mercoledì 30 ottobre 2019

martedì 22 ottobre 2019

Avvenire, Enzo Bianchi "La bellezza: vedere l’invisibile nel visibile"

Avvenire 19 ottobre 2019
dal sito del Monastero di Bose

Per affrontare in profondità un discorso sulla bellezza, occorre anzitutto il coraggio di dire che la bellezza è un enigma, anche se oggi se ne parla spesso con troppa ingenuità.
Dall’alba della modernità risuonano come sempre attuali le inquiete parole di Albrecht Dürer: “Che cosa sia la bellezza non lo so”, perché ogni tentativo di definirla appare inadeguato, insufficiente. La bellezza è ambigua, come tutte le cose che si manifestano quali realtà terrestri, sperimentate dagli umani. La bellezza seduce, ferisce, intimorisce, esalta, ammutolisce…

Occorre fare una distinzione preliminare: c’è una bellezza cantata dalla fede, la bellezza di Dio, il Creatore, della quale fanno esperienza quanti e quante, grazie alla dýnamis dello Spirito santo, sanno esercitare i sensi della fede; c’è d’altra parte una bellezza delle creature esperibile da ogni essere umano, nella pienezza dei suoi sensi corporei. Il credente può addirittura dare del tu alla bellezza di Dio, confessando che la bellezza non è un attributo, una proprietà, ma un soggetto, Dio stesso, secondo le note parole di Agostino: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato” (Confessioni 10,27). Così nelle sante Scritture si proclama: “Splendido sei tu e magnifico, o Dio!” (Sal 76,5), e si afferma che Dio sarà la bellezza della città santa: “Dominus erit pulchritudo tua” (Is 60,19). Ma quando il salmista e il profeta dichiarano questo, si riferiscono a una bellezza confessabile solo nella fede, perché “Dio nessuno l’ha mai visto” (Gv 1,18).

Più facile da decifrare è la bellezza del Re Messia, celebrato come “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 45,3), cantato dalla sposa del Cantico con le parole: “Tu sei bello e grazioso, o mio amato!” (Ct 1,15). Ma nella misura in cui le Scritture si applicano al Messia Gesù, questa bellezza può essere intesa come “altra”, bellezza del pastore, di colui che si prende cura del suo popolo: “Io sono il pastore buono e bello (kalós)” (Gv 10,11.14); addirittura può essere non-bellezza, quando egli si rivela come il Servo del Signore: “Lo abbiamo visto, non aveva né bellezza né splendore” (Is 53,2). La bellezza di Cristo trascende il visibile: solo l’agápe, l’amore, è in grado di narrarla e dunque di indurre a contemplarla.

Vi è d’altra parte la bellezza delle creature, quelle che Dio, dopo averle create, vide che erano “cosa bella e buona” (tob: Gen 1,4.10.12.18.21.25); tra di esse si segnala l’adam, il terrestre, creatura “molto bella” (tob me‘od: Gen 1,31). Questa bellezza si offre alla nostra contemplazione: è la bellezza del cielo (cf. Sal 8,4); è la bellezza della natura, delle epifanie cosmiche (cf. Sir 42,15-43,33), nelle quali “ogni opera di Dio supera la bellezza dell’altra: chi può stancarsi di contemplare il loro splendore?” (Sir 42,25). Questa creazione è carica di bellezza, così che il libro della Sapienza può proclamare: “Tu ami tutte le creature esistenti, non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato … Come potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza, … o Signore, amante della vita?” (Sap 11,24-26).

Ma la bellezza delle creature – come si diceva – non è priva di ambiguità e di equivoci, perché può diventare bellezza dell’idolo, falso antropologico prima che teologico, può essere una bellezza seducente che induce alla tentazione: “la donna vide che l’albero era … affascinante per gli occhi” (Gen 3,6), così come era buono (tob) e appetitoso; e David, vedendo la bellissima Betsabea dalla terrazza della sua reggia, fu sedotto fino a causare l’omicidio di suo marito pur di averla (cf. 2Sam 11). Tutti conoscono la frase di Fëdor Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo” (ma nel testo de L’idiota si tratta di una domanda!); si dimentica però che per lui la bellezza è tanto quella epifanica, divina, quanto quella idolatrica che egli dichiara bellezza di Sodoma. Dunque entrambi queste bellezze feriscono: o sono effroi, “sorprendente spavento” – come amava dire Jean-Louis Chrétien – oppure inducono all’ékstasis, ma sono bellezze differenti!

