lunedì 22 giugno 2020

Avvenire, Anticipazione. Bergoglio, riflessioni oltre l’utopia

Antonio Spadaro sabato 20 giugno 2020


Seguendo le strade indicate da sant’Ignazio di Loyola, Francesco prima di diventare Papa aveva steso alcune riflessioni su come liberarsi di reti e catene

Esce in questi giorni dalle edizioni Solferino il libro di papa Francesco Cambiamo! (pagine 352, euro 17). Il volume riprende un precedente testo che il Pontefice scrisse quando ancora insegnava all’Università dei Gesuiti in Argentina nel 1987. È un invito alla ricerca e a vivere un’inquietudine che ci libera dall’ipocrisia e dalla schiavitù del peccato. Anticipiamo alcuni brani della prefazione scritta per questa edizione da Antonio Spadaro.

«Questo è il tempo propizio per trovare il coraggio di una nuova immaginazione del possibile, con il realismo che solo il Vangelo può offrici. Lo Spirito, che non si lascia rinchiudere né strumentalizzare con schemi, modalità e strutture fisse o caduche, ci propone di unirci al suo movi– mento capace di “fare nuove tutte le cose” (Ap 21, 5)». C’è un’ansia di cambiamento nel mondo che papa Francesco ha raccolto in questo appello dalle pagine del settimanale spagnolo “Vida Nueva”. E l’ha rilanciato più volte in tempo di pandemia da Covid–19. La vita di milioni di persone è cambiata all’improvviso: «Saremo disposti a cambiare gli stili di vita?» aggiungeva. È chiaro che c’è un enorme bisogno di capire che cosa ci sta accadendo, di dare una lettura umana e spirituale di quel che viviamo. Ed è chiaro che dobbiamo anche com– prendere che cosa abbiamo sbagliato: il Papa ha parlato di un pianeta gravemente malato, di ingiustizie planetarie per un’economia che punta solo al profitto, di conflitti internazionali che sono oggi da far cessare subito, e così embarghi ed egoismi nazionali. La pandemia ha smascherato la nostra vulnerabilità e ha lasciato «scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità», Francesco ha detto facendo risuonare queste parole in una piazza San Pietro vuota per il lockdown e dunque mai così piena di tanta gente che nel mondo ha ascoltato il suo messaggio di benedizione il 27 marzo 2020. «Cambiamo!» sembra essere il suo appello. E tante volte l’appello al cambiamento risuona in queste pagine. Facciamo dunque un salto indietro, a quando Francesco era un gesuita, responsabile dei suoi confratelli in Argentina, per trovare le radici di questa volontà di cambiamento. A volte la nostra vita rischia di essere «una specie di aquilone senza cielo. Ci riveliamo esseri piccini, intenti in piccinerie che ci rimpiccioliscono». Oppure può essere anche «un aquilone al quale il cielo abbonda, ma gli manca il filo: inevitabilmente si perde nell’oscurità dello sforzo sprecato », dunque un aquilone «pieno di cielo» ma senza filo, perché è vanità di grandi idee e progetti inconcludenti.

Così scriveva l’allora padre Jorge Mario Bergoglio. Il volume nel quale il Papa aveva maturato queste considerazioni è stato pubblicato nel 1987 e ha per titolo Reflexiones espirituales sobre la vida apostólica, qui presentato nella sua versione integrale. Esso accoglie articoli che aveva scritto nel corso della sua attività di rettore del Colegio Máximo e delle sue Facoltà di Filosofia e Teologia tra il 1980 e il 1986, anno nel quale fu rimosso dal suo incarico e inviato in Germania per proseguire gli studi teologici e successivamente inviato come confessore a Córdoba. Questo, appunto, fu un tempo di prova, di purificazione e di una certa oscurità interiore. Ricordiamo pure che cinque anni dopo la pubblicazione di questa raccolta Bergoglio veniva nominato vescovo ausiliare di Buenos Aires. Per comprendere un uomo bisogna andare alle radici della sua formazione, ma anche indagare i turning points, i momenti di crisi e di svolta. Ecco perché questo libro è importante per capire papa Francesco: è espressione di un tempo di passaggio, nel quale ha maturato capacità di discernimento e di scelta. Seguendo il ritmo delle pagine si entra nello sguardo del Pontefice e si comprende meglio il suo modo di giudicare le situazioni e di agire. Bergoglio, in tempo di crisi, ritiene fondamentale non chiudersi nelle piccinerie, nella dimensione angusta del timore e della preoccupazione, ma aprirsi a un desiderio di Dio che allarga il cuore. L’ansia per lui è una combinazione di ira e pigrizia. Col tempo ha imparato a non esserne soggetto. In questo contesto egli torna a meditare sulle radici. Potremmo dire anche sul senso stesso della vita. «Qualsiasi vita si decide sulla capacità di donarsi. È lì che trascende se stessa, che arriva a essere feconda.» Bergoglio, superando ogni vuoto vitalismo, ritiene che anche la vita stessa, se funzionale solamente a sé, non ha un significato positivo. Lo acquista se diventa feconda, altrimenti è una noiosa e sfiancante catena di gesti egoistici che ci soffoca nell’apatia. Che cosa ci apre, ci «stappa» dall’interno? Il desiderio. Il desiderio è la forza interiore che spalanca al senso della vita. Bergoglio ne parla nella prima ( Veracità e conversione) e nella seconda parte ( A proposito del magis) del suo volume. Più volte ha fatto comprendere che il desiderio è per lui un tema centrale. L’ha ribadito in varie occasioni da Pontefice sin dall’inizio. In particolare, in due omelie: una al Capitolo Generale degli Agostiniani, il 28 agosto 2013; e l’altra alla Chiesa del Gesù, il 3 gennaio 2014 per la celebrazione del SS. Nome di Gesù, per commemorare la canonizzazione di san Pietro Favre. Nella prima ha domandato ripetutamente: «Hai un cuore che desidera qualcosa di grande o un cuore addormentato dalle cose? Il tuo cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca o l’hai lasciato soffocare dalle cose, che finiscono per atrofizzarlo?». E ha concluso: «Senza desideri l’uomo è incomprensibile».

Nella seconda omelia, ai suoi compagni gesuiti, ha affermato: «Perché peccatori, possiamo chiederci se il nostro cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca o se invece si è atrofizzato; se il nostro cuore è sempre in tensione: un cuore che non si adagia, non si chiude in se stesso, ma che batte il ritmo di un cammino da compiere davanti a Dio. Bisogna cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo ancora e sempre. Solo questa inquietudine dà pace al cuore di un gesuita». Pietro Favre, che papa Francesco ha canonizzato, è un uomo di grandi desideri che si è fatto carico di essi e li ha riconosciuti. Per Bergoglio i «desideri allargano il cuore» e in essi «si può discernere la voce di Dio»: «Senza desideri non si va da nessuna parte, ed è per questo che bisogna offrire i propri desideri al Signore». La visione di Bergoglio è quella di sant’Ignazio di Loyola così come emerge negli Esercizi Spirituali e nella stessa biografia del fundador. Ignazio era un uomo che nella sua Autobiografia, dettata a un confratello in terza persona, confessò di essere «attratto da un immenso desiderio»: prima di vanità e di onori, poi di una donna, poi di «imprese difficili e grandi» sul piano spirituale. Ignazio si definisce addirittura embebido, cioè «imbevuto» di desideri. Negli Esercizi, il termine desiderio, è spesso unito al verbo querer, cioè «chiedere intensamente». Perché è importante il desiderio per Bergoglio, gesuita formatosi alla scuola degli Esercizi e del desiderio ignaziano? È importante perché in realtà Dio stesso è un Deus desiderans, è un Dio che desidera comunicarsi, e lo fa suscitando nel nostro cuore desideri. Il mondo di Bergoglio è mosso, agitato, dinamico. La pace di Dio che sorpassa ogni desiderio, di cui parla san Paolo ai Filippesi, non è una sorta di condizione di stasi interiore, ma è un dono che si fonda e culmina in una forte inquietudine generativa e aperta. Così Bergoglio sintetizza in un paragrafo di grande intensità: «I nostri desideri possono risultare illusioni, ma anche rivelazioni. Rivelazioni su quanto Dio vuole che gli chiediamo perché ce l’ha già concesso. Allora il contenuto dei nostri desideri si trasforma in simboli. I nostri desideri forgiano simboli, perché i simboli, così come i desideri, celano realtà mentre al tempo stesso le promettono». Dio, secondo Ignazio, opera con i desideri e nei desideri e, oltre a conservare i desideri, anche li aumenta. Questo però non significa che Dio realizzi precisamente quello che noi desideriamo, ma «quello per cui Dio ha posto questo desiderio».

Qui per Bergoglio sta la differenza tra una utopia senza discernimento e una utopia come forza vitale e apertura al futuro a partire dal reale, da ciò che si è. Il Papa parla spesso di «utopia» (cfr. Evangelii gaudium, n. 222) in senso positivo, perché non ideologico, e sempre a partire dalla storia e dalla memoria. La sua utopia è apertura al nuovo che si contrappone direttamente al banale e superficiale tatticismo. Il desiderio non può essere risolto in tattiche. La creatività deve essere imbevuta di desideri per trovare i mezzi più efficaci all’impegno. La stessa preghiera non può che partire dal nostro desiderio. E Bergoglio è erede della tradizione ignaziana anche nel postulare il «desiderio di desiderare » ( Costituzioni della Compagnia di Gesù, n. 102). Infatti non sempre, a causa della nostra debolezza e fragilità, possediamo il vero desiderio di Dio, il desiderio di lasciar crescere il seme della parola di Dio sul campo della nostra vita. Spesso lasciamo crescere erbacce e spine. E tuttavia è importante anche il desiderio di desiderarlo. Come si capisce, il desiderio è la molla che apre la nostra esistenza e si modula nella «medietà » di ogni vita. Bergoglio non parla mai di un desiderio eroico e sublime, distante dal quotidiano scorrere dei giorni. Si fonda sul riconoscimento semplice del nostro essere creature, che è il «principio e fondamento» della vita spirituale.

E così ha avvio il percorso della ricerca della nostra verità al cospetto di Dio. Ma anche il percorso nel quale cerchiamo la verità di Dio su di noi. Bergoglio è molto attento a ribadire il fatto che il cammino spirituale non è mai il viaggio in un «altrove », e non ha nulla a che fare con una pseudo– mistica che «promuove favole inventate dai nostri cuori ansiosi e non purificati. Il vero cammino interiore implica il “farsi carico” della nostra età, delle nostre povertà, della storia che ci appartiene». Dunque Reflexiones è un invito alla ricerca, al cammino, al vivere una inquietudine che ci libera dalle «reti e catene» – come scrive sant’Ignazio – dell’ipocrisia e del peccato.

sabato 13 giugno 2020

Gesuiti.it: Dio ha una volontà particolare su ciascuno di noi?

