giovedì 2 agosto 2018

Il perdono della Porziuncola, le fonti francescane


Le fonti narrano che una notte dell’anno 1216, san Francesco è immerso nella preghiera presso la Porziuncola, quando improvvisamente dilaga nella chiesina una vivissima luce ed egli vede sopra l’altare il Cristo e la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. 


Essi gli chiedono allora che cosa desideri per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco è immediata: “Ti prego che tutti coloro che, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, ottengano ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. 


“Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande - gli dice il Signore -, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza”.
 


Francesco si presenta subito al pontefice Onorio III che lo ascolta con attenzione e dà la sua approvazione. Alla domanda: “Francesco, per quanti anni vuoi questa indulgenza?”, il santo risponde: “Padre Santo, non domando anni, ma anime”. E felice, il 2 agosto 1216, insieme ai Vescovi dell’Umbria, annuncia al popolo convenuto alla Porziuncola: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!”.

mercoledì 1 agosto 2018

La Stampa. Timothy Radcliffe: “Nella vita moderna ci vorrebbe un’ora di silenzio al giorno”

Ex Maestro Generale dell’Ordine Domenicano

Il frate domenicano Timothy Radcliffe fa parte della comunità dei Blackfriars, a Oxford, ed è stato Maestro Generale dell’Ordine dal 1992 al 2001.  

Perché ha scelto di farsi frate?  
«Ero un ragazzaccio, sempre imboscato a fumare o a cercare il modo di infilarmi in un pub. Non ero per nulla interessato alla religione ma tutti intorno a me dicevano: “Non è vero niente” e per reazione, per curiosità intellettuale ho iniziato a chiedermi: “È vero o no?”, a leggere filosofia e teologia. Sono diventato domenicano perché il motto è “Veritas”. Voglio pensare, voglio studiare, senza barriere o veti. I miei confratelli mi sembravano pieni di vita, e felici. Ho pensato, è la vita che fa per me». 

In che modo la religione aiuta a vivere?  
«Non ho fede perché è utile. Ho fede perché credo sia una bellissima verità e il motivo ultimo per vivere. Credo che tutte le religioni, se non sono distorte, invitino alla vita nel modo più completo e profondo».  

Come mai la gente ha bisogno di religione e non solo di spiritualità?  
«Gli uomini desiderano dare un senso alla loro vita. Sappiamo che l’universo esiste da 13,5 miliardi di anni. Sappiamo che moriremo e un giorno anche la Terra scomparirà. Personalmente vedo nell’amore un segno di questo scopo. Ma il senso della religione è cercare insieme, in una comunità, di trovare un significato al vivere. Non siamo solo individui, siamo anche esseri gregari, per questo abbiamo bisogno di raccoglierci nelle moschee, nelle chiese, nelle sinagoghe». 

Lei pensa che tutte le religioni siano mezzi per raggiungere lo stesso luogo?  
«Sarei lieto di dirlo, ma è oltre la nostra capacità di comprensione. Siamo tutti in cerca di un’unica verità. La vita eterna inizia adesso, quando amiamo qualcuno. Morendo entriamo nel pieno mistero di un amore che già conosciamo. Non è come prendere un treno da Oxford a Londra, non è andare da un’altra parte, inizia qui e adesso». 

La fede si può imparare?  
«Sì e no. C’è chi crede in Dio e chi è ateo ma tutti credono in qualcosa. Nell’amore, nella democrazia. Da lì si può trovare un linguaggio comune».  

In generale viviamo immersi nel dubbio. E dubitare è segno d’intelligenza. L’intelligenza ha a che fare con la fede?   
«Nella tradizione cattolica fede e ragione sono strettamente collegate.Nel XIX secolo fu dichiarato ufficialmente che la fede nella ragione è parte della fede cattolica. La fede può andare oltre la ragione ma mai contro la ragione. Ecco perché la cristianità ha fondato le università di Oxford e Cambridge e Parigi e Bologna e Madrid. La nostra fede dovrebbe essere tanto intelligente quanto noi lo siamo in altri campi. Un premio Nobel dovrebbe avere una fede all’altezza del suo intelletto. San Tommaso d’Aquino, un domenicano, come me, è uno dei maggiori filosofi dell’Occidente. Filosofia significa amore della conoscenza e ogni religione rettamente intesa è anche saggia».
  
