lunedì 7 gennaio 2019

NATALE: l'angelo del silenzio e dell'adorazione

Oggi tutti desideriamo meno rumore, ma abbiamo sostanzialmente paura del silenzio (Fausto Negri) Articolo tratto da IGS

Non appena siamo soli, infatti, ci prende un senso di timore, una vertigine quasi di paura. Sta forse qui il “successo” dei telefonini (gli italiani sono i primi acquirenti in Europa) e delle chats su Internet, per cui tante persone vivono sulla superficie della chiacchera. Fondamentalmente, un po’ di stordimento lo si cerca: esso consente di evitare l’incontro tanto fondamentale quanto critico: l’incontro con se stessi… l’incontro con Dio. Elie Wiesel ha sott’occhio questa doppia esperienza del silenzio quando scrive: «Il silenzio è pieno di pace e di armonia, pieno di promesse, di sogni e di verità. Ugualmente, però, può suscitare angoscia». Noi ebbri di parole, parole nostre, avremmo bisogno di una “moratoria” alle parole per scollare le mani dal timone della vita e poter ascoltare nel silenzio una voce dall’Alto che trovi in noi sobria e silente attuazione. Gli angeli del Natale vengono all’improvviso, con passo leggero; occorre molto silenzio per accorgersi di loro. L’angelo del silenzio può introdurci ad un tacere che fa bene e che diviene un bene anche per le persone attorno a noi.

Viviamo infatti in un mondo in cui il cyberspazio offre un universo di chiacchiere, relazioni virtuali che nascono in un attimo e che si concludono con un clic; l’esatto opposto del raccoglimento. È il raccoglimento che ci manca! Aveva ragione Kierkegaard quando affermava che, se fosse stato un medico, avrebbe dato agli uomini questo consiglio: «Tacete!». E R. Tagore rivolge questo invito: «Immergi la tua anima nel silenzio». Il silenzio è la medicina per le nostre anime, spesso frastornate dal chiasso del mondo.

La riscoperta del silenzio

Se nella nostra società «l’uomo è diventato un’appendice del rumore» (Max Picard), si fa sempre più urgente l’esigenza che ciascuno ritrovi la propria umanità attraverso la riscoperta del silenzio e l’apprendimento dell’antichissima arte di “ascoltare il silenzio”. La tradizione spirituale non solo cristiana ha sempre riconosciuto l’essenzialità del silenzio per una vita interiore autentica. «La preghiera – ha detto il Savonarola, che pur di discorsi appassionati ben si intendeva – ha per padre il silenzio e per madre la solitudine». Solo il silenzio, infatti, rende possibile l’ascolto, cioè l’accoglienza in sé non soltanto della parola pronunciata, ma anche della presenza di colui che parla. Il silenzio è linguaggio di amore, di profondità, di presenza all’altro. Ha scritto Romano Guardini: «Soltanto nel silenzio si realizza un’autentica conoscenza». Del resto, nell’esperienza amorosa il silenzio è spesso linguaggio molto più eloquente, intenso e comunicativo delle parole. 
Il Signore parla al cuore. Il comando del Dio di Israele è uno solo: Shemà Israel! Ascolta Israele, ascolta quella voce sottile di silenzio che parla al tuo cuore. Il silenzio di Dio non è per l’uomo un castigo, ma è richiamo profondo e sottile che sale dal di dentro del cuore. Prima di fare qualcosa per Dio, lui chiede di lasciarci amare.
L’adorazione è il “bocca a bocca” con Dio. È come l’esperienza dell’innamoramento, che indica qualcosa di coinvolgente, non puramente razionale, ma nemmeno irrazionale; il percepire che l’altro chiede una risposta totale e il disporsi a darla volentieri, con la testa e con il cuore.
Maria nel Vangelo di Luca proferisce pochissime parole, ma vive la sua vicenda come mistero. E’ colei che custodisce “nel suo cuore” tutte le cose che gli sono capitate.
Giuseppe nel Vangelo di Matteo è il silenzioso. Maria e Giuseppe sono due creature che lasciano spazio a Dio, tacendo. Il loro silenzio non è di chi non sa cosa dire, ma di chi desidera ascoltare; di chi, volendo capire il progetto di Dio, dilata l’occhio e l’orecchio. Il loro silenzio è prezioso; in esso respirano.

Il silenzio e l’ascolto di Maria e Giuseppe

Solitudine e ascolto diventano le categorie fondamentali entro le quali si può comprendere il silenzio. La Parola si comunica e si riceve nel silenzio. Essa penetra fin nelle giunture e nelle midolla, discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Dio entra attraverso il silenzio e pare buttare all’aria tutto. Al centro della persona umana infatti sta un luogo nel quale soltanto Dio è l’ospite, in cui solo Lui è il vero inquilino. Essere capaci di stare in silenzio e di mettersi in ascolto diventa una questione di vita o di morte, perché ogni volta che ci allontaniamo dal significato della vita, costruiamo un muro tra noi e la nostra felicità; e se andiamo verso il rumore e la distrazione che altri contribuiscono a creare, in realtà ci allontaniamo anche da loro e non poniamo basi solide per rapporti di amicizia e amore autentici. 
Il silenzio è fondamentale per l’ascolto. Ascoltare è molto di più che udire. Maria, la donna dell’ascolto e Giuseppe, il silenzioso, possono condividere domande e dubbi, percorrendo il cammino di un’intera esistenza fianco a fianco. Ambedue si aprono
 a delle possibilità imprevedibili. Nell’autentico silenzio c’è la Parola che chiama ed invita. Dio ha una parola che non è umana, ma è persuasiva. Essa non è mai umiliante, ma è apertura ad una realtà profonda; non si tratta di assumere un ruolo, ma di stare dentro ad una relazione. Ascoltare significa imparare ad amare, ad entrare in dialogo, a mettere in pratica la Parola. Infatti è impossibile amare Dio e il prossimo senza compiere un primo gesto: chiudere la bocca (silenzio) e aprire le orecchie (ascolto).

