mercoledì 5 giugno 2019

Enzo Bianchi: Vita Pastorale - Dove va la chiesa - Giugno 2019

"Una chiesa stanca e ancora mondana"

San Basilio, il grande padre della Chiesa del IV secolo, poco prima di morire scrisse il De judicio Dei, un testo breve ma munito di grande autorevolezza, un testo pieno di parrhesía, con il quale denunciava la situazione patologica che le Chiese stavano attraversando.
Basilio osservava "il disaccordo tra i vescovi delle Chiese", partecipava al turbamento sofferto dal gregge di Dio, constatava la stanchezza e la tiepidezza di molti cristiani. E, soprattutto, si interrogava sul motivo di tante divisioni, discordie e accuse tra le Chiese di Dio.
Confesso che questo testo è sempre stato da me meditato, ma in questi ultimi anni quasi mi attrae. E mi costringe a una sua rilettura, per trovare nella grande tradizione sentimenti simili a quelli che provo di fronte alla Chiesa di oggi. Sì, occorre dirlo e denunciarlo senza paure: viviamo una situazione ecclesiale caratterizzata da "giorni cattivi". Oggi non si vive bene nella Chiesa e — anche se l'aria non è più quella denunciata, qualche anno fa, da un teologo e da uno storico nel libro Manca il respiro —, si respira però un'aria avvelenata. Molti, tra quelli che sono più coscienti della vita ecclesiale, si dichiarano stanchi, addirittura depressi. Oltre che delusi per aver nutrito speranze che appaiono ora soltanto illusioni. Ma cerchiamo di delineare con più precisione e chiarezza alcune di queste patologie.
Secondo il mio povero ma attento discernimento, ciò che ammorba la vita ecclesiale è, in primo luogo, la mondanità che l'ha invasa. Sempre più sento dire: «Siamo come gli altri fuori, nel mondo». È venuta meno la "differenza cristiana", quella possibilità di non fare "come fan tutti".
Sembra che il Vangelo, posto al centro della vita cristiana dal Concilio e dal rinnovamento che ne è seguito, non abbia più il primato nell'ispirare pensieri, sentimenti e azioni. Per quelli che io chiamo i "cristiani del campanile", il cattolicesimo professato con maggiore o minore convinzione può anche essere in contraddizione con il Vangelo, ma resta coerente con l'identità culturale, la tradizione e l'ideologia dominante del mondo occidentale ricco e sazio.
Questa mondanità impedisce l'ascolto delle parole di Gesù, preferendo a esse i valori giudicati tradizionali. Proprio per questo, non si ascoltano o addirittura si contestano in modo sguaiato gli interventi dei vescovi e dei presbiteri che ricordano alla comunità cristiana la presenza del povero, del migrante, degli scarti della società. E si faccia attenzione: non è la "religione cattolica" a essere contestata ma il Vangelo. Al punto che si è sentita risuonare l'affermazione: «Siamo cattolici romani innanzitutto!». Nazioni celebrate per il loro cattolicesimo e per la loro fedeltà alla Chiesa, come la Polonia e l'Ungheria, o regioni italiane fino a ieri malate di clericalismo, ora affermano una civiltà cattolica che contraddice il vangelo di Gesù Cristo. Così la comunità cristiana è divisa non tra credenti ortodossi e credenti eretici, ma tra porzioni che si oppongono, si detestano e si delegittimano.
Questi anni, inoltre, sono vissuti con sofferenza anche a causa degli scandali che ogni giorno emergono e sono denunciati ossessivamente dai media. La Chiesa ne esce umiliata e sta imparando ad assumere la responsabilità di delitti troppo a lungo non valutati nella loro gravità, trascurati e talvolta occultati. Ma se da un lato questo cammino doloroso significa purificazione e riparazione del male inflitto, resta anche vero che ormai si è soffiato su un sentimento che potremmo chiamare "pretofobia". Vi è paura dei preti, diffidenza nei loro confronti e verso la loro funzione educativa, sospetto per quegli atteggiamenti che non vengono più letti come manifestazioni di affetto ma solo come soprusi. Oggi i preti non ne possono più! Sono continuamente fustigati. E, in ogni caso, non difesi come la giustizia richiederebbe.
I delitti che emergono, soprattutto quelli di pedofilia, sono gravissimi, ma sono pochi quanti se ne macchiano e non è giusto che la maggioranza dei preti, che oggi vivono una vita sovente povera e faticosa, sia travolta da atteggiamenti di diffidenza. Anche chi commette delitti deve conoscere la misericordia di Dio. E non deve più risuonare nello spazio ecclesiale l'espressione "tolleranza zero".
Sempre la Chiesa ha annoverato trai suoi figli peccatori. Anzi, tutti i suoi figli e figlie restano peccatori: cambiano solo i loro peccati, ma tutti restano bisognosi dell'infinita misericordia di Dio.
Chi è senza peccato? Anche preti e vescovi hanno bisogno di misericordia è il titolo di un libro scritto da un mio amico vescovo, Gérard Daucourt: ce n'è veramente bisogno!
Infine, non si può ignorare una patologia che minaccia fortemente la Chiesa cattolica: quella riguardante papa Francesco, nei cui confronti s'è ormai scatenata un'opposizione sconosciuta almeno nei confronti dei Papi del secolo scorso. Francesco è delegittimato come Papa da una piccola porzione di tradizionalisti, ma il suo magistero è spesso contestato e giudicato eretico da gruppi di cattolici ben organizzati e con grande esposizione mediatica. Costoro si spingono fino ai limiti di fomentare uno scisma. E trovano le loro ragioni in quella dinamica del magistero papale che essi denunciano come rottura con la tradizione, demolizione dell'istituzione cattolica, mutamento della forma ecclesiale ricevuta dalla tradizione.
Questa opposizione a Francesco, focalizzata sull'Amoris laetitia e la disciplina sull'indissolubilità del matrimonio e la vita ecclesiale dei coniugi divorziati, si scatena ogni volta che il Papa mostra o chiede atteggiamenti di misericordia. Tutti sappiamo che, in realtà, Francesco è fedele alla tradizione, può essere annoverato tra i conservatori in materia dottrinale. Ma, effettivamente, con le sue parole e i suoi gesti mostra che l'intero suo ministero è volto non a ridare prestigio e grandiosità alla Chiesa ma a conferire l'egemonia e il primato al Vangelo nella vita della Chiesa. D'altronde, fin dall'inizio del suo pontificato l'avevo scritto: «Più nella Chiesa appariranno il primato del Vangelo e la volontà di conformità a Cristo da parte della sua sposa, più le potenze demoniache, messe al muro, si scateneranno, così che nella Chiesa la vita non sarà più pacifica, mondanamente bella, ma maggiormente segnata dall'apparire del segno del Figlio dell'uomo, la croce».
Oggi dobbiamo essere consapevoli che la Chiesa ha iniziato un esodo del quale per ora non si intravede la terra di arrivo. Camminiamo in un faticoso e accidentato deserto, nella calma del giorno e nell'oscurità della notte. A volte ci pare di essere una carovana che procede incerta, mentre molti di quanti la compongono la lasciano o addirittura la fuggono, come accadde per la comunità di Gesù nei giorni della sua uccisione ignominiosa. Che cosa ci resta da fare come assoluto necessario? Nel cuore di chi aderisce al Vangelo e tenta di restare discepolo di Gesù, c'è una sola risposta: celebrare e vivere l'eucaristia. Al cuore della nostra crisi ecclesiale, l'atto che rifonda costantemente la Chiesa come comunità del Signore Gesù e che le dà vita, è l'eucaristia. Gesù Cristo è con noi, noi entriamo in comunione con lui e viviamo della sua stessa vita, noi cadiamo e ci alziamo, cadiamo ancora e ci alziamo ancora. È il mistero della risurrezione!

martedì 4 giugno 2019

L'Osservatore Romano: Manuale di sopravvivenza

Rompere gli automatismi della Fede e tornare alla sostanza 

Risulterà irriverente, dissacrante, a qualcuno persino ingiusto. A volte, infatti, nelle cose che contano non siamo capaci di ironia. Il tratto sovversivo con cui Alberto Porro, sin dal titolo (Come sopravvivere alla Chiesa cattolica e non perdere la fede, Milano, Bompiani, 2019, pagine 112, euro 12) fa del suo libro — in libreria dal 5 giugno — un invito a pensare, è però una dichiarazione d’amore: alla Chiesa stessa, nella sua forma feriale in cui tutti, ma proprio tutti, possono trovare casa. Con qualche accorgimento, certo, nel senso che occorre cimentarsi, tenerci, far qualcosa per sentire nuova freschezza in un’appartenenza antica e non più scontata. Il piccolo volume percorre i gesti caratteristici della vita parrocchiale — andare a messa la domenica, ascoltare la predica, sposarsi in chiesa, invitare il prete a cena, mandare i figli al catechismo, obbedire ciecamente al parroco, fare la carità, per citarne alcuni — offrendo di ciascuno una descrizione, segnalando un pericolo, proponendo “tattiche” per trasformare ogni problema in nuovo inizio.


