venerdì 29 marzo 2019

padre Raniero Cantalamessa – Terza Predica di Quaresima 2019

LA IDOLATRIA, ANTITESI DEL DIO VIVENTE
Ogni mattina, al risveglio, noi facciamo un’esperienza singolare, alla quale non facciamo quasi mai caso. Durante la notte, le cose intorno a noi esistevano, erano come le avevamo lasciate la sera prima: il letto, la finestra, la stanza. Forse fuori già splende il sole, ma non lo vediamo perché abbiamo gli occhi chiusi e le tendine abbassate. Solo adesso, al risveglio, le cose cominciano o tornano ad esistere per me, perché ne prendo coscienza, mi accorgo di esse. Prima era come se esse non esistessero, come se io stesso non esistessi.
Avviene la stessa cosa con Dio. Lui c’è sempre; “in lui ci muoviamo, respiriamo e siamo”, diceva Paolo agli ateniesi (Atti 17, 28); ma di solito ciò avviene come nel sonno, senza che ce ne rendiamo conto. Occorre anche per lo spirito un risveglio, un soprassalto di coscienza. Ecco perché la Scrittura ci esorta così spesso a svegliarci dal sonno: “Svegliati tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà” (Ef 5, 14), “E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno!” (Rom 13, 11).

L’idolatria antica e nuova

Il Dio “vivente” della Bibbia è così definito per distinguerlo dagli idoli che sono cose morte. È la battaglia che accomuna tutti i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento. Basta aprire quasi a caso una pagina dei profeti o dei salmi per trovarvi i segni di questa epica lotta in difesa del Dio unico d’Israele. L’idolatria è l’esatta antitesi del Dio vivente. Degli idoli, un salmo dice:
Gli idoli delle genti sono argento e oro,
opera delle mani dell’uomo.
Hanno bocca e non parlano,
hanno occhi e non vedono,
hanno orecchi e non odono,
hanno narici e non odorano.
Hanno mani e non palpano,
hanno piedi e non camminano;
dalla gola non emettono suoni. (Sal 114, 3-7).

Dal contrasto con gli idoli, il Dio vivente appare come un Dio che “opera ciò che vuole”, che parla, che vede, che ode, un Dio “che respira”! Il respiro di Dio ha anche un nome nella Scrittura: si chiama la Ruah Jahwe, lo Spirito di Dio.

La battaglia contro l’idolatria non è purtroppo terminata con la fine del paganesimo storico; è sempre in atto. Gli idoli hanno cambiato nome, ma sono più che mai presenti. Anche dentro ognuno di noi, vedremo, ne esiste uno che è il più temibile di tutti. Vale la pena perciò soffermarci per una volta su questo problema, come problema attuale, e non solo del passato.
Chi ha fatto dell’idolatria l’analisi più lucida e più profonda è l’apostolo Paolo. Da lui ci lasciamo guidare alla scoperta del “vitello d’oro” che si annida dentro ognuno di noi. All’inizio della lettera ai Romani leggiamo queste parole:
“In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa” (Rm 1,18-21).

Nella mente di quelli che hanno studiato teologia, queste parole sono legate quasi esclusivamente alla tesi della conoscibilità naturale dell’esistenza di Dio a partire dalle creature. Perciò, una volta risolto questo problema, o dopo che esso ha cessato di essere attuale come in passato, avviene che molto raramente queste parole vengano ricordate e valorizzate. Ma quello della conoscibilità naturale di Dio è, nel contesto, un problema del tutto marginale. Le parole dell’Apostolo hanno ben altro da dirci; esse contengono uno di quei “tuoni di Dio” capaci di schiantare anche i cedri del Libano.

L’Apostolo è intento a dimostrare qual è la situazione dell’umanità prima di Cristo e fuori di lui; in altre parole, da dove parte il processo della redenzione. Esso non parte da zero, dalla natura, ma da sottozero, dal peccato. Tutti hanno peccato, nessuno escluso. L’Apostolo divide il mondo in due categorie: Greci e Giudei, cioè pagani e credenti, e comincia la sua requisitoria proprio dal peccato dei pagani. Individua il peccato fondamentale del mondo pagano nell’empietà e nella ingiustizia. Dice che esso è un attentato alla verità; non a questa o quella verità, ma alla verità originaria di tutte le cose.

Il peccato fondamentale, l’oggetto primario dell’ira divina, è individuato nell’asebeia, cioè nell’empietà. In che consiste, esattamente, tale empietà, l’Apostolo lo spiega subito, dicendo che essa consiste nel rifiuto di “glorificare” e di “ringraziare” Dio. In altre parole, nel rifiuto di riconoscere Dio come Dio, nel non tributare a lui la considerazione che gli è dovuta. Consiste, potremmo dire, nell’“ignorare” Dio, dove, però, ignorare non significa tanto “non sapere che esiste”, quanto “fare come se non esistesse”.

Nell’Antico Testamento sentiamo Mosè che grida al popolo: “Riconoscete che Dio è Dio!” (cf Dt 7, 9) e un salmista riprende tale grido, dicendo: “Riconoscete che il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi!” (Sal 100, 3). Ridotto al suo nucleo germinativo, il peccato è negare questo “riconoscimento”; è il tentativo, da parte della creatura, di annullare l’infinita differenza qualitativa che c’è tra la creatura e il Creatore, rifiutando di dipendere da lui. Tale rifiuto ha preso corpo, concretamente, nell’idolatria, per la quale si adora la creatura al posto del Creatore (cf Rm 1, 25). I pagani, prosegue l’Apostolo, “hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili” (Rm 1,22-23).

L’Apostolo non vuole dire che tutti i pagani, indistintamente, siano vissuti soggettivamente in questo tipo di peccato (più avanti parlerà di pagani che si rendono accetti a Dio seguendo la legge di Dio scritta nei loro cuori, cf Rm 2,14 s); vuole solo dire qual è la situazione oggettiva dell’uomo davanti a Dio dopo il peccato. L’uomo, creato “retto” (nel senso fisico di eretto e in quello morale di giusto), con il peccato è diventato “curvo”, cioè ripiegato su se stesso, e “perverso”, cioè orientato verso se stesso, anziché verso Dio.
Nell’idolatria, l’uomo non “accetta” Dio, ma si fa un dio. Le parti vengono invertite: l’uomo diventa il vasaio e Dio il vaso che egli modella a suo piacimento (cf Rm 9, 20 ss). C’è in tutto ciò un rimando, almeno implicito, al racconto della creazione (cf. Gen 1,26-27). Lì si dice che Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza; qui si dice che l’uomo ha scambiato per Dio l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile. In altre parole, Dio fece l’uomo a sua immagine, ora l’uomo fa Dio a sua immagine. Poiché l’uomo è violento, ecco che farà della violenza un dio, Marte; poiché è lussurioso, farà della lussuria una dea, Venere, e così via. Fa di Dio la proiezione di se stesso.

“Tu sei quell’uomo!”

Sarebbe facile dimostrare che questa è anche la situazione in cui, per certi versi, ci siamo venuti a trovare, in occidente, dal punto di vista religioso e da cui ha preso avvio l’ateismo moderno con la celebre massima di Feuerbach: “Non è Dio che ha creato l’uomo a sua immagine, ma è l’uomo che crea Dio a sua immagine”. In un certo senso bisogna ammettere che questa affermazione è vera! Sì, dio è davvero un prodotto della mente umana. Il problema però è sapere di quale dio si tratta. Non certo del Dio vivente della Bibbia, ma solo di un suo surrogato.

Immaginiamo che oggi uno squilibrato prenda a martellate la statua del David di Michelangelo che si trova all’aperto, davanti al Palazzo della Signoria a Firenze, e poi si metta a gridare con aria di trionfo: “Ho distrutto il David di Michelangelo! Il David non c’è più! Il David non c’è più!”. Non sa, povero illuso, che quello era soltanto un calco, una copia per turisti frettolosi, perché il vero David di Michelangelo, in seguito a un attentato del genere avvenuto in passato, era stato ritirato dalla circolazione e messo al sicuro nella Galleria dell’Accademia. È quello che è successo a Nietzsche quando, per bocca di un suo personaggio, ha proclamato: “Abbiamo ucciso Dio!” . Non si rendeva conto che non aveva ucciso il vero Dio, ma una copia “in gesso” di lui.

Basta una semplice osservazione per convincersi che l’ateismo moderno non ha avuto a che fare con il Dio della fede cristiana, ma con una idea deformata di esso. Se si fosse tenuto viva in teologia l’idea del Dio Uno e Trino (anziché parlare di un vago “Essere supremo”) non sarebbe stato tanto facile per Feuerbach far trionfare la sua tesi che Dio è una proiezione che l’uomo fa di se stesso e della propria essenza. Che bisogno avrebbe l’uomo di scindersi in tre: in Padre, Figlio e Spirito Santo? È il vago deismo che è demolito dall’ateismo moderno, non la fede in Dio uno e trino.

Ma passiamo ad altro. Noi non siamo qui per confutare l’ateismo moderno o per un corso di teologia pastorale; siamo qui per fare un cammino di conversione personale. Che parte abbiamo noi – intendo adesso “noi” nel senso di noi che siamo qui, di noi credenti -, nella tremenda requisitoria della Bibbia contro l’idolatria? Stando a quanto detto fin qui, sembrerebbe, infatti, che noi abbiamo, più che altro, un ruolo di accusatori. Ma ascoltiamo bene ciò che segue nella Lettera di Paolo ai Romani. Dopo aver strappato la maschera dal volto del mondo, in essa l’Apostolo strappa la maschera anche dal nostro volto e vediamo come.
“Sei dunque inescusabile chiunque tu sia, o uomo che giudichi, perché mentre giudichi gli altri condanni te stesso; infatti tu che giudichi fai le medesime cose. Eppure noi sappiamo che il giudizio di Dio è secondo verità contro quelli che commettono tali cose. Pensi, forse, o uomo che giudichi quelli che commettono tali azioni e intanto le fai tu stesso, di sfuggire al giudizio di Dio?” (Rm 2,1-3).

La Bibbia narra questa storia. Il re David aveva commesso un adulterio; per coprirlo aveva fatto morire in guerra il marito della donna, sicché, a quel punto, il prendersela per moglie poteva apparire addirittura un atto di generosità, da parte del re, nei confronti del soldato morto combattendo per lui. Una vera catena di peccati. Venne allora da lui il profeta Natan, mandato da Dio, e gli narrò una parabola (ma il re non sapeva che era una parabola). C’era – disse –, in città, un uomo ricchissimo che aveva greggi di pecore e c’era anche un poveretto che aveva una sola pecorella a lui molto cara, dalla quale traeva il suo sostentamento e che dormiva con lui. Arrivò al ricco un ospite ed egli, risparmiando le sue pecore, prese per sé la pecorella del povero e la fece uccidere per imbandire la mensa all’ospite. All’udire questa storia, l’ira di David si scatenò contro quell’uomo e disse: “Chi ha fatto questo merita la morte!”. Allora Natan, abbandonando di colpo la parabola e puntando il dito contro di lui, disse a David: “Tu sei quell’uomo!” (cf 2 Sam 12, 1 ss).

È ciò che fa con noi l’apostolo Paolo. Dopo averci trascinato dietro di sé in un giusto sdegno e orrore per l’empietà del mondo, passando dal capitolo primo al capitolo secondo della sua Lettera, come se si volgesse di colpo verso di noi, egli ci ripete: “Tu sei quell’uomo!”. La ricomparsa, a questo punto, del termine “inescusabile” (anapologetos), usato sopra per i pagani, non lascia dubbi sulle intenzioni di Paolo. Mentre giudicavi gli altri – egli viene a dire –, tu condannavi te stesso. L’orrore che hai concepito per l’idolatria è ora di rivolgerlo contro di te.