Il silenzio interiore

Un giorno il discepolo chiese al Maestro: "Io non sento Dio. Come posso sentirlo?". E il Maestro: «1. Metti a tacere le voci fuori (chiacchiericcio, continuo parlare). 2. Metti a tacere le voci dentro (pensieri). 3. Metti a tacere le voci del passato (rabbie, odio, rancori, paure che continuano a gridare). 4. Metti a tacere le voci che vuoi sentire (le nostre aspettative su ciò che Lui ci dovrebbe dire). 5. Fatto questo lo sentirai chiaro perché la sua voce è chiara e presente». 
A questo proposito è utile ricordare la mistica francese Madeleine Delbrêl, la quale ha sconvolto la nozione comune del termine “silenzio”, affermando che «il vero rumore è dentro di noi. Quando sappiamo fare silenzio in noi, possiamo ascoltare Dio. Il primo gradino della mistica scala del silenzio è di evitare di ascoltarsi parlare. Il silenzio non è un’evasione, ma il raccogliersi di noi stessi nel cavo di Dio. Il silenzio non è una serpe che il più piccolo rumore fa fuggire, ma “un’aquila dalle forti ali che vola alta sulla strepito della terra, degli uomini e del vento». 
Madeleine Delbrêl: «Fare silenzio è eliminare tutto ciò che ci impedisce di essere in contatto con Dio. È ascoltare Dio dovunque parli, da coloro tramite i quali parla nella Chiesa fino a coloro coi quali Cristo si è identificato in un altro modo e che ci chiedono luce, o il nostro cuore, o del pane». 
Solo chi è vuoto, è in grado di ricevere Dio. Madeleine compone, a questo proposito, una preghiera-lampo: «Mio Dio, se sei dovunque, come può succedere che io sia così spesso altrove?». Dichiara: «Pregare non significa essere intelligenti: significa esserci… Se raggiungi i confini del mondo, vi troverai le tracce di Dio; se vai nel profondo di te stesso, troverai Dio in persona». Ed infine propone un metodo: «Nella strada, stretti dalla folla, noi disponiamo le nostre anime come altrettante cavità di silenzio, dove la Parola di Dio può riposare e risuonare. In certi ammassi umani dove l’odio, l’avidità, l’alcool segnano il peccato conosciamo un silenzio di deserto e il nostro cuore si raccoglie con una facilità estrema perché Dio vi faccia squillare il suo nome».

Il cammino di fede dei Magi

L’avventura dei Magi inizia nel silenzio e nella contemplazione piena di stupore del cielo notturno. Mentre gli altri dormono essi si prendono uno spazio per cercare i segni del proprio tempo scrutando l’infinito. Come afferma il Concilio Vaticano II, “è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo” (Costituzione Gaudium et Spes 4).
La razionalità dei Magi si apre al Mistero: «Il Mistero non è un muro contro cui l’intelligenza si infrange, ma un oceano dove l’intelligenza si perde». Il credere dei Magi è questa intelligenza della verità che essi scoprono gradualmente. L’unione di una ragione fiduciosa con una fede ragionevole li porta ad incontrare quel Re capace di sconvolgere tutte le loro attese.
I Magi lontani, con altra cultura, con altra mentalità, sono chiamati e vanno, obbediscono a questa chiamata e trovano la promessa realizzata anche se in apparenza è piccola, è racchiusa in un bambino insignificante. 
La stella della fede è sincera, è leale. I Magi colgono il segno e si mettono in cammino. Essi si sono messi in cammino lasciando il loro mondo vitale, l’insieme delle loro sicurezze e delle loro abitudini radicate. Non si va alla ricerca di Dio senza prendere una decisione, senza fare un taglio, sradicandosi dal contesto rassicurante del piccolo universo che ci è proprio, per aprirsi al rischio della ricerca del Volto desiderato e nascosto. 
I Magi, guidati dalla ragione e dalla fiducia, si sono messi in cammino. Sono pellegrini, non nomadi. La fede è ricerca, avventura, fatica, lotta, rischio. È sempre collegata alla speranza. Infatti, possiamo avere fiducia solo se speriamo, e speranza solo se abbiamo fiducia. 
Bisogna ammettere che la ricerca dell’autentico volto di Dio non è sempre facile. La notte che copre la storia talvolta è veramente buia. Ecco, allora, che il Signore ci offre un aiuto decisivo per arrivare a credere in Lui: si tratta della sua Parola, della rivelazione storica del Suo Volto, che si è compiuta attraverso eventi e parole intimamente connessi. Anche i Magi ne hanno avuto bisogno, tant’è vero che seguono il suggerimento dei capi dei sacerdoti e degli scribi del popolo, consultati da Erode, circa il luogo in cui doveva nascere il Cristo: «E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo Israele» (Michea 5,1-3). 
La storia dei Magi viene così a dirci che nella notte del tempo la Parola di Dio è veramente lampada ai nostri passi e luce sul nostro cammino. Chi vuole  incontrare il Dio vivente, si deve fidare della Sua Parola, mettersi in ascolto umile, perseverante e fiducioso di essa. La luce della Parola di Dio guida i passi di chi la ascolta e riconosce nelle parole dei testi sacri il messaggio di amore di Colui che vuole accendere in noi il desiderio del suo Volto e guidarci all’incontro con Lui nella sua casa. Una Parola che va ascoltata e messa in pratica. Gli scribi sanno, ma rimangono chiusi nel palazzo delle loro certezze. Erode sa, ma indaga con cura solo per salvaguardare il suo trono. In tutto il racconto di Matteo il personaggio più ciarliero è Erode: ma le sue sono parole piene di menzogna. E’ colui che parla di più, mentendo, perché è incapace di adorazione: anzi, pretende che tutti si prostrino davanti a lui. 
I Magi ripartono, e solo a questo punto rivedono la stella, mentre il loro cuore si riempie di gioia!