Un manifesto di resilienza, quindi? Molto di più. Ci sono temi che solo l’ironia consente di affrontare. Fossero posti accademicamente, i teologi si scatenerebbero. Meglio tentare di far sorridere anche loro, strana ma imprescindibile categoria: allo studio critico della rivelazione cristiana, infatti, conviene esistano narrazioni acute e potenti della configurazione che la fede assume tra le cose di ogni giorno. Il fatto dell’incarnazione vincola fin dall’inizio il pensiero cristiano a contesti determinati e a persone reali cui è dovuto — se si pensa allo scrivere degli evangelisti o all’energia delle parabole — uno sguardo solare e attento. Pensiamo, però, all’ultima cena: «Come abbia fatto un’occasione così intima tra il maestro e i suoi più cari compagni di viaggio a diventare quella cosa noiosa, ripetitiva, intoccabile, molto sacra in certi posti e molto profana in altri, che oggi chiamiamo Santa Messa è una storia lunga», scrive Porro.

Il suo stile e l’intesa coltivata col lettore, del cristianesimo primitivo ricercano allora positività e intimità. Operazione interessante, spirituale; linfa che le scene descritte, le povertà narrate, le strategie proposte mettono di nuovo in circolo. Inizia già con la lettura l’esperienza invocata da chi ogni domenica si nutre al pane della Parola: «Dovrebbe essere che tu, prete, mi spieghi per favore perché oggi leggiamo quel Vangelo, perché quel testo antico rivive qui e ora e cosa c’entra con i miei problemi. Sai risvegliare la curiosità, l’attenzione, la sorpresa in chi ti sta di fronte? Sai toccare un sentimento reale che stabilisca un contatto con chi ti ascolta? In fondo l’emozione è una parte importante della nostra vita, è il cuore che batte, l’amore che si fa strada o la tristezza che ci assale. Farmi sentire vivo e farmi risuonare davanti le parole della Scrittura: questo, caro predicatore, dovresti far accadere. Tu che parli devi diventare ciò che dici e lasciare dietro di te l’eco di alcune grandi domande e una piccola indicazione per aiutarmi a trovare una risposta. Non una rispostina. In alternativa rimane sempre un sontuoso, promettente silenzio».

Aver rotto il silenzio è non solo un merito, ma un servizio che Porro fa al cattolicesimo popolare, specie italiano. Al suo futuro. Alle sue implicazioni comunitarie e persino civili. «La messa è pericolosa anche perché ti fa credere che intorno a te esiste un gruppo di persone che non vedono l’ora di rivederti alla fine di una settimana terrificante per darti una pacca sulla spalla. Stare a messa ti fa credere che non sei solo ma fai parte di una comunità. E invece non è vero. Tu prima ci credi, poi ti giri e non c’è più nessuno. Tu ci credi, ma quando sei nei guai ti rendi conto che non hai il numero di telefono di nemmeno uno dei tuoi confratelli. Ma dov’è la comunità in questa parrocchia?».

Ci sono affondi discutibili, problematici. Nel senso migliore: problematizzano. Una fede ridotta a precetto, ad esempio: «Da che mondo è mondo essere cattolico significa in sostanza andare a messa la domenica e confessarsi almeno una volta all’anno (...). Se poi produci rifiuti tossici ed evadi sistematicamente le tasse non importa, quello che conta è non perdere la messa». Col coraggio — supportato da competenze che il genere letterario tenta solo di mascherare — di interrogare i precetti stessi, le norme, la natura del rito. Quando Porro, ad esempio, oppone la forza dell’ironia alle norme liturgiche che vogliono lo scambio di pace facoltativo, povero di gestualità, ridotto ai soli vicini, che cosa sta facendo? Della liturgia non capisce nulla, o ne riconosce e interroga la struttura fondamentale? Invade da battezzato il campo del clero, o chiede giustamente conto della fedeltà dei segni al loro Fondatore? In qualche frangente il teologo impallidirà, ma ben vengano poi le sue competenze. Importa intanto la questione: rompere gli automatismi, fuggire la banalità, lasciar entrare lo Spirito, respirare.

I preti escono un po’ bastonati dalle pagine di questo libro, come del resto da certi richiami di Papa Francesco alla loro vocazione. Emerge, tuttavia, un chiarissimo e paterno amore per loro, esposti da secoli a un’eccessiva centralità, alle proprie e altrui aspettative di autorità e perfezione. Sempre più prigionieri, in una società secolarizzata, di linguaggi tanto estranei a quelli comuni. Porro offre ai laici strategie per un “recupero” che dia ai sacerdoti amicizia, consolazione ed essenzialità. Piedi per terra, per guadagnare il giusto modo di indicare il cielo. «Ecco il pericolo: il prete parla tanto e parla soprattutto di sé. Non è incuriosito dalla vostra vita. La cosa è anche comprensibile, nel senso che se uno ha capito tutto del mondo e delle persone e deve solo applicare la teoria alla pratica non ha poi tanto bisogno di conoscere come siano davvero le persone». E allora la tattica: «Continuate a interrompere (...) intervenite, fate domande che non c’entrano nulla con il suo discorso, anzi, più che domande devono essere pugni nello stomaco, tipo: hai bisogno di aiuto? Perché abiti da solo? Voi preti non potreste vivere insieme? Quanto tempo passi su internet? Ma cosa volevi dire domenica nella predica, di preciso? (...) Come fate con i soldi in parrocchia? Vuoi che ci occupiamo noi — insieme a te, sia chiaro — della pastorale delle famiglie? Quante sono le famiglie, quando le incontri? Come sono le lasagne? Le apparizioni della Madonna meglio lasciarle stare. Dovete sparigliare, squinternare il suo sistema ordinato e tranquillizzante e spostare la conversazione sul piano umano, della relazione. È proprio lì che affiora l’uomo, con le sue qualità, il suo carattere e il desiderio di diventare grande insieme a voi, anche se ha una laurea in teologia».

Si profila, pagina dopo pagina, un reciproco accompagnarsi tra battezzati con sensibilità e vocazioni diverse, resi compagni di viaggio dalla qualità di ciò che credono, dallo spessore del Mistero. Sorprende come l’ironia disinneschi i potenziali aspetti di contrapposizione, ad esempio tra laicato e clero, ma anche tra uomini e donne, lasciando emergere il comune bisogno di ripartire, di costruire, di uscire da una stagione di rassegnazione e di lamento. Circolano forme di satira del tutto diverse: nostalgiche, distruttive. L’etimo di sarcasmo è «fare a pezzi la carne» ed effettivamente si può annichilire, disintegrare l’altro con parole che suscitino un riso sguaiato, omicida. C’è una pratica tutta ecclesiastica di questo humor agli antipodi dell’ironia vera, che invece alleggerisce, solleva, fa pensare. Quella di cui osserva Massimo Cacciari: «Come si fa a non sentire questo timbro nelle parole di Gesù? Ma direi ancora di più: non è piena di ironia tutta la parola di Gesù? Ironia nel senso letterale del termine, di gusto del paradosso. Il paradosso che invita alla ricerca. La parabola che timbro ha se non questo?». Sopravvivere alla Chiesa cattolica, allora, non significa negarne la santità o misconoscerne la natura. Al contrario, in quel linguaggio vivo dell’esperienza umana che è la narrazione, si tratta per Alberto Porro di reagire con il sorriso al declino e alla trasandatezza, operando intelligentemente perché la fede non si perda, ma cresca e vivifichi le persone e la società.

È come se a tutti i cristiani l’autore augurasse quanto scrive della categoria a maggior rischio d’estinzione: «Conosco alcune suore che sono splendide donne. Non imitano nessuno, men che meno gli uomini, pensano con la loro testa, non hanno paura del contatto umano né di dire la loro, anche se nei consessi ecclesiali capita che non possano esprimere il loro voto. Stanno dritte in piedi, guardano lontano e amano, amano con un cuore di donna consacrato, donato per sempre al loro Amore, un dono di sé che le rende libere di stare senza paura in un mondo di uomini. Libere di non trovare la morale a tutti i costi. Libere di non convertirti entro i prossimi dieci minuti. Auguro a mia figlia di incontrarne qualcuna sulla sua strada, prima o poi».

di Sergio Massironi

domenica 2 giugno 2019

L'Osservatore Romano: Il bisogno di comunità basate sulla gratitudine

La crisi della società italiana e il ruolo della Chiesa

Intervista a Andrea Simoncini

Ripartire dalla solidarietà, quella forza propulsiva iscritta nell’articolo 2 della Costituzione e che ha permesso all’Italia di rinascere dopo la guerra e il fascismo. È questa la strada che Andrea Simoncini, costituzionalista e ordinario all’Università di Firenze, propone come via d’uscita di fronte al profondo malessere che attraversa la società contemporanea. Lo spiega in questa intervista nella quale analizza i segni della crisi e sottolinea il contributo specifico che i cattolici sono chiamati a offrire.