Il “giudicante”, nel corso del capitolo secondo, si rivela essere il giudeo che qui, però, è preso, più che altro, come tipo. “Giudeo” è il non-greco, il non-pagano (cf Rm 2, 9-10); è l’uomo pio e credente che, forte dei suoi principi e in possesso di una morale rivelata, giudica il resto del mondo e, giudicando, si sente al sicuro. “Giudeo” è, in questo senso, ognuno di noi. Origene diceva addirittura che, nella Chiesa, a essere presi di mira da queste parole dell’Apostolo sono i vescovi, i presbiteri e i diaconi, cioè le guide, i maestri .

Paolo ha sperimentato egli stesso questo shock, quando, da fariseo, divenne cristiano, e perciò può ora parlare con tanta sicurezza e additare ai credenti la strada per uscire dal fariseismo. Egli smaschera la strana e frequente illusione delle persone pie e religiose di ritenersi al riparo dalla collera di Dio, solo perché hanno una chiara idea del bene e del male, conoscono la legge e, all’occasione, la sanno applicare agli altri, mentre, quanto a se stessi, essi pensano che il privilegio di stare dalla parte di Dio o, comunque, la “bontà” e la “pazienza” di Dio, che conoscono bene, faranno un’eccezione per loro.

Immaginiamo questa scena. Un padre sta rimproverando uno dei suoi figli per qualche trasgressione; un altro figlio, che ha commesso la stessa colpa, credendo di accattivarsi la simpatia del padre e sfuggire al rimprovero, si mette a sgridare anche lui, ad alta voce, il fratello, mentre il padre si aspettava tutt’altra cosa e cioè che, sentendolo rimproverare il fratello e vedendo la sua bontà e pazienza verso di lui, egli corresse a gettarglisi ai piedi, confessando di essere reo anche lui della stessa colpa e promettendogli di emendarsi.

“O ti prendi gioco della ricchezza della sua bontà, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione? Tu, però, con la tua durezza e il tuo cuore impenitente, accumuli collera su di te per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio” (Rm 2, 4-5).

Che terremoto il giorno che ti accorgi che la parola di Dio sta parlando in questo modo proprio a te e che quel “tu” sei proprio tu! Avviene come quando un giurista è tutto intento ad analizzare una famosa sentenza di condanna emessa in passato e che fa testo, quando, improvvisamente, osservando meglio, si accorge che quella sentenza si applica anche a lui ed è tuttora in pieno vigore: cambia di colpo lo stato d’animo e il cuore cessa di essere sicuro di sé. Qui la parola di Dio è impegnata in un vero e proprio tour de force; essa deve capovolgere la situazione di colui che la sta trattando. Qui non c’è scampo: bisogna “crollare” e dire come David: “Ho peccato!” (2 Sam 12, 13), oppure avviene un ulteriore indurimento del cuore e si rafforza la impenitenza. Dall’ascolto di questa parola di Paolo si esce o convertiti o induriti.

Ma qual è l’accusa specifica che l’Apostolo muove contro i “pii”? Quella – dice – di fare “le medesime cose” che giudicano negli altri. In che senso “le medesime cose”? Nel senso di materialmente le stesse? Anche questo (cf Rm 2, 21-24); ma soprattutto le medesime cose, quanto alla sostanza, che è l’empietà e l’idolatria. L’Apostolo lo mette meglio in luce nel corso del resto della sua Lettera, quando denuncia la pretesa di salvarsi con le proprie opere e così fare di se stessi i creditori e di Dio il debitore. Se tu, viene a dire, osservi la legge e fai ogni sorta di opere buone, ma per affermare la tua giustizia, tu metti te stesso al posto di Dio. Paolo non fa che ripetere con altre parole quello che Gesú, nel Vangelo, aveva cercato di dire con la parabola del fariseo e del pubblicano al tempio e in infiniti altri modi.

Applichiamo il tutto a noi cristiani, visto che, come dicevamo, il bersaglio di Paolo non sono tanto gli ebrei come popolo, quanto l’uomo religioso in genere e nel caso specifico i cosiddetti “giudeo-cristiani”. C’è un’idolatria nascosta che insidia l’uomo religioso. Se idolatria è “adorare l’opera delle proprie mani” (cf Is 2, 8; Os 14, 4), se idolatria è “mettere la creatura al posto del Creatore”, io sono idolatra quando metto la creatura – la mia creatura, l’opera delle mie mani – al posto del Creatore. La mia creatura può essere la casa o la chiesa che costruisco, la famiglia che creo, il figlio che ho messo al mondo (quante mamme, anche cristiane, senza rendersene conto, fanno del loro figlio, specie se unico, il loro dio!); può essere l’istituto religioso che ho fondato, l’ufficio che ricopro, il lavoro che compio, la scuola che dirigo. Per me che vi parlo, questa stessa predica che sto facendo a voi!

Al fondo di ogni idolatria c’è l’autolatria, il culto di sé, l’amor proprio, il mettere se stesso al centro e al primo posto nell’universo, sacrificando a esso tutto il resto. Basta che impariamo ad ascoltarci mentre parliamo per scoprire come si chiama il nostro idolo, poiché, come dice Gesú, “la bocca parla di ciò che abbandona nel cuore” (Mt 12, 34). Ci accorgeremmo di quante nostre frasi cominciano con la parola “io”.

Il risultato è sempre l’empietà, il non glorificare Dio, ma sempre e solo se stessi, il far servire anche il bene, anche il servizio che prestiamo a Dio – anche Dio! –, alla propria riuscita e alla propria affermazione personale. Molti alberi di alto fusto hanno il fittone, una radice madre che scende a perpendicolo sotto il fusto e rende la pianta salda e irremovibile. Finché non si mette la scure a quella radice, si possono recidere tutte le radici laterali, ma l’albero non cade. Quel posto è molto stretto, non c’è posto per due: o c’è il mio io, o c’è Cristo.

Forse, rientrando in me stesso, io sono pronto, a questo punto, a riconoscere la verità e cioè che finora, almeno in qualche misura, ho vissuto “per me stesso”, che sono anch’io coinvolto nel mistero dell’empietà. Lo Spirito Santo mi ha “convinto di peccato”. Comincia per me il miracolo sempre nuovo della conversione. Se il peccato, come ci ha spiegato Agostino, è consistito in un ripiegamento su se stessi, la conversione più radicale consiste nel “raddrizzarci” e ri-volgerci a Dio. Non possiamo farlo nel corso di una predica, o di una quaresima; possiamo però almeno prendere la decisione seria di farlo, ed è già in qualche modo, per Dio, come averlo fatto.

Se mi schiero con tutto me stesso dalla parte di Dio, contro il mio “io”, divento suo alleato; siamo in due a combattere contro lo stesso nemico e la vittoria è assicurata. Il nostro io, come un pesce tirato fuori dalla sua acqua, può guizzare ancora e dimenarsi per un po’, ma è destinato a morire. Non è però un morire, ma un nascere. “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16, 25). Nella misura che muore l’uomo vecchio, nasce in noi “l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità” (Ef 4,24). L’uomo o la donna che tutti segretamente vogliamo essere.
Dio ci aiuti a realizzare sempre di nuovo la vera impresa della vita che è la nostra conversione.

mercoledì 27 marzo 2019

Lectio Divina del Santo Padre alla Pontificia Università Lateranense – 26 Marzo 2019

LECTIO DIVINA DEL SANTO PADRE FRANCESCO


Dal libro del profeta Daniele (Dn 3, 25. 34-43)

In quei giorni, Azaria si alzò e fece questa preghiera in mezzo al fuoco e aprendo la
bocca disse:
«Non ci abbandonare fino in fondo,
per amore del tuo nome,
non infrangere la tua alleanza;
non ritirare da noi la tua misericordia,
per amore di Abramo, tuo amico,
di Isacco, tuo servo, di Israele, tuo santo,
ai quali hai parlato, promettendo di moltiplicare
la loro stirpe come le stelle del cielo,
come la sabbia sulla spiaggia del mare.
Ora invece, Signore,
noi siamo diventati più piccoli
di qualunque altra nazione,
oggi siamo umiliati per tutta la terra
a causa dei nostri peccati.
Ora non abbiamo più né principe
né profeta né capo né olocausto
né sacrificio né oblazione né incenso
né luogo per presentarti le primizie
e trovare misericordia.
Potessimo essere accolti con il cuore contrito
e con lo spirito umiliato,
come olocausti di montoni e di tori,
come migliaia di grassi agnelli.
Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito,
perché non c’è delusione per coloro che confidano in te.
Ora ti seguiamo con tutto il cuore,
ti temiamo e cerchiamo il tuo volto,
non coprirci di vergogna.
Fa’ con noi secondo la tua clemenza,
secondo la tua grande misericordia.
Salvaci con i tuoi prodigi,
da’ gloria al tuo nome, Signore».

Abbiamo ascoltato la prima Lettura della liturgia di oggi. È  stata letta in maniera nuova, questa mattina, sapendo che oggi sarei venuto qui, in mezzo a voi. Avviene sempre così: ascoltare la Scrittura a partire dalla realtà dell’oggi dischiude e comunica ulteriori significati, che in essa sono contenuti. La pagina biblica giunge a compimento nelle nostre orecchie (cfr Lc 4,17-21) e rivela un senso ulteriore, che ci era sfuggito forse o che non avevamo ben compreso, e che proprio grazie all’oggi ci viene manifestato.

Questo testo contiene la preghiera di tre giovani figli di Israele: Anania, Azaria e Misaele, gettati in una grande fornace ardente dal re babilonese Nabucodonosor, perché si sono rifiutati di adorare la sua statua d’oro. La loro convinta determinazione ad essere fedeli a Dio e a custodire la loro libertà li espone di fatto al martirio, come succede anche oggi a vostri coetanei cristiani, in alcune parti del mondo. Ma Dio interviene per impedire che le fiamme possano fare del male ai tre giovani: di fronte agli occhi increduli di Nabucodonosor, Anania, Azaria e Misaele passeggiano in mezzo al fuoco come se nella fornace «soffiasse un vento pieno di rugiada» (Dn 3,50); sono accompagnati da un angelo – uno che «nell’aspetto è simile a un figlio di dèi» (Dn 3,92) – e si mettono a lodare e a pregare Dio. La Lettura odierna contiene la parte penitenziale di questa preghiera.

Secondo molti studiosi, la data di composizione del libro di Daniele va collocata nel tempo della persecuzione del re seleucide Antioco Epifane, prima della morte di costui, avvenuta nel 164 a.C. Siccome le vicende di Daniele e dei suoi tre giovani compagni avvengono nel VI secolo a.C., durante l’esilio in Babilonia, comprendiamo qual è la logica di questo libro biblico: per affrontare con coraggio le persecuzioni subite nel presente, Israele ricorda l’esempio di personaggi illustri del passato (Daniele, i tre giovani, la giovane Susanna al cap.13), che hanno vissuto la fedeltà a Dio e alla sua Torah. La memoria sempre ci dà forza: la memoria del passato ci porta non solo un messaggio, ma ci porta la forza dell’appartenenza a un popolo. Così essi hanno vinto con la loro testimonianza la violenza distruttiva dei poteri di questo mondo: ne sono rimasti incolumi e hanno persino ottenuto la confessione di fede in Dio dei loro nemici (cfr Dn 3,95-96), realizzando la missione sacerdotale di Israele in mezzo alle genti e di benedizione universale per tutti i popoli.

