sabato 27 febbraio 2021

L'Osservatore Romano: Maria Ignazia Angelini Osb, monaca di Viboldone, Colui che sa togliersi i sandali


24 Febbraio 2021

“Non abbiamo mai visto nulla di simile”, esclamavano con stupore i primi uditori di Gesù, delle sue parole traboccanti autorità “altra”, mai conosciuta. Chi ha la grazia di accompagnare cammini di fede, processi che conducono verso la libertà di aderire nella fede al Signore Gesù, conosce questo stupore, unico: sia pure da abissi di smarrimento o ribellione, l’esito è ogni volta nuovo, è grazia: una nascita. Dall’alto. Lo stupore della nascita, penso sia l’unico sentimento di fondo paragonabile a quello che vive chi accompagna un itinerario spirituale ove si manifesta, drammatica e bella, l’azione dello Spirito Santo in dialogo con la libertà umana.

Nascere di nuovo. Impossibile, dice Nicodemo l’uomo “maestro in Israele” (Gv 3, 10), l’uomo inizialmente nascosto nella notte. L’uomo vissuto. Srotolare con la forza del Soffio il codice della propria vita in modo che la scrittura leggera che vi è impressa si animi, riceva inchiostro dall’assenso libero alla volontà di Dio: impossibile. E per di più, quando uno è “vecchio”. Proprio il vissuto di questa “eccedenza” è la grazia di luce di ogni autentico accompagnamento del processo di scoperta del “segreto” (Mt 6, 6), del ritorno a se stesso (Lc 15, 17). Nuova nascita, dall’Alto.

La prima nascita dell’essere umano è (secondo il maestro spirituale della tradizione siro orientale, Filosseno di Mabbough) quella dal grembo materno, la seconda dalle acque del battesimo, la terza è “l’appropriazione del mistero” (Evangeli gaudium, 171): l’esperienza battesimale interiorizzata attraverso quel momento cruciale della libertà che aderisce in modo totale all’immersione nel mistero di Gesù: «Si tratta nella terza nascita di sperimentare, attraverso il travaglio della libertà, che lasciamo l’uomo vecchio, attraverso il dolore delle lacrime, attraverso la preghiera istante a Dio, attraverso l’ammirazione e la contemplazione della signoria di Dio sulla nostra vita; in un rapido correre dell’uomo nascosto nel cuore verso il Signore» (Filosseno, Om. IX , 266-67).

Gesù dice a Nicodemo, «maestro in Israele» e perciò dotto nelle cose di Dio, al cercatore notturno delle tracce del Vivente (Gv 3, 7): non si può essere credenti se non attraverso il “rinascere” dall’alto, di nuovo. È il battesimo, la seconda nascita, che dà pienezza alla Promessa racchiusa in ogni umano nascere. Ma il battesimo, da evento puntuale, si distende in un processo: nascere dall’alto, nascere al soffio dello Spirito implica un cammino della libertà. Al cui dinamismo la presenza di un “altro come me” (Antonio, Apoftegmi, 1) è indispensabile catalizzatore. Colui che assiste questo processo di nascita, ha il compito delicatissimo, auto implicativo fino al segno ultimo, del Testimone. Testimone sensibile dell’opera di Altri, lo Spirito del Signore.

Nella sua sapienza di Maestro unico, senza pari, Gesù stesso è entrato nel mondo preceduto e accompagnato da altri. Il suo legame con il precursore, in mite contestazione del magistero elitario farisaico, è l’archè tou euangelliou, secondo Marco, e anche nel quarto vangelo. E ha voluto che nessuno dei suoi discepoli fosse solo, nessuno senza altri ad assistere, con arte maieutica, al suo rinascere alla vita. Mai senza l’altro. Per vie impensate e varie, tutte, tutti nasciamo e rinasciamo, grazie a presenze ostetriche, maieutiche della nascita dall’alto. Zattere viventi — secondo la bella immagine di Gregorio di Nissa — , come quel cestino di giunchi (Es 2, 3) che, grembo arrischiato di nuova nascita, fu veicolo alla vita di Mosè salvata dalle acque.