Videro il bambino e, prostratisi, lo adorarono

«Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra» (vv. 9-11). Si riconoscono qui, nella semplicità del racconto, le caratteristiche fondamentali dell’incontro con Dio, grazie al quale cambia tutto: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Benedetto XVI, Deus caritas est, 1). 
Chi incontrano i Magi? Un’idea, l’Energia cosmica, un Superuomo, un generale, un gran Sacerdote, un filosofo acculturato?... No! Un bambino. Così essi sono messi davanti a due atteggiamenti fondamentali di fronte alla vita: la fragilità o la potenza, la dolcezza o la violenza, l’accoglienza del più debole o il rifiuto del diverso, l’amabilità o la crudeltà spietata… Gesù o Erode?
La logica di Dio spiazza ogni nostro ragionamento. Gesù sarà riconosciuto come “l’uomo che viene da Dio” e, nello stesso tempo, dalla nascita alla morte, non si comporta affatto “come un dio”. La sua onnipotenza sarà la bontà, la compassione, la “commozione fin nelle viscere”… Ha scritto Juan Arias: «L’amore ha reso fragile il mio Dio». La forza della debolezza e la logica del seme rappresentano un sovvertimento totale del modo comune di considerare il mondo, i rapporti, la vita.
I Magi si prostrano davanti all’infinitamente piccolo. Non adorano nemmeno un crocifisso o un risorto: semplicemente un bambino! San Pier Crisologo commenta così il brano evangelico di Matteo: «I Magi, che ricercavano Dio splendente fra le stelle, lo trovano che vagisce nella culla. I Magi considerano con grande stupore ciò che vedono nel presepio: il cielo calato sulla terra, la terra elevata fino al cielo, l’uomo in Dio, Dio nell’uomo, e colui che il mondo intero non può contenere  racchiuso in un corpo minuscolo» (Discorsi, 160).
«Ad Jesum per Mariam». Maria è grande non solo perché è madre, ma perché è modello di fede e di sequela. 
Tutta la grandezza dell’uomo sta nell’inginocchiarsi al vero Dio. Umiltà e stupore adorante sono i due atteggiamenti fondamentali della preghiera, espressione e nutrimento della fede: con l’umiltà confessiamo il nostro niente; con l’adorazione ci lasciamo colmare dal tutto di Dio. 
Se si mette Dio al primo posto, tutto va a posto. Il problema è semplice: o adorare Dio ed essere liberi dal mondo, o liberarsi di Dio e obbedire ad ogni proposta che viene dal mondo.
Con i Magi inizia poi quella meravigliosa arte del prosternarsi davanti a ciò che è apparentemente piccolo. Quando chiedevano a Madre Teresa quale fosse il suo segreto, lei rispondeva: «La preghiera e l’adorazione davanti al Santissimo… La pace si fa in ginocchio adorando quel Cristo che, cercato in chiesa, lo incontriamo poi nel più povero dei poveri». I Magi, adorando, entrano così nella logica del farsi prossimo”.
I tre doni possono essere anche simbolo del “tesoro” che i Magi hanno nel cuore. Così l’oro, ricchezza visibile, rappresenta ciò che uno ha; l’incenso, che sale in alto come profumo, raffigura ciò che uno desidera; la mirra, unguento che cura le ferite, simboleggia ciò che uno è. La regalità, la divinità, la mortalità dell’essere umano (le cose, le aspirazioni, le fragilità) vengono poste ai piedi del Dio-Bambino. Qui si compie il cammino!

Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese

Due aspetti vanno sottolineati: l’incontro con Dio non fa evadere dalla storia, dagli impegni della quotidianità e dalle responsabilità cui siamo stati chiamati. L’eternità, cui siamo chiamati, si esprime sempre in un giorno, l’oggi in cui vivere il sì a Dio nella fede e testimoniare agli altri la bellezza del Suo amore mediante la carità. Se l’Infinito si è fatto carne nella vita quotidiana, tutto ciò che è ordinario e abituale acquista una dignità infinita. Per incontrare Dio non è richiesta la fuga dal mondo o di fare esperienze straordinarie: basta cercarlo nelle relazioni, nello studio o nel lavoro, nell’impegno ”normale” di tutti i giorni. Si tratta semplicemente, diceva Madre Teresa, di “fare piccole cose con grande amore”.
L’altro elemento che il racconto ci fa capire è che il ritorno alla vita ordinaria, dopo l’incontro con il Signore, avviene “per un’altra strada”: significa cercare soluzioni nuove a problemi antichi, non conformarsi al “così fan tutti”, essere creativi e alternativi. La Pira affermava che “siamo sul crinale apocalittico della storia: o la distruzione, o la fioritura di un’altra civiltà. Altra scelta non c’è”. L’umanità è oggi ad un bivio: Erode o Gesù?
Ha scritto David Maria Turoldo: «Magi voi siete il segno che Dio mai abbandona chi segue la stella, che Dio è dentro e cammina con noi, e le sue vie non son queste vie!».

Fausto Negri

sabato 5 gennaio 2019

Enzo Bianchi "Meglio ateo che ipocrita"

La Repubblica 3 gennaio 2018
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose


Alcune espressioni forti di papa Francesco nell’udienza generale di ieri hanno suscitato un audace paragone tra “cristiani ipocriti” e “atei”.
In realtà il papa ha insistito soprattutto sull’incoerenza di quanti “vanno in chiesa … e poi vivono odiando gli altri”. È per loro che sarebbe “meglio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo!”. L’accento dell’esortazione papale non cade tanto sul comportamento più o meno retto da parte di chi si professa ateo e sul suo paragone con la coerenza di vita dei credenti, quanto piuttosto sull’intollerabile ipocrisia religiosa di chi “è capace di tessere preghiere atee, senza Dio”. E si comprenda bene ciò che dice il papa: c’è chi prega senza sentirsi davanti a Dio, senza ascoltare Dio, senza essere veramente toccato dalla presenza e dalla voce di Dio.

La condanna dell’ipocrisia, vizio tipico delle persone religiose di ogni tempo, è uno degli ammonimenti più presenti già nei profeti di Israele, mentre nei Vangeli è uno dei tratti più marcati della predicazione di Gesù. Per questo il riprenderla oggi, applicandola ai comportamenti di chi non segue la fede che professa ma l’esteriorità delle apparenze, è semplice attualizzazione dell’insegnamento di Gesù. In quelle “preghiere atee” – espressione inedita ma di rara efficacia – papa Francesco denuncia preghiere, liturgie, gesti religiosi in cui Dio è nominato e invocato ma, in realtà, misconosciuto. E nel chiamare in causa l’ateo coerente con i suoi principi, con la sua coscienza Francesco riconosce che chi si professa ateo e segue la sua coscienza è più retto di chi si dice cristiano ma ha un cuore doppio e viva nell’ipocrisia.

Il duro ammonimento del papa ricorda a tutti, a cominciare proprio da chi si professa cristiano, una dimensione costante della dottrina cattolica: principio ultimo resta la coscienza autentica, provata, confrontata di ciascuno, che è superiore a ogni autorità e ogni legge. Proprio per questo papa Francesco accosta così sovente l’ipocrisia alla corruzione: se altri peccati “chiamano” alla conversione, ipocrisia e corruzione tendono per loro natura a soffocare la coscienza, a farne tacere la voce, a violentarla nella sua dimensione più intima. È allora davvero motivo di “scandalo” l’atteggiarsi a persona di preghiera e poi non amare il prossimo, pretendere di dialogare nella preghiera con il “Dio che non si vede” e disprezzare “il fratello che si vede”. Allora meglio vivere “come ateo”, senza professare la fede cristiana, piuttosto che contraddire con il comportamento ciò che si professa con le labbra.