Essere avvolti dalle fiamme e rimanere incolumi: lo si può con l’aiuto del Signore Gesù, il Figlio di Dio, e della brezza dello Spirito Santo. Vi immagino così: anche se viviamo in un contesto culturale segnato dal pensiero unico, che avvolge e addormenta tutti con il suo abbraccio mortifero e brucia ogni forma di creatività e di pensiero divergente, voi camminate incolumi grazie al radicamento in Gesù e nel suo Vangelo, reso attuale dalla potenza dello Spirito Santo. In questa maniera custodite uno sguardo alto e anche uno sguardo altro sulla realtà, una differenza cristiana apportatrice di novità.

II percorso accademico che state compiendo in questa Pontificia Università punta non ad isolarvi da questo contesto, ma piuttosto ad abitarlo con consapevolezza critica e capacità di discernimento, in vista di quell’azione nella quale si esprime il vostro contributo alla vita culturale e sociale del mondo. L’adesione al Vangelo e l’accoglimento del ricco patrimonio della Tradizione ecclesiale, a tutti i livelli, non puntano a bloccare il pensiero, né chiedono di ripetere stancamente le formule di sempre: vogliono prima di tutto darvi un punto di vista libero, autentico, fedele al reale, direi “sano”, rispetto a questo nostro tempo.

Vogliamo ricordare le radici, che sono differenti dall’albero: sono sotto terra, ma sono le radici. E questo brano vuol ricordare, nella persecuzione di Antioco Epifane, le radici di un popolo, la memoria di un popolo. La memoria che è come la linfa che viene dalle radici e fa crescere e fiorire l’albero.

Pensate alla spinta che riceviamo continuamente a vivere in un individualismo comodo e avaro – tutti noi –, preoccupato unicamente del proprio benessere, del proprio tempo libero e della realizzazione di sé… Mi fermo per toccare un punto che a me fa soffrire: il nostro inverno demografico. “Ma perché non hai un figlio, almeno, o due?” – “No, ma penso, a me piacerebbe fare un viaggio, aspetto ancora un po’…”. E così le coppie vanno avanti senza fecondità. Per l’egoismo, per avere di più, anche per fare dei viaggi culturali, ma i figli non vengono. Quell’albero non dà frutto. L’inverno demografico che oggi tutti noi soffriamo è propri l’effetto di questo pensiero unico, egoistico, rivolto soltanto su se stessi, che solo cerca la “mia” realizzazione. Voi studenti pensate bene a questo: pensate a come questo pensiero unico è così “selvaggio”… Sembra molto culturale ma è “selvaggio”, perché ti impedisce di fare storia, di lasciare dopo di te una storia. Quanto è pericoloso tutto questo, quanto ci separa dagli altri e quindi dalla realtà, quanto ci fa ammalare e delirare! Le tante nevrosi… Spesso si trasforma rapidamente in esaltazione del proprio “io” personale o del gruppo, in disprezzo e scarto degli altri, dei poveri, in rifiuto a lasciarsi interpellare dall’evidente rovina del creato! Questa è una vergogna! Farsi prendere per mano dal Signore, dagli angeli che Lui ci manda, seguire lo Spirito che è come il vento e di cui riconosciamo nell’oggi la voce, significa evitare di essere bruciati: bruciati nel cervello, nel cuore, nel corpo, nelle relazioni, in tutto ciò che mette in movimento la vita e la riempie di speranza. È dalla contemplazione del mistero stesso della Trinità di Dio, e dell’incarnazione del Figlio, che scaturisce per il pensiero cristiano e per l’azione della Chiesa il primato dato alla relazione, all’incontro con il mistero sacro dell’altro, alla comunione universale con l’umanità intera come vocazione di tutti. Veritatis gaudium afferma che il criterio prioritario e permanente per il rinnovamento degli studi ecclesiastici «è quello della contemplazione e della introduzione spirituale, intellettuale ed esistenziale nel cuore del kerygma, e cioè della sempre nuova e affascinante lieta notizia del Vangelo di Gesù». Infatti, «da questa concentrazione vitale e gioiosa sul volto di Dio rivelato in Gesù Cristo» discende il «vivere come Chiesa “la mistica del noi” che si fa lievito della fraternità universale», discende «l’imperativo ad ascoltare nel cuore e a far risuonare nella mente il grido dei poveri e della terra» e lo «scoprire in tutta la creazione l’impronta trinitaria che fa del cosmo in cui viviamo una trama di relazioni, propiziando una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità» (n. 4). La mistica del “noi”. Una volta, un sacerdote giovane mi ha fatto un tranello e mi ha detto: “Mi dica, padre, quale è il contrario di ‘io’?”. E subito ho risposto: “Tu”. “No, Padre, anche i Papi sbagliano, no. Il contrario di ‘io’ è ‘noi’”. Noi. È quello che ci salva dall’individualismo, sia dell’‘io’ e sia del ‘tu’.

Comprendete bene che il Vangelo ci dà gli antidoti più radicali e profondi per difenderci e guarire dalla malattia dell’individualismo.

C’è un altro passaggio di questo brano biblico, di cui vorrei parlarvi. Nella loro umile richiesta di perdono, i tre giovani riconoscono che Dio è stato giusto nei suoi giudizi e nelle sue opere. Ha lasciato che Israele sperimentasse le conseguenze disastrose della lontananza dal Signore, e invece di diventare “numeroso come le stelle del cielo e la sabbia del mare”, è diventato “più piccolo di qualunque altra nazione”, diviso e in parte costretto all’esilio. Riprendo qui quello che ho detto sull’inverno demografico. Nella loro preghiera i tre giovani interpretano la storia del popolo. Pur essendo l’ultimo anello della catena delle generazioni di Israele, non si sentono altra cosa rispetto al popolo e alla sua storia. Essi sentono il peso di un conto aperto con il Signore e intonano una preghiera bellissima che è un riconoscimento di colpa e una richiesta di perdono. Le colpe sono dei padri, noi ne paghiamo le conseguenze, eppure in questo momento noi chiediamo perdono a nome di tutti. Nessuna presa di distanza, ma riconoscimento che gli sbagli dei padri possono essere ripetuti, essere attualizzati, anche dalla generazione di oggi. C’è una solidarietà nel peccato, che diventa solidarietà nella confessione di fede: Dio che è misericordia infinita avrà pietà dei padri e anche di noi.

È bella questa dolorosa preghiera dei giovani! Al primo posto c’è il ringraziamento per la fedeltà di Dio: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri» (Dn 3,26). I padri testimoniano che Dio è stato giusto, ma non ci ha abbandonato alla rovina, anzi è stato fedele alle promesse fatte ai suoi amici: Abramo, Isacco, Giacobbe. I giovani credono a questa testimonianza dei padri, fanno memoria della storia del popolo segnata sempre dalla misericordia di Dio, e si aprono al futuro. Sono convinti che un futuro c’è, ci sarà, che la porta non è sbarrata, pur in mezzo all’ostilità e alla persecuzione. E questo perché Dio è sempre fedele e sempre perdona. Sempre. Dio non si stanca di perdonare.

Vorrei tanto che custodiste questa speranza fondata sulla promessa di Dio. Vorrei tanto che nel progettare il futuro conservaste la memoria di essere popolo, di avere una storia con luci e ombre, di essere protagonisti nell’oggi di quel dialogo d’amore tra Dio e gli uomini che ha attraversato i secoli! I sogni dei padri alimenteranno e provocheranno le vostre visioni per l’oggi. II sentirvi parte di un popolo di peccatori vi darà gli anticorpi per non commettere gli stessi errori: verso Dio, verso gli altri, verso il creato intero.

Gli studi che fate in questa Università vi saranno fecondi e utili solo nella misura in cui non vi sganceranno da questa appartenenza consapevole alla storia del popolo e dell’umanità intera, ma vi aiuteranno a interpretarla con le chiavi di lettura che emergono dalla Parola di Dio aprendovi a un futuro pieno di speranza. So che si può studiare chiudendosi in circoli accademici senza respiro, giocare con i concetti invece che interpretare la vita, attaccarsi alle formule ma distaccarsi dall’esistenza reale delle persone. Per questo ho auspicato che negli studi ecclesiastici si realizzi un «radicale cambiamento di paradigma», una «coraggiosa rivoluzione culturale» che, scaturita dal contributo della riflessione e della prassi del popolo di Dio “sul campo” di tutti gli angoli del mondo, produca «una vera ermeneutica evangelica, per capire meglio la vita, il mondo, gli uomini». Ancora non abbiamo superato la logica dell’illuminismo, non l’abbiamo superata. È questa la sfida: la nuova ermeneutica che va in questa direzione. L’ermeneutica della memoria, dell’appartenenza a un popolo, di avere una storia; l’ermeneutica di camminare verso una speranza, l’ermeneutica – ripeto una cosa che mi piace dire – dei tre linguaggi, insieme, armonici: il linguaggio della mente, il linguaggio del cuore, il linguaggio delle mani, così che si pensa quello che si senta e si fa; si sente quello che si pensa e si fa; si fa quello che si sente e si pensa. Questa ermeneutica ci vuole oggi per superare l’eredità dell’illuminismo. Non c’è bisogno tanto di una nuova sintesi ma «di un’atmosfera spirituale di ricerca e certezza basata sulle verità di ragione e di fede», che sarà feconda «solo se si fa con la mente aperta e in ginocchio»: ambedue le cose. Infatti, ad esempio, il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso, che cos’è? Un teologo mediocre. Il buon teologo, il buon filosofo ha un pensiero aperto, cioè incompleto. Innamoratevi del pensiero incompleto, perché questa è la nostra strada, sempre aperta al maius di Dio e alla verità (cfr Cost. ap. Veritatis gaudium, 3).

Con questo spirito e questa disciplina, gli studi che fate qui vi aiuteranno a interpretare il mondo e a costruire il futuro insieme al Signore, ben fondati nell’appartenenza al popolo santo di Dio, che Egli guida con amore, ispira, nutre e corregge con la sua Parola.

E un’ultima riflessione a partire dal brano del libro di Daniele. Ci sono state stagioni della storia in cui Israele non ha avuto più né principi (cioè re-pastori che lo guidassero per conto di Dio), né tempio (la roccia salda della presenza della Gloria di Dio in mezzo al popolo). In quei momenti Dio ha comunque mandato dei profeti, perché il popolo non rimanesse privo della sua Parola e della sua guida. Invece Azaria sottolinea che ora, nell’esilio in Babilonia, non ci sono più nemmeno quelli! Non ci sono i profeti. Che rimane da fare? Nient’altro che presentarsi a Dio con un cuore contrito e lo spirito umiliato, che Dio gradirà «come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te» (3,39-40). È bello questo passaggio della preghiera. Ci vedo un po’ di sfacciataggine giovanile, un presentarsi davanti a Dio con la propria nuda vergogna. E voi giovani, mi raccomando: presentatevi davanti a Dio con la vostra nuda vergogna. Vi farà bene. Non solo a voi, a tutti noi. Un po’ come quando si “tira la corda” della pazienza dei genitori e dei nonni, ben sapendo di essere molto amati. Ma qui l’intuito dei tre giovani ha visto giusto: niente smuove la misericordia di Dio come il nostro cuore realmente contrito e umiliato. È una cosa grande, questa. Anzi, il figlio più giovane della parabola del Padre misericordioso, un esperto di questa sfacciataggine giovanile, sa che verrà accolto anche se il suo pentimento non è esattamente come dovrebbe essere. “Mi alzerò e andrò da mio padre”. Dietro tutto questo c’è una fiducia, una fede: «non c’è delusione per coloro che confidano in te» (3,40). Vi auguro di essere così aperti al futuro, intraprendenti e coraggiosi nel sognarlo e progettarlo, con l’aiuto degli studi che fate, perché “sfacciatamente” fiduciosi che non c’è delusione per coloro che si affidano al Signore.