Innanzitutto, qual è la condizione della società italiana?

La filosofa Martha Nussbaum nel 2018 ha scritto un libro che mi pare condensi in maniera efficace il carattere dominante del mondo in cui oggi viviamo; s’intitola La Monarchia della Paura. È un’analisi della società americana dopo il voto a Trump, ma coglie aspetti in cui è facile scorgere l’Italia di oggi. La tesi di fondo: non è la prima volta nella storia che la società americana si è scoperta “diversa” — basti pensare alla guerra civile nord-sud, al “maccartismo”, alla segregazione “bianchi-neri” — e queste diversità hanno prodotto divisioni terribili, violente, conflitti tra gruppi, schieramenti, fazioni. Oggi, però, la questione presenta un accento nuovo: la divisione non è più un fenomeno collettivo, essa, innanzitutto, ha una origine individuale. La divisione non nasce dalla diversità, ma dalla paura della diversità; e questo è tutta un’altra storia. La diversità, nelle società contemporanee, è un fatto (come diceva Rawls «the fact of pluralism»). È un dato: siamo diversi. La paura, invece, è un’emozione. Il primo indicatore di questo cambiamento antropologico, dice Nussbaum, è il linguaggio. Le parole che oggi dominano sono “rabbia, disgusto, esclusione, vendetta, diffidenza”.

A me pare che questo giudizio al fondo valga anche per la società italiana. La nostra storia è fatta di diversità, di pluralismo: dalla “espressione geografica” di Metternich, alla conquista militare del Sud operata dai Savoia, dal non expedit e il conflitto tra cattolici e stato liberale, alla “cortina di ferro” tra Dc e Pci negli anni ’50, dalla diversità nord-sud fino alle mille diversità tra città, paesi, contrade. Una storia di diversità e, dunque, anche di divisioni. Eppure oggi qualcosa sta cambiando: l’accento, il sottofondo, la tonalità del discorso e delle sue parole-chiave: “rabbia, disgusto, esclusione, vendetta, diffidenza”. Tutto questo accade non perché siamo diversi, ma quando abbiamo “paura” di essere diversi.

Zamagni dice che l’origine di questa paura è la solitudine.

D’accordissimo. Vae soli!, “Guai all’uomo solo” ricorda l’Ecclesiaste, nella sua saggezza millenaria. Io penso che l’origine di questa paura diffusa — che sta cambiando il nostro atteggiamento dinanzi alla diversità — stia in quella “solitudine esistenziale” di cui ha parlato il prof. Zamagni da queste colonne. Ma vorrei aggiungere che, ancor più in radice, l’origine di questa solitudine sta nel modo in cui oggi è vissuta l’idea di libertà. La parola libertà è la cifra del mondo contemporaneo. Come ricorda spesso don Julian Carrón, citando Don Chisciotte, «La libertà, Sancho, è il più gran dono che Dio ha fatto all’uomo». Ma tanto è vitale e decisiva, quanto non ne condividiamo più il significato. Oggi pensiamo che la libertà sia essenzialmente non avere legami. Il paradigma — ci ha insegnato Bauman — è lo stato “liquido” e non più quello “solido”— da cui, ricordo, deriva “solidale” —. Per questo, più siamo liberi più siamo soli. Una ragione senza interferenze, questo è il mito della pedagogia neutrale, della educazione senza educatore. È evidente che la nascita di un figlio disabile (o più semplicemente di un figlio diverso da come lo vorrei) cambia la vita e ti rende, in qualche modo, dipendente da lui. Questo vuol dire che non sono più libero? Se il matrimonio, dopo un po’, si mostra più faticoso di quello che pensavo, diventa una “palla al piede”, l’immagine dello schiavo. Il diritto e la tecnica sono diventati gli strumenti fondamentali per “tagliare” questi legami. Per rendere liquido ciò che era solido. E per questo diritto e tecnica oggi sono i baluardi della libertà moderna. Bobbio lucidamente ha definito la nostra come “l’età dei diritti”. Una serie di dati che consideravamo “fatti”, cioè avvenimenti indipendenti dalla nostra volontà — la nascita, la morte, come sarà mio figlio, come si comporterà mia moglie, che malattie avrò — oggi possono essere trasformati in “atti”, cioè possono diventare oggetto di una nostra “decisione” tramite la tecnologia. E così le relazioni, i rapporti umani diventano tutti contratti. Il protagonista della civitas non è più il cittadino, ma il consumatore. Come ricorda Massimo Recalcati, abbiamo ridotto il desiderio a una somma di bisogni. E i bisogni sono soddisfatti da oggetti, mentre il desiderio è un’apertura la cui soddisfazione è solo nella relazione. Il consumatore ha bisogno di oggetti e la sua forza sta nel fatto che, siccome paga, ha solo diritti, non doveri. E il suo diritto fondamentale (il “superdiritto”) è poter “scegliere”. Le nostre scelte — quelle che pensiamo siano nostre scelte — da espressione della libertà ne sono diventate il contenuto; con la conseguenza che chi raccoglie, prevede e, quindi, indirizza e controlla queste nostre preferenze, ebbene, “quello” è il nuovo Sovrano.

Ma proviamo a osservare un bambino. Quando si sente davvero libero (di giocare, ad esempio)? Se vede i genitori vicino a sé, o se scopre di essere solo? La solitudine paralizza, non libera. La libertà dell’uomo è proporzionata alla sua dignità, cioè alla consapevolezza di essere meritevole di considerazione, di sentirsi voluto, qualsiasi scelta faccia, prima di farla. Esattamente come un bimbo con la madre o come il figlio prodigo della parabola del Vangelo di Luca con il Padre.

Penso che una delle responsabilità più gravi del pensiero contemporaneo sia quella di aver inaridito l’idea di libertà, relegando queste evidenze elementari a una fase provvisoria, transitoria dello sviluppo della personalità; destinate a scomparire via via che si diventa adulti. Invece, anche nella fase adolescenziale, quando le certezze trasmesse per tradizione — giustamente! — debbono essere vagliate e messe in crisi, quando diventiamo grandi, le relazioni non scompaiono, ma cambiano, maturano; la dipendenza naturale del bambino diviene “amicizia”, un’amicizia sociale, per riecheggiare Papa Francesco.

Che impatto ha questo nuovo volto della società italiana rispetto al sistema politico e istituzionale?

Formidabile. Questa libertà atomizzata, in cui l’auto-determinazione consiste nel non avere nessun “mediatore” (la famosa dissoluzione dei corpi intermedi di cui parlano sia De Rita che Zamagni) per esistere ha bisogno di un gigantesco sistema di risoluzione artificiale dei conflitti, che è lo Stato, l’autorità pubblica. Se non ci sono più relazioni sociali a ordinare la vita, l’unica alternativa è l’autorità dello Stato ovvero, sempre di più, della Tecnica. Era la grande utopia del ’68: la contestazione di tutte le autorità morali, sociali, culturali, di tutte le tradizioni che ingabbiavano la società e la grande speranza nella “politica”. Ricordo uno slogan di quando ero ragazzo, negli anni ’70, che diceva «il privato è politico». E difatti tutti gli Stati europei dopo quegli anni sono diventati fortissimi dispensatori di assistenza, di welfare, di previdenza, in una parola, di “fiducia”. La fiducia, da tratto tipico delle relazioni umane e delle comunità, si è spostata sulle istituzioni, sia quelle pubbliche statali, che, soprattutto, quelle assicurative e finanziarie.

La svolta è stata l’avvento del XXI secolo, quando questa fiducia è stata drammaticamente tradita. Prima tradita dalla finanza e poi dagli Stati. La disillusione nei confronti delle istituzioni politiche e finanziarie è la nuova cifra della società in cui viviamo. Se guardiamo l’Eurobarometro, vediamo che dagli anni ’60 fino all’inizio del 2000 la fiducia nei confronti delle istituzioni europee, è stata sempre altissima, molto più alta di quelle nazionali. Poi è iniziato un inesorabile declino per cui oggi più del 70 per cento degli europei non si fida delle istituzioni europee, esattamente come di quelle nazionali. Mai le istituzioni pubbliche sono state deboli come in questo momento. Papa Benedetto citando sant’Agostino ricordava, «remota iustitia quid sunt regna, nisi magna latrocinia?», se non percepiamo più la fiducia nella giustizia delle istituzioni pubbliche, cosa rimane se non dei grandi meccanismi di potere e sopraffazione?