Il papa ancora una volta confessa che i cristiani cadono in peccato come gli altri, riafferma che le beatitudini proclamate da Gesù non sono moralismo ma buona notizia e rivelazione. Nella catechesi sul “Padre nostro” papa Francesco non ha rivolto alcun invito all’ateismo ma ha espresso ancora una volta una forte condanna dell’ipocrisia di chi usa atteggiamenti e addirittura la preghiera cristiana come simboli da ostentare, come autocelebrazioni identitarie ma resta incoerente con il messaggio del vangelo, nutrendo in sé l’indifferenza se non l’astio per il povero e il sofferente, l’ostilità verso chi è diverso e straniero. Ecco perché questa di papa Francesco è risultata un’esortazione appassionata e convincente per credenti e non credenti, per persone “pensanti” di qualsiasi o nessuna appartenenza religiosa. Papa Francesco ha semplicemente ridetto l’espressione del grande padre della chiesa Ignazio d’Antiochia: “Meglio essere cristiani senza dirlo ed esibirlo piuttosto che proclamarsi cristiani senza esserlo”.

Padre nostro: luogo privilegiato dell’incontro con Dio

Non solo una formula da recitare
La preghiera del «Padre nostro» come luogo privilegiato dell’incontro con Dio

di Antonella Lumini
L'Osservatore Romano del 4 gennaio 2019


Nella prima udienza generale dell’anno, papa Francesco, riprendendo la catechesi sul Padre nostro, si esprime con parole forti, evidentemente nel chiaro intento di dare una scossa alle coscienze. Affermazioni che hanno suscitato una particolare risonanza. Qual è il senso autentico dell’essere cristiani? «Il cristiano non è uno che si impegna ad essere più buono degli altri: sa di essere peccatore come tutti», è colui che sviluppa una relazione filiale con Dio. Il cristianesimo non è una dottrina che si realizza con la volontà, con lo zelo, bensì richiede di maturare la consapevolezza di essere figli di Dio, è questa coscienza che lo rende dirompente, forza di liberazione da ogni falso potere che produce la storia. Dobbiamo chiederci quanto questa coscienza sia acquisita. Essere figli implica quel ribaltamento dei valori che solo la conformazione sostanziale a Dio produce per propria forza dinamica quando trova cedimento, disponibilità di cuore.

Il Padre nostro non è una formula da recitare quasi per abitudine, bensì l’esortazione alla preghiera interiore. Il cristiano è chiamato a sostare davanti al «nuovo Roveto Ardente, alla rivelazione di un Dio che non porta l’enigma di un nome impronunciabile, ma che chiede ai suoi figli di invocarlo con il nome di “Padre”». Questo nuovo Roveto Ardente è la straordinaria teofania che avviene con l’incarnazione, attraverso cui l’insondabile mistero divino si manifesta in un essere umano. Gesù, il Figlio di Dio, portando a manifestazione i tratti della pienezza umana, rivela l’enigma di un nome impronunciabile. Si può qui intravedere un riferimento al Tetragramma, impronunciabili lettere dell’alfabeto ebraico che alludono alla trascendenza, all’indicibile e in alcun modo raffigurabile alterità divina. C’è una distanza invalicabile. Ma già nell’Antico Testamento troviamo il nome rivelato, quello che Dio fa conoscere a Mosé nell’Esodo: «Io sono» (3, 14), nome che Gesù assume per se stesso. Si può dedurre quindi, a posteriori, che il nome rivelato di Dio è l’essere del Figlio. L’incarnazione svela quella relazione filiale intrinseca alla Santissima Trinità che anela a imprimersi nell’umanità.

Maturare la coscienza di figli lo si può fare solo aprendoci a una relazione diretta, familiare con Dio che, nella sua nominazione di Padre, comprende anche aspetti materni, quali la misericordia, la tenerezza, la pazienza. Relazione viva, dinamica e trasformante, che investe tutto l’essere, corpo, anima, spirito, e che più si intensifica, più illumina la coscienza producendo conversione dello sguardo, dilatando la mente verso prospettive che vanno ben oltre ogni logica umana.

Papa Francesco sottolinea come nel Vangelo di Matteo, il Padre nostro sia inserito in un «punto strategico», ossia proprio al centro del Sermone della montagna (6, 9-13). Attraverso le Beatitudini, con cui prende avvio il lungo discorso, Gesù condensa «gli aspetti fondamentali del suo messaggio», rivoluziona ogni precedente visione della realtà. «Beati i poveri, i miti, i misericordiosi, le persone umili di cuore... Questa è la rivoluzione del Vangelo. Dove c’è il Vangelo, c’è rivoluzione». Parole certamente dirompenti, che turbano, scardinano falsi assetti che tentano di rifugiarsi nel quieto vivere di una fede soporifera fatta di abitudinarietà, ma lontana dalla verità che interroga la coscienza e la rende inquieta.

Le Beatitudini esprimono il compimento umano che si rivela nel Figlio di Dio. È Gesù che incarna le beatitudini manifestando così i tratti insondabili del mistero divino. Insondabili, indicibili, proprio perché al di là di ogni possibile immaginazione umana. Acquisire la coscienza di figli richiede una relazione talmente intima con il Figlio da acquisirne la fisionomia, quei connotati altrimenti inverosimili e impossibili da realizzare. Richiede quella comunione con lo Spirito di Gesù che lentamente permetta all’evento dell’incarnazione di ripetersi in noi. La vita dei santi conferma questa potenzialità sedimentatasi attraverso l’umanità di Cristo nella natura umana, ma la santità, in piccola o grande misura, dovrebbe essere connaturata alla vita cristiana. Il Verbo chiede di incarnarsi in ogni donna e in ogni uomo che si apra all’annuncio e si ponga alla sequela di Gesù partecipando attraverso di lui della dinamica trinitaria, ossia della relazione d’amore che unisce il Figlio al Padre. Il battesimo in Spirito santo allude a quel principio di vita nuova che trasforma l’umanità rendendola partecipe di questa comunione filiale. Ma l’efficacia del battesimo è data dalla risposta, non è una formula magica. Ed è su questo che dobbiamo sentirci interrogati. La dinamica salvifica passa attraverso il consenso consapevole, chiede cedimento, abbandono. Il Sermone della montagna, che culmina con la preghiera del Padre nostro, non è dunque un discorso morale, altrimenti impraticabile, bensì un «discorso teologico», un rivelarsi di Dio nell’umanità del Figlio, ossia in un linguaggio idoneo a essere compreso e acquisito. Il credente, partecipando della relazione d’amore con Gesù, attraverso l’intima presenza dello Spirito santo, ripristina l’originaria familiarità con Dio, radice da cui la vita scaturisce e che il Figlio consapevolmente nomina come Padre. Rivoluzione per la coscienza, chiamata a porsi in quella nuova prospettiva il cui fulcro sono appunto le Beatitudini.

