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martedì 16 aprile 2019

L'Osservatore Romano: Verso il mistero pasquale

Intervista al teologo della Casa pontificia


La Quaresima celebra il suo culmine con la Settimana santa, un tempo prezioso che la Chiesa offre al credente per tornare all’essenziale della fede e riscoprire il rapporto profondo con Dio. Ne parla in questa intervista a «L’Osservatore Romano» il domenicano padre Wojciech Giertych, teologo della Casa Pontificia.

Qual è il senso di questi giorni che ci prepariamo a vivere?

Siamo ormai al termine della Quaresima e ci prepariamo alla celebrazione della Pasqua del Signore. Il momento centrale della storia della salvezza è la Passione, morte e risurrezione del Figlio di Dio, seguita dal dono dello Spirito Santo. Ogni anno celebriamo con grande solennità la liturgia pasquale; però va ricordato che ogni messa, ogni sacramento nella Chiesa trae la sua forza soprannaturale dall’apertura del Cuore di Gesù dal quale scaturisce la grazia redentrice. Nel dono di Cristo troviamo la salvezza. Sappiamo bene che i nostri peccati sono veri. La sensibilità naturale percepisce immediatamente, che il peccato non concorda con l’inclinazione al bene che c’è nella nostra natura e che ha il suo fondamento nell’oggettivo ordine morale radicato nella saggezza di Dio. Tuttavia, allo stesso tempo, scopriamo i limiti delle nostre naturali forze morali. Così ci troviamo in una sorta di trappola. Vogliamo il bene e facciamo il male. La mente conosce il bene, anche se talvolta in modo confuso, e le forze umane sono ferite, incapaci di aderire pienamente al sommo bene. Il Mistero pasquale è il dono di Dio, che offre la strada di salvezza e liberazione. Tutta la Rivelazione ci presenta l’offerta del Padre eterno. La Quaresima è proprio questo tempo particolare che ci rende disponibili, aperti e pronti a ricevere la pienezza del dono di Dio.

Nei nostri tempi appaiono sempre più chiare le molteplici dimensioni del male, che sono dappertutto. Lei non pensa che la ricerca di Dio possa diventare una fuga dalla realtà del mondo e dal suo peccato? Non è più importante trovare i mezzi reali per frenare il male, limitare il suo influsso e difendere i deboli dal pericolo?

In fondo, la domanda è se dobbiamo salvare il mondo e la Chiesa con mezzi umani, o al contrario, dobbiamo salvare la Chiesa e il mondo con mezzi divini. Ci sono tanti nel mondo che cercano i mezzi naturali per risolvere diversi problemi. Non neghiamo questo sforzo, però la Chiesa, fondata da Cristo e munita dalla sua grazia, ha i mezzi soprannaturali, e questi sono l’unico vero mezzo che essa ha. In proposito, il pensiero etico si divide in tre correnti: quello che è centrato sugli atti cercando loro qualifica morale; quello che è centrato sulle norme e procedure legali sperando di trovare la difesa in quelle; e lo sguardo cristiano centrato sulla grazia di Cristo, che può essere ricevuta tramite la fede viva e vissuta nel concreto attraverso diverse virtù infuse da Dio nelle anime. Proprio per questo, san Paolo conclude, che non sono decisivi i precetti legali «ma la fede che opera per mezzo della carità» (Galati 5, 6). È importante dunque aprirsi alla carità, all’amore soprannaturale, che è “installato” nell’anima, come un programma installato nel computer. In verità, Dio chiede la nostra collaborazione, mendica le nostre mani, i nostri cuori e la nostra generosità attraverso la quale l’amore di Dio può essere presente qui, adesso, dove siamo noi.

È questo è il senso della Quaresima?