Come spiega le tante guerre di religione del passato?  
«Le guerre fanno parte della storia dell’umanità e in guerra si usa ogni mezzo per vincere, tanto il nazionalismo come la religione. Non è corretto dire che c’è la religione all’origine della guerra. Direi piuttosto che gli esseri umani per secoli hanno coltivato la violenza usando la religione per imporla o giustificarla. Il credo religioso faceva così parte della cultura comune che si trattava più che altro di imporre un sistema di vita. C’è stata molta violenza nel nome della fede, ma anche religiosi che a questa violenza si sono opposti».  

Il cristianesimo aspira alla pace interiore?  
«È un punto cruciale. Abbiamo vite complesse, attraversiamo crisi e conflitti e delusioni, la pace interiore è fondamentale. Gesù dice: “Vi do la pace, vi porto la mia pace”. Che è quella che dobbiamo tenere al centro delle nostre vite. Servono postura, respirazione, e silenzio. Il silenzio è molto importante. In Israele abbiamo fondato una comunità, un luogo di pace a metà fra un kibbutz, un villaggio musulmano e un centro cristiano. Accadeva attorno al 1968 quando ero studente. Era una casa del silenzio: tutte e tre le religioni erano riunite lì per osservare il silenzio. Il nostro stile di vita richiederebbe almeno un’ora al giorno di silenzio». 

Come si comunica la fede?  
«Intanto è importante il rapporto con le persone creative. La fede si diffonde attraverso il dialogo con i musicisti, i poeti, gli artisti, i registi. C’è un legame profondo tra religione e pensiero creativo. E poi non va perso il contatto con i più poveri. Dovremmo ricordarci di loro e aiutarli con ospedali, cure mediche e sviluppo. Metà degli ospedali africani sono gestiti dalla chiesa».  

Com’è messo oggi il cattolicesimo?   
«Sono un grande fan di papa Francesco, sta compiendo meraviglie facendo progredire la chiesa in modo più rilassato e meno centralizzato. Certo, incontra resistenza, ma ci sta guidando verso la libertà e la spontaneità, riuscendo a entrare in contatto con ogni comunità». 

Il mondo moderno richiede una religione moderna?  
«Va superata l’idea che il sacro consista innanzitutto nell’obbedire alle regole e associarlo piuttosto alla vita, alle virtù, alla forza interiore. Le vecchie religioni possono diventare nuove. Papa Francesco è solito citare Sant’Ireneo, che parla della novità di Cristo. Le religioni sono in continua evoluzione, dobbiamo pregare per la fratellanza fra le fedi, non fomentare le divisioni»

ALAIN ELKANN 23/07/201

lunedì 30 luglio 2018

“Gesù è nella carne vulnerabile degli scartati”. Il Papa alle CVX

“Cristo è presente negli affamati, gli ignoranti, gli scartati, gli anziani, i malati, i carcerati, e in tutta la carne umana vulnerabile”. Lo ricorda Papa Francesco in un messaggio all’Assemblea mondiale delle Comunità di Vita cristiana (CVX) in corso a Buenos Aires, in Argentina, fino al prossimo martedì 31 luglio. Le Comunità compiono cinquant’anni dalla loro fondazione e Francesco invita i membri a “pregare e riflettere affinché il Signore conceda una maggiore profondità nel vivere il loro carisma”, in modo da essere “un regalo per la Chiesa e per il mondo”. In particolare li mette in guardia dalla “illusione gnostica” che, il Pontefice auspica, “non vi disorienti”. Ed esorta ad “una umile azione di grazia, perché Gesù vi ha dato fiducia al di là delle proprie qualità e virtù”. Questo, sottolinea il Papa, “suppone una chiamata e una responsabilità, ad uscire da voi stessi e andare incontro agli altri, per nutrirli con l’unico pane capace di saziare il cuore umano: l’amore di Cristo”.