Dio ha una volontà particolare su ciascuno di noi?


Posto in questi termini, l’interrogativo ci crea un certo imbarazzo. Vi sono dei giorni in cui vorremmo poter fare riferimento a una volontà particolare di Dio, la quale sarebbe la nostra vocazione. Come sarebbe rassicurante e confortante nelle ore di dubbio e di difficoltà! Sapere che ciò si iscrive in un disegno di Dio previsto da tutta l’eternità, in cui ogni elemento della nostra vita, lieto o triste che sia, trova il proprio posto ed il proprio senso!
Ma al tempo stesso, qualcosa protesta dentro di noi: Dio dunque ci porrebbe davanti un programma da riempire, stabilito al di fuori di noi, senza neppure darci dei mezzi sicuri per conoscerlo? Poiché se le parole hanno un senso e se si volesse parlare allora di volontà di Dio, quale perso non avrebbe tale volere divino sulla nostra libertà! E quale angoscia, inoltre, sarebbe per noi quando si trattasse di scegliere: ogni errore, qualsiasi ritardo risulterebbero drammatici. Correndo parallela,mente al disegno di Dio, ponendoci pur involontariamente al di fuori del suo progetto, avremmo perduto tutto. E ciò tanto più facilmente in quanto sappiamo bene che le vie di Dio non sono le nostre vie, e ogni giorno ci rendiamo conto di quanto sia difficile e talvolta rischioso voler discernere quella che chiamiamo volontà di Dio. Che Dio ci abbia posti al crocevia, di fronte a più direzioni, di cui una sola sarebbe quella buona, senza darci i mezzi per riconoscerla con certezza, rientra nell’immagine di un Dio perverso e non può in alcun modo esprimere l’atteggiamento del Dio dell’Alleanza che è venuto a salvare colui che era perduto.
Tuttavia sappiamo bene che questo stesso Dio è colui che ci chiama con il nostro nome e che il nostro incontro con Lui passa attraverso un cammino per noi particolare. Da Abramo a Pietro, la storia della salvezza abbonda di esempi di uomini chiamati a una vita nuova per una missione precisa, la quale trova spesso il suo simbolo nel cambiamento del nome: d’ora in poi ti chiamerai Abramo, Israele, Pietro. La missione di Mosè, quella di Geremia o di Paolo, sembrano esattamente corrispondere a una volontà particolare di Dio, fino a segnare la loro vita di un’unicità che li conduce alla solitudine. Destini eccezionali o esemplari di ciò che noi tutti siamo chiamati a vivere?



1.                Un interrogativo mal posto


Quale sacerdote, quale educatore, dovendo aiutare dei giovani a scegliere un orientamento di vita, non si è imbattuto un giorno in ragazzi e ragazze venuti a dirgli con speranza e angoscia: «Devo operare una scelta, voglio fare la volontà di Dio e non vorrei sbagliarmi; sarebbe grave, ma non so che cosa Dio si attende da me, e allora sono venuto da lei affinché lei mi dia i mezzi per saperlo con tutta certezza».

Rispondere a una domanda posta in questi termini è impossibile; pretendere di farlo sarebbe quanto meno presuntuoso. Chi è in grado di porsi in tale consonanza con la volontà divina? Il discernimento, di cui diremo l’importanza, non ci rivela, tali e quali, i progetti di Dio su di noi; esso ci dispone a riconoscere entro i nostri desideri e le nostre attese quello che può richiamarsi allo Spirito di Cristo!

La sola risposta che possiamo dare alla domanda appena riferita è di dire a quel ragazzo o a quella ragazza: «La volontà di Dio non è, innanzi che tu scelga questo o quello ma che tu ne faccia buon uso; che scelga tu stessi, nei termini di una riflessione leale, scevra dall’egoismo come dalla paura, il modo più fecondo, più lieto di realizzare la tua vita. Tenuto conto di quello che sei, del tuo passato, della tua storia, degli incontri che hai fatto, della percezione che puoi avere dei bisogni della Chiesa e del mondo, quale risposta personale puoi dare agli appelli che hai colto nel Vangelo? Ciò che Dio si attende da te non è che tu scelga questa o quella via che Egli avrebbe previsto per te da tutta l’eternità; è che tu inventi oggi la tua risposta alla sua presenza e alla sua chiamata!»

Non si tratta più, dunque, di scoprire e di eseguire un programma prestabilito, ma di far nascere una fedeltà. L’esperienza mostra che è un cambiamento di prospettiva abbastanza radicale e che spesso richiede tempo.







2.                Una conversione in profondità


Vi è una parte di noi stessi che stenta alquanto distaccarsi da un’immagine perversa di Dio, spesso ereditata dal deismo che ha segnato la cultura occidentale. Qui troviamo un Dio onnipotente, che tutto vede, tutto sa, di fronte al quale la storia umana si svolge come uno spettacolo senza sorpresa, e che si attende che noi occupiamo il nostro posto di comparse là dove Egli lo ha previsto da tutta l’eternità.

Nessuno si esprimerò tanto brutalmente, ma non occorre raschiar molto per ritrovare quell’immagine di Dio sullo sfondo di certi nostri modi di concepire la volontà di Dio, la sua provvidenza…

Certamente, vi è un disegno di Dio sull’umanità; le lettere di Paolo, il prologo del Vangelo di Giovanni hanno cercato di descriverlo: “In Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di gesù Cristo” (Ef 1,4-5). “A quanti però l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12).

Questo disegno di Dio non è una determinazione qualsiasi di una volontà divina sovranamente libera, è un disegno salvifico che esprime l’essere profondo di Dio: l’amore che si dà e si comunica. È l’espressione dell’intima comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito che si apre a un’alterità per accoglierla nel suo amore. Questo disegno d’alleanza ingloba tutta la storia e tutta l’umanità, ma poiché è la volontà d’alleanza, desiderio di comunione, non può rivolgersi che a persone libere.

Quindi, è verissimo che vi è un desiderio da parte di Dio che raggiunge personalmente ciascuno di noi. Se Dio si manifesta attraverso il suo Verbo, la sua Parola, ciò è proprio per essere inteso da ognuno di noi. Se ci chiama ad essere figli nell’unico Figlio, quello che Egli si attende da noi è che noi ci esprimiamo in una parola che vada a ricongiungersi con la Sua. Questa parola, Egli l’attende da ognuno di noi.

La rivelazione del suo amore può certamente farla nascere in noi: sta a noi pronunciarla senza che essa ci sia mai imposta. In altri termini, si potrebbe ancora dire che creandoci a sua immagine Dio chiama ognuno di noi a dare a questa immagine la sua particolare rassomiglianza. Come Gesù ha dato all’immagine del Padre un particolare volto umano, un accento unico alla sua Parola, ognuno di noi è chiamato a riflettere nella sua vita la santità del Padre.

Il Dio di fronte al quale noi stiamo non è dunque quel calcolatore straordinariamente potente, capace di programmare e di conservare nella propria memoria miliardi di destini individuali e che noi dovremmo interrogare con timore e tremore riguardo al nostro avvenire. È l’Amore che si è assunto il rischio di chiamarci alla vita, nella somiglianza e nella differenza, per offrirci l’alleanza e la comunione. È a questo volto di Dio che dobbiamo convertirci, se vogliamo poterci porre in verità al cospetto della volontà di Dio. Noi allora lo riconosceremo non più come un diktat o una fatalità, ma come una chiamata a una creazione comune.





3.                Per una creazione


La risposta che daremo a Dio non è iscritta da nessuna parte, né nel libro della vita, né nel cuore di Dio, se non come un’attesa e una speranza. La speranza di quello che Dio ancora non vede e al quale noi daremo forma e volto. È la grandezza e il rischio della nostra vita quella di essere chiamati a suscitare la gioia di Dio attraverso la qualità e la generosità della nostra risposta.

Le scelte che noi facciamo non sono quindi delle creazioni dal nulla. Noi le prepariamo con quei materiali che sono i condizionamenti umani: il nostro temperamento e la nostra storia. Noi non possiamo tutto, ma posiamo dar senso e volto a quello che non sarebbe altro che un destino. In questo sforzo di creazione personale in risposta alla chiamata di Dio, lo Spirito ci raggiunge, non come una forza esterna che s’impone su di noi, ma come un’energia interiore suscitata in noi dall’accoglimento della Parola di Dio e dalla partecipazione alla vita della Chiesa.

Il vangelo non ci detterà la scelta, ma aprirà degli orizzonti al nostro desiderio: “Fu detto… Io vi dico…Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 5,26; 6,33) “ siate anche voi dove sono io…la volontà del Padre mio è che portiate frutto e il vostro frutto rimanga…” (Gv 14,3; 15,16). Il Vangelo non ci dirà quello che bisogna fare, ma ci chiamerà in tutte le cose alla perfezione della carità: “Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro celeste…amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati…colui che non perdona il fratello di tutto cuore…” (Mt 5,48; Gv 15,12; Mt 18,35). La Chiesa potrà anch’essa rivolgerci degli appelli…ai ministeri, alla vita consacrata, a questa o a quella forma di servizio, ma qualunque siano le sue necessità, essa non vincolerà mai qualcuno in una via particolare senza essersi assicurata del suo libero consenso. Per aiutarci nella nostra risposta, essa ci ricollega a una folla immensa di testimoni nei quali c’insegna a riconoscere dei fratelli. Le loro vite, le loro scelte sono là davanti a noi, come altrettante chiamate, non a imitarli, ma a seguirli. Francesco d’Assisi, Ignazio, Teresa… sono unici e inimitabili, ma le loro vite sono per noi altrettanti inviti a inventare a nostra volta la risposta che giungerà a glorificare Dio. E se ci sforziamo di ritrovare quello che essi hanno vissuto, vedremo che non vi è niente di meno prevedibile e di meno programmato della loro vita.

Essi hanno cercato la volontà di Dio con tutto il loro cuore, hanno avuto una coscienza assai viva di essere stati prevenuti, preceduti dall’amore di Dio, un amore che non finiscono mai di riconoscere nell’azione della grazia.

Nella loro scelta, essi hanno proceduto a tentoni, esitato, talvolta dubitato, per affidarsi infine allo Spirito che li guidava verso il Regno. Essi hanno saputo vedere la grazia negli eventi più disparati, glorificando Dio nella prova come nel successo. La continuità, la coerenza che ammiriamo nella loro vita si sono rivelate soltanto a posteriori, una volta che si è potuto abbracciare in un unico sguardo un cammino percorso in buona parte a tentoni.