Ogni essere umano è affamato e assetato di bellezza, ma il discernimento della bellezza rivelativa di Dio e della sua azione richiede un’educazione dell’intelligenza del cuore, un cammino di discernimento mai concluso, un cammino faticoso di ricerca del senso inscritto in ogni bellezza. Più l’aspetto sensibile attira per la sua bellezza, più l’uomo è tentato di non ascoltare la propria interiorità, per restare invece catturato dall’esteriorità. Sono note le riflessioni contenute nel capitolo 13 del libro della Sapienza e, in particolare, in quel passo che intenerisce il cuore e, nel contempo, denuncia il processo di seduzione della bellezza, la quale desta il desiderio di possedere e di consumare:

Se gli uomini, affascinati dalla bellezza delle creature, le hanno prese per dèi …
se, colpiti da stupore per esse,
non sono stati capaci di contemplare,
attraverso la loro grandezza e la loro bellezza, il loro autore,
per costoro leggero è il rimprovero,
perché si sono ingannati cercando Dio e volendolo trovare …
e perché le cose viste sono belle (Sap 13,3-7).

Ecco il dramma della bellezza: è facile proclamare che la bellezza indica, in-segna, rivela Dio, ma fare l’itinerario attraverso la bellezza per giungere alla contemplazione della bellezza divina non è facile, anzi è drammatico! Basti pensare al volto, al corpo dell’adam, maschio e femmina: più vediamo il bello, più potremmo cogliere in esso il sacramento della bellezza di Dio; ma più facilmente noi umani, come incantati, scegliamo la via idolatrica dell’adorazione della creatura, ci prostriamo a causa della sua bellezza, fino alla cosificazione del bello, al consumismo del bello privato della sua soggettività e della sua sacramentalità divina. L’uomo è immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), ma non è così facile giungere a questo riconoscimento. Non a caso Gesù – come recita un suo splendido detto non canonico – ha affermato: “Hai visto un uomo, hai visto Dio”, rivelazione che dovrebbe causare soprattutto una responsabilità del soggetto verso l’altro.

Amo molto l’interpretazione della trasfigurazione di Cristo fornita dalla spiritualità orientale cristiana. Secondo alcuni autori non fu Gesù a trasfigurarsi, ma furono gli occhi dei discepoli che conobbero un processo di trasfigurazione e così furono resi capaci di vedere in lui ciò che prima non vedevano: egli era carne fragile come loro ma, nello stesso tempo, Figlio di Dio, immagine del Padre invisibile. Sì, noi abbiamo bisogno di trasfigurazione per percepire la vera bellezza, per vedere l’invisibile nel visibile.

domenica 29 settembre 2019

Come se non: Lettera e spirito del Vaticano II di fronte al Vetus Ordo. Due interviste e due “motu proprio”

di Andrea Grillo 26/09/19


Negli ultimi giorni, due interviste, rilasciate rispettivamente dal Superiore generale della FSSPX (qui), sulla quale ho già scritto alcuni giorni fa (qui) e dal Prefetto della Congregazione del culto (qui) hanno chiarito molto bene le progressive difficoltà con cui la Chiesa cattolica può sopportare il permanere di un accesso al Vetus Ordo tridentino accanto e in parallelo a quel Novus Ordo, voluto dal Concilio Vaticano II e realizzato dalla Riforma liturgica ad esso successiva. Proprio il rapporto con il Concilio Vaticano II sta al centro delle opinioni espresse dai due esponenti ecclesiali:

a) Don Davide Pagliarani, nella sua lunga intervista, ha chiarito che, sulla base del rifiuto più completo della lettera e dello spirito del Concilio Vaticano II, solo il VO può garantire la identità cattolica. Per questo, ad avviso del capo dei lefebvriani, non ha alcun senso tentare una riconciliazione con la Chiesa di Roma, finché essa difende i documenti del Concilio Vaticano II. Pertanto celebrare con il VO implica, necessariamente, la condanna sia della lettera, sia dello spirito del Vaticano II.

b) Con una posizione diversa, ma profondamente consonante con la prima, il card. R. Sarah ha censurato chi ritiene di ostacolare il VO e ha sostenuto che, se interpretato “nello spirito del Vaticano II”, il VO possa offrire ancora frutti di pastorale e di spiritualità ingenti. A suo avviso non vi sarebbe alcuna contraddizione tra lo “spirito del Vaticano II” e la celebrazione col VO.