La preghiera del Padre nostro diviene dunque la chiave del processo di salvezza educando uomini e donne a sviluppare una relazione diretta con Dio. Lasciandosi «rinnovare dalla sua potenza», vivendo un intimo rapporto di comunione, asse verticale, essi possono «riflettere un raggio della sua bontà per questo mondo assetato di bene», cioè stabilire rapporti di comunione con i fratelli e le sorelle, asse orizzontale. La fede in Cristo non impone un dover essere, anela a un essere, al nome rivelato di Dio, all’essere del Figlio che chiede di venire incarnato: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Galati 2, 20). Oggi c’è un’urgenza, non è più accettabile la distanza fra essere e apparire. Il richiamo del papa a tale proposito è martellante. Non è più tempo di stare in difensiva, ma di smantellare ogni forma di paludamento esteriore e ipocrisia. Chiesa in uscita vuol dire innanzitutto in uscita da se stessa, dalle proprie barriere protettive per aprirsi alle urgenze del mondo, alle immense contraddizioni e sofferenze che l’ingiustizia costantemente produce. «C’è gente che è capace di tessere preghiere atee, senza Dio», c’è chi va sempre in chiesa, ma odia, parla male degli altri. «Questo è uno scandalo! Meglio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo».

Sono parole forti che richiamano alla responsabilità, a una maturità di fede, a una scelta di campo: «Se tu vai in chiesa, vivi come figlio, come fratello e dà una vera testimonianza, non una contro-testimonianza». È un invito esplicito alla chiarezza, alla coerenza. Nessuno è obbligato a essere cristiano, ma chi si apre all’annuncio deve assumerlo consapevolmente attraverso la propria vita. I tempi richiedono autentiche testimonianze, l’esortazione esplicita è dunque all’interiorità e al risveglio delle coscienze: «La preghiera cristiana (...) non ha altro testimone credibile che la propria coscienza, dove si intreccia intensissimo un continuo dialogo con il Padre: “Quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto” (Matteo 6, 6)».

Il Padre nostro spinge al silenzio, alla preghiera interiore, porta nella cella del cuore, nella solitudine. Non è con molte parole che si ottiene la benevolenza divina, anzi è proprio la logica del pregare per ottenere che il vangelo invita a superare. Acquisire la coscienza di figli implica al contrario di vivere una tale intimità con Dio da percepirne stabilmente la paterna/materna vicinanza che aiuta la nostra crescita umana attraverso le prove della vita. Lo stare in quella presenza amorosa permette di non fuggire, ma di aderire in pienezza agli eventi maturando in essi. La fede è tenace affidamento, scaturisce dalla piena fiducia in un amore senza riserve che non viene mai meno, spalanca la prospettiva della vita eterna costantemente elargita con atto d’amore puro dall’origine. Maturare la coscienza di figli, in ultima istanza, vuol dire imparare a stare nella relazione qualunque siano gli eventi, rimanendo aperti a ricevere amore. È necessario dunque liberarci dall’idea della preghiera come dovere, come compito: «Dio non ha bisogno di niente», desidera solo che il suo amore continuamente elargito fluisca, sia accolto per espandersi e trasformare ogni forma di morte in nuova vita.

Il Padre nostro allora «potrebbe essere anche una preghiera silenziosa». Sostare nello sguardo di Dio ricordandosi del suo amore. In conclusione papa Francesco ci dice che pregare è tenere «aperto un canale di comunicazione con Lui per scoprirci sempre suoi figli amatissimi».

giovedì 27 dicembre 2018

Natale: a che punto è il nostro cammino di umanità?”

Agensir 24 dicembre 2018
M. Michela Nicolais

Un Natale "molto più vero di tanti altri". Quella che fratel Michael Davide Semeraro offre al Sir è una lettura controcorrente della Solennità che ci apprestiamo a vivere, in un periodo che il Censis ha definito "incattivito" per l'Italia.
"Il Natale ci spinge a chiederci a che punto è il nostro cammino di umanità", sostiene il monaco, che spiega tre livelli della "compassione", esorta a fare "uno screening delle nostre paure animali" e chiede di "essere intelligenza, in un momento in cui le intelligenze vengono offuscate"


“La situazione attuale è grave, ma non è disperata: la luce del Natale viene proprio a rischiarare le tenebre”. Ne è convinto fratel Michael Davide Semeraro, monaco benedettino, che partendo dagli ultimi dati Censis invita a “recuperare il carattere di avvenimento del Natale, per capire come anche una situazione oscura, buia, incattivita può diventare l’occasione per vivere un vero Natale, come credenti e come uomini”.

Da “rancorosi” a “incattiviti”: così il Censis fotografa gli italiani. Cosa può significare, in questo contesto, prepararsi a vivere il Natale?

Ritrovare il Natale evangelicamente autentico, non prima di tutto dal punto di vista morale e spirituale, ma direi storico. Se prendiamo in mano i Vangeli, soprattutto quello di Luca, ci accorgiamo che quando si racconta la nascita di Gesù si fa riferimento ad un contesto non molto diverso da quello che il Censis fotografa. Si mettono in scena, infatti, tutte le grandi potenze dell’epoca, e lo scenario è abbastanza inquietante. Tiberio, Augusto, Erode, coltivano ciascuno il loro piccolo impero, e i poveri sono costretti a lasciare la loro terra per andare a registrarsi. Gesù nasce a Betlemme e non c’è posto per lui. Letto così, il Natale di quest’anno è molto più vero di tanti altri natali. Per i credenti, può essere l’occasione di chiedersi quanto veramente crediamo nell’incarnazione del Verbo, che non è una chimera, un pensiero, un’idea, ma un fatto, un evento che è accaduto in un contesto straordinario. Il Verbo si fa carne e chiede ai pastori di fargli un po’ di posto.

Il canto degli angeli – “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà” – è per tutti gli uomini e le donne un invito a far sì che questo Bambino da accogliere sproni ciascuno a dare il meglio di sé. Dobbiamo chiederci quanto siamo disposti ad avere un po’ più di compassione: il Natale ci spinge a chiederci a che punto è il nostro cammino di umanità.

Nel rapporto Censis emergono anche i “muri” che gli italiani tendono ad erigere verso chi è diverso da noi, a partire dai migranti. Il Papa, invece, non passa giorno in cui non richiami all’accoglienza.

Il Natale ci obbliga ad avere compassione persino di chi non ha compassione.