Molto più che una programmazione rigorosa, ciò che caratterizza la vita dei santi è la qualità della loro reazione spirituale davanti a qualsiasi evento, fosse anche il più inatteso. Non sempre si è ben compreso la frase di Pascal: “gli eventi sono dei maestri che Dio ci dà per aiutarci a servirlo”. Non facciamogli più dire quello che non vuol dire. Gli eventi non sono un quadro in cui Dio ci racchiude; non sono gli eventi a fare il santo. Essi sono i materiali che ci vengono dati per costruire la nostra risposta. La risposta recherà il segno del materiale utilizzato, ma più ancora quella dell’architetto che noi siamo e che ne è responsabile. Non si può far tutto con tutto, ma si può sempre fare di una vita un’opera. L’amore può far scaturire la santità nei peggiori contesti umani: la testimonianza di coloro che hanno consacrato la loro vita all’amicizia degli emarginati, dei diseredati, degli esclusi, non cessa mai di ricordarcelo.

Ci chiediamo se si possa parlare di una volontà particolare di Dio su ciascuno di noi. La Chiesa, facendoci vivere la comunione dei santi, ci ricorda che sarebbe più esatto parlare di una risposta personale da parte di ognuno di noi al desiderio di Dio.





4.                Per il dialogo tra due libertà


L’amore di Dio ci precede; Non finiamo mai di prendere coscienza e di renderne grazie. Ma come ci ricorda San Paolo quest’amore “spogliò se stesso “ (Fil 2,7) di fronte alla nostra libertà, avendo assunto in eterno per noi la figura di servo. Vale a dire che, chiamandoci alla comunione, Dio non ha altro desiderio che quello di consacrare la nostra libertà, di offrirle un orizzonte che la dilati fino all’infinito “Rimanete in me e io in voi… Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la mia gioia sia piena” (Gv 15,4.11). Se Dio ha un desiderio riguardo a noi, è innanzitutto quello di vederci portare frutto: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16).

Non si può sottolineare meglio l’anteriorità del desiderio di Dio e al tempo stesso il suo augurio profondo; vederci assumere pienamente la nostra libertà come l’amore suscita l’amore, la libertà desta la libertà: quella di Dio desta quella dell’uomo.

Parimenti, per apprezzare la qualità spirituale della mia risposta a Dio, bisogna rileggerla dal punto di vista della mia propria libertà. È essa frutto della mia libertà profonda, esprime una vita che assume realmente se stessa? Io riconoscerò che la mia decisione si ricollega alla volontà di Dio, se posso dire che essa mi rende più libero, vale a dire se introduce nella mia vita senso e coerenza, se unifica il mio passato in Lui aprendo un avvenire. Noi, in tal punto, tocchiamo una delle caratteristiche più profonde della decisione spirituale.  Essa giunge a unificare ciò che nel mio passato non era altro che una serie di tocchi successivi. Essa giunge a tessere nella mia memoria dei legami che non avevo ancora percepito, a introdurre nella discontinuità apparente dei miei momenti di grazia e delle mie debolezze una continuità nuova. E al tempo stesso, essa mia apre ad un avvenire: il passato così riunificato fa apparire delle possibilità nuove. Quello che sarebbe sembrato impossibile o senza senso diviene ora naturale. Allorché, al suo ritorno da Gerusalemme, Ignazio prende la decisione di andare a scuola, tale scelta unifica tutto un passato di momenti di grazia attorno una mozione spirituale riconosciuta come fondamentale: il desiderio di aiutare le anime. Esso apre un avvenire che ancora Ignazio non percepisce, ma che va a iscriversi nella logica di questa scelta: la fondazione della Compagnia di Gesù.

Egli potrà dire in verità che questa fondazione è interamente opera di Dio, il cui amore l’ha preceduto e guidato attraverso le tappe della sua vita. Noi, da parte nostra, possiamo dire che è l’opera d’Ignazio, della sua generosità, della sua fedeltà, della sua lucidità: essa reca il segno della sua libertà. Si deve dunque parlare di una volontà di Dio? Sentiamo bene che ogni alternativa di questo tipo trascura la verità profonda: quella di un incontro, di una comunione tra due libertà che si ritrovano in un’opera comune.





5.                Per il bene di tutto il corpo


Parlare di una volontà particolare di Dio su di noi esige una precisazione. Nella Bibbia ogni vocazione è individualizzata: degli uomini,  un popolo. Ma Paolo ci ricorderà che ogni grazia viene concessa per il corpo. Se si vogliono rievocare le grandi tappe della storia della salvezza, si vedranno comparire dei nomi: Abramo, Mosè, Davide, profeti, Gesù. Dei nomi propri con i destini particolari, ma nessuno di loro può comprendere se stesso senza riferirsi al suo posto nella storia comune. I santi esistono soltanto nella comunione dei santi, nel cammino del popolo di Dio riguardo alla mia vita significa interrogarmi sempre sul mio posto all’interno del Corpo di Cristo. No quello che mi sarà assegnato, ma quello che posso, che desidero occupare. Che membro sarò io per il bene di tutto il Corpo? Là, la risposta appartiene ancora a me, e Dio da me l’attende, nuova, e generosa, per rallegrarsi della mia solidarietà, così come si è rallegrato della mia libertà.

Siamo soggetti a una volontà particolare da parte di Dio? Dobbiamo discernere le chiamate di Dionella nostra vita, e sarebbe insensato dire che non ve ne sono. Dio non cessa mai di crearci mediante la Parola; noi esistiamo soltanto in questa Parola che oggi ci chiama alla vita. Tocca a noi riconoscere le parole molteplici che traducono questa Parola creatrice, come un bambino si fa attento alle parole che lo chiamano ad uscire da se stesso. È spesso nel tentativo di rileggere la nostra vita sotto lo sguardo di Dio, che diveniamo sensibili agli appelli che ci rivolge. Più che una precisa volontà, espressa in una regola di vita, questi appelli ci riveleranno il desiderio di Dio, la sua attesa e la sua speranza: vederci inventare a poco a poco la nostra risposta. Potremo dunque accogliere senza angoscia le esitazioni, i fallimenti e le ambiguità delle nostre scelte. Come diceva Emmanuel Mounier: “Dio è abbastanza grande da fare una vocazione anche dei nostri errori”. Vi sono molte dimore nella casa del Padre: Dio attende che là noi edifichiamo la nostra. Lui lavora assieme a noi.

mercoledì 10 giugno 2020

SettimanaNews: Gli indugi di Dio

Spesso, anche nella Chiesa, le idee innovative vengono proposte con una certa impazienza. Il modello cui ispirarsi, invece, è la pazienza di Dio.

La riforma della Chiesa richiede molte idee e coraggio, dal momento che si tratta di realizzare delle trasformazioni nella progettualità e nella prassi di comunità cristiane che hanno normalmente convinzioni e consuetudini ben consolidate. A volte, però, questo coraggio può trasformarsi in pretesa di cambiare le cose a qualunque costo.

Può succedere, infatti, che ci si convinca della correttezza di determinate idee – magari effettivamente condivise all’interno di una cerchia di studiosi – al punto da cercare di imporle in modo perentorio nel dibattito ecclesiale come conclusioni ovvie che non possono più essere disattese.

In realtà, nelle questioni teologiche un singolo fedele, e persino una comunità di specialisti, possono prendere un abbaglio, dal momento che nelle cose di Dio la competenza e la riflessione, se disgiunte da un atteggiamento di umiltà e da una forte vita spirituale, possono portare fuori strada. Questo avviene, ad esempio, quando si comincia a giudicare la fede ecclesiale a partire dalle esigenze della cultura in cui si vive, magari per non essere emarginati nel dibattito pubblico.

Al di là di questo, occorre prendere atto che nella Chiesa le visioni innovative si attuano solo gradualmente e, normalmente, in modi diversi da quelli immaginati da coloro che le hanno concepite. In termini ecclesiologici, si tratta del processo della recezione, attraverso cui una comunità cristiana fa proprio un bene spirituale, come ad esempio una prospettiva teologico-pastorale originale, accogliendolo però in modo creativo, cioè a partire dai propri carismi e dalla situazione concreta in cui si trova, e in tempi lunghi. Vi è quindi un legittimo indugiare delle comunità cristiane o dell’intera Chiesa, che mette alla prova ogni fedele che riflette, soprattutto i teologi, che talora possono avere l’impressione di lavorare a vuoto.

La pazienza di Dio
A mio giudizio, però, esiste un altro indugiare che è molto più difficile da accettare. Si tratta dell’indugiare di Dio. Proprio a quest’aspetto sorprendente fa riferimento il padre Congar in un passaggio molto importante della sua opera Vera e falsa riforma nella Chiesa: «L’innovatore, la cui riforma diventa scismatica, manca di pazienza; egli non rispetta gli indugi di Dio e della Chiesa, le dilazioni della vita. Con una specie di logica rigida ed esasperata tende verso le soluzioni del “tutto o niente” nelle quali gli elementi validi sono condannati insieme agli altri.

Poco ci manca che intìmi alla Chiesa di soddisfare le sue rivendicazioni – e subito – sotto la minaccia di lasciarla. L’eresiarca non è capace di aspettare che un’idea maturi; egli non esita a lanciare subito la sua idea e a trarne in maniera rigida le sue conseguenze. Facendo questo, non solamente rischia di sbagliare strada, ma di togliere ad altri le possibilità di cambiamento che potevano presentarsi». (Y. Congar, Vera e falsa riforma nella Chiesa, Milano 1994, 233).

Se, in linea di principio, è comprensibile che idee innovative trovino accoglienza solo attraverso molti indugi da parte delle comunità, non è così ovvio che questo stile caratterizzi anche il modo in cui Dio interagisce con la sua Chiesa. Ovviamente egli non è indeciso su ciò che si aspetta da essa nel tempo presente, ma rivela tale sua volontà in modo parziale e graduale, e questo dal nostro punto di vista assume i tratti di un indugiare. Occorre quindi adottare uno stile di pazienza che accetta di non capire tutto e subito, una pazienza che in fondo è figlia della fede, cioè di quel fidarsi di Dio che ha nell’abbandono del Figlio incarnato nelle mani del Padre il suo modello e la sua condizione di possibilità.


Custodire il Vangelo
Queste riflessioni possono servire per realizzare la riforma della Chiesa anche nel tempo di pandemia che stiamo vivendo. Non è detto che Dio ci dica ora e in modo conclusivo che cosa dobbiamo fare di nuovo per far fronte alle esigenze pastorali che si stanno profilando.