«Il particolare tipo di generazione al quale noi ci riferiamo, non ha origine da cause esterne, come capita nella generazione corporale di una nuova creatura. Il suo frutto proviene invece da un atto libero della volontà. Noi siamo perciò in certo senso padri di noi stessi, potendoci generare quali ci vogliamo e darci in libertà il volto del desiderio (…)». Ebbene a propiziare la nascita di Mosè, funzione vitale ha «il cesto che è formato dall’intreccio di molti giunchi, che rappresenta l’opera educativa, costituita da varie discipline e capace di tenere a galla sopra le onde chiunque a essa si affida» (Gregorio di Nissa, Vita di Mosè).

Tristemente, ci dicono che tante violenze si consumano in ambito sanitario nella sala parto, approfittando del momento di massima vulnerabilità di una donna che genera e di massima e arrischiata impotenza del fragile nuovo nato. È pianto, che possa accadere attorno alla nascita simile mancanza di rispetto. Ogni nascita di figlio d’uomo è momento sorgivo, e al tempo stesso momento della massima vulnerabilità. Ebbene: quando l’accompagnamento perde la dimensione del rispetto sacro per una libertà in divenire, per una coscienza umana in formazione, mancando lo stupore sacro per l’insuperabile mistero, si può scadere in assurde costrizioni: «La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri — sacerdoti, religiosi e laici — a questa “arte dell’accompagnamento”, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr. Es 3, 5). Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana» (Evangelii gaudium 169).

Una libertà in divenire è — nel segreto — l’evento che anima, sospinge e capovolge il mondo. La drammatica radicale di ogni umana esistenza. Ma nasce vita solo se è il Soffio di Dio a muovere la generazione.

Benedetto dice dell’arte spirituale come semplice opera di artigianato “economico”: parla di “guadagnare” le anime (Regula monasteriorum 58, 6; cfr. 1 Cor 9, 19). Che vuol dire? Sono un prezioso tesoro, le “anime”. Che magma informe all’inizio, essendo formate a immagine e somiglianza della divina Koinonia, lasciate a se stesse rischiano di smarrirsi. Occorre estrarre il diamante dal carbone.

«Benché suoni ovvio, l’accompagnamento spirituale deve condurre sempre più verso Dio, in cui possiamo raggiungere la vera libertà. Alcuni si credono liberi quando camminano in disparte dal Signore, senza accorgersi che rimangono esistenzialmente orfani, senza un riparo, senza una dimora dove fare sempre ritorno. Cessano di essere pellegrini e si trasformano in erranti, che ruotano sempre intorno a sé stessi senza arrivare da nessuna parte. L’accompagnamento sarebbe controproducente se diventasse una specie di terapia che rafforzi questa chiusura delle persone nella loro immanenza e cessi di essere un pellegrinaggio con Cristo verso il Padre» (Evangelii gaudium 170).

«Più che mai abbiamo bisogno di uomini e donne che, a partire dalla loro esperienza di accompagnamento, conoscano il modo di procedere, dove spiccano la prudenza, la capacità di comprensione, l’arte di aspettare, la docilità allo Spirito, (…). Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire. La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale. L’ascolto ci aiuta ad individuare il gesto e la parola opportuna che ci smuove dalla tranquilla condizione di spettatori. Solo a partire da questo ascolto rispettoso e capace di compatire si possono trovare le vie per un’autentica crescita, (…). Da qui la necessità di «una pedagogia che introduca le persone, passo dopo passo, alla piena appropriazione del mistero» ( EG 171).

Ma l’arte di accompagnare, oggi, è come privata nel suo orizzonte di senso, in un “tempo deprivato” (Friedrich Hölderlin), cioè in un mondo in cui pare non esserci posto per Dio. E neppure per padri. In un’epoca ove l’autoreferenzialità è scambiata per libertà, quale posto per chi accompagni il processo della nuova nascita?

Un nuovo modello di uomo deve forgiarsi da questa crisi e questa necessità interpella la Chiesa, che ne siamo più o meno consapevoli.