Mi pare che entrambe queste posizioni, pur nella loro differenza, vivano un problema insormontabile con il Concilio Vaticano II: il primo ne contesta apertamente la lettera e lo spirito, mentre il secondo pretende di “onorarne lo spirito”, ma ne dimentica e ne rimuove la lettera. Infatti il Concilio Vaticano II ha chiesto, esplicitamente e autorevolmente, di superare il VO, perché inadeguato alla esperienza di Cristo e della Chiesa di cui vive la fede cristiana. Tutti coloro che, in modo poco riflettuto, pensano di poter “conciliare” NO e VO debbono fare i conti, esplicitamente, con questa espressa volontà del Concilio, che ha chiesto di “riformare il rito romano in vista della partecipazione attiva dei suoi membri”, superando la loro qualità di “muti spettatori”. E per questo ha preteso una riforma profonda degli Ordines rituali. Il VO è apertamente e dettagliatamente contestato dal Concilio Vaticano II, soprattutto da SC48 e seguenti.

L’azzardo voluto, in modo contingente, dal MP “Summorum Pontificum” nel 2007 mirava ad una riconciliazione con il mondo del tradizionalismo. In realtà, come è evidente dopo 12 anni, questa generale liberalizzazione del VO ha solo fomentato ostilità verso il Concilio Vaticano II, ha aperto lotte piuttosto che portato pace. Ciò è dovuto ad un equivoco di fondo: non solo lo spirito, ma la lettera del Concilio non permette di essere aggirata per troppo tempo. Se si lascia ancora in piedi una forma rituale che è stata ufficialmente superata da una nuova, si illude una parte del corpo ecclesiale che sia aggirabile il Concilio e tutto ciò che questo significa. Fino ad incitare alla aperta ribellione contro un papa come Francesco, che fa del Concilio Vaticano II l’orizzonte ordinario del suo magistero. Vi è un legame molto più profondo di quanto non si creda tra resistenza a Francesco e frequentazione abituale del Vetus Ordo.

Pertanto è giunto il momento di trarre le conseguenze da questa imbarazzante situazione di equivoco. Il cammino della Chiesa esige, oggi in modo ancora più forte di ieri, che la liturgia cattolica si riconosca, in modo universale, solo in una forma, quella ordinaria. L’accesso a forme superate del rito cristiano deve essere subordinato, caso per caso, al giudizio dei vescovi locali, che possono valutare le singole circostanze eccezionali e concedere in forma limitata un accesso ad esse.

Questa verità, che negli ultimi 12 anni si è cercato in tutti i modi di negare, trova il suo fondamento non solo nella “contingenza” e nella “occasionalità” del Motu Proprio del 2007 (Summorum Pontificum, di papa Benedetto XVI), ma anche nelle solenni dichiarazioni del Motu Proprio del 1960 (Rubricarum Instructum, di papa Giovanni XXIII). Infatti, la correzione che il MP del 1960 è oggi in grado di offrire al dibattito distorto dell’ultimo decennio consiste in una limpida logica di “senso comune”. Quando fu fatta l’ultima edizione del “messale di Pio V”, nel 1962, la si fece in modo interlocutorio, in attesa che il Concilio – che allora era già indetto anche se non era ancora iniziato – delineasse quegli “altiora principia” in base ai quali sarebbe stata fatta la vera riforma del messale. Pertanto non solo la lettera e lo spirito del Concilio Vaticano II non può concepire una “vigenza parallela” tra NO e VO, ma lo stesso documento che ha prodotto il Messale del 1962, che oggi si pretenderebbe vigente “per sempre”, lo intende come “provvisorio” a “ad tempus”.
Grazie alle due interviste pubblicate di recente, e grazie al preciso ricordo dei due “motu proprio”, da correlare l’uno all’altro, possiamo oggi scoprire che il cammino del Vaticano II non permette di concepire un normale accesso al VO, se non mettendo in questione il Vaticano II, non solo nel suo spirito, ma anche nella sua lettera. Se possiamo capire che il Superiore dei Lefebvriani possa essere tanto critico con il Vaticano II da negarne tanto la lettera quanto lo spirito, cercando un sollievo e una resistenza soltanto nel VO, più difficile è comprendere come un Prefetto di congregazione possa dire di difenderne lo spirito, ma ne contraddica in modo tanto sconcertante la lettera.
Il “magnum principium” della riforma liturgica affermato dal Vaticano II – ossia la “actuosa participatio” – impedisce un accesso indifferenziato e incontrollato al VO. A maggior ragione con i più giovani. Questa verità oggi deve essere ripristinata con urgenza e con fermezza. Essa è decisiva per quel disegno di “chiesa in uscita” che il magistero di Francesco ha tratto, con limpida consequenzialità, dalle parole del Concilio Vaticano II. Le stesse parole che, con altrettanta consequenzialità, prendono congedo dalle forme tridentine di Chiesa e di vita cristiana.