Forse ci sta educando proprio con il suo indugiare, lasciandoci un po’ disorientati, per renderci più umili e quindi più capaci di comprendere in seguito la sua volontà. Nel frattempo, anziché preoccuparsi di quello che Dio ci dirà, dobbiamo custodire ciò che ci ha già detto nel suo Figlio, cioè il Vangelo. È questa la cosa più importante, anche nel momento presente.

In effetti, la prima preoccupazione delle comunità cristiane primitive, pure provate da malattie e violenze inimmaginabili, è rimasta quella di custodire autenticamente il Vangelo trasmesso dagli Apostoli. Questo ci insegna che, anche in situazioni di grandi difficoltà, la Chiesa deve anzitutto chiedersi se stia custodendo la verità dell’esperienza cristiana, o se la stia distorcendo nelle parole e nella prassi, non ovviamente nelle prese di posizione ufficiali, ma nella pastorale ordinaria.

A questo riguardo, non condivido l’opinione di chi pensa che il futuro della Chiesa passerà primariamente attraverso l’attenzione agli ultimi. Sono convinto, ovviamente, che il problema fondamentale della comunità internazionale sia quello di riscoprire una relazione paritaria tra esseri umani, popolazioni e culture, dal momento che l’umanità può crescere solo tutta insieme e le logiche di prevaricazione finiscono sempre per essere distruttive anche per chi le pratica.

Non mi pare questo, però, il problema fondamentale per la Chiesa che verrà, bensì – come è stato all’inizio – quello di non distorcere il Vangelo, ma di custodirlo e annunciarlo nella sua autenticità. E il Vangelo non si riduce affatto all’amore per i poveri. Se noi cristiani non possiamo che stare dalla loro parte, vedendo in essi il volto del Signore, non c’è bisogno di avere fede in lui per vivere la logica della solidarietà nei confronti dei bisognosi.

Mi sembra invece che il grande pericolo per la Chiesa, anche in tempo di pandemia, sia la presunzione di avere già capito il Vangelo e di trasmetterlo adeguatamente nella prassi pastorale ordinaria. Dovremmo ripartire di qui, anche per affrontare le nuove sfide dell’evangelizzazione e la sete di salvezza che l’esperienza drammatica della fragilità umana avrà auspicabilmente risvegliato.

sabato 6 giugno 2020

San Franceso Patrono d'Italia.it: La Santissima Trinità in San Francesco

La Trinità nella vita, negli scritti, nelle preghiere del Santo di Assisi

Sfogliando gli scritti, le preghiere, le ammonizioni di San Francesco si potrebbe correre il rischio di cadere in una facile interpretazione: Francesco d’Assisi devoto solo della Madonna, e legato profondamente al Cristo Crocifisso. Sia chiaro: non che tutto questo sia sbagliato. Ma, sicuramente, abbastanza riduttivo. In fondo, i grandi personaggi, le grandi figure di santità dovrebbero essere analizzate nella loro complessità. Quella complessità di sfaccettature che rendono appunto grandi queste figure. L’eredità della spiritualità di San Francesco, insomma, difficilmente potrebbe essere definita solamente “cristocentrica”, seppur - come sappiamo bene - tanti sono gli elementi biografici che potrebbero avvalorare questa attenzione privilegiata di Francesco per il Cristo crocifisso. Basti pensare, primo fra tutti, il famoso incontro con il Crocifisso di San Damiano.

“E sempre costruiamo in noi un’abitazione e una dimora permanente a lui, che è il Signore Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo…» (Rnb XX: FF 61). Cominciamo questo viaggio nella spiritualità di San Francesco verso la Santissima Trinità, con queste parole. Il poverello di Assisi tiene a precisare, dopo aver nominato “il Signore Dio onnipotente”, la sua “triplice identità”: “Padre, Figlio e Spirito Santo”. Chiara è la sua interiorità: Dio è in quelle tre persone e non può non essere altrimenti, dunque, è importante nominarle, specificarle.

Ed è allora che viene in mente una pala d’altare gotica del 1300 circa, attribuita a Niccolò di Pietro Gerini - la pala si trova a Firenze, alla galleria dell’Accademia - dove si può comprendere questo amore per la Trinità serbato da San Francesco. La pala è magnifica nella sua purezza d’oro: il Padre (tra l’altro ha il viso del Figlio, Cristo), seduto in trono, vestito di uno sfavillante blu cobalto , regge il Cristo crocifisso, e sopra questo aleggia una colomba, simbolo dello Spirito Santo. Ma c’è un particolare che non può sfuggire al pubblico: sotto a questo monumento spirituale - definiamolo così - vi è San Francesco che con le sue braccia aperte esprime tutto il suo stupore davanti a simile Mistero, la Trinità appunto. Questa pala potrebbe essere il fotogramma che meglio esprime figuratamente ciò che San Francesco ha espresso nei suoi scritti che stiamo approfondendo.

Altro esempio di come il “concetto” della Santissima Trinità sia presente nel santo di Assisi: al termine della riflessione di Francesco sull’eucaristia nella sua Lettera a tutto l’Ordine. San Francesco ci offre un quadro dell’opera di Dio. E lo fa nominando, ancora una volta, la Trinità. Leggiamo pure cosa scrive in questa riflessione: “Egli infatti [il Signore Gesù Cristo], sebbene sembri essere in più luoghi, tuttavia rimane indivisibile e non conosce detrimento di sorta, ma uno ovunque, come a lui piace, opera insieme con il Signore Iddio Padre e con lo Spirito Santo Paraclito nei secoli dei secoli. Amen”.

Al termine del suo Testamento, Francesco invoca la benedizione di Dio sui suoi frati. Anche in questa occasione, il santo non tralascia di “dividere” tale benedizione nelle tre persone trinitarie, recando a ciascuno il proprio “ambito di competenza”: “E chiunque osserverà queste cose, sia ricolmo in cielo della benedizione dell’altissimo Padre, e in terra sia ricolmo della benedizione del suo Figlio diletto con il santissimo Spirito Paraclito e con tutte le potenze dei cieli e con tutti i santi”.

E, non poteva mancare la poesia-preghiera. Anche in questo ambito, il santo è riuscito ad esprimere tutto il suo amore per la Santissima Trinità. Francesco solennemente prega con queste parole: “Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fare, per tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché , interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, e con l’aiuto della tua sola grazia giungere a te, o Altissimo, che nella Trinità perfetta e nell’Unità semplice vivi e regni e sei glorificato, Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen”. Con queste parole, possiamo - veramente - comprendere la definizione che il santo di Assisi forgia per la Trinità, “perfetta”. Una Trinità che è “unità”. Semplice, almeno per San Francesco.

martedì 2 giugno 2020

L'Osservatore Romano: Portare in superficie i fiumi sotterranei della solidarietà

28 maggio 2020


Anche dalla sua casa a Buenos Aires, dove la pandemia l’ha costretto a restare confinato, Adolfo Peréz Esquivel — ottantotto anni, premio Nobel per la pace nel 1980 — non si è fermato un momento, continuando a spendersi per quella che è la causa della sua vita: stare dalla parte di chi non ha voce per reclamare pane, pace e giustizia. «Anche in questi giorni stiamo lavorando molto — racconta —. Cerchiamo di dare aiuto a quelle persone che Papa Francesco chiama gli “scartati”. A Tartagal, nella provincia di Salta, a più di 200 chilometri da Buenos Aires, stiamo sostenendo le comunità indigene dei Wichís. Hanno bisogno di acqua potabile e pensavamo di aiutarli a costruire un pozzo, ma non sapevamo da che parte cominciare. Poi, proprio quando non sapevamo più che fare, è arrivata la telefonata di Alfredo, un mio ex studente che non sentivo da anni. “Io so come si fanno pozzi per l’acqua”, mi ha detto, “se vuoi glielo insegno io”».

Un bel colpo di fortuna?

No, non credo nella casualità.

Di crisi Adolfo Peréz Esquivel ne ha conosciute molte durante la sua vita. E le ha sempre affrontate “sporcandosi le mani” e pagando di persona quando in gioco sono la vita e la dignità dei più deboli. Anche per lui, però, la pandemia da covid-19 rappresenta un evento inedito che cerca di leggere alla luce del suo appassionato impegno civile e della sua fede “francescana”.

Come si sta affrontando la pandemia in America Latina?

Il covid-19 si è diffuso in tutti i paesi dell’America Latina con gravi conseguenze. Gli ambienti sociali più colpiti sono quelli più poveri dove manca l’acqua, c’è carenza d’igiene e di cibo. Penso alle villas miserias, alle favelas, alle callampas, ai tugurios: la povertà cambia nome in ogni paese, ma ovunque ha lo stesso volto.

Il governo argentino cerca di portare aiuti e ha adottato particolari misure sanitarie nei quartieri più poveri. Ma, nonostante la grande solidarietà sociale, gli sforzi non bastano mai. Il presidente ha detto: «Un’economia si può recuperare, una vita no. La vita del popolo ha la priorità».

Si è così riusciti a contenere e a rallentare la diffusione del virus con le misure igieniche, il controllo sanitario e l’isolamento. Ma questi stessi provvedimenti hanno avuto gravi ripercussioni sulle attività commerciali, culturali, educative e religiose, dove l’alta concentrazione di persone genera la paura del contagio.

La Comisión Provincial por la Memoria, che presiedo, tiene sotto osservazione la situazione nelle carceri e nei commissariati attraverso il Comité contra la tortura. Le carceri sovraffollate sono come dei depositi umani e in simili condizioni nessuno ne può uscire bene. Il fatto che stiano scontando una pena e siano privati della libertà non deve comportare per i detenuti la perdita dei loro diritti come cittadini. In diversi istituti di pena ci sono state delle rivolte proprio per mancanza di assistenza sanitaria e per la repressione attuata dalle guardie carcerarie di fronte a queste richieste.

Ma oltre all’emergenza sanitaria c’è anche quella sociale.

In tutto il continente latinoamericano, come nel resto del mondo, le conseguenze sul piano sanitario della pandemia rappresentano un forte condizionamento per lo sviluppo economico e sociale: milioni di morti e un alto indice di disoccupazione e di povertà. La situazione è aggravata dalla forte pressione esercitata sui popoli dal capitale finanziario attraverso lo strumento del “debito estero”. È una situazione che può portare il mondo verso una “pandemia della fame”. Occorre affrontare questo pericolo e prepararsi per tempo.

Siamo alla fine di un’epoca dell’umanità. Bisogna perciò riconsiderare le strade da percorrere tenendo conto di quello che la pandemia si lascerà dietro. Bisogna sapere cosa fare il “giorno dopo” e iniziare a costruire nuovi paradigmi di sviluppo umano.

Cosa sta accadendo ai popoli indigeni dell’Amazzonia?