Certo. Tutta la liturgia della Quaresima può essere trattata come un commento alle parole che sentiamo all’inizio della messa: «Riconosciamo i nostri peccati, perché così siamo adatti alla partecipazione nei santi misteri». La liturgia comincia con la consapevolezza del fatto che noi tutti siamo peccatori, siamo deboli e abbiamo bisogno dell’aiuto divino, perché le nostre forze naturali mancano e sono limitate nella loro capacità. Durante la Quaresima tutta la liturgia ci aiuta a ricentrare l’attenzione a Cristo e alla Redenzione operata da Lui. La Chiesa ci suggerisce ancora tre mezzi, che aiutano a mettere a fuoco le tre virtù teologali della fede, speranza e carità, che provengono da Dio e sono indirizzate verso Dio: tramite la preghiera, il digiuno e l’elemosina i fedeli ritrovano Dio e si preparano alla celebrazione della Pasqua. La preghiera, che consiste nell’attivazione della fede e della carità, orienta la mente ad andare avanti verso il mistero, che è più grande dei calcoli umani, per l’unico motivo che è l’amore per Dio. Il digiuno, non soltanto dal cibo, ma anche dalle altre cose — per esempio, da internet — libera dalle distrazioni e dai falsi idoli per assicurare il primato del vero Dio. E l’elemosina invita a una carità pratica, che mira non soltanto al benessere fisico del povero ma soprattutto alla sua salvezza eterna.

Lei torna sempre al nostro rapporto con Dio. La prospettiva verticale può far dimenticare l’attenzione orizzontale?

No, abbiamo bisogno di ambedue. Così si compone la croce. Il primo posto però va al rapporto con Dio, un rapporto filiale, pieno di fiducia, che è possibile anche dal di dentro del nostro mondo debole e peccaminoso. Così, per conseguenza, siamo spinti al rapporto orizzontale verso i prossimi, con l’unico motivo giusto che è lo stesso Dio. Amiamo i prossimi in vista di Dio, perché vogliamo che anche loro siano santi, i veri figli di Dio. La Quaresima, con la preghiera, il digiuno e l’elemosina, ma anche con i ritiri, con le prediche e le letture, ci ricorda, come nel nostro essere peccatori, anzi, dentro il nostro mondo macchiato dal peccato, possiamo malgrado tutto ricucire il rapporto vivo con Dio, approfittando dai frutti del Mistero pasquale, che sono disponibili nei sacramenti.

Perché tanta insistenza sul peccato?

Il peccato è una realtà evidente della nostra vita. Per accorgersene non c’è bisogno di leggere i giornali, basta guardare nelle nostre coscienze. Tutti noi, siamo portatori del peccato, però come cristiani, battezzati, allo stesso tempo, siamo già redenti. La prospettiva della Redenzione apre gli occhi e così possiamo riconoscere la vera verità su noi stessi. Questo evita di condurre alla depressione e all’accentrarsi sul male, perché il peccato è già redento. Siamo dopo la risurrezione! E così il dolore proveniente dai peccati può essere presentato al sacrificio di Cristo, che con il suo dono ha vinto il potere del male e della morte. La Quaresima e le feste di Pasqua sono una bella occasione per vivere spiritualmente questo dramma.

Come risponde a chi afferma che l’insistenza sulla misericordia può generare l’indifferenza verso il male?

La misericordia divina non nega la realtà del peccato. Quello che crede nella forza della redenzione offerta nel Mistero pasquale e di conseguenza nei sacramenti, può guardare il male direttamente in faccia. Il credente non ha paura del male, perché trova la pace in Cristo e la sua grazia: In Te Domine speravi, non confundar in aeternum. Pensando a questo si deve evitare di cadere in una falsa antropologia. L’umanità non si divide in due, quelli che sono immacolati e quelli che sono peccatori. Noi tutti siamo figli di Adamo. Il bene e il male s’incontrano nel cuore di ciascuno di noi. Riflettendo sul Mistero pasquale che celebriamo nella Settimana santa si deve notare che al fondo non c’è ipocrisia nell’insegnamento della Chiesa. Il mistero rivelato non ha bisogno di fondarsi sulla credibilità esterna, perché è fondato su Dio, non sul comportamento dei fedeli cristiani e degli stessi preti. Noi tutti sappiamo che siamo peccatori. La fede è basata sulle promesse di Dio e sulla grazia offerta nei sacramenti, non sul bell’esempio dei preti! Essi stessi sono peccatori e devono con umiltà chiedere l’aiuto di Dio, lottando come tutti per mantenere la fede viva nei loro cuori. Come tutti, hanno i momenti nei quali la loro fedeltà è debole e questo non deve sorprendere, però la grazia di Cristo è sempre più potente.