Vi saluto tutti, vi auguro un buon cammino di Quaresima. Che il Signore riempia il vostro volto della sua luce e lo renda bello come lo era il volto dei tre giovani del libro di Daniele per la fedeltà alla Parola di Dio (1,14). Saluto e ringrazio il Rettore Vincenzo Buonomo e il corpo dei docenti dell’Università Lateranense: sono i padri che vi testimoniano la fedeltà di Dio nonostante il peccato, e i maestri di sogno per il futuro.

Un po’ di sfacciataggine c’era anche nell’atteggiamento di un Papa che entra dalla porta, neppure dice “buongiorno”, e incomincia a fare la predica. Adesso posso dirlo: buongiorno! La predica è fatta. Quel Papa maleducato adesso si scusa: era un momento liturgico che incominciava con la Parola di Dio, letta dal Rettore, e poi la predica. Adesso voglio ringraziarvi, tutti voi, per questa accoglienza. Volevo venire all’Università e volevo parlarvi così. E la Quaresima è stata l’occasione per farlo. Vi ringrazio di avere ascoltato – non ho visto nessuno che si è addormentato, almeno siete educati, grazie! E continuate a lavorare, perché la vita non incomincia con voi ma ha bisogno di voi per continuar. Radicati nella memoria degli antenati, radicati nell’appartenenza a un popolo. Il presente è vostro e non è vostro: è un dono che viene dalla storia, offerto a te, ma per portarlo avanti. La tua decisione è quella che farà sì che quel dono continui ad andare avanti e dia dei frutti.

Grazie! Pregate per me, perché – come si dice in Argentina – a volte a me “tocca ballare con la più brutta”! Il Signore ha voluto che anche loro abbiano il diritto di ballare! Così andiamo avanti, e andiamo avanti insieme. Pregate per me, io pregherò per voi. Non perdete la vostra giovinezza, non perdete il senso dell’umorismo, non perdetelo! Vedere un giovane amareggiato è bruttissimo. Il senso dell’umorismo è, sul piano umano, l’atteggiamento più vicino alla grazia di Dio. Non perdete il senso dell’umorismo. Grazie tante! Pregate per me e buona Quaresima, e arrivederci.

lunedì 25 marzo 2019

QUALE FELICITÀ? QUALE SANTITÀ? fratel Enzo Bianchi

Teatro Comunale di Belluno - 20 Marzo 2019

"Ricominciare" è una parola tipicamente cristiana, anche se molti non ne sono consapevoli. -La vita cristiana è un ricominciare di inizio in inizi per inizi che non hanno mai fine-. (Gregorio di Nissa)


sabato 23 marzo 2019

padre Raniero Cantalamessa – Seconda Predica di Quaresima 2019

Tema delle meditazioni quaresimali è il seguente: “In te ipsum redi” Rientra in te stesso (Sant’Agostino).

Rientra in te stesso
Sant’Agostino ha lanciato un appello che a distanza di tanti secoli conserva intatta la sua attualità: “In teipsum redi. In interiore homine habitat veritas”: “Rientra in te stesso. Nell’uomo interiore abita la verità” . In un discorso al popolo, con insistenza ancora maggiore, esorta:
“Rientrate nel vostro cuore! Dove volete andare lontano da voi? Andando lontano vi perderete. Perché vi mettete su strade deserte? Rientrate dal vostro vagabondaggio che vi ha portato fuori strada; ritornate al Signore. Egli è pronto. Prima rientra nel tuo cuore, tu che sei diventato estraneo a te stesso, a forza di vagabondare fuori: non conosci te stesso, e cerchi colui che ti ha creato! Torna, torna al cuore, distaccati dal corpo… Rientra nel cuore: lì esamina quel che forse percepisci di Dio, perché lì si trova l’immagine di Dio; nell’interiorità dell’uomo abita Cristo, nella tua interiorità tu vieni rinnovato secondo l’immagine di Dio” .
Proseguendo il commento iniziato in Avvento sul versetto del Salmo “L’anima mia ha sete del Dio vivente”, riflettiamo sul “luogo” in cui ognuno di noi entra in contatto con il Dio vivente. In senso universale e sacramentale questo “luogo” è la Chiesa, ma in senso personale ed esistenziale esso è il nostro cuore, quello che la Scrittura chiama “l’uomo interiore”, “l’uomo nascosto nel cuore” . A questa scelta ci spinge anche il tempo liturgico in cui ci troviamo. Gesú in questi quaranta giorni è nel deserto, ed è lì che lo dobbiamo raggiungere. Non tutti possono andare in un deserto esteriore; tutti però possiamo rifugiarci nel deserto interiore che è il nostro cuore. “Nell’interiorità dell’uomo abita Cristo”, ci ha detto Agostino.
Se vogliamo un’immagine plastica o, un simbolo, che ci aiuti ad attuare questa conversione verso l’interno, ce la offre il Vangelo con l’episodio di Zaccheo. Zaccheo è l’uomo che vuol conoscere Gesù e, per farlo, esce di casa, va tra la folla, sale su un albero… Lo cerca fuori. Ma ecco che Gesù passando lo vede e gli dice: “Zaccheo, scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19, 5). Gesù riconduce Zaccheo a casa sua e lì, nel segreto, senza testimoni, avviene il miracolo: egli conosce veramente chi è Gesù e trova la salvezza.
Noi somigliamo spesso a Zaccheo. Cerchiamo Gesù e lo cerchiamo fuori, per le strade, tra la folla. Ed è Gesù stesso che ci invita a rientrare in casa nostra nel nostro stesso cuore, dove lui desidera incontrarsi con noi.

Interiorità, un valore in crisi
L’interiorità è un valore in crisi. La “vita interiore” che un tempo era quasi sinonimo di vita spirituale, ora tende invece a essere guardata con sospetto. Ci sono dizionari di spiritualità che omettono del tutto le voci “interiorità” e “raccoglimento” e altri che le portano, ma non senza esprimere qualche riserva. Per esempio, si fa notare che, dopo tutto, non c’è nessun termine biblico che corrisponda esattamente a queste parole; che potrebbe esserci stato, in questo punto, un influsso determinante della filosofia platonica; che esso potrebbe favorire il soggettivismo e così via.
Un sintomo rivelatore di questo calo del gusto e della stima dell’interiorità è la sorte toccata all’Imitazione di Cristo che è una specie di manuale di introduzione alla vita interiore. Da libro più amato tra i cristiani, dopo la Bibbia, esso è passato, in pochi decenni, a essere un libro dimenticato.
Alcune cause di questa crisi sono antiche e inerenti alla nostra stessa natura. La nostra “composizione”, cioè l’essere noi costituiti di carne e spirito, fa sì che siamo come un piano inclinato, inclinato però verso l’esterno, il visibile e il molteplice. Come l’universo, dopo l’esplosione iniziale (il famoso Big bang), anche noi siamo in fase di espansione e di allontanamento dal centro. “Non si sazia l’occhio di guardare, né mai l’orecchio è sazio di udire”, dice la Scrittura (Qo 1, 8). Siamo perennemente “in uscita”, attraverso quelle cinque porte o finestre che sono i nostri sensi.
Altre cause sono invece più specifiche e attuali. Una è l’emergenza del “sociale” che è certamente un valore positivo dei nostri tempi, ma che, se non è riequilibrato, può accentuare la proiezione all’esterno e la spersonalizzazione dell’uomo. Nella cultura secolarizzata e laica dei nostri tempi il ruolo che svolgeva l’interiorità cristiana è stato assunto dalla psicologia e dalla psicoanalisi, le quali si fermano però all’inconscio dell’uomo e comunque alla sua soggettività, prescindendo dal suo intimo legame con Dio.
In campo ecclesiale, l’affermarsi, con il Concilio, dell’idea di una “Chiesa per il mondo” ha fatto sì che all’ideale antico della fuga dal mondo, si sia sostituito talvolta l’ideale della fuga verso il mondo. L’abbandono dell’interiorità e la proiezione all’esterno è un aspetto – e tra i più pericolosi – del fenomeno del secolarismo. C’è stato perfino un tentativo di giustificare teologicamente questo nuovo orientamento che ha preso il nome di teologia della morte di Dio, o della città secolare. Dio – si dice – ci ha dato lui stesso l’esempio. Incarnandosi, egli si è svuotato, è uscito da se stesso, dall’interiorità trinitaria, si è “mondanizzato”, cioè disperso nel profano. È diventato un Dio “fuori di sé”.

L’interiorità nella Bibbia
Come sempre, alla crisi di un valore tradizionale, nel cristianesimo si deve rispondere attuando una ricapitolazione, cioè riprendendo le cose al loro principio per portarle a un nuovo compimento. In altre parole, si tratta di ripartire dalla parola di Dio e, alla sua luce, di ritrovare, nella stessa Tradizione, l’elemento vitale e perenne, liberandolo dagli elementi caduchi di cui si è rivestito lungo i secoli. È quello che il concilio Vaticano II ha seguito come metodo in tutti i suoi lavori. Come in natura, a primavera, si pota l’albero dai rami della precedente stagione per rendere possibile al tronco una nuova fioritura, così bisogna fare anche nella vita della Chiesa.
Già i profeti d’Israele avevano lottato per spostare l’interesse del popolo dalle pratiche esteriori di culto e dal ritualismo, all’interiorità del rapporto con Dio. “Questo popolo – leggiamo in Isaia – si avvicina a me solo a parole e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e il culto che mi rendono è un imparaticcio di usi umani” (Is 29, 13). Il motivo è che “l’uomo guarda le apparenze, ma Dio scruta il cuore” (1 Sam 16, 7). “Laceratevi il cuore, non le vesti, si legge in un altro profeta” (Gl 2, 13).
È il tipo di riforma religiosa che Gesù ha ripreso e portato a compimento. Uno che esamini l’operato di Gesù e le sue parole, fuori da preoccupazioni dogmatiche, da un punto di vista di storia delle religioni, nota anzitutto una cosa: che egli ha voluto rinnovare la religiosità giudaica, finita spesso nelle secche del ritualismo e del legalismo, rimettendo al centro di essa un rapporto intimo e vissuto con Dio. Egli non si stanca di richiamare a quell’ambito “segreto”, il “cuore”, dove si opera il vero contatto con Dio e con la sua vivente volontà e da cui dipende il valore di ogni azione (cf Mt 15, 10 ss). Il richiamo all’interiorità trova la sua motivazione biblica più profonda e oggettiva nella dottrina della inabitazione di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, nell’anima del battezzato .
Con il passare del tempo, nella visione biblica dell’interiorità cristiana qualcosa si era offuscato, contribuendo alla crisi di cui ho parlato sopra. In certe correnti spirituali, come in alcuni dei mistici renani, si era offuscato il carattere oggettivo di questa interiorità. Essi insistono sul ritorno al “fondo dell’anima” mediante quella che essi chiamano “introversione”. Ma non sempre appare chiaro se questo “fondo dell’anima” appartiene alla realtà di Dio o a quella dell’io, o, peggio, se esso è tutte e due le cose insieme, panteisticamente fuse.
Negli ultimi secoli l’aspetto del metodo aveva finito per prevalere sul contenuto dell’interiorità cristiana, riducendola talvolta a una specie di tecnica di concentrazione e di meditazione, più che all’incontro con il Cristo vivente nel cuore, anche se non sono mancate in nessuna epoca, splendide realizzazioni dell’interiorità cristiana. Santa Elisabetta della Trinità è nella linea della più pura interiorità oggettiva, quando scrive: “Io ho trovato il paradiso sulla terra, perché il paradiso è Dio e Dio è nel mio cuore” .