Proviamo a sintetizzarne, in modo schematico, i tratti della crisi: un’esistenza schiacciata sul presente, auto referenziale e priva di narrazioni; nomade e in cerca di un altrove spirituale indefinito; incondizionatamente fiduciosa nel potere della tecnica; sedotta dal liquido potere della comunicazione mediatica. E tuttavia è proprio nella nudità del deserto dell’Assenza che possono essere rintracciate con più lucidità le radici. Ma occorre vegliare.

Grande attenzione al mistero del nascere, richiede l’arte dell’accompagnamento. L’arte maieutica non è una tecnica. Diffida anzi radicalmente da ogni tecnica. La tecnica uccide l’arte spirituale ammantandola di paludamenti vani, siano essi psicologici, sociologici, religiosi o che altro. Di conseguenza, le figure di accompagnamento, oggi, sono molteplici, settoriali, “tecniche”.

Splende invece la semplicità alternativa della figura di guida spirituale cristiana. La sua forma è comunque, pur nel variare delle concrete attuazioni, segnata dalla capacità di ascolto dischiusa dalla fede, dalla testimonianza non virtuale dell’esperienza, dalla radicale umiltà del testimone: “lui deve crescere, io diminuire” (Gv 3, 30). Ascolto generativo: che attraverso domande trae fuori dal travaglio della ricerca il nascosto di Dio — la chiamata —; e il nascosto dell’umano: la libertà che, timorosa e attratta, nasce alla scelta. All’alleanza.

Innumerevoli testimonianze nella storia della spiritualità cristiana ci sono trasmesse in tal senso. Ritengo siano particolarmente illuminanti le figure degli antichi padri del deserto egiziano: suggestivamente tali testimonianze parlano in modo paradossale, parabolico della figura del “padre”. In tal modo rivelano che l’arte della guida spirituale non è tecnica, ma paradosso: accompagnare togliendosi. In tal senso san Gerolamo spiegava che “abusive” e quasi “indulgentia”si chiamano “padri” coloro che accompagnano la nascita alla libertà spirituale (in Mt 23, 8): ove si indica il senso paradossale, per sé improprio, del titolo di “abba”, allusivo al mistero affidato alla potenza dello Spirito di Dio.

Si guida, in radice, mediante il silenzio, soglia benedetta dell’ascolto: solo imparando il silenzio partecipe, antenna percettiva del parlare di Dio, si matura verace accompagnamento: «Il padre Teofilo arcivescovo si recò un giorno al monastero. I fratelli riunitisi dissero al padre Pambone: “Di’ al Papa una parola di edificazione". L’anziano rispose: “Se il Papa non è edificato dal mio silenzio non potrà esserlo dalle mie parole”» (Teofilo 2).

Mediante la testimonianza della vita, è guidata la maturazione di un autentico stile spirituale: «Un fratello chiese a padre Poemen: Dei fratelli vivono con me. Vuoi che dia loro ordini? No, gli dice l’anziano. Fa’ il tuo lavoro tu, prima di tutto; e se vogliono vivere, penseranno loro a se stessi: “Ma sono proprio loro, padre, a volere che io dia loro ordini. Dice a lui l’anziano: No. Diventa per loro esempio vivente, non uno che dà leggi».

E mediante la preghiera: «Una volta Abramo, il discepolo di padre Sisoes, fu tentato dal demonio. L’anziano vide che era caduto, e levatosi in piedi tese le mani al cielo dicendo: “O Dio, sia che tu voglia, sia che tu non voglia, non ti lascerò se non lo guarirai...”. E all’istante fu guarito» (Sisoes 12).

Oggi più che mai l’ora della povertà, soprattutto in ambito educativo, richiede padri e madri temprati all’arte spirituale dalla meraviglia generativa, dalla forza performativa dell’umile amore: «Un anziano ha detto: I padri sono entrati nella vita per il loro rigore. Noi, se possiamo entrare, è per la mitezza» (Coll. Alfabetico-Anonima, 1665).


di Maria Ignazia Angelini

Osb, monaca di Viboldone 

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