sabato 28 settembre 2019

SettimanNews: Consapevoli di morire

7 agosto 2019 Paolo Gamberini

Riflessioni a margini dell’approvazione del parere del Comitato Nazionale di Bioetica.

Nella Plenaria del 18 luglio 2019 il Comitato Nazionale per la Bioetica ha approvato il primo parere sul suicidio medicalmente assistito. Nonostante all’interno del Comitato i pareri siano difformi, il documento intende svolgere una riflessione sull’aiuto al suicidio.

Criteri per il suicidio medicalmente assistito
Il Comitato ha riscontrato la grande difficoltà di riuscire a conciliare due principi, così rilevanti per la bioetica: la salvaguardia della vita, da un lato, e l’autodeterminazione del soggetto, dall’altro. Richiamandosi all’ordinanza n. 207/2018 della Corte Costituzionale, il documento richiama i quattro requisiti che possono giustificare un’assistenza di terzi nel porre fine alla vita di una persona malata: quando essa sia affetta da una patologia irreversibile;
che sia fonte di sofferenze fisiche o psicologiche da lei giudicate intollerabili;
che sia tenuta in vita grazie a trattamenti di sostegno vitale e che al contempo resti
capace di prendere decisioni libere e consapevoli.
Nel documento, più spesso, si fa riferimento alla volontà del soggetto, pienamente libero e consapevole, come condizione necessaria perché possa ricevere il trattamento necessario per morire a seguito di circostanze da lui stesso puntualmente determinate sul momento o previste anticipatamente (vedi DAT).

All’indomani di questa approvazione, la stampa ha dato rilievo di come “i cattolici” si siano opposti a tale decisione, ribadendo che la vita dev’essere affermata come principio essenziale, senza che questo principio sia subordinato o messo sullo stesso piano dell’autodeterminazione, libera e consapevole, del paziente. Con queste mie riflessioni vorrei rispondere all’appello del Comitato che auspica un’ampia partecipazione dei cittadini alla discussione etica e giuridica di tale questione, con la dovuta attenzione alle problematiche morali, deontologiche e giuridiche costituzionali.

L’ombra di Martini
Nei primi mesi del 2012 ho avuto per ben due volte la possibilità di intrattenermi in conversazione con il cardinal Carlo Maria Martini nell’infermeria dei Gesuiti a Gallarate. Pur nella difficoltà a parlare e nel contorcimento del suo corpo a motivo del Parkinson, abbiamo discusso di teologia: in particolare dell’agonia di Gesù nel Getsemani e del mistero della Trinità. Domande, dubbi e speranze sorgevano dall’anima. Sulla morte.

Altre volte, in condizioni diverse di salute, avevo avuto possibilità di colloquiare con lui, di questi argomenti. Mi accorgevo, tuttavia, che ora la sua consapevolezza su questi argomenti era di altro tipo: faticosa sì, ma intensa. Era presente. Sì, presente al presente… e lasciatemelo dire: nella presenza di Colui che il testo dell’Esodo 3,14 rivela come: Io Sono. Il 31 agosto di quello stesso anno è divenuto roveto ardente.