Di fatto, la sfida è non solo ad avere compassione di chi ha bisogno di compassione: è già molto, ma il livello di umanità rivelata da Gesù reclama di avere compassione anche di Erode, che per paura di perdere ciò che ha conquistato arriva fino ad uccidere e ad eliminare dei bambini. Avere compassione di chi non ha compassione esige, tuttavia, il non farsi contaminare dalla paura. Nel presepe ci sono i pastori ma anche i Magi: non sono poveri, ma uomini che pur essendo potenti e ricchi non si lasciano contaminare dalla paura dei potenti della terra e usano le loro possibilità per condividere. C’è, infine, un terzo livello di compassione, rappresentato da altre due figure del presepe: il bue e l’asinello, simboli di quell’umanità basica, quasi animale, che condividiamo con tutti gli altri esseri viventi.

Ci ricordano la necessità di fare lo screening delle nostre paure animali, per evitare che un giorno possano giocarci brutti scherzi.

La paura che genera tutte le altre paure è la paura di morire, e la nostra reazione è quella di sopravvivere a tutti i costi. L’ansia di sopravvivenza è l’anticamera di una vita inautentica, non compatibile con un buon livello di umanità. È importante, allora, fare questo screening sull’animalità, per capire quanto tendiamo verso il basso o quanto invece siamo consapevoli che 

vivere non è sopravvivere, ma condividere la vita.

L’Italia, in sintesi, è un Paese “in crisi di futuro”, dove l’incertezza economica, la precarietà, un panorama politico “urlato” e in deficit di ascolto alimentano tensioni e paure. Di quale antidoto c’è più bisogno?
Abbiamo un grande dovere di intelligenza. Nel raccontare il Natale, Luca ci parla dei pastori, Matteo dei Magi. Giovanni, invece, non ci racconta come nasce Gesù, ma scrive un prologo che è una riflessione teologica e metastorica, che è un appello all’intelligenza. Non si chiede, infatti, solo per chi, ma perché il Verbo si è fatto carne: per portarci la luce della grazia, che è l’intelligenza del reale illuminata da una ragione che guarda oltre la paura e i bisogni immediati. Che si fa scrupolo di 

essere intelligenza, in un momento in cui le intelligenze vengono offuscate: non si parla più, si grida.

In un Natale in cui c’è un disturbo di ascolto, l’intelligenza che ci viene richiesta esige il silenzio, la capacità di fare un minuto vero di silenzio interiore per chiederci dove stiamo andando e cosa vedo di fronte a me.

Quando non si è intelligenti, si vede solo il male, e “il male radica dove l’amore non basta”, come scrive Herman Hesse. L’intelligenza, invece, ci spinge a tirare fuori quel poco che abbiamo e a metterlo in comune, senza lasciare che altri pensino al nostro posto. Nel presepe abbiamo i pastori e i Magi, i sapienti che leggono nelle stelle e si mettono in cammino.

Senza intelligenza, le speranze non esistono, o si rivelano speranze che deludono.

Si è appena concluso il Sinodo dei giovani, al termine del quale Papa Francesco ha chiesto a tutta la Chiesa più capacità di ascolto. Sappiamo annunciare loro il messaggio di gioia e di liberazione del Natale?
Il grosso problema di noi adulti è che non guardiamo i giovani come realtà umana, ma ci proiettiamo nei giovani, e così rischiamo di rendere ancora più pesante il fardello della loro paura. Non riusciamo a credere in nuovi cammini. Invece di essere adulti che confidano nella verità dei giovani, proviamo invidia verso di loro e togliamo ai giovani le loro vere possibilità, il loro spazio vitale. Il Natale è anche fare spazio ai giovani, accettare che siano diversi da noi, credere nella loro speranza. Hanno bisogno di un’iniezione di fiducia.

Ora et labora.net: Il mistero del Natale

IL MISTERO DEL NATALE

Estratto da “Libertà dello spirito” di Giovanni Vannucci O.S.M. – Quaderni di ricerca 5 – 1967
Centro Studi Ecumenici Giovanni XXIII, priorato di sant’Egidio - Sotto il Monte - Bergamo


Nella contemplazione del mistero natalizio, come del resto in quella di tutti i misteri della fede, il nostro spirito deve essere ansioso non di raggiungere dei commossi stati d’animo, ma quelle conoscenze offerte a noi per liberare l’atto religioso da ogni accondiscendenza pietistica e devozionale e giungere al compimento, con dignità, del nostro culto liturgico e sacrificale. Il quale non sarà più un’azione in mezzo ad altre attività, ma sarà l’azione che ricompone ogni espressione di vita nella realtà del sacro.
Basta, per convincerci che nella liturgia ci vengono offerte le conoscenze indispensabili perché i nostri giorni terreni abbiano un senso, riflettere che il mistero dell'incarnazione compie la discesa nella carne umana della Parola coeterna e coessenziale di Dio. Se la Parola ha assunto la forma umana, in questa sarà espressa la vastità e la profondità della sapienza di Dio, perché noi uomini legati ai sensi e alla carne apprendiamo le conoscenze che importano veramente. Quindi nei mistero dei figlio di Dio incarnato non solo appare la bontà dell’amore misericordioso di Dio, ma ci vengono date, con realtà di fatti, quelle conoscenze che aiuteranno noi ad avere un comportamento corrispondente all’immensità del dono offerto. Da ciò deriva quell’atteggiamento che abbiamo suggerito, ripetutamente, a chi, in maniera fertile, desidera partecipare allo svolgersi del mistero liturgico nel corso dell’anno sacro, di parteciparvi con attenzione tale che il nostro essere sia occupato dalle conoscenze che il rito, con la sua complessa capacità evocativa, comunica.