“Nel centro della vostra spiritualità ignaziana – aggiunge – c’è la volontà di essere contemplativi nell’azione. Contemplazione e azione, le due dimensioni insieme: perché possiamo entrare nel cuore di Dio solo attraverso le piaghe di Cristo, che è presente in tutti gli affamati, gli ignoranti, gli scartati, gli anziani, i malati, i carcerati, e in tutta la carne umana vulnerabile”.

Francesco indica dunque alle Comunità di Vita cristiana “uno stile fatto di lavoro ma anche di intensa vita spirituale. Bisogna domandarsi continuamente, suggerisce infatti, “cosa faccio per Cristo? Cosa ho fatto per Cristo? Cosa devo fare per Cristo?”.

Nel testo, infine, Bergoglio ringrazia i presenti “per la dedizione e l’amore verso la Chiesa e i fratelli” dimostrati in questi cinquant’anni e conclude con l’incoraggiato a “continuare a rendere presente Cristo nei rispettivi ambienti, dando un significato apostolico in tutte le attività» che si intraprendono”.

sabato 28 luglio 2018

Avvenire: Il caso. Crocifisso, valore che non può dividere



Duemila anni dopo è ancora scontro sul Crocifisso. E sulla croce alla quale fu inchiodato. Esibito in campagne elettorali, espulso (nelle intenzione di alcuni) da aule scolastiche e stanze d’ospedale, evocato in altre Aule per giustificare proclami spesso tutt’altro che cristiani, bestemmiato in manifestazioni di pessimo gusto, imposto senza crederci, il simbolo per eccellenza di riconciliazione e rispetto infuoca ancora oggi il dibattito. Un dibattito viziato spesso dal fatto che, del Crocifisso, i due estremismi in guerra alla fine sanno ben poco e del resto non è Lui a interessare loro, ma la valenza propagandistica che gli attribuiscono. «Usare il Crocifisso come un Big Jim qualunque è blasfemo», ha twittato ieri padre Antonio Spadaro, direttore gesuita di "Civiltà cattolica", «la croce è segno di protesta contro peccato, violenza, ingiustizia e morte – ha ricordato –, non è mai un segno identitario. Grida l’amore al nemico e l’accoglienza incondizionata. È l’abbraccio di Dio senza difese. Giù le mani».

Big Jim, la bambola maschile tutta muscoli e snodabile, adattabile a qualsiasi posizione e circostanza, è immagine cruda quanto drammatica di un Cristo che oggi in croce ci torna tutti i giorni, brandito come arma e usato come alibi per respingere il prossimo. Esattamente sull’uso improprio di quel termine, "identitario", sottolineato da padre Spadaro, fa perno oggi una presunta "difesa" del Crocifisso che in realtà è un’offesa: «Ora in tutti gli edifici un bel crocifisso obbligatorio regalato dal Comune!», aveva trionfato su Facebook nel 2014 il neo sindaco leghista di Padova, Massimo Bitonci, dopo la vittoria elettorale,e ancora nel Padovano nel marzo scorso il sindaco leghista di Brugine, Michele Giraldo, regalava croci alle scuole del paese ma con parole minacciose: «Chi non rispetta determinati simboli deve adeguarsi, se desidera essere un nostro concittadino», e chi ha orecchie per intendere intenda... Volendo gli esempi si sprecano. Così come da parte opposta si sprecano i deliri delle croci violate nelle piazze da certo femminismo (che offende le donne stesse) o dagli eccessi in stile gay pride, o ancora da chi in nome di un frainteso "diritto alla laicità" pretende di esiliare la croce.