Le comunità indigene dell’Amazzonia hanno lanciato un urgente appello di fronte alle violenze che subiscono e alla distruzione dell’ambiente che viene attuata incendiando la foresta e devastando la fauna e la biodiversità. Hanno denunciato la persecuzione che subiscono da parte dei proprietari terrieri molti dei quali assoldano bande armate per impossessarsi del territorio e cacciare i popoli indigeni, condannandoli alla fame e all’estinzione.

Papa Francesco ha detto più volte che nessuno si salva da solo...

Papa Francesco fa appello alla coscienza e al cuore dei potenti e dice che “nessuno si salva da solo”. Per costruire una società dove il diritto e l’uguaglianza siano validi per tutti è necessario diffondere la cultura della solidarietà.

Solidarietà tra gli uomini ma anche con la natura. È questo il senso dell’iniziativa della Costituente per la Terra di cui si è fatto promotore?

La Costituente per la Terra, nata per iniziativa di Raniero La Valle, risponde al bisogno dell’umanità di generare nuovi cammini attraverso i quali rifondare il “contratto sociale” basandolo su un nuovo costituzionalismo mondiale che garantisca a tutti il rispetto dei diritti fondamentali, come ad esempio quello alla salute, all’istruzione, alla pace e che salvaguardi l’ambiente. Lo spiega bene Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’ quando richiama la responsabilità di ciascuno come custode della casa comune, sottolineando l’urgenza di ristabilire l’equilibrio tra la Madre Terra e i beni destinati allo sviluppo dell’essere umano. Dobbiamo tener presente che l’uomo non è il padrone della natura: siamo parte di essa e dobbiamo rispettarla, prendercene cura per il bene dell’intera umanità.

La comunità internazionale, al termine della seconda guerra mondiale, ha fissato attraverso l’Onu codici di condotta, come la Dichiarazione Universale dei diritti umani, patti e protocolli al fine di fissare norme di convivenza tra le persone e i popoli. Purtroppo ci sono paesi che non li rispettano. Basti pensare alla grave situazione che vivono i popoli sottoposti alla violenza, i rifugiati che fuggono dal proprio paese, vittime di conflitti armati, della fame e del cambiamento climatico. Molti uomini, donne e bambini perdono la vita in mare, che è diventato la fossa comune di migliaia di rifugiati che lasciano la propria terra alla ricerca di nuovi orizzonti di vita e di speranza.

Con lo Statuto di Roma, nel 1998, è stata istituita la Corte penale internazionale alla quale è affidata la competenza di giudicare chi si macchia di crimini contro l’umanità. È il tempo di riformare questa istituzione affinché possa perseguire anche i crimini compiuti contro la natura, visto che al momento non c’è un quadro giuridico che regoli i delitti ambientali. È urgente proteggere beni come l’acqua, i fiumi e i mari, le foreste, la fauna e la biodiversità che sono la grande ricchezza che la Madre Terra ci offre e che oggi più che mai sono in pericolo.

Per tutelare la nostra salute, tutti in questi mesi abbiamo provato che cosa significhi essere privati di alcune libertà. Che cosa può insegnarci questa esperienza?

La pandemia da covid-19 ci ha presentato situazioni inedite a livello planetario. Al momento non ci sono vaccini o antidoti per sconfiggere il covid-19. Anche i paesi con grandi risorse economiche e scientifiche sono vittime della pandemia.

Le uniche modalità individuate fino ad ora per contenere la diffusione della pandemia sono state il distanziamento e l’adozione di misure igieniche in casa e negli altri luoghi che frequentiamo. Tutto questo non va visto come una perdita di libertà, ma come qualcosa di necessario per proteggere noi stessi e gli altri.

Il covid-19 ha messo allo scoperto limiti e fragilità dei nostri modelli di sviluppo. Come potremo evitare di fare gli stessi errori?

Di fronte a società segnate dall’individualismo e dal consumismo, dinanzi a megalopoli con altissima densità di popolazione e problemi strutturali tra le fasce dei ricchi e quelle degli esclusi, i poveri, è necessario promuovere la cultura della solidarietà e della ripartizione dei beni con i più bisognosi. Non bisogna dimenticare che il problema del prossimo è un problema di tutti.

Le misure sanitarie imposte dai governi attraverso la quarantena hanno generato difficoltà che hanno avuto un forte impatto sulla società, sulle attività lavorative e sullo sviluppo economico, sulle scuole e sui centri educativi che sono stati costretti a chiudere. Hanno inoltre provocato un aumento della disoccupazione con la chiusura di imprese, fabbriche e negozi. Tutto questo ha suscitato grande preoccupazione e angoscia nelle famiglie senza lavoro e ha portato a un aumento della fame e dell’emarginazione.

Per dare risposta alla situazione che stanno vivendo migliaia di disoccupati nel mondo sono necessarie nuove politiche sociali ed economiche.

Pensando al dopo pandemia, sappiamo che dovremo essere più prudenti nel rapporto con gli altri. C’è il rischio di accentuare sentimenti di diffidenza e di chiusura?

Bisogna approfittare delle misure di confinamento per disporre meglio del tempo, per meditare, pregare, riflettere e prendersi cura della propria salute fisica e mentale. Per analizzare in quale direzione sta andando l’umanità di fronte alla situazione che sta vivendo, per pensare al “giorno dopo”. Molti atteggiamenti e comportamenti sociali, politici ed economici che finora sembravano luoghi comuni, stanno subendo profondi cambiamenti che stanno trasformando l’educazione, i servizi sociali, le relazioni umane tra le persone e i popoli e con la Madre Terra. Il confinamento non voluto ha posto un freno alla voragine dell’accelerazione del tempo e ha mostrato il bisogno di recuperare l’equilibrio con il tempo naturale, di avviare un dialogo in famiglia; di superare l’individualismo e riuscire a stabilire nuovi rapporti sociali, culturali, politici e spirituali che aiutino a sviluppare la solidarietà e la speranza.

I popoli, per poter illuminare il presente, devono fare memoria del loro cammino e della storia vissuta tra angosce e speranze, devono vedere i bisogni degli indigenti, come pure la situazione dei rifugiati. È necessario che i governi e la comunità internazionale adottino politiche per accoglierli fraternamente e non innalzino muri che discriminano, escludono e provocano violenza per l’intolleranza e l’odio.

Qual è la sua preghiera in questo tempo tormentato?

Abbiamo bisogno della preghiera per camminare nella vita. Per questo invoco il Padre nostro perché mi conceda la forza dello spirito. Le altre preghiere che mi accompagnano sono quella di san Francesco, «Signore fai di me uno strumento di pace», e quella dei fratelli della fraternità di Charles de Foucault: «Padre Mio, mi pongo nelle tue mani».

C’è speranza per il futuro?

Una poesia di Antonio Machado dice: «Viandante, non c’è cammino, il cammino si fa andando». La mia speranza è nei giovani che devono scoprirsi e scoprire i cammini della vita, la spiritualità, i valori. Devono sapere che tra le luci e le ombre dell’esistenza c’è sempre la speranza di costruire un altro mondo più giusto e fraterno tra eguali.

Occorre far emergere i fiumi sotterranei, quelli che non scorrono in superficie ma che esistono e che in alcuni momenti della storia dei popoli acquistano forza e affiorano, trascinando nel loro flusso tutto ciò che incontrano. Così i giovani, gli uomini e le donne, devono smettere di essere spettatori. Devono diventare protagonisti della loro vita e costruttori della propria storia. Papa Francesco li ha sfidati dicendo loro: «hagan lío», “fatevi sentire”. I giovani devono essere come i fiumi sotterranei che affiorano con la forza della vita e della speranza.

di Piero Di Domenicantonio

sabato 30 maggio 2020

SettimanaNews: Pentecoste: Lo Spirito ci raduna e ci fa nuovi nel perdono

di: Nico Guerini

È certo la più vistosa, e la più nota, ma quella che celebriamo oggi è la terza pentecoste che è, comunque, nella linea delle due che l’hanno preceduta.

La prima fu sul Calvario, quando Cristo, nel momento stesso in cui moriva, non si spegneva del tutto, perché, come dice Giovanni, morendo «consegnò lo Spirito» (Gv 19,30), come alla cena aveva dato/consegnato il suo corpo (Lc 22,19).

La seconda pentecoste avviene nella cornice domestica del cenacolo, ed è primariamente diretta agli apostoli impauriti e smarriti (Gv 20,22), quando Gesù “soffia” su di loro portando pace e perdono.

La terza effusione dello Spirito assume toni giganteschi e spettacolari: un fragore di tuono, un vento impetuoso, lingue di fuoco che si posano su ciascuno dei presenti, riuniti «nella stanza del piano superiore dove erano soliti riunirsi» (At 1,13), e dove era stato vissuto l’ultimo incontro con Gesù attorno a una mensa.

Ognuna di queste tre effusioni dello Spirito prende senso perché ognuna contiene un messaggio che fa parte del dipanarsi di un “mistero” che va caricandosi di volta in volta di significato. La Pentecoste del Calvario ci indica la “fonte”: il dono dello Spirito nasce dalla morte di Gesù, una morte che, essendo il punto massimo di una rivelazione dell’amore, è in realtà una manifestazione di vita, come la successiva risurrezione si incaricherà di dimostrare in modo inequivocabile.

La Pentecoste del Cenacolo mira a trasmettere in diretta a una piccola comunità, dove ancora serpeggia il dubbio, e forse anche un senso di vergogna per aver abbandonato Gesù nell’ora più buia della sua vita, il dono della pace e del perdono, di cui i discepoli, “perdonati”, sono chiamati ad essere loro stessi gli agenti della misericordia: è una potente iniezione di fiducia che li prepara alla terza, e grande Pentecoste, che li farà uscire delle “porte chiuse” per lanciarli sulle strade del mondo.

La Pentecoste è anzitutto una festa liturgica ebraica. Nata come festa della mietitura (Es 23,14), era poi divenuta anche commemorazione e rinnovo dell’alleanza (2Cr 15,10-13). Non è dunque una circostanza qualsiasi, e proprio questa ricorrenza spiega la presenza a Gerusalemme di rappresentanti di tutto il mondo allora conosciuto.

Il vento che è lo Spirito
Luca (At 2,1-11) ha certo tenuto presente queste due circostanze per orchestrare questa grande manifestazione dello Spirito, che si rivela come il “donatore” per eccellenza, del raccolto così come dell’alleanza, che ora è “nuova” nel senso che ingloba ed eleva la precedente, perché questa volta è sigillata non da un segno fisico sul corpo, ma dal dono di sé che fa Gesù, quando nell’ultima cena passò il calice agli apostoli dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi» (Lc 22,20).