Il silenzio della notte santa

La prima messa della festa del Natale è celebrata nella notte profonda: una delle notti che seguono il solstizio invernale che segna la ripresa del cammino dell’astro della luce dopo l’esperienza, fatta dalle creature del nostro emisfero, di notti lunghissime. Nel profondo del silenzio notturno le due nature, l’umana e la divina, l’essere e il non-essere, il Tutto, la Parola di Dio e il nulla, la realtà umana, sono unite in un meraviglioso scambio di vita.
Il silenzio fecondo raggiunto dalla creatura che fa tacere in se stessa tutte le voci dell’esteriorità: sensi, immaginazione, sentimenti, pensieri, rende possibile la nascita del figlio di Dio nell’anima. Il mistero dell’Incarnazione si è compiuto a Betlem, ma non comprenderemmo nulla di Dio se lo limitassimo nel tempo e nello spazio. Osserva come tutto è concorde con divina esattezza: la parola di Dio discende nel seno della Vergine che non conosce uomo, nasce fuori della città dell’uomo, in una grotta, non costruita da mano creata, nell’ora in cui regna il silenzio perfetto per il tacere di voci terrene e per l’assenza di luci sensibili.
Nel tuo cammino religioso il giorno che sarai nel silenzio totale, per la tacitazione delle voci che salgono dai sensi, dai desideri, dai sentimenti ed avrai raggiunto l’oscurità feconda di chi non crede più alle proprie vedute umane e ti sarai portato fuori della città costruita dagli uomini, spinto dalla constatazione dell’inutile operare umano, sarai, come: la grotta di Betlem, nella condizione di accogliere la Parola di Dio che discende da sempre. Quel giorno, in te e per te sarà nato il Salvatore.
Vedi che nella nascita del figlio di Dio ti è indicata la via verso la luce: il silenzio fertile delle creature che aspettano l’irrompere gioioso ed illuminatore della parola di Dio.
Osserva le indicazioni che ti condurranno alla perfetta conoscenza della via seguita dalla Parola di Dio nella sua manifestazione nella notte santa.
Si incarna e nasce da una Vergine che non conosce uomo: « sine semine largitus est nobis suam deitatem ». Nasce nella profonda oscurità di una delle più lunghe notti dell’anno; nel silenzio assoluto; senza conforto umano; in una grotta, opera della natura; lontano dalla città. Nel tuo avvicinamento al mistero dell’Incarnazione devi tener conto di ognuna di queste circostanze, additate dalla liturgia, non per fantasticarci sopra o perderti in dannosi sentimentalismi, ma con quell’attenzione che metti quando, in un paese sconosciuto, consulti la carta per orientarti. Più seguirai queste indicazioni e più ti renderai persuaso che queste sono le uniche concesse, a te e a tutti, per ritrovare la terra riconsacrata dalla discesa del Figlio di Dio. La tua prima cura sia di ritrovare in te la terra verginale, liberandoti da tutte le soprastrutture che vengono dagli uomini; questo lo otterrai quando sentirai te stesso solo come un anelito che ascende verso l’alto, implorando l’unica luce che lo placa. In tale felice condizione sarai quando in te taceranno le Voci della carne e del sangue, della volontà e della ragione; quando non crederai agli ideali puramente umani di conquista e di realizzazione, e capirai che per l’ineffabile incontro è sufficiente un angolo qualunque della terra dove tu ti senta pronto all’offerta fiduciosa alla Parola, come la materia primordiale, nel silenzio e nella tenebra feconda, era in attesa del comando creatore.
Lo spogliamento totale e la libertà luminosa
Non ci è dato di immaginare un distacco maggiore dalle speranze e avidità umane di possesso, di plauso, di conforto, di quello che scopriamo nella nuditàdella grotta. Il figlio di Dio nasce libero da ogni schiavitù derivante da privilegi terreni, e questa sua condizione lo rende il dono di comunicazione offerto daDio a tutti gli esseri, a qualunque condizione appartengano. La nascita da vergine, senza concorso umano, vuol dire anche questo: tutto è incontaminato inCristo. Se fosse nato nella casa di un ricco non sarebbe stato in comunione con chi non ha nulla; se avesse visto la luce nella casupola del povero, il ricco l’avrebbe guardato con diffidenza. La grotta, costruita dalla natura, è di tutti e di nessuno, così il fanciullo che vi nasce è offerto a tutti gli esseri, non è proprietà esclusiva di alcuno. Accogli pensoso le indicazioni di questa nascita: il figlio di Dio non ha privilegi di sorta, è talmente spoglio di qualità vistose che suscitano il plauso umano che nasce ignorato da tutti. Il sacerdozio edotto sul tempo e sul luogo della sua nascita, al momento che questa si compie, l’ignora; il potere civile non ne sa niente; gli abitanti di Betlem chiudono la porta delle loro case alla Madre che sta per partorire. II figlio di Dio ha una cosa che né la carne né ilsangue, né il potere sacro, né quello civile, né il possesso di un nome famoso o di beni terreni potevano dargli: Egli è la Parola di Dio incarnata. Approfondisci ancora: quella notte mille sogni di conquista agitavano la capitale dell’impero; sottilissime questioni di filosofia tenevano sveglie le menti dei pensatori ellenici; discussioni a non finire si facevano a Gerusalemme sul regno di Dio e sul suo messia. Ignorato da tutti nasce il figlio di Dio, e, da quel punto insignificante di spazio e di tempo, l’umanità si dilata verso più vasti orizzonti di coscienza.
Dunque il Figlio di Dio non ha nulla ma è il figlio di Dio.
Ti confesso che tale verità mi fa tremar tutto, vorrei gridare a tutti i miei frati, a tutti i credenti nel mistero dell’Incarnazione: a nulla serve l’avere, il figlio di Dio ci dice che dobbiamo essere, perché la gioia e la pace trovino spazio di danza nel cuore degli uomini, nella terra riconciliata.
Essere ed avere sono i due poli di tutta la storia drammatica dell’umanità e della Chiesa. L’uomo proteso verso l’avere, diventando schiavo delle potenze tenebrose esteriori, profana se stesso e il creato. L’uomo che nel silenzio ricompone in sé l’immagine divina diventa un centro irradiarne di vita e di luce. Ecco il miracolo della notte santa: il fanciullo è il figlio dell’Altissimo e il silenzio è rotto dal canto degli angeli, la tenebra dissipata da luce del cielo, la solitudine abolita dai cuori dei pastori che vengono a portare i loro doni. Tutto è armoniosamente messo in movimento dal fanciullo che è il figlio dell’Altissimo. I banditori, i trafficanti, gli agitatori verranno dopo, ma quando vorremo ricontemplare il fascinoso incanto della notte santa dovremo sempre andare oltre la loro urlante turma;
Non lasciare di pensare su queste indicazioni, finché non ti sarai nutrito del loro midollo.
Se il figlio di Dio avesse avuto dei privilegi, come l’avrebbe potuto accogliere chi ne è privo? Così se avesse avuto possessi terreni, schiere di servi al suo servizio, un nome potente e famoso, non avrebbe avuto la libertà luminosa del figlio di Dio, non sarebbe stato un dono di grazia e di vita per ogni essere.