Poiché ne ero stato informato dall’infermiere, sapevo che il cardinale era stato sottoposto a terapia parenterale idratante, ma non aveva voluto alcun altro ausilio: né la Peg, il tubicino per l’alimentazione artificiale che viene inserito nell’addome, né il sondino naso-gastrico. Quel sondino, quell’alimentazione forzata, punto quanto mai controverso nel dibattito sul fine-vita.

Io sono sì il mio corpo. Mi identifico con ciò che sento e vivo. Tanto più che, se altri possono pensare di trattare il “mio” corpo alla stregua di un oggetto, proprio nella malattia comprendo per parte mia, con innegabile immediatezza, che il mio corpo sono io; che la mia identità personale è legata al mio corpo; che il mio corpo non può essere trattato solamente come oggetto né da me né da altri; che sono intrinsecamente vulnerabile.

Vulnerabilità e ulteriorità
Ma, allo stesso tempo, proprio perché sono presente al mio corpo, io non sono il mio corpo. Io sono. È l’anima, la consapevolezza, che informa il corpo come mio e me lo fa riconoscere come “mio”. Come il corpo è l’immagine fisica della mia anima, così l’ego è l’immagine vitale della mia anima.

Fintanto che mi identifico con il mio corpo, avrò sempre paura della morte come la fine di cosa sono. Fintanto che mi identifico con il mio ego, avrò sempre paura della cessazione di chi sono. “Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,39).

Quella del cardinale è stata sì una libera scelta, un’autodeterminazione, ma in quanto tale è stata risposta a quell’orizzonte imprescindibile e intangibile in cui si dà la dignità umana.  Quando parliamo di dignità umana nelle questioni di fine-vita bisogna essere consci dell’ambiguità di questo concetto. Ci si appella alla dignità umana come ad un imperativo categorico: sia per sostenere una morte “degna dell’uomo” nel senso di un uccidere su espresso desiderio, sia per dimostrare che la dignità umana esclude ogni forma di eutanasia.

Occorre, però, precisare un minimo di contenuto a ciò che si intende per “dignità umana” per evitare ambiguità. Secondo l’indicazione della costituzione pastorale Gaudium et spes  (n. 16) il contenuto essenziale della dignità umana è dato dalla “coscienza” che è «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria».

Non si tratta di un semplice sentire, ma di una “consapevolezza di sé” che è il riflesso, lo specchio di una presenza trascendente. È proprio dell’essenza dello specchio quella di essere nulla in sé e per sé, se non riferimento ad Altro. Io sono, non perché sono ma perché non sono. E non comprendo. L’esperienza incomprensibile della sofferenza e della morte rivela qualcosa di quella “presenza” di Dio che ciascuno scopre nella propria interiorità, senza poterla disporre: interior intimo meo. «[L’] incomprensibilità del dolore è un frammento dell’incomprensibilità divina».

La nostra capacità di disporre di noi stessi è resa possibile da questa incondizionata e incomprensibile “presenza” che ci sollecita non tanto a trattenere noi stessi ad ogni costo e attraverso ogni mezzo, ma ad abbandonare noi stessi incondizionatamente a questa incomprensibilità. Nell’Io Sono della morte. La dignità umana si realizza propriamente nella capacità di disporre di sé con consapevolezza e libertà, e quando è possibile con amore, e non nell’essere disposti da una macchina o da un deus ex machina.

La saggezza necessaria nell’era tecnica
Senz’altro il progresso medico è assai positivo. Ma, nello stesso tempo, le nuove tecnologie, che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano, richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando questi non giovano più alla persona. In particolare, quando non c’è più proporzionalità tra reale miglioramento e dignità del paziente.

Fin dai tempi di Pio XII – come si può riscontrare nel suo memorabile discorso rivolto ormai 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori – la Chiesa cattolica ha compreso che la sacralità della vita non è ostaggio di una macchina terapeutica. Il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 2278) insegna che è legittimo sospendere o rifiutare terapie «gravose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi».