E d’altra parte, invece, mai le corporazioni private sono state così forti. Oggi le principali multinazionali tecnologiche (Google, Facebook, Amazon, Microsoft, etc.) non solo sono molto più ricche di alcuni Stati, ma sono percepite come attori decisivi per la nostra libertà molto più delle istituzioni democratiche. Pensiamo solo al dibattito pubblico — un elemento decisivo per il funzionamento della democrazia — oggi è monopolizzato da pochissime piattaforme web private, di proprietà delle cosiddette Big Tech. L’utopia del ’68 si è trasformata nella peggiore delle distopie: oggi lo spazio politico è diventato privato. Distrutta, quindi, qualsiasi formazione intermedia (che si chiami famiglia, casa del popolo o parrocchia), traditi dalle banche e dalle istituzioni pubbliche, disgustati dalla “casta” dei politici, ingannati dai partiti e dai sindacati, cosa rimane? Il rapporto diretto, immediato, tra il leader e il popolo. È quello che la letteratura scientifica chiama populismo.

Da dove ripartire? Come tornare a creare spazi di comunità? Come riaggregare la società italiana?

Io penso che qui si giochi la partita fondamentale del futuro della nostra società, ma anche delle altre società europee. La demografia ci condannerebbe — siamo a crescita zero da decenni e, assieme al Giappone, siamo il paese relativamente più vecchio del mondo e al fondo questo è il vero nodo da cui passa qualsiasi ipotesi di soluzione anche se nessuno ne parla — ma la spinta alla relazione, alla cooperazione è ancora presente nel cuore di ognuno, anche se allo stato latente. Alcune vicende gravi che hanno colpito il nostro paese hanno “slatentizzato” — come dicono i medici — il cuore e abbiamo visto riemergere la spinta solidale in tutta la sua potenza.

Orbene, il problema più serio è che queste comunità non si creano “artificialmente”. O meglio, artificialmente possiamo creare associazioni o nuove istituzioni; aggregazioni, per dir così “funzionali”. Più persone si mettono assieme per uno scopo che condividono. Questo vale per la Fiat come per una associazione culturale o un condominio. Il problema è che in queste aggregazioni possiamo rimanere del tutto estranei gli uni agli altri; l’unica motivazione che ci tiene assieme è ottenere il vantaggio che ciascuno si aspetta. Non intendo dire che siano sbagliate, per carità, ma non sono queste che fanno la differenza.

Le comunità di cui abbiamo bisogno esistono per un principio di gratuità, o meglio di gratitudine.

Communitas, viene dal latino cum-munus, aver avuto un dono insieme. Essere stati donati gli uni agli altri; direbbe il mio amico Mauro Magatti, è sempre una dinamica generativa l’origine di una comunità sociale. Se vogliamo una immagine chiara, un identikit, di quale sia il fattore costitutivo di queste comunità basta guardare alla nostra Costituzione. L’articolo 2 — pietra angolare dell’architettura costituzionale, come diceva Giorgio La Pira — usa una parola estremamente laica: “solidarietà”. Solidarietà viene dal latino “solidus”; due persone sono “solidali” se ciascuno risponde di tutto, non solo per ciò che è suo, ma anche per l’altro. La nostra Repubblica letteralmente non sarebbe rinata dopo la guerra e il fascismo senza questa scommessa sul riconoscimento dei diritti inviolabili “assieme” a questa forza coesiva, personale e collettiva, che è il “dovere di solidarietà”. Oggi il problema è che gli italiani — e non solo loro — sembrano diventati ostili e aggressivi perché non ricordano più perché val la pena essere solidali. Avendo dimenticato il vantaggio umano dell’assumersi una responsabilità, nelle relazioni siamo solo capaci di pretendere; un po’ come quei bambini poco considerati dai propri genitori che tendono a essere sgarbati e pretenziosi con i compagni; tutto, allora, diventa una pretesa: dagli altri, dallo “Stato”, dal “Comune”, dal vicino, dal dipendente, dal datore di lavoro. Una comunità solidale, invece, è quella in cui il problema di uno interpella, innanzitutto, ciascuno prima che le istituzioni. Tutti sono alla ricerca di questa solidarietà; sono rimasto colpito dalla lettera di Larry Fink, il Ceo di BlackRock — uno dei fondi di investimento finanziario più ricchi e influenti del mondo, proprietario, ad esempio, del 5 per cento della nostra Intesa San Paolo — che ha scritto a tutte le società in cui hanno investimenti, chiedendo a tali società di portare un «beneficio non solo agli azionisti, agli impiegati e ai consumatori, ma anche alle comunità in cui operano» e minacciando di uscire da società che non si pongano tale domanda. E, si badi, non c’è nessun “buon cuore” o particolare senso morale in tutto ciò, ma solo la lucida e realistica considerazione che il profitto da solo non è sostenibile nel medio-lungo periodo; se vuole durare nel tempo, ha bisogno di rafforzare il legame sociale. In una società distrutta, senza reti di amicizia e legami, anche il profitto è travolto.

Che ruolo può giocare la Chiesa in questa sfida per la società italiana?

A mio avviso la Chiesa può giocare un ruolo decisivo a patto che si capisca la natura della sfida. Come dicevo, non mancano comunità funzionali, iniziative o leggi per cercare di tenere assieme artificialmente le persone. Non è un supplemento di moralità o di legalità quello che farà la differenza. Il bisogno vero è molto più profondo e penso che non possa essere affidato a forme istituzionali.

Io penso che ciò di cui oggi tutti abbiamo bisogno è che nella nostra società italiana tornino a essere protagonisti persone, donne e uomini, anziani e ragazzi, che sentono la diversità non come una minaccia, ma come una occasione; che dinanzi ai problemi comuni, non attivino subito la modalità “rabbia o lamento”, ma si pongano la domanda “io posso fare qualcosa?”. Insomma si tratta di ripartire dal soggetto umano e dalla possibilità di essere introdotti al mondo come una grande avventura per la libertà.

La Chiesa nella sua costante preoccupazione pedagogica può dare un contributo preziosissimo, non sostituendosi alle decisioni delle istituzioni civili o politiche, ma, come ha fatto da 2000 anni, consentendo la crescita di persone che nella loro esperienza possano sperimentare la ragionevolezza della condivisione, possano mostrare perché ancora oggi valga la pena stare assieme.

Il punto discriminante non è che una società per poter vivere e fiorire debba essere fatta solo di cristiani, ma che, in qualsiasi società, i cristiani siano liberi di far vedere, di testimoniare un certo modo di affrontare le questioni pubbliche; una modalità ragionevole, conveniente, affascinante, perciò convincente. È il sale della democrazia sostanziale.

Nel novembre del 2015 ho avuto la possibilità di assistere nella mia cattedrale di Firenze al discorso di Papa Francesco alla Chiesa italiana; lì ha tracciato un percorso a mio avviso lucidissimo. Avendo sopra di sé il meraviglioso affresco dello Zuccari con al centro la figura di Gesù e la scritta «Ecce Homo» e ha ricordato: «Noi sappiamo che la migliore risposta alla conflittualità dell’essere umano del celebre “homo homini lupus” di Thomas Hobbes è l’«Ecce homo» di Gesù che non recrimina, ma accoglie e, pagando di persona, salva. La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media (….)

Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà.(…)

Ma la Chiesa sappia anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune. I credenti sono cittadini. E lo dico qui a Firenze, dove arte, fede e cittadinanza si sono sempre composte in un equilibrio dinamico tra denuncia e proposta. La nazione non è un museo, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose».

C’è un “contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune”. È la peculiarità assoluta della Chiesa di Roma in quanto “cattolica”: una storia particolare porta in sé la speranza per il mondo intero. Pensare, come fa il Papa, alla nostra società e, dunque, alla nazione italiana come un’opera “collettiva in permanente costruzione”, toglie ai tempi che stiamo vivendo quell’atmosfera cupa e angosciata di catastrofe imminente e rende nuovamente entusiasmante la prospettiva di una presenza pubblica.

di Andrea Monda

L'Osservatore Romano: Rendere socialmente visibile il contenuto morale della fede

La crisi della società italiana e il ruolo della Chiesa

Intervista a Salvatore Martinez

«Per un cristiano, il bene comune nasce dalla capacità di rendere socialmente visibile il contenuto morale della fede: finché non sapremo rimpatriare questa verità continueremo a permettere l’accentuarsi dell’individualismo e degli interessi di parte, di pochi, di alcuni, oserei dire dei mediocri o peggiori». Questo è il punto di partenza del ragionamento di Salvatore Martinez, presidente nazionale del Rinnovamento nello Spirito Santo, che in questa intervista interviene sul tema dell’attuale crisi della società italiana sottolineando in particolare la responsabilità di ogni battezzato e richiamando l’esempio offerto cento anni fa da Luigi Sturzo con il suo Appello ai liberi e forti.