Ritorno all’interiorità
Ma torniamo al presente. Perché è urgente tornare a parlare di interiorità e riscoprire il gusto di essa? Viviamo in una civiltà tutta proiettata all’esterno. Avviene nell’ambito spirituale quello che si osserva nell’ambito fisico. L’uomo invia le sue sonde fino alla periferia del sistema solare, fotografa quello che c’è in pianeti lontani; ignora invece quello che si agita poche migliaia di metri sotto la crosta terrestre e non riesce perciò a prevedere terremoti ed eruzioni vulcaniche. Anche noi sappiamo, ormai in tempo reale, quello che avviene all’altro capo del mondo, ma ignoriamo quello che si agita nel fondo del nostro cuore. Viviamo come in una centrifuga in azione a tutta velocità.
Evadere, cioè uscire fuori, è una specie di parola d’ordine. Esiste perfino una letteratura di evasione, spettacoli di evasione. L’evasione è, per così dire, istituzionalizzata. Il silenzio fa paura. Non si riesce a vivere, lavorare, studiare senza qualche voce o musica intorno. C’è una specie di horror vacui, di paura del vuoto, che spinge a stordirsi.
Ho avuto occasione di mettere piede una volta in una discoteca, invitato a parlare ai giovani ivi raccolti. Mi è bastato per farmi un’idea di che cosa vi regna: l’orgia del chiasso, il rumore assordante come droga. Sono state fatte inchieste tra i giovani all’uscita della discoteca e alla domanda: “Perché vi riunite in questo luogo?”, alcuni hanno risposto: “Per non pensare!”. Ma è facile immaginare a quali manipolazioni sono esposti dei giovani che hanno rinunciato ormai a pensare.
“Pesi il lavoro su questi uomini e vi si trovino impegnati, così che non diano retta alle parole di Mosè”, fu l’ordine del Faraone d’Egitto (cf Es 5, 9). L’ordine tacito, ma non meno perentorio, dei faraoni moderni è: “Pesi il chiasso su questi giovani, ne siano storditi, cosicché non pensino, non facciano delle scelte libere, ma seguano la moda che fa comodo a noi, comprino quello che diciamo noi, pensino come vogliamo noi!”. Per un settore molto influente della nostra società, quello dello spettacolo e della pubblicità, gli individui contano solo in quanto sono “spettatori”, numeri che fanno salire la “audience” dei programmi.
Occorre opporsi con un risoluto “no!” a questo svuotamento. I giovani sono anche i più generosi e pronti a ribellarsi alle schiavitù e infatti vi sono schiere di giovani che reagiscono a questo assalto e, anziché fuggire, ricercano luoghi e tempi di silenzio e di contemplazione per ritrovare ogni tanto se stessi e, in se stessi, Dio. Sono in tanti, anche se nessuno ne parla. Alcuni hanno fondato case di preghiera e di adorazione eucaristica continuata e attraverso la Rete danno la possibilità a tanti di unirsi a loro.
L’interiorità è la via a una vita autentica. Si parla tanto oggi di autenticità e se ne fa il criterio di riuscita o meno della vita. Il filosofo forse più noto del secolo scorso, Martin Heidegger, ha posto questo concetto al centro del suo sistema. Per il cristiano l’autenticità vera non si raggiunge se non vivendo “coram Deo”, al cospetto di Dio.
“Un mandriano –scrive Kierkegaard – il quale, se questo fosse possibile, è un io di fronte alle vacche, è un io molto basso; un sovrano che è un io di fronte ai suoi servi, lo stesso. Nessuno dei due è un io; in ambedue i casi manca la misura… Ma che realtà infinita non acquista l’io, acquistando coscienza di esistere davanti a Dio, diventando un io umano, la cui misura è Dio! […] Si parla tanto di vite sprecate. Ma sprecata è soltanto la vita di quell’uomo che mai si rese conto, perché non ebbe mai, nel senso più profondo, l’impressione che esiste un Dio e che egli, proprio egli, il suo io, sta davanti a questo Dio”.
Il Vangelo ci narra la storia di uno di questi “mandriani”. Era fuggito dalla casa paterna e aveva dissipato i suoi beni e la sua giovinezza, vivendo dissolutamente. Ma un giorno “rientrò in se stesso”. Passò in rassegna la sua vita, preparò le parole da dire e si mise in cammino verso la casa paterna (cf Lc 15, 17). La sua conversione si attuò in questo momento, prima di muoversi, mentre era solo in mezzo a una mandria di porci. Si attuò nel momento in cui “rientrò in se stesso”. In seguito non fece che eseguire quello che aveva deliberato. La conversione esterna fu preceduta da quella interiore e ricevette da questa il suo valore. Quanta fecondità in quel “rientrare in se stesso!”.
Non sono solo i giovani a essere travolti dall’ondata di esteriorità. Lo sono anche le persone più impegnate e attive nella Chiesa. Anche i religiosi! Dissipazione è il nome della malattia mortale che ci insidia tutti. Si finisce per essere come un vestito rovesciato, con l’anima esposta ai quattro venti. In un discorso tenuto ai superiori di un ordine religioso contemplativo, san Paolo VI disse:
“Oggi siamo in un mondo che sembra alle prese con una febbre che si infiltra perfino nel santuario e nella solitudine. Rumore e frastuono hanno invaso pressoché ogni cosa. Le persone non riescono più a raccogliersi. In preda a mille distrazioni, esse dissipano abitualmente le loro energie dietro le diverse forme della cultura moderna. Giornali, riviste, libri invadono l’intimità delle nostre case e dei nostri cuori. È più difficile di un tempo trovare l’opportunità per quel raccoglimento nel quale l’anima riesce a essere pienamente occupata in Dio”.
Santa Teresa d’Avila ha scritto un’opera intitolata Il castello interiore che è certamente uno dei frutti più maturi della dottrina cristiana dell’interiorità. Ma esiste, ahimè, anche un “castello esteriore” e oggi constatiamo che è possibile essere chiusi anche in questo castello. Chiusi fuori casa, incapaci di rientrarvi. Prigionieri dell’esteriorità! Sant’Agostino descrive così la sua vita prima della conversione:
“Tu eri dentro di me ed io stavo fuori e ti cercavo quaggiù, gettandomi deforme, sopra queste forme di bellezza che sono creature tue. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature che non esisterebbero neppure se non fosse per te che le fai esistere” .
Quanti di noi dovrebbero ripetere questa amara confessione: “Tu eri dentro di me, ma io ero fuori!” Vi sono alcuni che sognano la solitudine, ma la sognano soltanto. La amano, purché resti nel sogno e non si traduca mai nella realtà. Nella realtà, rifuggono da essa, ne hanno paura. La scomparsa del silenzio è un sintomo grave. Sono stati rimossi quasi dappertutto quei tipici cartelli che a ogni corridoio delle case religiose intimavano in latino: Silentium! Io credo che su molti ambienti religiosi incombe il dilemma: O silenzio o morte! O si ritrova un clima e dei tempi di silenzio e d’interiorità oppure è lo svuotamento spirituale progressivo e totale. Gesù chiama l’inferno “le tenebre esteriori” (cf Mt 8, 12) e questa designazione è altamente significativa.
Non bisogna lasciarsi ingannare dall’obiezione solita: ma Dio lo si trova fuori, nei fratelli, nei poveri, nella lotta per la giustizia; lo si trova nell’Eucaristia che è fuori di noi, nella parola di Dio… Tutto vero. Ma dove è che “incontri” veramente il fratello e il povero, se non nel tuo cuore? Se lo incontri solo fuori, non è un io, una persona che incontri, ma una cosa; lo urti più che incontrarlo. Dov’è che incontri il Gesù dell’Eucaristia se non nella fede, cioè dentro di te? Un vero incontro tra persone non può avvenire che tra due coscienze, due libertà, cioè tra due interiorità.
È errato del resto pensare che l’insistenza sull’interiorità possa nuocere all’impegno fattivo per il regno e per la giustizia; pensare, in altre parole, che affermare il primato dell’intenzione possa nuocere all’azione. Interiorità non si oppone all’azione, ma a un certo modo di fare l’azione. Lungi dal diminuire l’importanza dell’agire per Dio, l’interiorità la fonda e la preserva.

L’eremita e il suo eremitaggio
Se vogliamo imitare ciò che Dio ha fatto incarnandosi, imitiamolo davvero fino in fondo. È vero che egli si è svuotato, è uscito da sé, dall’interiorità trinitaria, per venire nel mondo. Sappiamo però come ciò è avvenuto: “Ciò che era rimase, ciò che non era assunse”, dice un antico adagio a proposito dell’incarnazione. Senza abbandonare il seno del Padre, il Verbo venne in mezzo a noi. Anche noi andiamo pure verso il mondo, ma senza uscire mai del tutto da noi stessi. “L’uomo interiore – dice l’Imitazione di Cristo – si raccoglie spontaneamente perché non si disperde mai del tutto nelle cose esterne. A lui non è di pregiudizio l’attività esterna e le occupazioni a suo tempo necessarie, ma sa adattarsi alle circostanze” .
Ma cerchiamo anche di vedere come fare, concretamente, per ritrovare e conservare l’abitudine all’interiorità. Mosè era un uomo attivissimo. Ma si legge che si era fatta costruire una tenda portatile e a ogni tappa dell’esodo fissava la tenda fuori dell’accampamento e regolarmente entrava in essa per consultare il Signore. Lì, il Signore parlava con Mosè “faccia a faccia, come un uomo parla con un altro” (Es 33, 11).
Questo non sempre si può fare. Non sempre ci si può ritirare in una cappella o in un luogo solitario per ritrovare il contatto con Dio. San Francesco d’Assisi suggerisce un altro accorgimento più a portata di mano. Mandando i suoi frati per le strade del mondo, diceva: Noi abbiamo un eremitaggio sempre con noi dovunque andiamo e ogni volta che lo vogliamo possiamo, come eremiti, rientrare in questo eremo. “Fratello corpo è l’eremo e l’anima l’eremita che vi abita dentro per pregare Dio e meditare” .
È la stessa raccomandazione che santa Caterina da Siena esprimeva con l’immagine della “cella interiore” che ognuno porta con sé e in cui è sempre possibile ritirarsi con il pensiero, per riannodare un contatto vivo con la Verità che abita in noi. È a questa cella invisibile, non delimitata da pareti, scrive sant’Ambrogio, che Gesù ci invita con le parole: ”Quando preghi entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto” (Mt 6, 6).
Abbiamo ascoltato all’inizio l’accorato appello di sant’Agostino a rientrare nel cuore, terminiamo ascoltando un altro appello altrettanto accorato nella stessa direzione, quello che sant’Anselmo d’Aosta rivolge al lettore all’inizio del suo Proslogion:

Orsù, omuncolo, abbandona per un momento le tue occupazioni, nasconditi un poco ai tuoi tumultuosi pensieri. Abbandona ora le pesanti preoccupazioni, rimanda i tuoi laboriosi impegni. Per un po’ dedicati a Dio e riposati in Lui. Entra nella camera del tuo spirito, escludi da essa tutto, all’infuori di Dio e di ciò che ti possa giovare a cercarlo, e, chiusa la porta (Mt 6, 6), cercalo. Di’ ora, o mio cuore, nella tua totalità, di’ ora a Dio: ‘Io cerco il tuo volto; il tuo volto, o Signore, io cerco’ (Sal 27, 8).