A rilanciare la battaglia è ora la Lega, che già il 26 marzo, poco dopo l’insediamento, ha presentato alla Camera una proposta di legge firmata da Barbara Saltamartini e intitolata "Disposizioni concernenti l’esposizione del Crocifisso nelle scuole e negli uffici delle pubbliche amministrazioni". Cinque articoli che sostengono l’obbligo di esporre il simbolo cristiano nelle scuole, nelle università, nelle pubbliche amministrazioni, eccetera, e fissa sanzioni fino a 1.000 euro per chi "rimuove in odio ad esso l’emblema della croce" o lo vilipende o rifiuta di esporlo. Nel testo si spiega il principio secondo il quale un simbolo di per sé religioso debba entrare nei luoghi della laicità: "Emblema di valore universale, è riconosciuto quale elemento essenziale del patrimonio storico dell’Italia, indipendentemente da una specifica confessione religiosa". E "cancellare i simboli della nostra identità, collante indiscusso di una comunità, significa svuotare di significato i princìpi su cui si fonda la nostra società". Così "è fatto obbligo di esporre in luogo elevato e ben visibile l’immagine del Crocifisso", anche nelle Aule dei consigli regionali, provinciali e comunali, nei seggi elettorali, nelle carceri, nelle stazioni e nei porti. Alla base c’è un concetto: "Non si ritiene che l’immagine del Crocifisso possa costituire motivo di costrizione della libertà individuale a manifestare le proprie convinzioni". Insomma, esporre la croce da una parte richiama i valori universali della nostra civiltà, dall’altra non calpesta la libertà di chi ha altri credi o è ateo. 

Decine di norme, sentenze e pareri hanno condotto fin qui. Bisogna andare indietro nel tempo, fino alla nascita dell’Italia, per attingere alle origini del secolare dibattito. L’obbligo di appendere il Crocifisso nelle scuole era previsto in un regio decreto del 1860 del Regno di Piemonte e Sardegna. Toccherà poi al Fascismo adottare misure volte a far rispettare tale obbligo, ma la croce sarà declassata allo stesso rango della bandiera e del ritratto del re. E nel regio decreto 1.297 del 1928 il Crocifisso figura tra gli “arredi” e il “materiale” occorrente nella scuola...


Particolarmente importante, invece, è la sentenza della Corte Costituzionale numero 203 del 1989, secondo la quale il principio di laicità ha sì valore costituzionale, ma non implica indifferenza da parte dello Stato verso le religioni, bensì garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione. Sarà poi il ministero dell’Istruzione nel 2002 a scrivere nella direttiva numero 2.666 che "la presenza del Crocifisso nelle aule non può essere considerata una limitazione della libertà di coscienza garantita dalla Costituzione, in quanto non evoca una specifica confessione, ma costituisce unicamente un’espressione della civiltà e della cultura cristiana, dunque fa parte del patrimonio universale dell’umanità".

Nel 2006 il Consiglio di Stato afferma poi che «l’esposizione obbligatoria della croce nelle aule scolastiche pubbliche» non solo non lede «il principio supremo della laicità dello Stato», ma addirittura evoca «i valori che quello stesso principio racchiude». Insomma, il Crocifisso per la sua alta valenza di rispetto raffigura proprio i valori su cui poggia la stessa laicità dello Stato.

Vien da dire che, sdoganata come "simbolo della nostra identità", "parte integrante delle tradizioni" come fosse un dettaglio folcloristico, slegata quindi da ogni "specifica confessione religiosa" (citazioni dalla proposta di legge Saltamartini), la croce ha ancora diritto di asilo in Italia. Comunque è ben presente nella maggior parte dei Paesi membri dell’Europa, anche quelli che non hanno dedicato al problema una specifica disciplina: solo la Francia, insieme a Macedonia e Georgia, vietano espressamente i simboli religiosi nelle scuole.