Guardando alla società italiana emerge un dato che ha una sua ambiguità, anche inquietante, cioè il dato dell’identità come risposta alla globalizzazione, ma una risposta che talvolta si colora di chiusura e violenza.

Nelle pagine di questo giornale ho letto un approfondimento del concetto di “identità” da parte di De Rita e Zamagni. Condivido il loro approccio e la preoccupazione che l’identità cristiana non sia precisata dentro il destino di una comunità, così che venga inficiato il suo ineludibile dinamismo missionario. Occorre però ribadire che è in crisi l’identità cristiana. Una grave crisi, figliata dalla crisi spirituale che è madre di tutte le sterilità e le inadempienze che il nostro tempo vive. Una crisi spirituale che sta attraversando il cuore degli uomini e delle istituzioni umane e che trova un paradigma dominante nella separazione dell’etica dalla metafisica, dell’etica dallo spirituale. Quando ciò accade, come sta avvenendo nella nostra epoca, la conseguenza prima e diretta è il cambiamento della visione del reale, della percezione delle relazioni. Separando il senso morale dal valore dell’esistere si finisce con il perdere la tensione verso le virtù; si smarrisce la passione per la conversione personale e comunitaria; si allenta il senso del dovere, del sacrificio, della responsabilità, della comunione interumana, del bene comune. L’uomo, così, da “prossimo” diventa “remoto” e la sua dignità, specie quando impoverita o sfruttata, diviene un problema da risolvere, ridotta a questione meramente politica o economica. Definire la nostra identità “cristiana” non significa appena aggettivarla, ma sostanziarla, personificarla nell’esigente legge dell’incarnazione. La nostra è un’identità segnata e significata, terribilmente segnata e significata. Può essere accolta o rifiutata, così da renderci partecipi dello stesso destino di Cristo, ma non potrà essere cancellata dalla storia, perché «Dio resisterebbe ancora nei cuori!», come notava Romano Guardini. Il cristianesimo ha un costitutivo dinamismo missionario e universalistico, che però, per essere fedele alla propria indole, deve essere sviluppato non con la forza, ma per le vie dell’amore e della libertà, come ci testimonia ferialmente Papa Francesco. Soltanto il recupero di questa identità profonda può, sul lungo periodo, evitare sia la decadenza della nostra civiltà, sia la riduzione del Vangelo a un repertorio di “consigli per gli acquisti” di un benessere terreno. Zygmunt Bauman richiamava l’attenzione sul tema dell’identità, che, nel tempo liquido, finisce con il rivelarsi come «qualcosa che va inventato, piuttosto che scoperto; qualcosa che è ancora necessario costruire da zero». Sarebbe terribile per noi laici cristiani accettare supinamente questa evidenza. In realtà si può parlare d’identità in due modi: o in termini “speculativi” o in termini “contemplativi”. In termini speculativi, per la sociologia corrente, l’identità è un problema. Più la vita si fa liquida, più le radici vengono estirpate, più le memorie vengono adulterate o cancellate e più l’uomo — ridotto «ad una sola dimensione», come evidenziava Herbert Marcuse — finisce con il diventare un serio problema a se stesso. Dobbiamo parlare d’identità in termini contemplativi, e così essa diviene sinonimo di “identificazione”. Identità, dunque, non come qualcosa che va inventato o scoperto, ma come Qualcuno che va incontrato, accolto, amato, servito: è il mio io che si fa tu; è il mio essere vivo nell’altro. Il cristiano, solo contemplando, interiorizzando, assimilando il Dio che ama e la fede che ripone in Lui, può vedere la storia sfigurata dal male con uno sguardo trasfigurato dal bene, e così proiettare in modo deciso sulla storia, su ogni uomo, lo stesso amore che riceve da Dio. Solo attraverso questa dimensione soprannaturale, ancor meglio da questa sintesi tra divino e umano, tra soprannaturale e naturale, tra fede e vita, tra spirituale e sociale, tra amore per Dio e amore per il prossimo, l’identità risorge e si rende agibile nei nostri corpi comunitari e sociali.

Giuseppe De Rita su queste pagine ha affermato che per il buon governo c’è bisogno di due autorità: una civile e una spirituale-religiosa. Quella civile garantisce la sicurezza, quella spirituale offre un orizzonte di senso. L’uomo ha bisogno di tutte e due le cose. Se invece si esclude una delle due, la società soffre, diventa schizofrenica. In questo sarebbe il ruolo della Chiesa nell’attuale situazione italiana.

De Rita ha ben spiegato la necessaria collaborazione e non contrapposizione tra le due autorità, quella civile e quella spirituale. La questione, del resto, è sempre esistita, dando gli esiti più diversi nel corso dei secoli. L’umanesimo cristiano rimane, di fatto, la risposta storica più eloquente alla ricerca del “bene comune” e al servizio dell’uomo, perché questi sia salvato dai mali che lo affliggono. È in questa direzione universale che si combinano efficacemente le due espressioni civile e spirituale. La Costituzione italiana, peraltro, codifica per ogni cittadino «il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società» (art. 4 comma 2). Un principio che faremmo bene a evocare con più frequenza e rispetto, a non calpestare sulla scia di una malintesa esclusione della fede dalla vita pubblica e di una progressiva riduzione della libertà religiosa. Il rischio è la perdita di slancio e d’incidenza delle buone prassi derivanti dall’idealismo cristiano, quelle pratiche che ne segnano il più evidente realismo nell’impegno volontario, generoso, gratuito, feriale di milioni e milioni di cittadini italiani ed europei, a partire dalla ricchezza educativa e rieducativa che i corpi intermedi offrono nella costruzione e nello sviluppo dello Stato sociale. In occasione del Convegno nazionale ecclesiale di Firenze, nel 2015, Papa Francesco ha riassunto questo ragionamento in una lapidaria e stringente affermazione: «I credenti sono cittadini». A me pare riduttivo leggere la situazione della società italiana solo all’insegna delle povertà emergenti; l’Italia è per me il paese delle ricchezze negate! Occorre però riarmonizzare “fede e diritti umani” con nuove evidenze comunitarie, politiche e sociali. È la prima sfida che impegna i laici cristiani oggi. Abbiamo sempre cercato, in nome della laicità, la giusta armonia tra fede e ragione; entrambe, se adempiono al criterio postulato da san Tommaso — cioè che «solo il falso è contrario al vero» —, non solo possono ritrovarsi sempre più alleate nel tempo della crisi e del disimpegno civile, ma determineranno un nuovo, comune impegno di credenti e non credenti intorno all’uomo, alla salvaguardia e alla promozione della sua dignità integrale e trascendente. Del resto, per un cristiano, il bene comune nasce dalla capacità di rendere socialmente visibile il contenuto morale della fede: finché non sapremo rimpatriare questa verità continueremo a permettere l’accentuarsi dell’individualismo e degli interessi di parte, di pochi, di alcuni, oserei dire dei mediocri o peggiori. Occorre ricordare che don Luigi Sturzo, in un’epoca non meno problematica della nostra, accettava l’idea che si definisse “cristiana” una democrazia solo se il suo profilo si fosse delineato non entro temi confessionali, quanto, piuttosto, dentro principi eticamente validi, spiritualmente stringenti, capaci di contenere il dilagare dell’immoralità pubblica e le derive sociali derivanti dall’orgoglio umano, sempre generatore di ingiustizie sociali, esclusioni e povertà. Altro che schizofrenia: l’autorità spirituale dà a Cesare quel che è di Cesare e l’autorità civile non permette che si dia a Cesare quel che è di Dio! È dal basso, dunque, che deve prodursi una nuova alleanza intorno a quell’uomo che autorità civile e spirituale devono insieme servire, a partire da un nuovo ethos comunitario e sociale. Così si potrà ridare gambe alla fede e terreno ai piedi; così si può riaffermare la convenienza dell’identità cristiana tra la nostra gente, nel cuore della gente, nella vita delle nostre comunità, prima che nei palazzi del potere e nelle istituzioni politiche.