Con questi desideri e propositi iniziamo la nostra giornata di lavoro, a servizio della Chiesa.

1.S. Agostino, De vera rel. 39, 72 (PL 34, 154).
2.S. Agostino, In Ioh. Ev., 18, 10 (CCL 36, p. 186).
3.Cf Rm 7, 22; 2 Cor 4, 16; 1 Pt 3, 4)
4.Cf. Gv 14, 17.23; Rm 5, 5; Gal 4, 6.
5.S. Elisabetta della Trinità, Lettera 122.
6.S. Kierkagaard, La malattia mortale, II, in Opere, a cura di C. Fabro, Firenze 1972, p. 662-663.
7.S. Agostino, Confessioni, X, 27.
8. Imitazione di Cristo, II, 1.
9.Legenda Perugina, 80 (Fonti Francescane, nr. 1636).
10.S. Ambrogio, Su Caino e Abele, I, 9, 38 (CSEL 32,1, p. 372).

mercoledì 20 marzo 2019

Vatican Insider, La Stampa: “Perle” di realismo spirituale

L’uomo di cultura in generale può rischiare di sentirsi su di un fasullo piedistallo, invece di imparare insieme agli altri

Siamo in un germinale passaggio epocale. L’uomo diviso in anima disincarnata, ragione astratta ed uno scarsamente considerato resto dell’umano si muove verso un’armonica, viva, ricomposizione. Il cuore non spiritualistico, non razionalistico ma divino e umano di Gesù per grazia si manifesta più chiaramente come autentico riferimento.

Una certa distratta confusione circa tale percorso emerge anche in alcuni che pure riconoscono nella vita stessa propria e altrui la necessità di un discernimento più aderente alla specifica realtà, alla specifica persona. Qualche guida può ritenere di percepire da tempo o di aver compreso le novità, di sapere sufficientemente bene come gestire nel concreto al di là di tante teorie. Una meno intensa e comune ricerca che può risultare appunto un’altra conseguenza del razionalismo e delle sue scissioni. Per cui non si intuisce il bisogno di cercare un adeguato confronto specie con chi possa in modo particolare aver vissutamente approfondito tali piste. Magari cogliendo casualmente da tali fonti molti spunti innovativi a tutto campo senza chiedersi da quale profonda via possa sortire tanta fecondità.

Continuamente nel discernere di responsabili di vario genere si può rilevare questa cultura razionalista che frammenta, schematizza, l’umano, tutt’al più giustapponendone alcuni riduttivi aspetti invece di cercare di considerarlo armonicamente.

Pongo essenzialissimi esempi partendo dal teologo che tratta della necessità di pensare la fede. Talora non così consapevole che la più profonda conoscenza avviene in una vita vissuta e si sviluppa in essa. Più che pensare, che rischia di ricordare elucubrazioni a tavolino, si tratta di un vivo discernere dal vivo in contatto con la realtà viva. Non a caso Gesù parlava un linguaggio semplice mentre qualche teologo si può esprimere in modo cervellotico anche dove ciò si potrebbe evitare facilmente. Non a caso l’uomo di cultura in generale può rischiare di sentirsi su di un fasullo piedistallo, invece di imparare insieme agli altri. 

Persino in matematica ne conseguono più adeguate impostazioni di fondo che tra l’altro mostrano che nemmeno essa è neutra ma invece comunque scaturisce da una visione, da una vita, complessive. È fuorviante dunque, un’astratta scissione, affermare che la fede fornisce il senso della vita mentre la scienza descrive la realtà materiale. 

Le scissioni, le astratte connessioni, emergono in tanti discernimenti del quotidiano. E in modo apparentemente paradossale ma in realtà come naturale conseguenza di tali impostazioni si manifestano più decisamente in certe persone più colte, più strutturate. Per cui non di rado si verificano situazioni nelle quali è il semplice il primo a riportare, magari implicitamente, con la sua naturale perplessità, che “il re è nudo”. Ed è il cuore semplice a cogliere spesso più facilmente l’essenziale di una rinnovata, più divina e più umana, graduale e serena, spiritualità quando viene trasmessa al suo vivere concreto.

Regole morali, teorie scientifiche, “perle” di realismo spirituale, viste riduttivamente, per schemi. Prendiamo l’esempio del rapporto tra grazia e natura. La prima, si osserva, suppone la seconda. La bontà di una persona non le fa rinascere la gamba amputata. A meno di un miracolo. Ma il razionalismo può valutare con drammatica astrazione la vita invece piena di mille sfumature. Si possono, per esempio, dare esperienze di situazioni psicologiche apparentemente difficili che però in realtà sono profondamente diverse da altre esteriormente simili.

La scoperta poi, per grazia, sempre più profonda ed equilibrata dell’amore delicato di Dio, che si dona a misura della specifica persona, può aiutare a liberare da fragilità che potevano apparire in larga parte insuperabili. È proprio un discernimento più maturo, integrale e non scisso come sopra, che può trovare anche in psicologia - come in tanti altri campi - soluzioni addirittura fondamentalmente semplici persino in questioni che venivano lette come molto complesse.

Dunque non si tratta in certi casi di angelicate, irrealiste, speranze ma di una sempre più semplice, profonda ed equilibrata, libera da schemi, consapevolezza del cuore nel mistero di Dio e dell’uomo che aiuta a leggere più distintamente anche nell’umanità altrui.

Talora Dio, la persona, sembrano in varia misura venire incontrati a tavolino, per formalistiche branche di studio, tutt’al più giustapposte invece che nella vita concreta di ciascuno. Così vediamo che il discernimento spiritualista, razionalista, anche dove ritenuti ignazianamente a misura, da un lato possono inconsapevolmente tendere ad imporre astrazioni, riduttivismi, a ogni soggetto; dall’altro possono ritenere di saper stare saggiamente con i piedi per terra, perdendo di vista la capacità dello Spirito di Cristo di fare nuove tutte le cose.

di GIAMPAOLO CENTOFANTI

lunedì 18 marzo 2019

Il Libraio.it: San Giuseppe dimenticato, la riflessione del biblista Alberto Maggi per il 19 marzo

L’ebraico Yôsep (Giuseppe), è un nome augurale per chi desidera una famiglia numerosa, infatti significa “il Signore aggiunga” (al bambino nato), tanti altri ancora. Nome popolare nella Bibbia, è
portato da personaggi illustri della storia d’Israele, dal figlio di Giacobbe e Rachele, venduto come schiavo dai suoi fratelli per gelosia, ma divenuto poi governatore d’Egitto (Gen 37-42), al marito di Maria; quel che li accomuna è che entrambi, in situazioni drammatiche, sono stati i salvatori della loro famiglia.Nel Nuovo Testamento c’è però un’evidente reticenza nel trattare di Giuseppe di Nazaret, marito di Maria e padre di Gesù. Sia nelle lettere di Paolo sia degli altri autori del Nuovo Testamento non si fa alcun accenno a Giuseppe, ma quel che sorprende è il ruolo marginale che sembrano dargli anche gli evangelisti.Nel vangelo considerato più antico, quello di Marco, non c’è alcun riferimento a lui, e Gesù è ricordato solo come “il figlio di Maria”; vengono nominati i fratelli Giacomo, Ioses, Giuda e Simone, e anche le sue sorelle (Mc 6,3), ma non c’è alcun cenno al padre. Anche nel vangelo di Giovanni si parla della madre di Gesù (Gv 2,1; 19,25) e dei suoi fratelli (Gv 7,3-10), ma non si trova alcun indizio su Giuseppe. È solo nei vangeli di Luca, e in particolare di Matteo, che gli evangelisti, in modi diversi, trattano questa singolare figura della quale stranamente non riportano neanche una parola, e del cui mestiere si parla solo in relazione a Gesù, conosciuto come “il figlio del falegname” (Mt 13,55).La scarsità di notizie riguardo a Giuseppe nei vangeli, ha fatto sì che la Chiesa e la tradizione abbiano attinto abbondantemente dai testi apocrifi, in modo particolare dal Protovangelo di Giacomo, di poco posteriore ai vangeli. È in questo testo che Giuseppe viene presentato già come anziano (“Ho figli e sono vecchio, mentre lei è una ragazza” (9,2), mentre nell’apocrifo “Storia di Giuseppe Falegname” si legge che era vedovo con ben sei figli (quattro maschi e due femmine), quando si sposò con la dodicenne Maria di Nazaret. E quando Giuseppe morì, a ben centoundici anni (15,1), Gesù e Maria erano presenti al suo capezzale insieme a tutti i suoi figli e figlie. Queste notizie indussero la tradizione cristiana a presentare Giuseppe come una persona molto avanti con gli anni e, in modo particolare dal quindicesimo secolo, il consolidarsi del culto a San Giuseppe, portò a raffigurarlo sempre più come un anziano che sembrava più il nonno che il padre di Gesù, forse per rendere così più sicura la verginità della Madonna, e generazioni di bambini hanno imparato la dolce filastrocca dedicata a “San Giuseppe vecchierello…”.

In realtà, con ogni probabilità, il marito di Maria era un giovane, in quanto la tradizione ebraica fissava il matrimonio per il maschio al diciottesimo anno (“I diciotto anni sono l’età giusta per il matrimonio” Pirkè Avot, 5,23), e per la femmina al dodicesimo.La Chiesa presenta Giuseppe come padre “putativo” (dal latino puto, creduto tale) di Gesù, secondo quanto scrive Luca nel suo vangelo (“era figlio, come si credeva [lat. putabatur], di Giuseppe”, Lc 3,23). Se Luca parla di Giuseppe come padre di Gesù (Lc 4,22), Matteo, nonostante sia l’evangelista che più mette in risalto la sua figura provvidenziale per la santa famiglia, lo esclude in maniera radicale dal concepimento del figlio. Infatti, nella genealogia con la quale Matteo apre la sua narrazione, elencando gli antenati di Gesù, per trentanove volte, partendo da Abramo, presenta un uomo che genera un maschio (“Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda…”, Mt 1,1), una successione di padre in figlio che attraversa la storia d’Israele da Abramo a Davide e Salomone fino a Giuseppe. Ma giunto al trentanovesimo “generò” (“Giacobbe generò Giuseppe”, Mt 1,16), anziché proseguire come il ritmo e la coerenza vorrebbero con “Giuseppe generò Gesù”, la trasmissione di vita iniziata con Abramo di padre in figlio s’interrompe bruscamente. Matteo infatti scrive che “Giacobbe generò Giuseppe, il marito di Maria, dalla quale è stato generato Gesù chiamato Cristo” (Mt 1,16), estromettendo Giuseppe dalla generazione del figlio. Nella cultura ebraica non esisteva il termine genitori ma solo un padre e una madre, con compiti differenti. Mentre il padre è colui che genera, la madre si limita a partorire il figlio (Is 45,10). Matteo, infrangendo questa cultura e questa tradizione, presenta una donna dalla quale fu generato il figlio, adoperando lo stesso verbo (gr. ghennaô) che ha usato per tutte le generazioni precedenti, facendo così intravedere un’azione particolare di Dio. Il Cristo non è figlio di Giuseppe, ma “Figlio di Dio” (Mt 27,54), generato dallo Spirito, la stessa energia divina che nel racconto della creazione aleggiava sulle acque (Gen 1,1-2).