Non scordiamo, però, che derive in stile giacobino talvolta emergono anche in Italia, dove ha fatto scuola la famosa causa intentata dalla signora di origini finlandesi Soile Lautsi, che nel 2006 fece ricorso presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo (Cedu) contro la Repubblica Italiana rea di aver esposto la croce nell’aula scolastica dei suoi due bambini, ad Abano Terme, e quindi aver violato la "Convenzione per la salvaguardia delle libertà fondamentali". Nel 2009 in primo grado la Corte le diede ragione, ritenendo che fra i molti significati che il Crocifisso può avere è predominante quello religioso, dunque la sua presenza addirittura turberebbe emotivamente gli alunni di altre religioni o ancor più gli agnostici. Vale la pena soffermarsi su quest’ultima assurdità: la Cedu sostenne nientemeno che la libertà di non-religione non si limita alla mancanza di insegnamenti religiosi ma si estende anche ai simboli che essi esprimono...
Bene fece allora il governo italiano a ricordare come la croce, non a caso raffigurata su molte bandiere europee, rappresenta anche i valori che fondano la democrazia e la civiltà occidentale. Infine nel marzo del 2011, con sentenza definitiva per tutti e 47 gli Stati membri, a Strasburgo la Grande Chambre ha ribaltato la sentenza: l’esposizione del Crocifisso non viola alcun diritto e di conseguenza la scuola pubblica italiana non sta imponendo alcun tipo di indottrinamento religioso.
Difficile dire che futuro avrà la proposta Saltamartini. Certamente il dibattito politico infuria. «Un governo che si rispetti dovrebbe innanzitutto dotare le scuole di insegnanti adeguatamente retribuiti e soprattutto di edifici sicuri», ha twittato Laura Boldrini, rispolverando a dire il vero lacune ascrivibili a decenni di governi precedenti. «Non mi meraviglio, Boldrini preferiva la distribuzione del Corano a scuola», ritwitta il leghista Alessandro Pagano, accusato a sua volta di «montare bufale per inquinare il dibattito politico»...

Lucia Bellaspiga giovedì 26 luglio 2018

mercoledì 25 luglio 2018

Una tentazione vecchia e nuova: defraudare il povero

Quando accumulare ricchezze non basta più, ecco un’altra tentazione antichissima e attuale: quella di defraudare il povero. Nell’episodio biblico della vigna di Nabot, raccontato nel primo libro dei re, il re Acab, perde addirittura il sonno per il rifiuto del suo vicino Nabot di cedergli la sua vigna.

Questa tentazione doveva essere vivissima, ai tempi in cui Sant’Ambrogio, nel IV secolo, riprende l’episodio biblico per denunciare l’ingordigia e l’avarizia dei potenti dell’epoca, soprattutto per il modo in cui negavano la dignità della persona umana e alimentavano un uso insano della ricchezza. «Non sai, o uomo, come collocare le tue ricchezze? – scrive Ambrogio – Se vuoi essere ricco sii povero secondo il mondo, affinché tu sia ricco per Dio».

Acab, sottolinea Ambrogio nella sua rilettura del testo ripubblicato dalle edizioni San Paolo nella collana Vetera sed nova, prima umilia Nabot proponendogli di dargli un’altra vigna, in cambio della sua. In questo modo: “il ricco disprezza come è vile ciò che è suo”, mentre: “ciò che è di un altro lo desidera come bene preziosissimo”. Poi rilancia con un’offerta in denaro: “Colui che desidera richiudere tutto nei suoi possedimenti – scrive Ambrogio – non vuole che sia un altro a possedere”. Nella sua scompostezza Acab rivela il suo progetto: chiede a Nabot di cedere l’eredità dei suoi padri per farne: “un orto di verdure”.

Un episodio che, attualizzato, spinge Ambrogio ad una durissima requisitoria: “Avete maggior desiderio degli avanzi del povero che del vostro profitto”. Un desiderio che spinge Acab a disprezzare il suo stesso pane e sua moglie, Gezabele, ad orchestrare un complotto che trova facilmente volenterosi complici: accusare falsamente Nabot per farlo lapidare e rimuovere così ogni ostacolo alla presa di possesso di quel piccolo fazzoletto di terra. Il digiuno di Acab non è un digiuno buono, non è quello, quello che il Signore chiede all’uomo nel libro di Isaia, ma un terreno oscuro in cui invece del seme buono, germina la zizzania.

Le false accuse, come quelle contro Susanna, sono il frutto avvelenato di quel seme. Questa volta non c’è un Daniele che giunge a smontare le accuse. Nabot muore sotto i colpi delle pietre, ma soprattutto sotto i colpi della cupidigia di Acab, il quale dopo aver manifestato un ipocrita lutto, può finalmente prendere possesso della vigna.

