilmente di aes (rame, bronzo e, in genere, anche denaro, cose preziose) – l’etimo della parola “Stima” rimanda inizialmente alla misura di un valore associato al denaro e/o al prezzo.

Nel tempo, il termine “Stima” si è allontanato dal significato etimologico di “valore di mercato” evidenziando, altri significati associati comunque alla misura. In Statistica, la stima è un dato che approssima, con un certo livello di probabilità, un valore incognito. Indica pertanto la misura di una quantità o di un attributo che deriva da un metodo certo, restituendo però un valore probabile.

La parola “Stima” viene usata anche per misurare l’affidabilità, il “peso” umano e morale di una persona. In questo caso, lo stimare diventa un apprezzare, un avere buona opinione di qualcuno. Stimiamo molto i nostri genitori; stimiamo sinceramente il conoscente che ha dato prova di grande coraggio; stimiamo i colleghi per il loro modo di lavorare. Così la stima finisce per essere la base del rispetto verso altre persone.

In questo periodo della storia, è sempre più facile ascoltare parole ed essere spettatori di gesti tendenti a “deprezzare” il valore dell’altro più che ad apprezzare. Si diventa amanti in una sera, amici con un click, (e)stimatori di alcuni solo perché ricoprono ruoli e occupano posti importanti nella scala sociale. Ma «Come la carta moneta al posto dell’argento, così hanno corso nel mondo – al posto della vera stima e della vera amicizia – le dimostrazioni esteriori di esse e i gesti mimati con la massima naturalezza possibile» ( A. Schopenhauer).

La stima è il sentimento delle persone autenticamente libere interiormente. Sentimento gentile e mite, che nasce piano piano e si nutre di gesti semplici, apparentemente addirittura insignificanti, in genere inaspettati. Stima solo chi ha consuetudine con valori personalmente coltivati e vissuti. La stima, in alcuni casi, è una sorta di assegno in bianco che si firma sulla base della fiducia e di uno sguardo positivo gettato sull’altro. Senza che questo diventi espressione di ingenua superficialità! La stima non è un sentimento irreversibile. Può … morire in chi resta inchiodato al danno subìto e alla perdita sperimentata a causa di una delusione o di una cattiveria subìta, non riuscendo ad andare oltre. È vero, comescrive G. Leopardi, che «la stima è come un fiore, che pestato una volta gravemente o appassito, mai più non ritorna». Ma è altrettanto vero che la stima autentica può rigenerarsi dopo il crollo. Ma solo in chi è convinto della forza dei valori che lo ispirano e che sono alla base di una necessaria autostima, anche se altalenante. Sì, perché «L’autostima altalenante è avere la consapevolezza dell’immensa inferiorità di chiunque altro e al tempo stesso la consapevolezza dell’immensa inferiorità di se stessi rispetto a chiunque altro» (Fragmentarius).

mercoledì 23 maggio 2018

Mons. Galantino – È ora di spalancare le finestre dell’anima

Dev’essere stato surreale il silenzio che, quel primo Sabato Santo, circondava gli spazi
immediatamente circostanti la tomba messa a disposizione da Giuseppe di Arimatea per seppellire il corpo di Gesù. Un silenzio unico perché raccoglieva in sé tante altre forme di silenzio. Silenziosa infatti è la solitudine di un anziano che rientra nella sua casa vuota; silenzioso è il dolore di un malato nel suo letto di ospedale, o la delusione di un bambino, o le lacrime di un amante tradito. Silenzioso è Dio che tace, anche di fronte al grido stravolto dell’uomo ferito.

Il silenzio del Sabato Santo, e qualsiasi altra forma di silenzio, è come un paio di mani vuote, chiuse ad attendere; è come lo sguardo lucido di una madre che per la prima volta vede il suo bambino.

È un intervallo, una pausa, come quella posta tra le note per far risuonare l’armonia. È come lo spazio vuoto tra una parola e l’altra: serve a dare un senso alla scrittura e a trasmettere, così, un messaggio altrimenti incomprensibile.

Clarice Lispector, concludendo un suo libro scrive: «Il meglio non è ancora stato scritto. Il meglio è fra le righe». Ci è chiesta l’intelligenza di saper leggere tra le righe, ci è chiesta la pazienza di riuscire a intuire quel che non è detto, quel che non può venir detto. Perché le parole non bastano: sciuperebbero tutto.