Il Papa propone ormai da anni il tema anzi il metodo della sinodalità, cioè il camminare insieme, il conoscersi, il fare qualcosa insieme, alto e basso che si intrecciano armoniosamente. Si avverte però un po’ di fatica a capire bene come realizzare questa sinodalità all’interno della Chiesa e della società, come mai?

Recentemente, incontrando i Vescovi italiani riuniti in Assemblea, il Papa ha precisato che il metodo sinodale ha come una doppia corsa: dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto. Se Sinodo, prima di ogni cosa, significa riunirsi per ascoltarsi e impegno a camminare insieme, allora certamente c’è molto da fare! Intanto nella reciprocità che il discernimento comunitario impone: le parti — gerarchia e laicato — hanno al contempo il bisogno di tornare a parlarsi e ad ascoltarsi, con simpatia, umiltà e fraternità nuove, perché il loro stare e camminare insieme sia profetico, sia risposta provvidenziale ai segni dei tempi. Quando affermiamo “dall’alto verso il basso”, intendiamo che è il Magistero a parlare; e allora i cristiani tutti hanno il dovere di porre attenzione a ciò che lo Spirito dice alle Chiese attraverso la voce del Successore di Pietro e degli Apostoli, i Vescovi. Quando diciamo “dal basso verso l’alto”, allora sono le comunità a parlare; a partire dalla vita della gente, delle famiglie, delle aggregazioni generate dalla fede. Spesso si confonde il Sinodo con il Concilio. In un Concilio si definiscono materie di fede e se ne aggiornano le definizioni a vantaggio di tutte le Chiese; in un Sinodo si definisce la vita di una comunità locale, si parte dalle esperienze e dalle soluzioni da porre in essere perché la fede non muoia, sia sempre viva, detta e data a tutti, soprattutto alle nuove generazioni sempre meno interessate e coinvolte. Se teniamo conto di questa distinzione, allora cambia lo sguardo, l’orizzonte dinanzi a noi e si comprende meglio il pontificato di Francesco: la questione antropologica, oggi, è prima sociale che teologale. Non sono i convegni e i documenti — questo per molti significa Sinodo — che possono riportare la fede nel petto della gente e la vita cristiana in una società che sta escludendo Dio dalla storia, facendo dell’uomo non «la principale risorsa dell’uomo stesso» (san Giovanni Paolo II), ma il principale nemico di se stesso. Concretamente, al Convegno di Firenze già menzionato, il Santo Padre ha esplicitato in modo chiaro il metodo che va “dal basso verso l’alto” e che ci permette di vivere con fiducia nella Provvidenza lo spirito sinodale, anche quando un Sinodo propriamente detto non è insediato. Papa Francesco ci ricorda che «occorre dialogare, non per parlare e discutere, ma per fare qualcosa insieme, costruire insieme, mettendo insieme tutte le ricchezze culturali di cui disponiamo». È questo il primo esodo da noi stessi, da ogni residuale autoreferenzialità nel tempo di “vacche magre” che viviamo, un’epoca che ci ha resi tutti più deboli e dunque meglio disposti a fare comunione; è questo il senso della “conversione pastorale” che il Papa invoca sin dall’inizio del suo ministero petrino con la Evangelii gaudium.

Quando si dice “Chiesa italiana” può scattare l’automatismo per cui si pensa alla Cei o al Vaticano, ma la Chiesa non è né l’una né l’altro, la Chiesa è il popolo di Dio. E allora quale può essere il ruolo del popolo cattolico in questa situazione critica dell’Italia?

Non ci resta che attuare le parole del Papa, dando alla nostra laicità cristiana una capacità propositiva nuova. Una felice concomitanza storica ci fa da stimolo. Ricorre quest’anno il centenario del celebre Appello ai liberi e forti con cui don Luigi Sturzo e altri dieci membri della Commissione provvisoria si rivolgevano al paese nel segno del neonato Partito Popolare italiano. L’Appello ai liberi e forti rappresenta un’affermazione ragionevole e vitale dell’identità cristiana; palesa un modo concreto ed efficace di essere laici, portatori sani di laicità nella storia; indica la possibilità di essere socialmente organizzati per rendere politicamente agibili i grandi valori del cristianesimo. A Caltagirone, a metà del mese prossimo, si terrà una rilettura dei dodici punti del programma che esplicitano l’Appello, per apprezzarne attualità e attuabilità. Ognuno di essi, uno dopo l’altro, mostra ancora lungimiranza politica e spirito profetico, una compiuta visione dello Stato e della società, un rimando concreto ai bisogni primari di una comunità civile. A Caltagirone, con uno straordinario concorso di volontà da parte dei massimi rappresentanti di tutti i mondi afferenti ai 12 punti programmatici, in spirito di condivisione e di collaborazione, leader, esperti, testimoni impegnati in ogni settore della vita pubblica si interrogheranno tra la gente per generare un nuovo dialogo culturale e sociale. Un segno di speranza creatrice; un gesto di corresponsabilità che, ci auguriamo, possa risvegliare una nuova passione per l’impegno e una sensibile discontinuità generazionale.

di Andrea Monda

sabato 1 giugno 2019

Frati Domenicani dell'Italia Settentrionale: Ascensione

L’ascensione di Cristo e la sua sessione alla destra del Padre nel pensiero di san Tommaso d’Aquino


«Cristo è salito al cielo, siede alla destra del Padre»: chissà quante volte lo abbiamo ripetuto la domenica a Messa nel Credo. Ma cosa significano questi due misteri della vita di Cristo? E quale valore hanno per la nostra vita? San Tommaso d’Aquino, ancora una volta, può insegnarci qualcosa.

L’ascensione è la salita di Cristo la cielo, compiutasi quaranta giorni dopo la sua risurrezione; essendo infatti ormai glorioso, a motivo della sua risurrezione, egli doveva lasciare la nostra terra ed entrare nella gloria del regno dei cieli, andando ad assidersi alla destra del Padre. Ma la salita di Cristo al cielo, come chiarisce l’Aquinate, non ha portato beneficio solo a lui; anche noi uomini, infatti, ne abbiamo tratto vantaggio, poiché Cristo è il capo dell’umanità da lui redenta. La sua ascensione al cielo è stata per noi motivo di crescita nella fede, nella speranza, nella carità e nella riverenza verso Cristo; inoltre, salendo al cielo, egli ci ha mostrato la via che conduce ad esso e ci ha aperto le sue porte, cosicché anche noi, al seguito di lui e uniti a lui, possiamo finalmente entrarvi; infine dal cielo Cristo invia su di noi i suoi doni di grazia e, in particolare, il dono per eccellenza, lo Spirito Santo.

La sessione alla destra del Padre, poi, è una metafora che Tommaso spiega così: la sessione indica il possesso stabile e tranquillo e il potere regale e giudiziario; la destra indica la beatitudine e, anch’essa, il potere regale e giudiziario; dunque questa immagine significa che Cristo possiede stabilmente la beatitudine e il potere, regale e giudiziario, del Padre. Ora, l’Aquinate afferma che questo vale sia per Cristo come Dio che per Cristo come uomo. Come Dio, Cristo siede alla destra del Padre perché, a motivo dell’eterna generazione dal Padre, possiede pienamente la beatitudine e il potere del Padre. Come uomo, invece, Cristo siede alla destra del Padre perché partecipa, nella sua natura umana, della beatitudine e del potere del Padre; in questo caso, però, tale partecipazione è creata e, dunque, limitata. La sessione alla destra del Padre costituisce il compimento definitivo della glorificazione, dell’esaltazione di Cristo uomo, dopo la sua risurrezione e la sua ascensione. E noi uomini? Possiamo noi sedere alla destra del Padre? Tommaso afferma di sì: anche a noi è data tale sessione, ma, anche qui, soltanto in dipendenza da Cristo: nella misura in cui siamo uniti a lui, infatti, anche noi possiamo partecipare della beatitudine e del potere del Padre. Come per Cristo, così anche per noi la sessione alla destra del Padre sarà il culmine della nostra glorificazione nel regno dei cieli.

fra Michele Pari   

martedì 28 maggio 2019

L'Osservatore Romano: Quella domanda che è la morte

Una riflessione su eternità e limite


Presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’università La Sapienza di Roma, per iniziativa della Fondazione Istituto Irti per gli Studi Giuridici, il 23 maggio scorso l’arcivescovo di Chieti-Vasto Bruno Forte ha tenuto una lectio magistralis sul tema «Quella domanda che è la morte», di cui riportiamo un ampio stralcio.