Il vento “riempie” la casa, quel vento che è l’immagine stessa dello Spirito (Gv 3,8), vento che è “fiato” (nel greco la parola è la stessa), che è sinonimo di libertà, che è l’espressione stessa dell’azione di Dio, non controllabile né riducibile a schemi (Gv 3,8), ma semplicemente da accogliere con gioia e gratitudine, quel vento che visualizza la “danza” di Dio nel creato (Pr 8,30-31), che gonfia le vele ai naviganti, che è icona potente della vita.

E qui la vita finisce per concentrarsi sulla parola, che è lo strumento primo della vita di relazione, quella parola che nell’orgoglio di Babele era stata maledetta e fatta fonte di confusione (Gen 1,11), ora viene purificata dal fuoco e benedetta così da diventare strumento di comunione.

L’immagine creata da quel grande pittore che è Luca è impressionante: l’atlante della baraonda e delle guerre si trasfigura in atlante di una variopinta diversità che però si ritrova in un’unica lingua. C’è davvero da essere «stupiti e fuori di sé per la meraviglia».

C’è solo un’ultima annotazione da fare: certo, parlano una lingua che tutti capiscono, ma di che cosa parlano? «Delle grandi opere di Dio»! Non viene precisato altro. Saranno poi i lunghi discorsi di Pietro, di Stefano, di Filippo, e alla fine di Paolo, a specificare quali siano queste “grandi opere”. Per ora basta sottolineare che lo strumento funziona, che la Chiesa nata da Gesù è per il mondo, e dunque che sono sue tutte le lingue – e le culture – del mondo.

La molteplicità nell’unità
La varietà nell’unità diventa un grande inno nella seconda lettura (1Cor 12,3b.7.12-13). È la grande metafora della comunità dei discepoli che è descritta, via via, come edificio basato su una pietra angolare, come tralci che derivano da un’unica vite, come membra numerose e diverse che si radunano sotto un unico capo.

La lettura che ne dà Paolo ha il pregio di essere ricondotta alla Trinità. Dio Padre è il “creatore”, e da lui si diramano le “attività”; Dio Figlio è colui che è venuto a “servire”, e da lui partono e a lui si ispirano i “ministeri”; Dio Spirito Santo è “dono”, e a lui vanno ricondotti i diversi “carismi”, parola di origine greca (derivata da charis, grazia, da cui charitas, “amore”). Una è dunque l’origine, uno è, e altro non può essere, l’obiettivo: l’utilità comune!

Curioso che nel latino della Volgata, che rende alla lettera il greco originale, quello che qui è tradotto “diverso” suona divisio. È chiaro però che, nel contesto, diversità e/o varietà tutto possono essere tranne che sinonimi di “divisione” nel senso di contrasto e di conflitto. Paolo aveva fatto l’esperienza dolorosa a Corinto di una Chiesa che si divideva in fazioni facendo appello all’uno o all’altro degli evangelizzatori (cf. 1Cor 3,1-9). Si spiega anche così la sua appassionata difesa dell’armonia che ci deve essere tra unità e diversità. E a dare vigore alla proposta viene alla fine la metafora madre del corpo, nel quale siamo immessi con il battesimo, un corpo che respira con un solo fiato, lo Spirito, appunto.

La liturgia del medioevo, oltre a una miniera splendida di inni, ci ha lasciato molte “sequenze”, che la riforma tridentina ha ridotto drasticamente. Di tale patrimonio sono rimaste nel messale due sequenze stupende: il Victimae paschali laudes per Pasqua, e il Veni Sancte Spiritus per la Pentecoste, oltre a inni come lo Stabat Mater, il Dies irae e il Lauda Sion.

La sequenza di oggi, opera dell’inglese Stephen Langton (ca. 1150-1228), grande teologo e arcivescovo di Canterbury, accompagnata da una struggente melodia gregoriana, si trova facilmente anche in italiano in pratiche immaginette. È una bellissima preghiera del mattino: perché non regalarla alla cresima?

“Ricevete lo Spirito Santo”
Con il Vangelo (Gv 20,19-23) torniamo alla seconda Pentecoste, quella che ho chiamato “domestica”, che vede il Risorto superare liberamente le “porte chiuse”, ed entrare per “stare in mezzo” ai discepoli e donare loro la sua pace. Mostra loro “le mani e il fianco”, ormai inconfondibile carta di identità, e insieme ricordo di come è arrivato ad essere il “Signore”. Le ferite hanno un linguaggio: sono delle aperture, o che lasciano uscire la misericordia (quelle delle mani), o che lasciano entrare nella propria intimità (quella del costato).

Ho già citato Giuliana di Norwich, una delle antesignane di quella che poi sarà la devozione al sacro Cuore, che nella ferita del costato vede la “porta” che immette in un nuovo Eden, «un luogo bello e delizioso, largo abbastanza da contenere tutta l’umanità salvata perché vi riposasse nella pace e nell’amore» (Una rivelazione dell’amore, c. 24, p. 188).

Ma merita la citazione un altro passo, dove la mistica sviluppa l’idea della “maternità” di Dio che si rivela particolarmente nel Figlio, e dove scrive: «Una madre può teneramente stringere al petto il suo bambino, ma la nostra tenera Madre Gesù può familiarmente farci entrare nel suo petto benedetto attraverso la dolce ferita del suo costato, e qui rivelarci in parte la divinità e le gioie del cielo insieme alla certezza spirituale della felicità eterna» (c. 60, p. 276).

E, quanto alle mani, ecco cosa la stessa scrive: «Le beate ferite del nostro salvatore sono aperte, ed è loro gioia il sanarci. Le dolci mani graziose della nostra Madre sono pronte e diligenti nel curarsi di noi. Perché lui in tutto questo lavoro esercita proprio l’ufficio di una gentile nutrice che non ha altro da fare se non occuparsi della salvezza del suo bambino» (ibidem, c. 61, p. 280-281).

Dopo il rinnovato augurio di pace, viene l’invio in missione basato sul “come”: la Pentecoste, meglio, l’invio dello Spirito ha come scopo di agganciare la nostra vita a quella di Gesù, e dunque il compito di continuare la sua missione. Che è sostanzialmente quella di gestire il perdono di Dio, materializzatosi nel sacrificio di Gesù, che da ingiustizia perpetrata a causa nostra diventa fonte di grazia a favore nostro: sono i due significati di propter, che sono raccolti nel «propter nos homines et propter nostram salutem» del Credo.

Perdonare e non perdonare parrebbero a tutta prima scelte che dipendono da noi e sono totalmente nelle nostre mani. Non è così. Pur rimanendo a volte utile aiutare un peccatore, ove sia il caso, a rendersi conto dei suoi sbagli, rimane sempre fondamentale ricordarsi che le nostre mani devono muoversi in sintonia con quelle di Dio, e che, nel perdonare, diamo solo alla fine quello che noi per primi abbiamo ricevuto.

Vorrei concludere con un brano poetico, un inno composto da fr. Pierre-Yves Emery, di Taizé. Lo Spirito Santo rimane la più enigmatica delle tre persone della Trinità: non è facile parlarne. Lo vedo un po’ come la “poesia” che fluisce tra il Padre e il Figlio, o meglio, per dirla con san Bernardo, il “bacio” che lega il Padre al Figlio (Sul Cantico, Sermone 8,2). Mi hanno sempre aiutato le grandi metafore con cui la sua presenza è suggerita nella Bibbia: il vento, l’acqua, il fuoco.

Così scrive Pierre-Yves:

«Spirito di Dio, tu sei il fuoco, / brace paziente nella cenere, / pronta a sorprendere in ogni istante / il minimo soffio ed a saltare / come un lampo vivo e gioioso / per consumare in noi la paglia, / provare l’oro alla gran fiamma / del braciere della carità. //

Spirito di Dio, tu sei il vento, / dove tu prendi il fiato, a quale riva? / Elia si copre il volto / davanti al tuo silenzio che freme. / Sei dato ai tempi nuovi, / sospiro del mondo in speranza, / presente ovunque come danza, / esplosione della tua libertà. //

Spirito di Dio, sei rugiada / di gioia, di forza e tenerezza, / tu sei la pioggia della promessa / su di una terra abbandonata. / Zampillata dal Figlio risorto, / tu ci rianimi, sorgente chiara, / ci riconduci verso il Padre, / alla roccia della verità» (La nuit, le jour… Hymnes et tropaires, Desclée/Cerf, 1973-74, p. 104).

Quando il linguaggio del ragionamento viene meno, e quello della narrazione non è sufficiente, perché non dovremmo riuscire a diventare anche noi, come al mattino di Pentecoste, un po’ “ubriachi” di bellezza e di poesia?

giovedì 21 maggio 2020

SettimanaNews: Covid-19: le risposte della teologia

20 maggio 2020
di: Lluís Oviedo Torró

Scrivo questo articolo dopo due settimane di isolamento obbligato e nel mezzo di una delle peggiori crisi sanitarie, sociali ed economiche vissute dal nostro mondo negli ultimi decenni o almeno nelle società occidentali benestanti, in cui non abbiamo sofferto esperienze così negative forse dal difficile periodo delle guerre della metà del secolo XX.

Questa situazione invita a una riflessione e ad una analisi, anche se alcuni dicono che riguarda il dopo e che ora ci sono delle cose più urgenti. Tuttavia, riflettere “a caldo” può essere un esercizio utile e necessario in tempi difficili.

Qual è il compito della teologia
In questo momento si pone la domanda non retorica sul contributo che la teologia può apportare, se può offrire qualcosa, se questo esercizio riflessivo basato sulla fede non sia più un lusso, qualcosa di superfluo davanti a compiti più urgenti. Almeno, la fede cristiana e le sue pratiche possono risultare utili e necessarie per molti, per coloro che invocano il nome di Dio e di Maria e cercano aiuto e speranza.

Una prima risposta si intuisce dalla percezione dell’idoneità della fede in questo contesto: se la fede cristiana, e in generale le fedi religiose, hanno un significato e un ruolo importante in questi tempi difficili, allora anche la teologia continua ad essere necessaria e importante per orientare e incoraggiare gli sforzi di tutti nel fronteggiare la crisi che stiamo vivendo.

Questa è una delle situazioni che pongono un test alla fede e alla teologia, vale a dire che presentano delle condizioni davanti alle quali le Chiese e la riflessione cristiana devono rispondere in maniera efficace, altrimenti perderanno molta credibilità. Se la fede non è all’altezza delle circostanze per trasmettere speranza, conforto e incoraggiamenti in questi momenti speciali, allora rimane delegittimata. Qualcosa del genere avviene con la teologia: se non è in grado di fornire un’analisi e un discorso che possa interpretare e dare significato a questi “segni dei tempi”, allora diventa una riflessione sterile e inutile.