Ci viene chiesta la capacità e il coraggio di immergerci in questo silenzio, come ci si immerge nel mare di notte. Notte e silenzio sono fratelli: possono entrambi far paura, ma anche farci giungere a un approdo luminoso. Quasi un gancio che ci permette di aggrapparci all’invisibile, o a quella zona quieta e nascosta in noi dove tutto è placato oppure, per dirla ancora con la Lispector, «quel cuore che batte nel mondo».

Per il credente «quel cuore che batte nel mondo» è il Signore Risorto. Come il pulsare del cuore, Egli chiede di essere accolto tra le righe del nostro vivere, tra i rumori e le preoccupazioni che affollano la nostra mente. Se accolto, può diventare il “meglio” di noi. Ci apre alla contemplazione restituendoci il gusto della vita e della bellezza. Non la bellezza eterea ed evanescente ma quella impastata di fatica e di sudore.

Proprio come la fatica e il sudore che hanno prodotto un quadro meraviglioso, una scultura imponente, una musica celestiale: racchiudono tutto il tormento e l’impegno del loro autore. Proprio per questo, sono belle!

Le brutture, anche quelle della vita personale e di quella pubblica, si superano facendosi guidare sulle vie della bellezza. Sembra perfetta la bellezza, ma nasce dalla imperfezione, dal superamento dei limiti e delle fragilità. Nei momenti di crisi, come quelli che stiamo vivendo oggi, abbiamo bisogno di questa certezza: quando tutto ci sembra brutto e irrimediabilmente compromesso,  quando le nostre relazioni ci sembrano aride e sterili proprio allora possiamo far nascere la bellezza, possiamo regalare un gesto o uno sguardo che addolciscano la bruttura e l’aridità. E mi sorprende sempre pensare a quanto la bellezza sia unita alla tenerezza. Un verso di Alda Merini dice: «La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori». Questa scintilla di luce che scaturisce da una frattura, questo lampo che improvvisamente rischiara quel che sembrava una rovina o una maceria, è quanto di più grande possiamo vivere, è l’esperienza più vicina al mistero della creazione e alla realtà della Pasqua.

Quando Dio creò l’universo e si fermò, ammirando quel che aveva creato, un guizzo di tenerezza avrà sicuramente attraversato il suo cuore: perché il bello è sempre intimamente connesso al bene, alla capacità di restituire alla vita il senso della meraviglia. Come se il male non fosse che un progressivo allontanarsi da una sorgente segreta e cristallina che sempre fluisce in noi, a cui l’improvvisa irruzione della bellezza ci fa tornare, ci immerge, ci vivifica.

Mi tornano in mente le parole di Christiane Singer: «La domanda che ci sarà fatta alla fine della nostra vita sarà semplice. Non “chi sei stato?”, ma: “che cosa hai lasciato passare attraverso di te?” Che qualità, che suono? che cosa hai salvato, nascosto nel cuore? A chi hai riflesso il suo splendore segreto? Che libro hai fatto vivere, amandolo? Quale concerto, ascoltandolo di continuo? Di che cosa ti sei preso cura? A che cosa hai aperto il passaggio?».

Aprire il passaggio che dalla morte porta alla vita. Ribaltare la pietra che teneva sigillata quella tomba è il fatto che celebriamo a Pasqua. È importante spalancare porte e finestre della propria anima, raccogliersi, lasciarsi sorprendere dal passaggio improvviso di una luce e concentrarsi sulla cura e l’attenzione alle minime cose.

Sono legate Creazione e Pasqua di Resurrezione, bellezza e tenerezza. Sono abbracciate l’una all’altra, camminano unite, a passi leggeri, nel nostro cuore quando ne veniamo accarezzati. Ne restiamo sorpresi e quasi sconvolti, sembra quasi che ci pungano dolcemente il cuore. A Pasqua una tenebra si è squarciata, il silenzio è stato rotto, il buio si è illuminato lasciando il posto al calore e al bagliore di una possibilità nuova. Per tutti.

NUNZIO GALANTINO

Fonte
Il Sole 24 Ore – COMMENTI E INCHIESTE / Testimonianze dai confini – 31 marzo 2018