Lo sforzo parenetico, ossia di esortazione e di avvertimento da parte Ambrogio sta nell’invito rivolto ai potenti del suo tempo a non essere come Acab, a tenersi alla larga da Gezabele, ossia dal volto dell’avarizia che apre le porte del cuore ai sentimenti più oscuri.

Ambrogio, invece, chiede misericordia per il povero e l’umile, a cui non solo non si puo’ negare, ma nemmeno procrastinare il dovuto. E non si tratta di elemosina, sostiene Ambrogio, si tratta di giustizia: “Non regali nulla – scrive – restituisci il dovuto” e poi citando Siracide intima: “Rivolgi la tua anima al povero, restituisci il tuo debito e ricambia opere di pace con benevolenza”.

In questo modo si può seguire l’insegnamento di Ambrogio che è quello di essere poveri per il mondo per poter essere ricchi per Dio. Si tratta di una chiamata, oggi più che mai universale e sempre attuale poiché come rifletteva Ambrogio ieri, ma anche per l’oggi “Non nacque un solo Acab, ma, quel che è peggio, ogni giorno Acab nasce e in questo mondo giammai muore. Non solo Nabot fu ucciso. Ogni giorno Nabot è umiliato. Ogni giorno è calpestato”.

Osservatore Domenicano. Autore fr. Giovanni Ruotolo -  21 dicembre 2016 

martedì 24 luglio 2018

Avvenire: Spiritualità. Inquietudine, il sale della fede

Roberto Righetto sabato 21 luglio 2018

Arriva in Italia il saggio della teologa protestante Marion Muller-Colard che, richiamandosi a Ellul, contrasta la tendenza ad “accomodare” lo scandalo del Vangelo