La grotta
La nascita del figlio di Dio in un’incavatura della superficie terrestre è, come del resto ogni avvenimento della vita del Signore, simbolo di ben più profonda realtà. La Parola incarnata fu reclinata nell’interiorità della terra, e viene a nascere nel profondo di ogni essere umano che appare all’esistenza. Questo ci viene assicurato dal quarto evangelista quando afferma che la Parola incarnata è la luce che illumina ogni uomo che viene a questo mondo (Giovanni 1). Dunque nel nostro profondo non ci sono soltanto istinti selvaggi di libidine e di distruzione, complessi incestuosi e forze tenebrose, ma c’è il Signore Gesù che con la sua pacifica luce placa e indirizza ogni energia al su vero fine.
La redenzione della terra comincia da questa certezza: nel profondo di ogni essere, anche nel più abbietto, c’è Cristo. In me c’è la Parola incarnata, come nell’amico più sincero, come nell’avversario più crudo. Da questa constatazione sorge l’umanità nuova, sorretta dalla rispettosa venerazione di ogni essere, dalla speranza incrollabile che un giorno il cuore di ogni uomo sarà avvolto dal canto degli Angeli e inondato da una luce che non è di questo mondo. E l’incanto della notte santa si ripeterà senza fine: «Io Giuseppe camminavo e non camminavo. Guardai su nell’aria e vidi l’aria colpita da stupore, e guardai alla volta del cielo e la vidi ferma e gli uccelli del cielo immobili. Guardai la terra e vidi un vassoio giacente e degli operai seduti intorno a mangiare e le loro mani erano nel vassoio, e quelli che stavano masticando non masticavano, quelli che prendevano i cibo non lo sollevavano dal vassoio, e quelli che lo stavano portando alla bocca non ce lo portavano, e i visi di ognuno erano rivolti verso l’alto. Ed ecco delle pecore erano spinte innanzi e non avanzavano, il pastore levò la mano per percuoterle e la sua mano rimase per aria. Guardai la corrente del fiume, vidi le bocche dei capretti poggiate sull’acqua e non bevevano. Poi, dopo un istante, le cose furono riprese nel loro corso » (Vangelo di Giacomo).
L’imposizione del nome di Gesù
Usciamo dalla luce della notte santa per riprendere il corso normale della nostra esistenza. La liturgia ci accompagna alla soglia della Chiesa e, nella festa dell’imposizione del nome di Gesù al Salvatore ci dà un suggerimento concreto perché il gaudio natalizio fiorisca pei la salvezza di tutti. Se il Signore Gesù è la presenza santa e luminosa di ogni essere che viene al mondo, il servizio cristiano sarà di comportarsi coerentemente a questa certezza di fede.
Dire il nome di Gesù su ogni creatura, amica o contraria, benefica o malefica, simpatica o no. Dirlo con atteggiamento di umile rispetto, di amore che tutto crede, di venerazione per il mistero racchiuso nel giro di ogni esistenza. La pace della notte santa in tal maniera passa da cuore a cuore, di generazione in generazione, senza conoscere fine. E si traduce in umanissime forme di vita — «è apparsa la benignità e l’umanità del Signore Gesù» — che implicano il rispetto, l’amore fermo e incrollabile, la speranza indefettibile di vedere ogni porzione di terra ribenedetta e riconsacrata dal nome santo di Gesù.
La sorgente del potere e la legge
II giorno dell’andata dei magi a Betlem per compiere atto di venerazione al figlio di Dio, è designato dalla liturgia come il giorno dell’Epifania del Signore, cioè della manifestazione del potere glorioso di Gesù. I tre doni offerti indicano chi è il piccolo venerato, l’oro è l’offerta in onore dei re, l’incenso il dono al sacerdote, la mirra, sostanza fragrante per l’imbalsamazione del corpo della vittima. Tenendo presenti questi tre simboli, comprendiamo la natura di colui il cui mistero in questo giorno ci viene svelato; è il re e la sorgente di ogni potere terreno esercitato secondo il pensiero di Dio; è il sacerdote e la scaturigine del sacerdozio conforme al cuore di Dio; è colui che compie in se stesso l’unico gesto che rende possibile, nella dura era attuale, l’accesso alla verità; il sacrificio di se stessi. Il giorno della nascita il figlio di Dio è apparso in una porzione di terra non profanata da mano d’uomo, lo squallore è stata la condizione necessaria perché potesse comunicare con tutte le creature, in perfetta libertà e immunità da privilegi. Per questo è il re di tutti e la scaturigine e la norma di ogni vero potere sulla terra. Per questo, stando alla rivelazione di Betlem, il potere regale non è la meta di sogni ambiziosi di potenza, non il risultato di abili maneggi delle masse e delle loro oscure bramosie, ma servizio umile e incondizionato, silenzioso e fattivo, dell’uomo che, attraverso la mano sicura del potere terreno, deve raggiungere una più robusta maturità di coscienza, una percezione più chiara di ciò che è vero e di ciò che è transitorio. Nel fanciullo venerato dai magi è già in atto l’insegnamento che un giorno definirà la vera statura del capo: « Il buon pastore dà la vita per il suo gregge, il prezzolato l’abbandona nel momento del pericolo » (Giovanni 10, 11).
Il fanciullo venerato dai magi è anche sacerdote, l’origine e il compimento del vero sacerdozio, la cui missione è di ricongiungere la terra e il cielo attraverso le vie di pace tracciate da Cristo.
 La mancanza di ogni privilegio, la nudità più semplice, la libertà da qualunque potere terreno, anche il più tenue che poteva essere rappresentato dall’aprirsi di una casa per accogliere la Vergine partoriente, sono le ali che fanno volare in alto, nella sua opera mediatrice, il sacerdozio vero.
Anche qui l’essere prevale sull’avere. E da Cristo nasce non una casta sacerdotale, avida di potere e di privilegi terreni, ma un ordine nuovo di creature che in lui ritrovano l’armonia perduta dell’amore e del servizio silenzioso, e fedele, perché ogni uomo dall’umile e spoglia presenza del sacerdote cristiano sia guidato a vedere in se stesso, senza violenza e senza imposizioni, la luce del Signore.
Il fanciullo è anche la vittima più augusta, immolata nell’ora nella quale l’era, cui noi uomini attualmente apparteniamo, raggiungeva il suo punto centrale. La nostra è l’era della forza bruta e della violenza spietata, i suoi sentieri sono segnati dalle vittime che si sono offerte per aprire un varco alla speranza e alla verità nel cuore dell’uomo. L’unica via possibile perché possiamo ritrovare la connessione tra la terra e il cielo, il nostro io chiuso nelle valve dell’egoismo e l’io divino aperto nell’infinito cielo, è il sacrificio. Ed il sacrificio cruento è diadema del re vero, l’infula sacra del sacerdote vero. Questo intuirono i semplici e pensosi cuori dei saggi che dall’Oriente vennero a Betlem, per prestare omaggio a colui che compiva la loro conoscenza e la loro speranza ed era il fiore sbocciato sul terreno della insonne attesa religiosa dell’uomo.