Basta uno sguardo all’esistenza umana per constatare quanto la vita sia segnata dalla domanda che è la morte. Diversi per nascita, possibilità ed esperienze, gli abitatori del tempo sono solidali nell’essere tutti “gettati” verso la morte: «La morte — scrive Martin Heidegger in Essere e tempo — sovrasta l’Esserci. La morte non è affatto un mancare ultimo... ma è, prima di tutto, un’imminenza che sovrasta». È davanti a questa vertigine, però, che l’essere umano si fa inquieto riguardo al suo destino e si pone domande. Lo fanno intuire questi intensi versi di Eugenio Montale: «Noi non sappiamo quale sortiremo / domani, oscuro o lieto; / forse il nostro cammino / a non tócche radure ci addurrà / dove mormori eterna l’acqua di giovinezza; / o sarà forse un discendere / fino al vallo estremo, / nel buio, perso il ricordo del mattino. / Ancora terre straniere / forse ci accoglieranno: smarriremo / la memoria del sole, dalla mente / ci cadrà il tintinnare delle rime. / Oh la favola onde s’esprime / la nostra vita, repente / si cangerà nella cupa storia che non si racconta!» (Ossi di seppia). Il pensiero nasce, dunque, dalla morte: «Dalla morte, dal timore della morte — scrive Franz Rosenzweig — prende inizio e si eleva ogni conoscenza circa il Tutto. Rigettare la paura che attanaglia ciò che è terrestre, strappare alla morte il suo aculeo velenoso, togliere all’Ade il suo miasma pestilente, di questo si pretende capace la filosofia (...) Essa strappa oltre la fossa che si spalanca ad ogni passo. Permette che il corpo sia consegnato all’abisso, ma l’anima, libera, lo sfugge librandosi in volo» (La stella della redenzione).

Eppure, nell’epoca moderna si è profilata una vera e propria eclissi della morte. L’ottimismo della ragione adulta dall’Illuminismo in poi aveva esorcizzato la morte, relegandola alla condizione di puro passaggio nel processo totale dello Spirito, culminante nel suo indubitabile trionfo. Il mito moderno del progresso, caro alle grandi narrazioni ideologiche, tendeva a banalizzare la morte, facendone una tappa marginale della storia dell’individuo, totalmente assimilato alla causa, sacrificato al trionfo dell’idea: la morte andava ignorata, evasa, nascosta. A sua volta, il pensiero debole del post-moderno evade la morte non meno che il pensiero forte delle ideologie: per entrambi la domanda della morte è disagio e fastidio, perfino quando l’ultima sponda fosse invocata o cercata come illusoria consolazione rispetto al vuoto di senso. Dietro l’evasione permanente della domanda, che è la morte, si nasconde in realtà l’assenza di passione per la verità: attraverso l’eclissi della morte si tende a portare gli uomini a non pensare più, a fuggire la fatica e la passione del vero, per abbandonarsi all’immediatamente fruibile, calcolabile col solo interesse della consumazione immediata.

È il trionfo della maschera a scapito della verità: è il nichilismo della rinuncia ad amare! Scompaiono i segni del lutto: la finzione rassicurante della propaganda vuole averla vinta sulla serietà tragica dell’interrogazione radicale. È col tramonto dei grandi racconti ideologici che si riaffacciano segnali di attesa. Sembra esserci una “nostalgia del Totalmente Altro” (Max Horkheimer), che si lascia riconoscere nelle inquietudini della crisi presente come una sorta di ricerca del senso perduto. Si profila una ripresa della questione del senso al di là delle varie forme di pensiero che evadono la morte, e con essa emerge l’urgenza di ritornare alla domanda, che è la morte: restituer la mort (Ghislain Lafont) è il compito che ci aspetta. Per la fede cristiana questo ritorno alla domanda che è la morte è sfida a tornare a quella morte, dove si è consumata la morte della morte: la morte del Figlio di Dio nella tenebra del Venerdì Santo e il Suo risorgere alla vita. Nell’evento infinitamente doloroso della morte in Dio avvenuta sulla Croce è rivelato e promesso il senso del vivere e del morire umano.

A quell’evento si volge lo sguardo della fede alla ricerca di un significato, che faccia non solo della vita il cammino responsabile dell’imparare a morire, ma anche della morte il dies natalis, l’evento misterioso del nascere oltre la morte.

Solo nella morte e resurrezione del Verbo incarnato si offrono le “trasgressioni” di Dio, che aiutano noi, abitatori del tempo, a “trasgredire” la morte: l’uscita di Dio da sé, l’exitus a Deo del Figlio venuto nella carne, attraverso il grande viaggio verso Gerusalemme, culmina nell’evento della Sua morte, inseparabile dalla totalità della sua esistenza e dal suo rapporto col Mistero assoluto. Illuminata com’è da ciò che la precede, la morte della Croce è rivelata nella sua profondità abissale dall’altra “trasgressione” divina, la resurrezione, che è il reditus ad Deum del Figlio fatto carne.

Nel Suo abbandono il Figlio non esita a rinviare al volto paterno e amoroso della nascosta Origine: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Luca 23,46). La sua angoscia rivela la sua solidarietà con la condizione umana, nella quale fino in fondo è entrato. All’abbandono si unisce però nella vicenda del Figlio dell’uomo la comunione con Colui che l’abbandona: l’Abbandonato accetta in obbedienza d’amore la volontà del Padre: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà» (Matteo 26,42). La Croce rivela così la possibilità di vivere la separazione più alta come profondissima vicinanza: morire come Gesù e con Lui è abbandonarsi a Dio, lasciando che tutto si schiuda a un’altra luce, in Colui che ci accoglie.

Lo esprime con rara efficacia uno scrittore del nostro tempo, Renzo Barsacchi, testimone solitario e mistico, che prega così nei versi delle sue Notti di Nicodemo: «Portami via per mano ad occhi chiusi / senza un addio che mi trattenga ancora / tra quanti amai, tra le piccole cose / che mi fecero vivo. / Non credevo, Signore, tanto profondo fosse / questo sfiorarsi d’ombre, questo lieve / alitarsi la vita nello specchio / fragile di uno sguardo, / né pensavo che il mondo / divenisse, abbuiando, così acceso / di impensate bellezze».

Ma chi potrà vivere come il Figlio dell’uomo l’unità di lacerazione e di abbandono nell’ora della morte? chi potrà come Lui trasgredire la soglia? Secondo la fede cristiana la forza, che sola rende possibile l’apparentemente impossibile unità di comunione e di abbandono nell’ora della morte, è lo Spirito Santo: è Lui che unisce e separa al tempo stesso l’Abbandonante e l’Abbandonato del Venerdì Santo, è Lui che ripresenta in chi muore abbandonato a Dio il mistero dell’abbandono vittorioso della Croce. «Cristo con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio» (Ebrei 9,14). «Gesù disse: “Tutto è compiuto”. E, chinato il capo, consegnò lo Spirito» (Giovanni 19,30). Come nel seno delle relazioni trinitarie lo Spirito è l’unità e la pace dell’Amante e dell’Amato e al tempo stesso è l’estasi divina, che consente ad essi di uscire da sé nel dono dell’amore, così nell’evento della morte di Croce è Lui il vincolo della consegna amorosa del Padre e dell’obbedienza filiale del Crocifisso, è Lui il fuoco del sacrificio (vedi Ebrei 9,14), in cui essi consumano la loro lacerazione dolorosa per amore del mondo. Lontananza e prossimità coincidono grazie alla potenza del Consolatore della morte di Cristo e d’ogni morte umana: mentre sorregge l’abbandonato nel suo destino mortale, lo Spirito lo tiene unito a Dio, rendendolo capace dell’offerta suprema.

È quanto esprime l’iconografia della Trinitas in Cruce, dove l’evento della morte del Crocefisso è colto come rivelazione della Trinità: il Padre regge fra le Sue braccia il legno della Croce, da cui pende il Figlio, mentre la colomba dello Spirito separa e unisce l’Abbandonato e Colui che lo abbandona (si pensi alla Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella a Firenze).

Mentre illumina dal di dentro la morte, il divino Consolatore agisce in essa, aiutando chi muore a vivere il suo ultimo esodo: nell’atto dello spirare, Egli non si sostituisce al morente, ma lo unisce a Cristo e lo rende così capace dell’ultimo dono, spirando in lui la carità, che sgorga dal cuore del Padre. Mistero di abbandono e di comunione, la morte è dunque agli occhi della fede un evento pasquale, illuminato dalla Croce del Risorto: raggiunta dalla signoria di Cristo, la morte passa nel suo contrario, la vita: «La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?... Siano rese grazie a Dio che ci dà vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (1 Corinzi 15,54s 57). L’atto del morire, alla luce di Pasqua, introduce oltre il limite della morte stessa: come il Cristo è passato dalla morte alla vita, così la morte, che egli ha fatto Sua, viene rivelata come passaggio ad una nuova condizione di esistenza, cammino pasquale verso il futuro aperto dal Risorto. Le “trasgressioni” di Dio rendono possibile la suprema trasgressione dell’uomo: la vittoria, appunto, sulla morte.

di Bruno Forte

domenica 26 maggio 2019

Avvenire, Spiritualità: Torniamo con Thoreau a imparare dalla grammatica dei boschi: camminando

Marina Corradi sabato 25 maggio 2019
Filosofo americano dell'Ottocento, si costruì una capanna nei boschi vivendoci per anni. Qui si imparano verità che non sono scritte sui libri. È la stessa che si apprende sul cammino per Santiago


Pubblichiamo uno stralcio della postfazione scritta da Marina Corradi, editorialista e inviata di “Avvenire”, al saggio di Henry Thoreau Camminare, edito da Marietti 1820.