Consapevoli di morireLa morale cattolica pone limiti non solo all’accanimento in senso stretto, ma anche a tutti gli interventi che risultassero in qualche modo impraticabili o insostenibili per un malato perché troppo dolorosi, o perché gravati di pesanti effetti collaterali, o perché economicamente impossibili o perché configurano una sproporzione evidente fra mezzi impiegati ed effetti conseguiti.

Tuttavia, a motivo della crescente capacità terapeutica della medicina che ormai consente di protrarre la vita in maniera indefinita, diventa sempre più difficile stabilire quali siano le cure da considerare “doverose”, omettendo le quali non si ha più la sospensione di accanimento terapeutico ma vera e propria eutanasia. Il confine tra cure “doverose” e “proporzionate” e cure “sproporzionate” ed “eccessive” sta diventando sempre più difficile.

Il discernimento e la valutazione concreta di ciò che è da compiersi non sono immediati o risolvibili in un semplice: sì o no. Tra ciò che può essere considerato accanimento terapeutico e abbandono terapeutico si inserisce inevitabilmente lo spazio della coscienza, prima di tutto del paziente ma non solo. Il corpo del paziente non è un puro materiale biologico.  Avendo sempre presente la consapevolezza di sé e la libera decisione del paziente, è possibile valutare quali siano le terapie proporzionate, tecnicamente corrette per lui.

Indurre la morte altrui
Le esigenze spirituali del soggetto e il rispetto della sua volontà non possono mai essere messe a disposizione di una macchina e questa non può divenire prolungamento del suo corpo. In merito a questo dilemma – tra accanimento e abbandono – il card. Martini venne ad esprimere una posizione assolutamente controcorrente: «Non si può mai approvare il gesto di chi induce la morte di altri, in particolare se si tratta di un medico. E tuttavia non me la sentirei di condannare le persone che compiono un simile gesto su richiesta di un ammalato ridotto agli estremi e per puro sentimento di altruismo, come pure quelli che, in condizioni fisiche e psichiche disastrose, lo chiedono per sé».

Così la sacralità della vita non può essere messa a disposizione di un deus ex machina. Affermare che la vita è proprietà di Dio e solo lui – in quanto suo creatore – può disporre di essa significherebbe ridurre Dio ad un idolo o al ruolo di “primo” primario del reparto al quale solo spetta la decisione finale da prendere per il paziente.  Se l’uomo è responsabile della sua vita, lo è anche della fine, perché inizio e fine sono inscindibilmente uniti.

Come affermano sia Teilhard de Chardin sia Rahner, confratelli di Martini, Dio fa sì che il mondo – e quindi l’uomo – si faccia. La determinazione consapevole e libera di sé è il modo più umano con cui la creatura risponde al dono che Dio gli fa della vita. Questa è la volontà di Dio per l’uomo: quella di determinare consapevolmente e liberamente se stesso, senza delegare a una macchina o a un deus ex machina se stesso.

«La vita non è riducibile a un oggetto biologico costruito dalle scienze, ma è piuttosto l’esperienza di un senso donato, che dischiude alla coscienza una promessa che la interpella, sollecitandola all’impegno e alla decisione di sé nella relazione all’altro».

L’arte del disporre di sé
Esser capaci di disporre di sé non avviene automaticamente. C’è bisogno di esercizio, così come c’è per allenare il corpo. C’è bisogno di un esercizio che abiliti il soggetto ad essere liberamente consapevole del fine che desidera dare alla sua vita nel contesto della fine. Il card. Martini è stato un maestro di esercizi spirituali, predicandoli ad altri ma innanzitutto a se stesso. Gli esercizi spirituali orientano nell’arte di vivere bene. Nell’arte di benedire tutto anche il morire. «Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale».

Il latino “ars” e il sanscrito “are” fanno riferimento alla capacità di “ordinare”, di “mettere in ordine”; l’equivalente greco, τέχνη, indica invece la capacità di fare qualcosa secondo determinate regole. Anche gli esercizi spirituali hanno proprie regole che rendono possibile la realizzazione di un preciso fine – come vien indicato al n. 20 degli Esercizi di sant’Ignazio – che è di mettere ordine, cioè dar senso alla propria vita, senza prendere decisioni in base ad alcuna affezione disordinata.

Qual è l’ordine, il senso entro il quale tutto viene orientato? Al n. 23 degli EE.SS: «È necessario renderci indifferenti verso tutte le realtà create, in modo che non desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo creati».