L’uomo non vive da solo ma dentro il cosmo, creato da Dio. Che rapporto c’è tra il dono della Redenzione e la natura creata?

Non c’è dubbio che lo stesso Dio è Creatore e Redentore, e dunque non vi può essere contraddizione tra le due “mani” di Dio. La Redenzione ha un influsso su tutto il mondo creato. Anche su quest’argomento troviamo una espressione abbastanza misteriosa in san Paolo, che scrive: «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio» (Romani 8, 19). Che cosa significa? È difficile dare una chiara e semplice risposta, ma pian piano oggi diventiamo più consapevoli della nostra responsabilità per il creato. Le virtù “ecologiche”, come tutte quelle morali, dipendono per la loro pienezza dalle virtù teologali. Il rapporto filiale con Dio ha un impatto su tutta la vita, anche quella sociale e quella che coinvolge tutto il mondo creato.

di Nicola Gori

giovedì 14 marzo 2019

L'Osservatore Romano: Come la mattina al risveglio

l grido di sant’Agostino «Rientra in te stesso» al centro delle prediche quaresimali di padre Raniero Cantalamessa

A un uomo che sembra vivere in una grande «centrifuga lanciata a tutta velocità» verso l’esterno, il grido di sant’Agostino «Rientra in te stesso!» appare come una salutare ancora di salvezza per ritrovare Dio nella propria interiorità. Così il predicatore della Casa Pontificia, il cappuccino Raniero Cantalamessa, spiega a «L’Osservatore Romano» il senso delle prediche che si tengono in Vaticano nei venerdì di Quaresima, a partire dal 15 marzo.



Perché la scelta di questo tema “agostiniano”?

Le prediche di questa Quaresima continuano la riflessione sul versetto del salmo: «L’anima mia ha sete del Dio vivente», iniziata nell’Avvento scorso. Dio c’è sempre; «in lui ci muoviamo, respiriamo e siamo», diceva Paolo agli ateniesi; ma di solito non ce ne rendiamo conto. Una cosa infatti è sapere che Dio esiste e un’altra cosa accorgerci della sua esistenza, vivere alla sua presenza, «coram Deo» si diceva un tempo. Tra le due cose c’è di mezzo qualcosa che somiglia a ciò che avviene al risveglio mattutino. Durante la notte, le cose intorno a noi esistevano, erano come le avevamo lasciate la sera prima: il letto, la finestra, la stanza. Ma solo adesso, al risveglio, le cose cominciano o tornano a esistere per me, perché ne prendo coscienza, mi accorgo di esse. Prima era come se esse non esistessero. Avviene la stessa cosa con Dio. Occorre un risveglio, un soprassalto di coscienza per accorgersi di Lui. Le prediche quaresimali di quest’anno vorrebbero aiutare a vivere un «risveglio» di questo genere.

C’è un motivo per cui non riusciamo a “vedere” Dio?

C’è un duplice motivo: uno che dipende da Dio e uno che dipende da noi. Il primo consiste nel fatto, spesso ripetuto nella Bibbia, che «non si può vedere Dio e restare in vita». La visione faccia a faccia di Dio annienterebbe la creatura fatta di carne e sangue, a causa della sua trascendenza e maestà. L’altro motivo, dicevo, dipende da noi. Mi spiego. Dio non si può vedere «di faccia», ma si può vedere, dice la Scrittura, «di spalle», cioè di riflesso, «come in uno specchio e in enigma», secondo san Paolo. Se non lo vediamo neppure così, questo sì dipende da noi, dal fatto che non lo cerchiamo.

Esiste un luogo privilegiato dove incontrarlo?