Henry David Thoreau, nato nel 1817 a Concord, Massachusetts, filosofo e poeta, si costruì una capanna nei boschi e ci visse, solo, per alcuni anni. Individualista, solitario, selvatico, concepì una sua filosofia della natura e del senso stesso del vivere. Il suo “camminare” è vissuto come impresa spirituale, viaggio di Ulisse, o marcia di pionieri. «Ogni passeggiata è una sorta di crociata, predicata da un Pietro l’Eremita ch’è dentro di noi», dichiara.

Un andare senza pensare alla strada del ritorno, e senza timore di perdersi; o forse, addirittura, con un segreto desiderio di perdersi, per essere portato in luoghi romiti e ignoti, lungo sentieri traversati solo dal passo cauto delle volpi. Occorre camminare, scrive Thoreau, «come un cammello», adempiendo a un compito segreto, a una chiamata interiore. Non è un vagabondare: il vagabondo di Thoreau «non è mai più girovago di un fiume che nel suo corso serpeggiante se ne va diligentemente alla ricerca del percorso più breve per giungere al mare». Un fiume chiamato al mare, che del fiume è il destino: siamo, direi, nella forma mentis, forse inconscia, del pellegrinaggio.

Thoreau annota che, istintivamente, una bussola interiore lo spinge verso ovest. È verso l’Oregon che deve andare, dice, non verso l’Europa: «L’Atlantico è come il fiume Lete, e l’averlo attraversato ci ha dato l’opportunità di dimenticare il Vecchio Mondo e le sue istituzioni». Lasciarsi alle spalle tutto, le città, l’organizzazione e le convenzioni sociali, la stessa civiltà. Avverti in questo americano una eco di Rousseau, quando sostiene che «tutte le cose buone sono selvagge e libere [...]. Datemi come amici e come vicini degli uomini selvaggi, non uomini addomesticati!», e intravedi l’idea dell’uomo come parte di una natura buona e incontaminata, pervertita poi dalla civiltà.

Cose che, da cristiano, tu non puoi condividere, se credi invece in un peccato originale che segna ogni nato. E tuttavia, torni a dirti, soffia fra queste righe qualcosa di vero. Camminare nella natura, affondarci dentro, dunque, ricercando il proprio destino, e insieme la propria origine. Non è l’esperienza, oggi, di migliaia di pellegrini sui sentieri verso Santiago? Potrebbero andare a Santiago in aereo, ma tornano a camminare, a cercare la fatica aspra e buona dei passi sulla polvere.

Io stessa l’ho provata, in una indimenticabile settimana sul Camino Inglés, da La Coruña, sull’oceano, a Santiago, attraverso la Galizia. Era aprile, pioveva e schiariva, la Galizia era un orizzonte ampio di boschi, e di campi di un verde germinale. Calle candide spuntavano, spontanee, da rigagnoli fangosi, e mi sbalordivano: dalla melma, un fiore come una vergine. Un profumo buono di acqua, di terra, di primavera impregnava l’aria. Sulla soglia delle ca- se i vecchi contadini ci salutavano: «Ir con Deus!», auguravano in galiziano. E noi andavamo. Ci alzavamo che era ancora notte, ci incamminavamo che appena albeggiava. Cantavano i galli nelle cascine: meraviglioso quel cantare di galli, mentre l’oscurità, come un nemico in fuga, si dileguava. Non mi ero mai resa conto di quanto potesse essere folta l’ombra di un bosco, e pesante il fango nero in cui affondano i tuoi piedi, dopo la pioggia. E quanto è luminosa, una notte di luna piena. Non avevo mai osservato così bene le giovani felci palpitanti nel sottobosco, e l’edera tenace. Mi si apriva davanti, in quel camminare lontano da ogni strada d’asfalto, un universo. Il mondo, com’era: secoli fa.

C’era un tesoro, in quella natura vergine, in questo Thoreau è assolutamente autentico e ci è contemporaneo. Io di quel tesoro, mentre camminavo in Galizia, avevo una confusa memoria. Sentivo riaffiorare in me le sensazioni di quando ero bambina, d’estate, nelle Dolomiti, e passavo pomeriggi molto solitari, ma splendidi, a esplorare i dintorni della vecchia casa in cui alloggiavamo. Erano i prati di fine giugno con l’erba altissima, quasi quanto me, in cui amavo tuffarmi come in un mare. Era l’ebbrezza del profumo aspro dell’erba appena falciata, e la dolcezza arresa di quello del fieno. Il ronzio diligente delle api all’alveare, l’andirivieni disciplinato delle formiche. Il ruscello dall’acqua incredibilmente limpida, che cosa mi suggeriva senza che io riuscissi a decifrarlo, e perché mi incantava? E il canto degli uccelli fra gli alberi, che mi pareva un chiamarsi fra loro, e rispondersi.

Gramática parda è l’espressione, bellissima, che Thoreau usa per indicare questa lingua. È spagnolo, significa “grammatica oscura”, tacita grammatica che non si impara sui libri, ma nei boschi e nei pascoli. Leggendo questo americano ottocentesco ho capito che l’infanzia solitaria delle mie estati in montagna è stata un dono. Gramática parda: là l’ho imparata senza accorgermene, eppure mi ha costruita. Io non ho avuto una educazione religiosa, eppure quella grammatica dei boschi ha impresso in me uno stupore, un senso di meraviglia, e una domanda.

È in fondo la medesima grammatica che ha plasmato generazioni di uomini: l’ordine armonioso del giorno e della notte, i germogli prepotenti a marzo e il docile morire delle foglie a novembre. Il chiudersi delle corolle dei fiori al tramonto, e il riaprirsi al primo raggio del sole. L’andirivieni degli uccelli che preparano il nido, e la maestà di una gatta che cova i suoi nati, fissando gli intrusi con occhi da tigre. Il nascondersi di ogni creatura viva quando il cielo d’estate si rabbuia, e nella calma improvvisa del vento scocca, secco, il primo lampo.

«Credo nella foresta e nel prato, e nella notte in cui il grano cresce», recita il filosofo americano, come cercando le parole per una sua inespressa preghiera. Io, che credo in Cristo, potrei recitarla con lui. Perché c’è qualcosa di molto grande che tanti di noi, uomini del terzo millennio cresciuti in città d’asfalto o davanti ai computer, abbiamo dimenticato. Non è un ecologismo alla moda, o un moralistico rimproverarci per quanto inquiniamo. È una bellezza, invece, quella che Thoreau racconta: «Ecco dunque questa vasta, selvaggia, incombente madre di noi tutti, la Natura, che vive in tutto quanto c’è attorno, simile al leopardo per bellezza e cura per i suoi figli».

La Natura, che per i credenti è il Creato. Ciò che Dio mostra a Giobbe con fierezza: «Per quali vie si diffonde la luce, da dove il vento d’oriente invade la terra? Chi ha scavato canali agli acquazzoni e una via al lampo tonante, per far piovere anche sopra una terra spopolata, su un deserto dove non abita nessuno, per dissetare regioni desolate e squallide e far sbocciare germogli verdeggianti? Ha forse un padre la pioggia? O chi fa nascere le gocce della rugiada?».

È la Bellezza del capitolo 38 del Libro di Giobbe ciò che emerge come in filigrana, forse inconsapevole, dalla filosofia del laico Thoreau. Contiene in sé la memoria di un ordine primigenio, ciò che governa gli stormi degli uccelli migratori, o gli estri degli animali, o apre all’unisono i boccioli dei peschi magri dei nostri viali cittadini, a marzo. È un ordine buono e grande, cui ci fa bene aderire, e che ci fa molto male sovvertire, come ci ricorda papa Francesco, richiamando l’attenzione della Chiesa su un ambiente a lungo trascurato. Quasi volendo tornare alla limpida fonte francescana, al «Laudato si’, mi’ Signore, per sor’acqua, ...».