Giuseppe viene presentato da Matteo come “giusto”, qualifica che non indica soltanto la condotta morale dell’individuo, ma la sua piena fedeltà alla Legge di Mosè, come Elisabetta e Zaccaria, i genitori di Giovanni, che “erano giusti davanti a Dio” in quanto “osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore”, Lc 1,6). Quando Giuseppe scopre che Maria, prima che iniziassero la convivenza, è incinta, sa che come “giusto” il suo dovere è di denunciare la sposa infedele e farla lapidare, così come comanda la Legge divina (Dt 22,20-21). Ma Giuseppe non lo fa. Tra la fedeltà alla Legge e l’amore per la sposa, vince la misericordia, e Giuseppe cerca una via di uscita che salvi Maria (“decise di licenziarla in segreto”, Mt 1,19). Nel Protovangelo di Giacomo, la drammatica scelta di Giuseppe viene ben raffigurata da questo suo dilaniante dialogo interiore: “Se nasconderò il suo errore, mi troverò a combattere con la Legge del Signore” (14,1).Giuseppe non osserva la Legge, e questa incrinatura nel fronte dell’obbedienza al comando divino è sufficiente allo Spirito non solo per inserirsi nella sua vita e assicurarlo a prendere Maria come moglie (Mt 1,20) e salvarla da morte sicura, ma lo rende capace di percepire nella sua esistenza la presenza del “Dio misericordioso” (Dt 4,31). Giuseppe è il giusto, l’uomo che non parla ma fa, al contrario degli scribi e farisei che “dicono ma non fanno” (Mt 23,3). Egli è per l’evangelista il primo di quei “misericordiosi” che Gesù proclamerà beati “perché troveranno misericordia” (Mt 5,7), e di quei “puri di cuore” proclamati beati “perché vedranno Dio” (Mt 5,7.8), ovvero faranno una costante esperienza della presenza del “Signore misericordioso” (Sir 48,20) nella loro vita. È questo che ha permesso a Giuseppe di essere sempre guidato da Dio stesso (l’ “Angelo del Signore”), che per tre volte, cifra che nel simbolismo numerico ebraico indica la totalità, gli indicherà che fare (Mt 1,20; 2,13.19).Ripetendo le gesta del primo Giuseppe della Bibbia (Gen 45-46), il falegname di Nazaret salva la sua famiglia dalla trame omicide di re Erode portandola in Egitto, per poi tornare nella più lontana ma sicura Galilea. Accogliendo come suo il figlio di Maria, Giuseppe lo legittima agli occhi del popolo, e il bambino, a cui ha posto il nome Gesù (l’ebraico Yehsȗà, “Il Signore salva”), sperimenta, ancora prima della protezione del Padre celeste, il padre terreno come il suo salvatore.

domenica 17 marzo 2019

padre Raniero Cantalamessa – Prima Predica di Quaresima 2019

Tema delle meditazioni quaresimali è il seguente: “In te ipsum redi” Rientra in te stesso (Sant’Agostino).

Le successive prediche di Quaresima avranno luogo venerdì 22, 29 marzo e 5, 12 aprile.

Beati i puri di cuore perchè vedranno Dio
Continuando la riflessione iniziata in Avvento sul versetto del salmo: “L’anima mia ha sete del Dio vivente” (Sal 42, 2), in questa prima predica quaresimale vorrei meditare con voi sulla condizione essenziale per “vedere” Dio. Secondo Gesú, essa è la purezza di cuore: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5, 8), dice in una delle sue beatitudini.
Sappiamo che puro e purezza hanno nella Bibbia, come del resto nel linguaggio comune, una gamma vastissima di significati. Il Vangelo insiste su due ambiti in particolare: la rettitudine delle intenzioni e la purezza dei costumi. Alla purezza delle intenzioni si oppone l’ipocrisia, alla purezza dei costumi l’abuso della sessualità.

Nell’ambito morale, con la parola “purezza” si designa comunemente un certo comportamento nella sfera della sessualità, improntato al rispetto della volontà del Creatore e della finalità intrinseca della stessa sessualità. Non possiamo entrare in contatto con Dio, che è spirito, altrimenti che mediante il nostro spirito. Ma il disordine o, peggio, le aberrazioni in questo campo hanno l’effetto costatato da tutti di ottenebrare la mente. È come quando si agitano i piedi in uno stagno: il fango, dal fondo, si solleva e intorbida tutta l’acqua. Dio è luce e una tale persona “odia la luce”.
Il peccato impuro non fa vedere il volto di Dio, o, se lo fa vedere, lo fa vedere tutto deformato. Fa di lui, non l’amico, l’alleato e il padre, ma l’antagonista, il nemico. L’uomo carnale è pieno di concupiscenze, desidera la roba d’altri e la donna d’altri. In questa situazione Dio gli appare come colui che sbarra la strada ai suoi desideri cattivi con quei suoi perentori “Tu devi!”, “Tu non devi!” Il peccato suscita nel cuore dell’uomo, un sordo rancore contro Dio, al punto che, se dipendesse da lui, egli vorrebbe che Dio non esistesse affatto.

In questa occasione, tuttavia, più che sulla purezza dei costumi, vorrei insistere sull’altro significato dell’espressione “puri di cuore”, e cioè sulla purezza o rettitudine delle intenzioni, in pratica sulla virtù contraria all’ipocrisia. Ci orienta in questo senso anche il tempo liturgico che stiamo vivendo. Abbiamo iniziato la Quaresima, il Mercoledì delle ceneri, riascoltando le ammonizioni martellanti di Gesú:
“Quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti…Quando pregate non siate simili agli ipocriti…E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti” (Mt 6, 1-18)
È sorprendente quanto il peccato d’ipocrisia – il più denunciato da Gesù nei vangeli-, entri poco nei nostri ordinari esami di coscienza. Non avendo trovato in nessuno di essi la domanda: “Sono stato ipocrita?”, io ho dovuto mettercela per conto mio, e raramente ho potuto passare indenne alla domanda successiva. Il più grande atto di ipocrisia sarebbe nascondere la propria ipocrisia. Nasconderla a se stessi e agli altri, perché a Dio non è possibile. L’ipocrisia è in gran parte vinta, nel momento che è riconosciuta. Ed è quello che ci proponiamo di fare in questa meditazione: riconoscere la parte di ipocrisia, più o meno cosciente, che c’è nelle nostre azioni.

L’uomo –ha scritto Pascal – ha due vite: una è la vita vera, l’altra quella immaginaria che vive nell’opinione, sua o della gente. Noi lavoriamo senza posa ad abbellire e conservare il nostro essere immaginario e trascuriamo quello vero. Se possediamo qualche virtù o merito, ci diamo premura di farlo sapere, in un modo o in un altro, per arricchire di tale virtù o merito il nostro essere immaginario, disposti perfino a farne a meno noi, per aggiungere qualcosa a lui, fino a consentire, talvolta, a essere vigliacchi, pur di sembrare valorosi e a dare anche la vita, purché la gente ne parli .

Cerchiamo di scoprire l’origine e il significato del termine ipocrisia. La parola deriva dal linguaggio teatrale. All’inizio significava semplicemente recitare, rappresentare sulla scena. Agli antichi non sfuggiva l’intrinseco elemento di menzogna che c’è in ogni rappresentazione scenica, nonostante l’alto valore morale e artistico che le viene riconosciuto. Di qui il giudizio negativo che si portava sul mestiere dell’attore, riservato, in certi periodi, agli schiavi e proibito addirittura dagli apologisti cristiani. Il dolore e la gioia ivi rappresentati ed enfatizzati non sono vero dolore e vera gioia, ma parvenza, affettazione. Alle parole e agli atteggiamenti esteriori non corrisponde l’intima realtà dei sentimenti. Quello che è sulla faccia non è quello che c’è nel cuore.

Noi usiamo la parola fiction in senso neutrale o addirittura positivo (è un genere letterario e di spettacolo molto in voga ai nostri giorni!); gli antichi le davano il senso che essa ha in realtà: quello di finzione. Ciò che di negativo c’era nella finzione scenica è passato nella parola ipocrisia. Da parola originariamente neutra, essa è diventata parola esclusivamente negativa, una delle poche parole con significati tutti e solo negativi. C’è chi si vanta di essere orgoglioso o libertino, nessuno di essere ipocrita.
L’origine del termine ci mette sulle tracce per scoprire la natura dell’ipocrisia. Essa è fare della vita un teatro in cui si recita per un pubblico; è indossare una maschera, cessare di essere persona per diventare personaggio. Il personaggio non è altro che la corruzione della persona. La persona è un volto, il personaggio una maschera. La persona è nudità radicale, il personaggio è tutto abbigliamento. La persona ama l’autenticità e l’essenzialità, il personaggio vive di finzione e di artifici. La persona ubbidisce alle proprie convinzioni, il personaggio ubbidisce a un copione. La persona è, umile e leggera, il personaggio è pesante ed ingombrante.

Questa tendenza innata dell’uomo è accresciuta enormemente dalla cultura attuale dominata dall’immagine. Film, televisione, internet: tutto si basa ormai prevalentemente sull’immagine, Cartesio ha detto: “Cogito ergo sum”, penso dunque sono; ma oggi si tende a sostituirlo con “appaio, dunque sono”. Un famoso moralista ha definito l’ipocrisia “il tributo che il vizio paga alla virtù” . Essa insidia soprattutto le persone pie e religiose. Un rabbino del tempo di Cristo diceva che il 90% dell’ipocrisia del mondo si trovava a Gerusalemme . Il motivo è semplice: dove più forte è la stima dei valori dello spirito, della pietà e della virtù, lì è più forte anche la tentazione di affettarle per non sembrarne privi.

Un pericolo viene anche dalla moltitudine dei riti che le persone pie sono solite compiere e delle prescrizioni che sono impegnate a osservare. Se non sono accompagnati da un continuo sforzo di immettere in essi un’anima, mediante l’amore per Dio e per il prossimo, essi diventano gusci vuoti. “Queste cose –dice san Paolo parlando di certi riti e prescrizioni esteriori- hanno una parvenza di sapienza, con la loro affettata religiosità e umiltà e austerità riguardo al corpo, ma in realtà non servono che per soddisfare la carne” (Col 2, 23). In questo caso, le persone conservano, dice l’Apostolo, “la parvenza della pietà, mentre ne hanno rinnegata la forza interiore” (2 Tm 3,5).

Quando l’ipocrisia diventa cronica crea, nel matrimonio e nella vita consacrata, la situazione di “doppia vita”: una pubblica, palese, l’altra nascosta; spesso una diurna, l’altra notturna. È lo stato spirituale più pericoloso per l’anima, dal quale diventa difficilissimo uscire, a meno che non intervenga qualcosa dall’esterno a infrangere il muro dentro cui ci si è chiusi. È lo stadio che Gesú descrive con l’immagine dei sepolcri imbiancati:

“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità” (Mt 23, 27-28).
Se ci domandiamo perché l’ipocrisia è tanto in abominio davanti a Dio”, la risposta è chiara. L’ipocrisia è menzogna. È occultare la verità. Inoltre nell’ipocrisia l’uomo declassa Dio, lo mette al secondo posto, collocando al primo posto le creature, il pubblico. È come se in presenza del re, uno gli voltasse le spalle per rivolgere la sua attenzione unicamente ai servi. “L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore” (1 Sam 16, 7): coltivare l’apparenza più che il cuore, significa automaticamente dare più importanza all’uomo che a Dio.