Questa domanda mi permette di approfondire il concetto appena accennato. Ci sono “luoghi”, in cui è possibile “vedere” Dio, nel modo indiretto e mediato che ho appena descritto. Il primo di essi, accessibile a tutti, è il creato. Alcuni versi assai noti di Metastasio dicono: «Ovunque il guardo giro / immenso Dio ti vedo. / Nell’opre tue t’ammiro. / Ti riconosco in me». Di questa conoscenza di Dio attraverso le creature parla la Bibbia quando canta nel salmo: «I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annunzia il firmamento». Ma il luogo privilegiato della conoscenza del Dio vivente è Cristo, il Verbo fatto carne. Per questo l’evangelista Giovanni scrive: «Dio, nessuno lo ha mai visto. L’Unigenito che è nel seno del Padre, lui ce lo ha rivelato». I versi che ho appena citato di Metastasio menzionano alla fine un altro «luogo» in cui si può trovare Dio: «Ti riconosco in me». Ogni conoscenza di Dio — quella a partire dalle creature e quella che parte dal Vangelo — si opera nel cuore dell’uomo, nella sua interiorità. Altrimenti resta una conoscenza teorica, impersonale ed esteriore. Uno può conoscere a memoria il Vangelo ed essere un esperto di cristologia, senza che tra lui e Dio e tra lui e Cristo si stabilisca un vero contatto personale. Proprio per questo ho scelto come titolo dell’intero ciclo di prediche il motto famoso di sant’Agostino: «Rientra in te stesso!». La motivazione che il santo dà del suo invito è: «Perché nell’uomo interiore abita la Verità».

Perché l’uomo è chiamato ad adorare il Signore?

Prima di ogni motivazione remota del dovere dell’adorazione, ci sono le parole della Scrittura. Il primo comandamento di Dio — quello che Gesú oppone al demonio nell’episodio delle tentazioni — dice: «Adorerai il Signore Dio e a lui solo presterai culto». C’è poi la parola di Cristo alla Samaritana: «Dio è spirito e quelli che lo adorano lo devono adorare in spirito e verità. Il Padre cerca tali adoratori». L’essere «eretti», con lo sguardo rivolto in alto, è la caratteristica dell’essere umano, diceva il filosofo Kierkegaard; ma prerogativa ancora più nobile e più degna di lui è «essere curvo», avere lo sguardo rivolto a terra, in adorazione davanti al proprio Creatore. L’uomo, aggiungeva, «ha bisogno di qualcosa di maestoso da adorare», e se questo «qualcosa» o «qualcuno» non è Dio, sarà inevitabilmente qualcosa di molto meno degno di Dio e meno degno dell’uomo. Noi abbiamo svilito la parola adorare; c’è chi adora andare a caccia, chi adora il proprio cane... Ma nella Bibbia l’adorazione è l’unico sentimento riservato solo ed esclusivamente a Dio. Noi veneriamo, preghiamo e amiamo la Madonna, ma non la adoriamo, contrariamente a quanto alcuni pensano di noi cattolici.

Quale significato riveste in particolare l’adorazione della croce?

Ho parlato sopra di Gesù Cristo come del luogo per eccellenza in cui si può incontrare il Dio vivente. Bisogna, a questo proposito, tener conto di due visioni diverse, ma complementari. Nella prospettiva dell’evangelista Giovanni, è soprattutto grazie all’incarnazione che Cristo diventa il supremo rivelatore del Padre; nella prospettiva di Paolo, è soprattutto nel mistero pasquale. Dio infatti è amore e sulla croce si manifesta la vera natura dell’amore di Dio che è un amore di donazione, fino a svuotarsi di sé per le sue creature. Ho dedicato l’ultima predica di Avvento a illustrare la prospettiva di Giovanni; penso di dedicare l’ultima predica di Quaresima a illustrare la prospettiva di Paolo.

È ancora attuale il messaggio di sant’agostino?

Il grido di Agostino «Rientra in te stesso!» (“In te ipsum redi”) non solo è ancora attuale, ma non è stato mai così attuale e necessario come oggi. Viviamo in un’epoca in cui l’uomo, grazie anche agli incredibili progressi nei mezzi di comunicazione, è tutto proiettato all’esterno. Viviamo come in una centrifuga lanciata a tutta velocità. Siamo costantemente “in uscita” attraverso le cinque porte che sono i nostri sensi. E non soltanto i giovani e i ragazzi... C’è un essere “in uscita” che è buono e spesso raccomandato da Papa Francesco, ed è uscire da noi per andare verso il prossimo e portare l’annuncio del Vangelo «alle periferie esistenziali del mondo»; ma c’è un essere “in uscita” deleterio e spersonalizzante ed è quando diventiamo incapaci di sottrarci al chiasso e alla dissipazione per rientrare nel nostro cuore e lì dialogare con Dio. La Quaresima ha lo scopo di aiutarci in questo.

di Nicola Gori