Visualizzazione post con etichetta Pasqua. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pasqua. Mostra tutti i post

martedì 3 aprile 2018

Manuel Nin, Osservatore Romano: E' risorto il Cristo e i demoni sono caduti

 La catechesi pasquale di san Giovanni Crisostomo

La tradizione liturgica bizantina, nella celebrazione pasquale della risurrezione del Signore, alla fine dell’ufficiatura del mattutino legge una catechesi, che diventa una vera e propria mistagogia, attribuita a san Giovanni Crisostomo. È un testo breve e molto bello e profondo in cui troviamo riassunto in qualche modo tutto quello che come cristiani celebriamo e viviamo nella Pasqua del Signore: la misericordia, l’amore, il desiderio, potremo dire l’ansia con cui il Signore vuole accogliere tutti nel banchetto della sua Pasqua, quasi a disegnare le braccia aperte del padre della parabola del figliol prodigo con cui si è iniziato il cammino quaresimale. Dopo i quaranta giorni, segnati dalla preghiera, dal digiuno, dallo «sforzo e lavoro» come lo chiama la tradizione monastica, la breve catechesi crisostomiana diventa quasi un balsamo di misericordia e di consolazione per tutti i cristiani.

«Se uno è pio e amico di Dio, goda di questa solennità bella e luminosa. Il servo d’animo buono entri gioioso nella gioia del suo Signore. Chi ha faticato nel digiuno, goda ora il suo denaro. Chi ha lavorato sin dalla prima ora, riceva oggi il giusto salario. Se uno è arrivato dopo la terza ora, celebri grato la festa. Se uno è giunto dopo la sesta ora, non dubiti perché non ne avrà alcun danno. Se uno ha tardato sino all’ora nona, si avvicini senza esitare. Se uno è arrivato solo all’undicesima ora, non tema per la sua lentezza: perché il Sovrano è generoso e accoglie l’ultimo come il primo. Egli concede il riposo a quello dell’undicesima ora, come a chi ha lavorato sin dalla prima. Dell’ultimo ha misericordia, e onora il primo. Dà all’uno e si mostra benevolo con l’altro. Accoglie le opere e gradisce la volontà. Onora l’azione e loda l’intenzione». Il testo inizia con un invito indirizzato a tutti gli uomini a partecipare alla festa, alla Pasqua del Signore. Come una sorta di captatio benevolentiae, l’autore commenta la parabola di Matteo (20, 1-16) del padrone che esce a contrattare i lavoratori, e mette in luce come il digiuno, l’ascesi, la fatica quaresimale sono un «lavoro», uno «sforzo» accolto sempre dal Signore; un’accoglienza la sua però, che va oltre alla prontezza, alla sollecitudine e magari alla lentezza di coloro che lo hanno portato a termine: «Perché il Sovrano è generoso e accoglie l’ultimo come il primo. Dell’ultimo ha misericordia, e onora il primo».

La redenzione di Cristo, il suo amore smisurato per gli uomini va dall’accoglienza dell’opera adempiuta, fino alla magnanimità verso il solo desiderio di portarla a termine. Guardiamo le forme verbali presenti nel testo: Lui «accoglie», «gradisce», «onora», «loda». La generosità di Dio va al di sopra del calcolo e dell’impegno umano. «Entrate dunque tutti nella gioia del nostro Signore: primi e secondi, godete la mercede. Ricchi e poveri, danzate in coro insieme. Continenti e indolenti, onorate questo giorno. Quanti avete digiunato e quanti non l’avete fatto, oggi siate lieti. La mensa è ricolma, deliziatevene tutti. Il vitello è abbondante, nessuno se ne vada con la fame. Tutti godete il banchetto della fede. Tutti godete la ricchezza della bontà. Nessuno lamenti la propria miseria, perché è apparso il nostro comune regno. Nessuno pianga le proprie colpe, perché il perdono è sorto dalla tomba. Nessuno tema la morte, perché la morte del Salvatore ci ha liberati». Il testo sottolinea ancora come tutti siamo chiamati al banchetto del Regno, all’abbondanza della sua mensa, al dono del vitello grasso, simbolo della misericordia e dell’amore sconfinato del Signore verso l’uomo, santo o peccatore, ricco o povero esso sia. Un banchetto che sazia la nostra fame, perdona le nostre colpe, ci risuscita e ci libera dalla morte. Il testo della catechesi mette in evidenza l’accoglienza divina a cui tutti siamo chiamati: continenti e indolenti, digiunanti e non digiunanti, ricchi e poveri. Il Signore non disdegna l’impegno, neppure rifiuta la povertà dello sforzo anche se meschino. Il perdono sorto dalla tomba, sgorgato dalla risurrezione stessa del Signore è elargito a tutti.