L’ipocrisia è dunque essenzialmente mancanza di fede, una forma di idolatria in quanto mette le creature al posto del Creatore. Gesù fa derivare da essa l’incapacità dei suoi nemici di credere in lui: “Come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?” (Gv 5, 44). L’ipocrisia manca anche di carità verso il prossimo, perché tende a ridurre gli altri ad ammiratori. Non riconosce loro una dignità propria, ma li vede solo in funzione della propria immagine. Numeri della audience e nulla più.

Una forma derivata di ipocrisia è la doppiezza o l’insincerità. Con l’ipocrisia si cerca di mentire a Dio; con la doppiezza nel pensare e nel parlare si cerca di mentire agli uomini. Doppiezza è dire una cosa e pensarne un’altra; dire bene di una persona in sua presenza e dirne male appena ha voltato le spalle.

Il giudizio di Cristo sull’ipocrisia è come una spada fiammeggiante: “Receperunt mercedem suam”: “hanno ricevuto la loro ricompensa”. Hanno firmato una quietanza, non possono attendersi altro. Una ricompensa, oltretutto, illusoria e controproducente anche sul piano umano, perché è verissimo il detto che “la gloria fugge chi la insegue e insegue chi la fugge”.

È chiaro che la nostra vittoria sull’ipocrisia non sarà mai una vittoria di primo acchito. A meno di essere giunti a un livello altissimo di perfezione, non possiamo evitare di sentire d’istinto il desiderio di apparire in buona luce, di fare bella figura, di piacere agli altri. La nostra arma è la rettificazione dell’intenzione. Alla retta intenzione si giunge mediante la rettificazione costante, giornaliera, della nostra intenzione. L’intenzione della volontà, non il sentimento naturale, è ciò che fa la differenza agli occhi di Dio

Se l’ipocrisia consiste nel mostrare anche il bene che non si fa, un rimedio efficace per contrastare questa tendenza è nascondere anche il bene che si fa. Privilegiare quei gesti nascosti che non saranno sciupati da nessuno sguardo terreno e conserveranno tutto il loro profumo per Dio. “A Dio, dice san Giovanni della croce, piace di più un’azione, per quanto piccola, fatta di nascosto e senza il desiderio che sia conosciuta, che mille altre compiute con il desiderio che siano vedute dagli uomini”. E ancora: “Un’azione fatta interamente e puramente per Dio, con cuore puro, crea tutto un regno per chi la fa” .

Gesù raccomanda con insistenza questo esercizio: “Prega nel segreto, digiuna nel segreto, fa’ l’elemosina in segreto e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (cf. Mt 6, 4-18). Sono delicatezze nei confronti di Dio che tonificano l’anima. Non si tratta di fare di ciò una regola fissa. Gesù dice anche: ”Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5, 16). Si tratta di distinguere quando è bene che gli altri vedano e quando è meglio che non vedano.

La cosa peggiore che si può fare, al termine di una descrizione dell’ipocrisia, è quella di servirsene per giudicare gli altri, per denunciare l’ipocrisia che c’è intorno a noi. È proprio a costoro che Gesù applica il titolo di ipocriti: “Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello!” (Mt 7,5). Qui è veramente il caso di dire: “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra” (Gv 8,7). Chi può dire di essere del tutto esente da qualche forma di ipocrisia? di non essere un po’ anche lui un sepolcro imbiancato, diverso all’interno da quello che appare all’esterno? Forse soltanto Gesú e la Madonna sono stati esenti, in modo stabile e assoluto, da ogni forma di ipocrisia. Il fatto consolante è che appena uno dice: “Sono stato ipocrita”, la sua ipocrisia è vinta.

“Se il tuo occhio è semplice”
La parola di Dio non si limita a condannare il vizio dell’ipocrisia; essa ci spinge anche a coltivare la virtù opposta che è la semplicità. “La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso” (Mt 6,22). La parola “semplicità” può avere –ed ha anche oggi – il senso negativo di dabbenaggine, ingenuità, superficialità e imprudenza. Gesú si preoccupa di escludere questo senso; alla raccomandazione: “Siate semplici come colombe”, fa seguire infatti l’invito a essere anche “prudenti come serpenti” (Mt 10,16).
San Paolo riprende e applica alla vita della comunità cristiana l’insegnamento evangelico sulla semplicità. Nella Lettera ai Romani scrive: “Chi dona, lo faccia con semplicità” (Rom 12, 8). Si riferisce, in primo luogo, a coloro che nella comunità sono preposti a opere di carità, ma la raccomandazione di applica a tutti: non solo a chi dà del proprio denaro, ma anche a chi da del proprio tempo, del proprio lavoro. Il senso è di non far pesare quello che si fa per gli altri o nel proprio ufficio. Alessandro Manzoni che nel suo romanzo “I Promessi sposi” ha incarnato così bene lo spirito del Vangelo, ha una scenetta delicatissima a questo riguardo. Il buon sarto del paese

“Interruppe il discorso da sé, come sorpreso da un pensiero. Stette un momento; poi mise insieme un piatto delle vivande ch’eran sulla tavola, e aggiuntovi un pane, mise il piatto in un tovagliolo, e preso questo per le quattro cocche, disse alla sua bambinetta maggiore: – piglia qui –. Le diede nell’altra mano un fiaschetto di vino, e soggiunse: – va’ qui da Maria vedova; lasciale questa roba, e dille che è per stare un po’ allegra co’ suoi bambini. Ma con buona maniera, ve’; che non paia che tu le faccia l’elemosina” .

L’apostolo Paolo parla di semplicità anche in un altro contesto che ci interessa particolarmente perché attinente alla Pasqua. Scrivendo ai Corinzi dice:
”Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità” (1 Cor 5, 7-8).

La festa che l’Apostolo invita a celebrare non è una festa qualunque, ma la festa per eccellenza, l’unica festa che il cristianesimo conosce e celebra nei primi tre secoli della sua storia, e cioè la Pasqua. La vigilia della Pasqua, il 13 Nisan, il rituale ebraico ordinava che la padrona di casa perlustrasse al lume di candela tutta la casa, rovistando ogni angolo, per far sparire ogni piccolo vestigio di pane fermentato e celebrare così, l’indomani, la Pasqua con solo pane azzimo. Il fermento infatti era per gli ebrei sinonimo di corruzione e il pane azzimo, simbolo di purezza, novità e integrità. In questo senso Gesù chiama l’ipocrisia un fermento, “il fermento dei farisei” (Lc 12, 1).

San Paolo vede nella pratica rituale ebraica una grandiosa metafora della vita cristiana. Cristo è stato immolato; è lui la vera Pasqua di cui quella antica era un’attesa; bisogna dunque perlustrare la casa interiore, il cuore, spogliarsi di tutto ciò che è vecchio e corrotto, per essere “una pasta nuova”; fare, anche dentro di noi, la grande pulizia primaverile. La parola greca heilikrineia che è tradotta con “sincerità” contiene l’idea di splendore solare (helios) e di prova o giudizio (krino) e significa perciò una trasparenza solare, qualcosa che è stato provato contro luce e trovato puro.

La virtù della semplicità ha il modello più sublime che si possa pensare: Dio stesso. Sant’Agostino ha scritto: “Dio è trino, ma non è triplice” . Egli è la stessa semplicità. La Trinità non distrugge la semplicità di Dio, perché la semplicità riguarda la natura e la natura di Dio è una e semplice. San Tommaso raccoglie fedelmente questa eredità, facendo della semplicità il primo degli attributi di Dio .

La Bibbia esprime questa stessa verità in maniera concreta, per mezzo di immagini: ”Dio è luce e in lui non ci sono tenebre” (1 Gv 1, 5). L’assenza di qualsiasi mescolanza è anche uno dei molteplici significati del titolo divino Qadosh, Santo. Pura pienezza, pura semplicità. La grande mistica santa Caterina da Genova designa questo aspetto della natura divina, di cui era innamorata, con netto, nettezza, un termine che indica, insieme, purezza e interezza, pienezza e omogeneità assoluta. Dio è “tutto d’un pezzo”. La semplicità di Dio è “pura pienezza”; a lui, dice la Scrittura, “nulla può essere aggiunto e nulla tolto” (Sir 42, 21). In quanto è somma pienezza, niente gli può essere aggiunto; in quanto è somma purezza, niente gli deve essere tolto. In noi le due cose non sono mai unite; l’una contraddice l’altra. La nostra purezza è ottenuta sempre togliendo qualcosa, purificandoci, “togliendo il male dalle nostre azioni” (cf. Is 1, 16).
Qualunque azione, benché piccola, se compiuta con intenzione pura e semplice, ci fa essere “a immagine e somiglianza di Dio”. L’intenzione pura e semplice raccoglie le forze disperse dell’anima, prepara lo spirito e lo unisce a Dio. Essa è principio, fine e ornamento di tutte le virtù. Tendendo a Dio solo e giudicando le cose in rapporto a lui, la semplicità respinge e debella la finzione, l’ipocrisia e ogni duplicità… Questa intenzione pura e retta è quell’occhio semplice di cui parla Gesù nel Vangelo, che illumina tutto il corpo, cioè tutta la vita e gli atti dell’uomo e li preserva immuni dal peccato.

Quella della semplicità è una delle conquiste più ardue e più belle del cammino spirituale. La semplicità è propria di chi è stato purificato da una vera penitenza, perché è frutto di un totale distacco da se stessi e di un amore disinteressato verso Cristo. La si raggiunge a poco a poco, senza scoraggiarsi per le cadute, ma con ferma determinazione di cercare Dio per lui stesso e non per noi stessi.

Se posso permettermi di suggerire un proposito al termine di questa meditazione, esso è di cercare nel salterio, o nella liturgia delle ore, il salmo 139; recitarlo lentamente e ripetutamente, come se lo leggessimo per la prima volta, anzi come se lo stessimo componendo noi stessi o fossimo i primi a pronunziarlo. Se l’ipocrisia e la doppiezza consistono nel ricercare lo sguardo degli uomini più che quello di Dio, qui troviamo il rimedio più efficace. Recitare questo salmo è come sottoporsi a una specie di radiografia, come esporsi ai raggi X. Ci si sente attraversati da parte a parte dallo sguardo di Dio. Io ricordo sempre l’impressione di quando per la prima volta lo recitai nel modo che ho detto. Comincia così:
“Signore, tu mi scruti e mi conosci,
tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri,
mi scruti quando cammino e quando riposo.
Ti sono note tutte le mie vie;
la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, gia la conosci tutta…
Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza?
Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti.
Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare,
anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra.
Se dico: Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia la notte;
nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno;
per te le tenebre sono come luce”.

La cosa meravigliosa è che questa presa di coscienza di essere sotto lo sguardo di Dio non crea un sentimento di vergogna o di disagio, come chi si sente osservato e scoperto nei suoi pensieri più segreti; al contrario, da gioia perché si capisce che è lo sguardo di un padre che ci ama e ci vuole perfetti come lui è perfetto. Il salmista termina infatti la sua preghiera con il grido esultante:

”Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore,
provami e conosci i miei pensieri:
vedi se percorro una via di menzogna
e guidami sulla via della vita”.

Sì, vedi, Signore, se seguiamo una via di menzogna e guidaci, in questa Quaresima, sulla via della semplicità e della trasparenza. Amen.

1. Cf. B. Pascal, Pensieri, 147 Br.
2. La Rochefoucauld, Massime 218.
3.Cf. Strack-Billerbeck, I, 718.
4.S. Giovanni della Croce, Massime, 20 e 21.
5.Manzoni, I promessi Sposi, cap. XXIV.
6.S. Agostino, De Trinitate, VI, 7.
7.S. Tommaso d’Aquino, S.Th. I,3,7