La crisi di prestigio della teologia viene alquanto da lontano: è stata favorita sia dalla critica e dalla svalutazione da parte dei discorsi scientifici e accademici più riconosciuti e intellettualmente brillanti, sia dalla sfiducia in ampi circoli cattolici che non capivano questo sforzo intellettuale. In parte fu colpa degli stessi teologi e della loro incapacità ad affrontare i problemi più seri che la fede viveva, offrendo diagnosi corrette e risposte o proposte per superare le situazioni più critiche.

La teologia in generale è rimasta chiusa in se stessa ed è diventata un esercizio autoreferenziale, con poco contatto con la realtà concreta e con i problemi della gente, e più ancora con quelli dei credenti. Infatti, dove stava la teologia mentre si svuotavano le chiese e si perdeva completamente la fiducia nella Chiesa? Dov’era durante la grave crisi degli abusi sessuali che hanno scosso molti ambienti cattolici?

Non possiamo sbagliare adesso; non mi piacerebbe se si chiedesse dove stava la teologia e dov’erano i teologi durante la pandemia, quando tutta la gente era in isolamento, i cristiani non potevano celebrare i sacramenti e molti erano in preda allo smarrimento.

La teologia ha davanti a sé la sfida di diventare un discorso molto più attento ai segni dei tempi e al loro contesto per fornire delle analisi che aiutino a comprendere situazioni difficili come quelle che stiamo attraversando, e per orientare le coscienze di fronte alla grande incertezza che stiamo vivendo.

Ora più che mai è necessario “rendere ragione della nostra speranza”.

Queste pagine si propongono di descrivere l’impegno della teologia nei riguardi della società e della Chiesa per fornire una riflessione ispirata alla Rivelazione cristiana e alla lunga esperienza di studio accumulata lungo molti secoli. Questa non è la prima volta che la teologia deve fare i conti con una grande epidemia o pestilenza o altre calamità che periodicamente affliggono l’umanità e ci interpellano sul nostro destino e sull’agire di Dio in un mondo che non controlliamo.

A questo riguardo propongo quattro chiavi o modelli che hanno aiutato e possono continuare ad aiutare a dare un significato a questa crisi che attraversiamo e proporre un insieme di opzioni affinché i credenti possano scegliere quella, o quelle, che trovano più adeguate o che facilitino la loro ricerca di significato.

Io intendo il compito della teologia in questo momento come una riflessione che aiuta i nostri contemporanei a dare un senso a ciò che avviene a partire dal riferimento a un Dio che ci salva. Queste chiavi sono, per seguire un certo ordine: in primo luogo, quella apocalittica che anticipa una finale attraverso catastrofi; la seconda, l’invito alla conversione a partire da segni efficaci; la terza, quella pasquale o del sacrificio che dà vita al di là della morte; e la quarta, quella dell’incarnazione o dell’accompagnamento delle sofferenze e delle speranze umane. Presenterò in ciò che segue un’analisi non esaustiva di queste chiavi applicandole a questa situazione concreta.

La chiave apocalittica
Senza dubbio questa è la chiave più immediata e probabilmente la più utilizzata da molti secoli in occasione di altri episodi di peste o di grandi calamità. Difatti è la più giustificata nei testi del Nuovo Testamento ed è facile da applicare in momenti di grande difficoltà.

A grandi tratti, la mentalità apocalittica intende la storia come un processo di decadenza; anche se in apparenza si registrano dei progressi, in realtà le cose peggiorano, la società e la cultura si allontanano sempre più da Dio, aumentano il peccato e la corruzione, e la fede progressivamente si spegne; solo pochi resistono, tra l’incomprensione generale e persino nella persecuzione.

Tutto indica, quindi, in un ambiente apparentemente tranquillo e soddisfatto. una profonda distorsione delle menti e dei cuori degli abitanti di questo mondo, che si sono allontanati da una vita virtuosa vissuta nella fedeltà alla volontà divina. Davanti a questo panorama non resta altra scelta che confidare in un cambiamento radicale che tocchi i cuori di tutti.

Lo scenario apocalittico attira l’attenzione sulla catastrofe, la grande crisi che anticipa la fine dei tempi e una grande rigenerazione finale. Appaiono, è chiaro, i temi del castigo e della correzione divina, temi che riecheggiano episodi dell’Antico Testamento, e una mentalità giustizialista, nel senso che Dio presenta il conto per le colpe e i delitti già in questa vita, nella condizione storica, oppure attende i tempi finali per fare giustizia ai suoi eletti. Questa chiave è stata in effetti ripetutamente applicata nel corso della storia e in mezzo ai grandi mali che l’umanità ha sofferto, e particolarmente le comunità cristiane.

È fin troppo facile comprendere in chiave di castigo e di purificazione l’ambiente che abbiamo vissuto fino a poco fa nelle società occidentali: troppa frivolezza, troppa corruzione a molti livelli o in molti ambiti – compreso quello ecclesiale –, troppo allontanamento da Dio e dalla sua Chiesa. Non è strano pertanto che Dio si sia stancato di questa umanità, che la sua ira esploda e ci corregga con un’epidemia che obbliga a ripensare tutte le certezze che avevamo acquisito, a riconoscere tutti gli errori di questi anni e a tornare a Lui.

La psicologia cognitiva applicata allo studio della religione indica che certe reazioni o percezioni più immediate nel campo religioso seguono delle linee più dirette o “facili”: si tratta di comprendere Dio come “uno che agisce” dietro a tutto ciò che accade e non c’è una spiegazione più convincente, e la nostra relazione con Lui in termini di scambio, di premio o di castigo, come conseguenza del nostro comportamento. L’intuizione religiosa si sente più a suo agio applicando queste categorie ed è più facile interpretare ciò che avviene come castigo divino per i peccati della gente che non cercando altre spiegazioni più complicate e sottili, più teologicamente elaborate.

In tutti i modi, non è il caso di sottovalutare la prospettiva apocalittica, che è stata fonte di speranza e motivo di coraggio per molte generazioni di cristiani e che rivendica giustizia per le vittime e per gli innocenti in una storia piena di sofferenza e di ingiustizia.

Questa visione contribuisce a relativizzare il presente, la storia in tutto ciò che può essere ritenuto grande o prezioso: tutto viene ridotto – eccetto l’amore e la fedeltà – quando si anticipa la fine dei tempi, quando l’unico che conta è il Dio che si affaccia al termine della strada e ci incoraggia ad avvicinarci a lui.

Di conseguenza, non sarebbe consigliabile scartare questa grande visione con tutto ciò che comporta per incoraggiare i credenti e anche in connessione con la chiave successiva che intende tutto questo come un segno che richiede la conversione.

Lo scenario apocalittico invita ad anticipare un futuro finale di consumazione che, anche se non avviene immediatamente, contribuisce tuttavia a illuminare la vita dei cristiani nei momenti di forte prova e a fornire la risorsa più necessaria: la speranza per coloro che confidano in Dio.


Un segno che invita alla conversione
Anche questa è una chiave fortemente radicata nella Rivelazione biblica, in cui molti momenti di grande difficoltà sono percepiti non tanto come castighi ma come segni che invitano alla conversione, a un cambiamento radicale di prospettiva e a un comportamento diverso. Questa linea di lettura si trova spesso nei profeti dell’Antico Testamento, ma è anche una chiave presente nei Vangeli che, di fronte a varie difficoltà, invitano alla conversione e alla sequela di Cristo.

È piuttosto evidente che la tradizione cristiana ha inteso ripetutamente le grandi prove storiche che la Chiesa o la società hanno sofferto come inviti a rivedere comportamenti tranquillamente accettati e radicati, per volgere lo sguardo a Dio e cambiare idee e atteggiamenti fino a poco prima scontati.

La pandemia ci offre un’occasione unica per mettere in atto una riflessione urgente di fronte alla deriva dubbiosa che stava assumendo il mondo occidentale. Dal punto di vista della psicologia cognitiva, il tema è chiaro: quando le cose si mettono male, sorge spontaneo l’interrogativo: in che cosa abbiamo sbagliato? che abbiamo fatto di male per meritare questo?

Certamente una mentalità del genere può essere ritenuta ingenua o il frutto di una mente che ha bisogno di identificare i colpevoli o i protagonisti del male, anche davanti a processi naturali la cui colpevolezza non può essere attribuita in maniera immediata. Di qui l’abbondanza e la popolarità delle teorie cospirative.

La visione teologica deve essere molto più sottile e non cadere in uno schema cognitivo troppo rozzo o ingenuo. Non cerca i colpevoli e non è questa la natura del “segno di conversione” ma un’opportunità che può comportare una determinata crisi o un male storico per cambiare o migliorare, ciò che per noi implica tornare a Dio, accogliere la sua parola; in altri termini, qual è il vantaggio o il beneficio, la lezione che possiamo ricavare da qualcosa di tanto negativo.

Non mancano certo ragioni, quando si guarda in maniera critica la nostra cultura, per trovare processi o atteggiamenti che venivano accettati in maniera pacifica e che richiedono invece una conversione. C’è molto da scegliere, tuttavia uno sguardo teologico dovrebbe segnalare i motivi che destano le maggiori preoccupazioni.

Dal mio punto di vista, la cultura recente era entrata in una fase di fiducia esagerata nelle capacità umane, basata sui mezzi tecnici, come l’intelligenza artificiale per superare tutti i nostri limiti, risolvere tutti i problemi che si ponevano e perfino raggiungere l’immortalità. Ho letto in questi ultimi anni molti libri che descrivevano grandi aspettative fondate sulla capacità scientifico-tecnica di migliorare il mondo, di raggiungere la perfezione. I sogni dell’illuminismo diventavano alla fine realtà, e l’umanità era in grado di superare i suoi mali, perfino i suoi livelli di male morale, cosa che renderebbe molto più accessibile la piena felicità.

Queste vedute grandiose hanno avuto come conseguenza un’emarginazione sempre più accentuata della fede religiosa e del cristianesimo in particolare come religione di salvezza. Non avremmo cioè bisogno di una salvezza da parte di istanze soprannaturali se potessimo raggiungerla con i nostri stessi mezzi. Si stava impossessando di alcuni settori intellettuali quasi un sentimento di onnipotenza e un autore di grande successo ha persino osato parlare di Homo Deus (Yuval N. Harari, 2017).

Tutta questa illusione di grandezza, di divinizzazione assurda è svanita in pochi giorni, e ha lasciato il posto a un senso di grande fragilità, all’idea che la grande civiltà occidentale ha i piedi di argilla ed è molto vulnerabile davanti a qualsiasi frangente, ad un imprevisto, poiché non abbiamo in assoluto il controllo della situazione per quanto progrediscano la nostra scienza e le nostre tecnologie, certamente necessarie.