Nel libretto scritto assieme a Ignazio Marino, Credere e conoscere, il card. Martini ci tiene a precisare che la prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto. Sopra di esso sta quello della dignità umana, dignità che nella visione cristiana e di molte religioni comporta una apertura alla vita eterna che Dio promette già qui sulla terra. «La tua grazia vale più della vita» (Salmo 62,4).

E cosa è mai la grazia, se non la “presenza” di Dio? Quel segreto intimo di noi stessi, quell’orizzonte intangibile ed ineffabile, su cui si radica e sboccia la dignità umana. In termini classici diremmo “l’anima”, le cui caratteristiche sono: consapevolezza, libertà e relazione. È presenza di Dio e della sua immagine. Non si tratta della sola presenza di Dio. È anche presenza di “altri”, di coloro che sono prossimo.

Il prossimo a me presente
Pur restando vero che la decisione sulle cure e sulle terapie spetta prima di tutto al paziente, tanto la consapevolezza (sapere cum) quanto la libertà (dalla radice indoeuropea “leudh”: popolo, die Leute, quindi “appartenenza”) fanno riferimento al contesto di relazioni in cui vive il paziente: medici, parenti e amici. Per rimanere “soggetti” e quindi “vigilanti” nel soffrire e nel morire, e non divenire “oggetti” passivi, è necessaria un’etica dell’accompagnamento.

Coloro che vivono la fase del fine-vita hanno una grande paura non solo del dolore o della stessa morte, ma anche di essere un peso, un disturbo agli altri. In questo momento soprattutto i medici sono chiamati a stare vicino al malato e impostare il loro operato secondo la virtù della compassione, specialmente rispettando la volontà del paziente nella determinazione del suo bene. Essere vicini senza sostituirsi.

Nel Messaggio alla Pontifica accademia per la vita sulle questioni del fine-vita (16 novembre 2017) papa Francesco coniò in tal senso un imperativo categorico: non abbandonare mai il malato! «L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia!».

Non lasciare nessuno da solo
Aggiungerei a quanto dice papa Francesco che il paziente sia aiutato a dare amore alla sua vita attraverso una buona morte, consapevole e libera, così come attraverso «la donazione degli organi come atto di generosità e di solidarietà tra gli esseri umani».

È illuminante quanto afferma papa Francesco nella sua esortazione apostolica Amoris lætitia al n. 308 in riferimento al bene possibile: «Bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone, lasciando spazio alla “misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile”. Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione. Consapevoli di morireMa credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, “non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada”. I pastori che propongono ai fedeli l’ideale pieno del Vangelo e la dottrina della Chiesa devono aiutarli anche ad assumere la logica della compassione verso le persone fragili e ad evitare persecuzioni o giudizi troppo duri e impazienti. Il Vangelo stesso ci richiede di non giudicare e di non condannare (cf. Mt 7,1; Lc 6,37). Gesù “aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita ci si complica sempre meravigliosamente”».

Nel già citato Messaggio alla Pontifica accademia per la vita, papa Francesco sottolinea quanto sia difficile la valutazione dei fattori che entrano in gioco «quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica». Non è sufficiente applicare le regole.

«Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. … È un discernimento non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo».

Una cultura del morire
Nella nostra cultura sta diventando accettabile che le persone muoiano. Per molti decenni, la morte è stata tenuta a porte chiuse. Ma ora le stiamo permettendo di uscire allo scoperto e viene riconosciuto il diritto di ogni persona a scegliere con responsabilità e consapevolezza quando dire addio ai propri cari.

A conclusione di queste riflessioni, mi permetterei di aggiungere che l’uso del verbo “morire” più che del sostantivo “morte”, sarebbe preferibile. Per una cultura del morire.  Si tratta di un paziente processo, appunto del tempo di morire, che accade nella consapevolezza di sé e nella libera disposizione di sé.

La dichiarazione anticipata di trattamento (DAT), oltre ad avere la funzione di documento legale che specifica in anticipo i trattamenti sanitari da intraprendere nel caso di una propria eventuale impossibilità a comunicare direttamente a causa di malattia o incapacità, potrebbe divenire un’occasione per guardare in faccia per un momento la propria vita, dall’inizio alla fine, e porsi la domanda: come desidero morire e quale fine dare alla mia fine. Quasi un sacramento “laico” di iniziazione.