«Stretto da essa, egli l’ha spenta. Ha spogliato l’ade, colui che nell’ade è disceso. Lo ha amareggiato, dopo che quello aveva gustato la sua carne. Ciò Isaia lo aveva previsto e aveva gridato: L’ade è stato amareggiato, incontrandoti nelle profondità. Amareggiato, perché distrutto. Amareggiato, perché giocato. Amareggiato, perché ucciso. Amareggiato, perché annientato. Amareggiato, perché incatenato. Aveva preso un corpo, e si è trovato davanti Dio. Aveva preso terra e ha incontrato il cielo. Aveva preso ciò che vedeva, ed è caduto per quel che non vedeva. Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? Dov’è, o ade, la tua vittoria? È risorto il Cristo, e tu sei stato precipitato. È risorto il Cristo, e i demoni sono caduti. È risorto il Cristo, e gioiscono gli angeli. È risorto il Cristo, e regna la vita. È risorto il Cristo, e non c’è piú nessun morto nei sepolcri. Perché il Cristo risorto dai morti è divenuto primizia dei dormienti. A lui la gloria e il potere per i secoli dei secoli. Amen». La terza parte della catechesi presenta il tema della discesa di Cristo all’ade, servendosi di immagini contrastanti che riescono quasi a dare vita al testo stesso: Cristo accettando la morte, lasciandosi prendere e afferrare da essa, la estingue; entrando nell’ade, lo spoglia di tutto il suo potere; lasciandosi «mangiare/inghiottire» dall’ade, per esso diventa cibo amaro, diventa sconfitta, gioco, beffa, annientamento, catena, disfatta. La vera incarnazione del Verbo di Dio è diventata la causa della sconfitta dell’ade e quindi l’origine della nostra liberazione: «Aveva preso un corpo, e si è trovato davanti Dio. Aveva preso terra e ha incontrato il cielo. Aveva preso ciò che vedeva, ed è caduto per quel che non vedeva».

Il testo si conclude con il canto alla vittoria, alla redenzione che Cristo porta a termine con la sua gloriosa risurrezione: «È risorto il Cristo, e i demoni sono caduti. È risorto il Cristo, e gioiscono gli angeli. È risorto il Cristo, e regna la vita. È risorto il Cristo, e non c’è più nessun morto nei sepolcri. Perché il Cristo risorto dai morti è divenuto primizia dei dormienti». La conclusione della catechesi ci riporta al tropario pasquale della tradizione bizantina: «Cristo è risorto dai morti. Con la sua morte ha ucciso la morte. E a coloro che sono nei sepolcri ha fatto dono della vita».

venerdì 23 marzo 2018

Ermes Ronchi:«Davvero era figlio di Dio». La Croce capovolge la storia

In questa settimana santa, il ritmo dell'anno liturgico rallenta: sono i giorni del nostro destino e sembrano venirci incontro piano, ad uno ad uno, ognuno generoso di segni, di simboli, di luce. La cosa più bella che possiamo fare è sostare accanto alla santità delle lacrime, presso le infinite croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli. E deporre sull'altare di questa liturgia qualcosa di nostro: condivisione, conforto, consolazione, una lacrima. E l'infinita passione per l'esistente.
«Salva te stesso, scendi dalla croce, allora crederemo». Qualsiasi uomo, qualsiasi re, potendolo, scenderebbe dalla croce. Gesù, no.
Solo un Dio non scende dal legno, solo il nostro Dio. Perché il Dio di Gesù è differente: è il Dio che entra nella tragedia umana, entra nella morte perché là è risucchiato ogni suo figlio. Sale sulla croce per essere con me e come me, perché io possa essere con lui e come lui. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all'uomo che è in croce. Perché l'amore conosce molti doveri, ma il primo di questi è di essere con l'amato, unito, stretto, incollato a lui, per poi trascinarlo fuori con sé nel mattino di Pasqua. Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato in una falsa idea di Dio. Solo la croce toglie ogni dubbio. La croce è l'abisso dove Dio diviene l'amante. Dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa. L'ha capito per primo un estraneo, un soldato esperto di morte, un centurione pagano che formula il primo credo cristiano: costui era figlio di Dio. Che cosa ha visto in quella morte da restarne conquistato? Non ci sono miracoli, non si intravvedono risurrezioni. L'uomo di guerra ha visto il capovolgimento del mondo, di un mondo dove la vittoria è sempre stata del più forte, del più armato, del più spietato. Ha visto il supremo potere di Dio, del suo disarmato amore; che è quello di dare la vita anche a chi dà la morte; il potere di servire non di asservire; di vincere la violenza, ma prendendola su di sé. Ha visto sulla collina che questo mondo porta un altro mondo nel grembo, un altro modo di essere uomini. Come quell'uomo esperto di morte, anche noi, disorientati e affascinati, sentiamo che nella Croce c'è attrazione, e seduzione e bellezza e vita. La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, per morire d'amore. La nostra fede poggia sulla cosa più bella del mondo: un atto d'amore. Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all'estremo. La nostra fede poggia su di un atto d'amore perfetto. E Pasqua mi assicura che un amore così non può andare deluso.
Ermes Ronchi