Mi viene in mente un altro fatto storico degli inizi del secolo scorso che si tradusse in una grande reazione teologica e in un forte cambiamento sociale e religioso. Mi riferisco alla ricezione della Grande Guerra (1914-1918) da parte di un gruppo di giovani teologi con a capo Karl Barth. Non è difficile rintracciare in quella reazione teologica temi che possono esserci familiari.

Il giovane Barth scrisse il suo famoso commento alla Lettera ai Romani proprio alla fine di quella guerra catastrofica (1919) che portò via milioni di giovani vite, come un atto di protesta contro la fiducia che ispiravano i progressi sociali, economici e scientifici della cosiddetta “cultura liberale” e la compiacenza che mostrava una parte della teologia accademica del suo tempo verso queste tendenze e verso una cultura fiduciosa nel progresso umano.

Quel caso ci indica probabilmente come la teologia colse in quella situazione così drammatica un’occasione per ripensare non solo un modello tecnologico, ma un’intera cultura troppo sicura di sé, che si allontanava anche da Dio. Ci voleva una correzione epocale, una rivendicazione della fede cristiana in termini radicali e dirompenti.

È certo che le grandi difficoltà e prove storiche hanno ravvivato la fede di tante persone e anche in questo tempo molti nostri contemporanei stanno volgendo lo sguardo a Dio, pregano più intensamente e cercano di incoraggiare tutti con la loro fede e speranza. In questa ottica non possiamo comprendere l’attuale crisi come un castigo di Dio, ma come un’opportunità per tornare a Lui, per cambiare la nostra vita attribuendo più spazio a ciò che veramente conta e lasciando da parte i falsi idoli che hanno potuto sedurre in questi tempi con le loro promesse di vita felice e persino di immortalità.

È troppo facile trovare risonanze bibliche in questa prova, ma è più adeguato – teologicamente parlando – cercare ragioni per superare ciò che sta accadendo, che permettano di correggere tendenze sbagliate e offrire motivi di speranza basati su Cristo e sulla sua grazia.

Un altro tema che si aggiunge a quello della conversione lo si deduce dalla situazione obbligata di isolamento che tutti viviamo. Questa esperienza ha dato luogo ad atteggiamenti di austerità, ad una visione di essenzialità che invita a dare importanza alle cose che più contano e a lasciar da parte ciò che è secondario. Forse è un’occasione importante per discernere tra i valori che danno più significato alla nostra vita e ciò che è accessorio: a valorizzare la vita di famiglia e l’amicizia, al di sopra di altre realtà che in questi giorni diventano accidentali e remote.

La chiave pasquale: morte e risurrezione
Il terzo motivo più rilevante nel tentativo di illuminare gli avvenimenti che viviamo in questi giorni è quello pasquale. Questa chiave, a differenza delle due precedenti, non è tanto intuitiva o, in altre parole, è – cognitivamente parlando – più “faticosa” o meno “facile” da percepire. La dinamica che inaugura la pasqua di Cristo è, come piace dire ad alcuni psicologi cognitivi, piuttosto “controintuitiva”: la morte è condizione della vita; l’abbassamento e l’umiliazione sono condizioni dell’esaltazione e della gloria; la sofferenza è la via che conduce alla felicità piena; la tristezza lo è a sua volta della gioia. Queste sono categorie pienamente cristiane, ed è difficile trovare parallelismi o similitudini in altre istanze culturali o religiose; ci troviamo davanti ad un punto genuino o specifico della fede cristiana che ora è messo alla prova.

L’applicazione del principio pasquale è molto familiare ai cristiani: il passaggio dalla morte in croce alla risurrezione di Cristo ci invita a pensare che anche i momenti più negativi dell’esistenza personale e collettiva possono dischiudere a una vita nuova, persino oltre la morte.

Questo principio può essere inteso in varie maniere. La chiave escatologica è la prima: in senso cristiano, la morte fisica apre ad una vita nuova che anticipa la risurrezione di Cristo, ma è riservata a tutti coloro che lo seguono. Naturalmente questa chiave risulta un po’ limitata, anche se è importante ricordarla davanti alle migliaia di vittime della pandemia. I cristiani hanno il diritto di rivendicare che ciò non è la fine definitiva e che queste morti aprono la porta ad una vita diversa, in un’altra dimensione.

Non sarebbe fuori luogo recuperare in questi tempi il tono fortemente escatologico del messaggio cristiano originale che annuncia la vita dove altri vedono solo morte e dove non ci sarebbe nulla da offrire a tutti coloro che ci lasciano all’improvviso e in una grande solitudine. Essi non sono solo numeri di una triste statistica che getta tutti nello sconforto; nella prospettiva pasquale, sono uomini e donne chiamati alla vita nuova in Cristo, alla vittoria sulla morte.

Un’altra chiave di lettura della pasqua di Cristo è più ampia e non si riduce alla dimensione escatologica: tutto ciò che possiamo vivere di negativo o di doloroso rimanda ad un orizzonte di trasformazione con la promessa di una vita migliore.

Certamente l’esperienza umana che più si avvicina alla dinamica pasquale è quella dell’amore che si dona e del sacrificio per il bene degli altri. L’idea che certe espressioni di amore richiedono la negazione di se stessi, o la donazione di sé al di là dei propri interessi per accedere a stati più esaltanti e pieni, non è nuova né estranea a coloro che scoprono l’amore al di là delle forme superficiali o solo erotiche.

Tuttavia, la dinamica pasquale racchiude in sé una promessa che va oltre le esperienze dell’amore di abnegazione o del sacrificio a favore di altre persone, o almeno dà loro un senso pieno. Infatti, la pasqua offre un orizzonte o una garanzia che permette di attraversare qualsiasi forma di negatività e di sofferenza con la speranza che si cambieranno in gioia e pienezza; oppure offre a coloro che in questi tempi difficili si sacrificano per gli altri una garanzia che il loro amore non sarà inutile.

L’idea profonda della pasqua di Cristo è che tutto il bene che abbiamo potuto fare rimane per sempre, non vien meno, non muore, ma si proietta nell’eternità. In Cristo morto e risorto abbiamo la certezza che il nostro amore, provato nelle croci di ogni giorno, e tutto il bene compiuto sarà per sempre e non morirà mai.

La fede come incarnazione e accompagnamento
La quarta chiave teologica per dare significato di fede a questi tempi di prova ci invita a condividere e ad assumere sia i dolori, sia i gesti di donazione a volte eroici che osserviamo come manifestazione della grazia di Dio, come presenza del suo Spirito che vive tra noi. Si tratta di una chiave più riflessiva, che deriva da uno sguardo capace di percepire il dono di Dio e la sua misteriosa presenza negli avvenimenti che vive l’umanità, sia quelli positivi sia quelli negativi.

Questa percezione si pone all’altro estremo rispetto alla mentalità apocalittica: dove l’apocalittico vede degenerazione e decadenza, colui che vive dentro la storia scorge l’opera di Dio, il suo amore presente in varie forme; dove il primo vede soprattutto esperienze di peccato, il secondo coglie espressioni della grazia; dove il primo vede negatività che invita a una fine catastrofica di purificazione, il secondo scorge molto amore e donazione, molta speranza.

L’esercizio teologico in questo caso si fissa su tutto ciò che rivela il meglio dell’umanità in mezzo alle sue ferite, perché assume una visione dall’interno di questa condizione umana, che rivela anche la sua grandezza.
Questa ottica coglie e applica nel suo significato forte la dichiarazione iniziale della costituzione dogmatica del Vaticano II, Gaudium et spes: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore… Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia» (GS 1).

La Chiesa perciò può leggere la situazione che vive l’umanità in questi tempi, con le sue luci e le sue ombre, dal di dentro e non dal di fuori, come chi giudica dall’alto. La fede cristiana discerne in ciò che sta succedendo i segni di vita che si riflettono in tutti gli sforzi che si compiono, in tutte le varie istanze di una società che si sente minacciata e insicura e persino terrorizzata. La fede impara in questa situazione a stare vicina e a condividere, a incoraggiare tutti e ad annunciare speranza.

Diversi teologi hanno insistito in questi ultimi anni nell’affermare che la missione di fede nel riconoscere l’azione provvidente di Dio non si identifica con lo straordinario, il soprannaturale o i limiti dei processi naturali, ma con la stessa dinamica della creazione e con gli sforzi della scienza, con il meglio dell’umanità che cammina verso il superamento del male. Questa è un’occasione unica per discernere la presenza di Dio sia in coloro che soffrono sia in coloro che amano e servono gli altri.

Note conclusive 
Questi tempi stanno mettendo a dura prova molte realtà, molte proposte, e non siamo sicuri di come vivremo, di come ci sentiremo dopo. È certo che un risultato importante di questo stato di cose è che ha obbligato a ripensare la fede cristiana come una “religione di salvezza” e non solo come una religione di carattere “spirituale”, come qualcosa che assomiglia all’esperienza estetica. In questo senso, le fede cristiana ricupera il suo carattere genuino, a condizione che sappia veramente aiutare la gente del nostro tempo ad affrontare e a superare queste difficoltà.

A questo proposito è opportuno ricordare che la fede religiosa si scopre meglio come un sistema di “superamento” (in inglese religious coping), vale a dire un insieme di risorse – convinzioni religiose, riti, preghiere – che aiutano coloro che se ne servono a superare situazioni difficili o di crisi.

Le ricerche effettuate in questi ultimi anni indicano che una strategia del genere basata sulla fede come aiuto significativo funziona meglio quando si combina con altre strategie, come quella terapeutica, l’amicizia o la conoscenza e lo studio.

Questo dato indica ancora che la fede cristiana è chiamata a camminare insieme ad altre espressioni positive, non a parte o in competizione con esse; è qualcosa che si deduce anche dalla situazione attuale in cui tutti dobbiamo offrire il meglio per far fronte alle nostre grandi sfide.

Un’ultima osservazione. Molti di noi sentono la mancanza nelle apparizioni pubbliche dei nostri governanti, soprattutto quando fanno gli annunci più drammatici e solenni, di una conclusione necessaria: «Che Dio ci aiuti». Sarebbe un segno di post-secolarizzazione reale e concreta, un modo di infondere speranza in tutti al di là delle divisioni.

  • Lluís Oviedo Torró, OFM, spagnolo, originario di Valencia, è professore di antropologia teologica presso l’Antonianum e la Gregoriana di Roma. Il presente articolo è stato ripreso dalla rivista Razón y Fe 2020, n. 1445.