Avvenire: Roma. Suicidio assistito, Russo (Cei): non è libertà, ma cultura della morte

Il segretario generale della Cei: la società perde il lume della ragione. «Anomalo un pronunciamento così forte senza un passaggio parlamentare»

La Chiesa italiana ribadisce lo “sconcerto” per la sentenza della Corte Costituzionale che apre al suicidio assistito. Assicura che sarà “vigilante” su come legifererà il Parlamento, con la speranza che contenga “paletti forti” e tuteli la garanzia del diritto di obiezione di coscienza per il personale sanitario. Lo fa attraverso le parole del segretario generale – il vescovo Stefano Russo - durante la conferenza stampa a chiusura della sessione autunnale del Consiglio episcopale permanente.

“Non comprendiamo come si possa parlare di libertà”, ha rimarcato monsignor Russo. “Qui si creano i presupposti per una cultura della morte, in cui la società perde il lume della ragione”, ha proseguito il vescovo, secondo il quale “stiamo assistendo a una deriva della società, dove il più debole viene indotto in uno stato di depressione e finisce per sentirsi inutile”. “Speriamo che ci siano dei paletti forti”, è l’auspicio in attesa di vedere il dispositivo della sentenza.

Per Russo poi “è anomalo che un pronunciamento così forte e condizionante sul suicidio assistito arrivi prima che ci sia un passaggio parlamentare”. “In Europa – sottolinea - è la prima volta che accade”. Il segretario generale della Cei ha quindi garantito l’impegno dei vescovi italiani ad essere “attenti e vigilanti a tutela della vita delle persone, soprattutto di chi si trova in situazioni di disagio, di difficoltà, di malattia”.

Rispondendo a una domanda monsignor Russo ha affermato che “è difficile parlare di una frattura” tra Stato e Chiesa in questo frangente sul tema fine vita. “Siamo sempre stati attenti al dialogo”, ha proseguito il presule: “Avvertiamo la necessità di farci prossimi alla vita della gente”. “Non ci può stare bene”, ha precisato tornando sul merito della sentenza.

Interpellato su eventuali prossime mobilitazioni o iniziative della Chiesa italiana, il vescovo si è così espresso: “Vedremo, lo faremo in stile di confronto e di rispetto per le persone, e in uno spirito di dialogo costruttivo”. “Agiremo – ha precisato - per una prossimità a chi si trova in uno stato di indigenza legato alla salute, a coloro che si trovano in un percorso particolare della loro vita che li vede in situazioni difficili”.

Riguardo alla questione dell’obiezione di coscienza monsignor Russo ha ribadito che “il medico esiste per curare le vite, non per interromperle”. “Chiediamo che ci possa essere questa possibilità”, precisando che “quando parliamo di libertà, ciò non può non avvenire” in questi casi. “I medici sono per la vita, e non per intervenire sull’interruzione anticipata della vita delle persone”, ha ripetuto il presule ricordando che “il Codice deontologico dei medici non prevede questa possibilità”.

La conferenza stampa ha visto per la prima volta la conduzione del nuovo direttore dell’Ufficio per le comunicazioni sociali della Cei, nominato oggi: il laico – è la prima volta – Vincenzo Corrado, finora vice di don Ivan Maffeis, che comunque oltre a ad essere sottosegretario mantiene anche l’incarico di “portavoce” dell’episcopato italiano.

Colloquiando con i giornalisti monsignor Russo ha inoltre affrontato il tema della ricostruzione nelle zone colpite dal terremoto in Centro Italia tre anni fa. “C’è un’ordinanza – ha ricordato - che riguarda oltre 600 chiese: speriamo che si sblocchi quanto prima”. “Speriamo che si possa arrivare in minima parte al recupero dei beni ecclesiastici”, ha poi auspicato, precisando che dopo il sisma “oltre duemila chiese sono inagibili e riguardano un territorio vastissimo”. “Speriamo – ha concluso - che si accelerino anche le procedure legali per le abitazioni civili delle persone”.