In un intervento del 2014, a proposito del dialogo fra credenti e non credenti, Zygmunt Bauman disse fra l’altro, ricollegandosi alle precedenti parole di papa Francesco ad Assisi: «Un dialogo degno del nome richiede la disponibilità a dialogare con gli avversari; a dialogare non solo con chi è d’accordo con noi e dello stesso avviso su ciò che ci sta a cuore, ma con chi ha idee che ci ripugnano. Non è a queste forme molto comuni di finto dialogo che Francesco guarda». Proprio il Papa ad Assisi aveva invitato a «uscire dal recinto e attraversare la piazza, smetterla di pensare alla distinzione tra noi e gli altri, restando a sedere ai piedi del campanile e lasciando che il mondo vada per la sua strada». Molti hanno storto il naso, e sono comunque rimasti sorpresi, dinanzi al confronto aperto da Bergoglio con personalità del mondo laico che si considerano esplicitamente estranee a una dimensione religiosa. In questo senso Francesco si è mostrato spiazzante ma del tutto in linea col Concilio, prendendo sul serio l’appello circa «il rispetto e l’amore per gli avversari». Persino un mistico come don Divo Barsotti scrisse nel suo diario nel 1973: «Qualche volta è più corroborante per la vita spirituale leggere l’opera di un ateo intelligente che un libro di teologia cristiana. La lettura continua ed esclusiva di libri spirituali può sostituire tutto un mondo di pura immaginazione alla realtà. La parola di un ateo è più potentemente un richiamo all’atto di fede. Le argomentazioni dell’ateo richiamano alla fede più della sicurezza tranquilla del teologo, che sa dirti tutto, su tutto ha da dirti qualcosa». Le frasi di Francesco e di Bauman, che negli ultimi tempi si era stancato di essere considerato solo come il teorico della “società liquida” e ricordava come la nostra società oggi sia più che mai “solida”, cioè tendente ad escludere sempre di più i poveri e gli emarginati, segnano un passo in avanti nel dialogo fra credenti e non, e richiedono uno scatto da parte di una cultura cattolica come quella italiana sempre più ingessata e incapace di profondità. L’aiuto migliore può venirci probabilmente da figure estroverse, che se ne stanno in disparte, che vivono da eremiti. In passato ce l’hanno dimostrato scrittori come Erri De Luca, per venire più vicini a noi Paolo Cognetti, con i loro libri fatti spesso di aforismi, di pagine a margine, di lampi di narrativa che oltre che umana si fa spirituale proprio in forza di un senso di solitudine contrassegnato dalla vita in campagna o in montagna. O un’eremita di città come Antonella Lumini, capace di richiamarci al valore del digiuno e del silenzio. Non come via eccentrica, si badi bene, o come fuga dal mondo, ma proprio per distinguere con un’impronta di radicalità ogni possibile impegno per cambiare la società. Ed è certamente dalla letteratura francese che ci giunge un’aria nuova. Ne avevamo avuto un esempio con Christian Bobin e Alexandre Jollien, entrambi fatti conoscere da noi soprattutto grazie all’editrice Qiqajon, fautori nelle loro opere del primato dell’interiorità, della necessità di una trasformazione umana prima che politica. «Sarebbe l’ora – ha detto Bobin in una recente intervista sulla Croix – di rimettere al centro vitale della nostra società coloro che servono, coloro che rammendano senza fine il tessuto dell’esistenza, coloro che non vivono in base ai budget e alle slide». Senza essere tecnofobi o conservatori, Bobin e Jollien vogliono senza presunzione insegnarci Il mestiere di uomo e tessono l’Elogio della debolezza, come si intitolano due libri dello scrittore-filosofo svizzero che porta i segni dell’handicap. Entrambi non credenti, scrivono libri marcati di vera spiritualità. È il caso pure di Marion Muller-Colard, teologa protestante e agnostica (così ama definirsi), il cui volume L’inquietudine è stato premiato quale miglior libro di spiritualità nel 2017. Ora è pubblicato in Italia dalle edizioni San Paolo (pagine 110, euro 12,00). Ed è un vero inno contro l’ipocrisia di tanti che vivono il cristianesimo come «un alibi, un rianzitutto fugio identitario, un biglietto da visita per il vasto mondo della morale». Come Kierkegaard, questa quarantenne che vive da eremita col marito e i suoi due bambini in una baita sui Vosgi ha in odio la tendenza accomodante a sopprimere lo scandalo del cristianesimo e, nel suo elogio dell’inquietudine, si richiama al pensatore Jacques Ellul, che definiva il Vangelo «sovversivo in ogni direzione». In una società ossessionata dal benessere e da quelli che lei stessa chiama i suoi indicatori, la scrittrice si inerpica con le sue frasi provocanti lungo i sentieri del Vangelo, «una strada d’inquietudine» che non lascia mai l’uomo tranquillo e con la coscienza a posto. Gesù in primo luogo attraversa l’inquietudine e la vive intensamente fino alla fine. Quel Gesù che «cammina e incontra», che si preserva dall’immobilismo, che pone domande che spesso urtano l’interlocutore: «Non si esce mai indenni – dice Marion – dalla prova dell’alterità». Poi si spazia fra varie citazioni, da Céline a Pessoa, da Carrère a Bernanos, un cui brano dal Diario di curato di campagna si pone come suggello di questo libro sull’inquietudine perché suggerisce una via al cristianesimo, quella del paradosso e non della convenienza: «Il buon Dio non ha scritto che dobbiamo essere il miele della terra, ragazzo mio, ma il sale. Ora, il nostro povero mondo somiglia al vecchio padre Giobbe, pieno di piaghe e ulcere, sul suo letamaio. Il sale, sulla carne viva, brucia. Ma le impedisce, anche, di putrefarsi».

Avvenire: Stati Uniti. La teologia della prosperità porta a un «Vangelo diverso»

Antonio Spadaro S.I. e Marcelo Figueroa giovedì 19 luglio 2018

Il testo che segue è un estratto in anteprima di un articolo sulla «Teologia della prosperità» che sarà pubblicato nel prossimo numero di «La Civiltà Cattolica». Esce a distanza di un anno da un altro intervento degli stessi autori – il direttore della rivista, padre Antonio Spadaro, e Marcelo Figueroa, direttore dell’edizione argentina dell’«Osservatore Romano» – dedicato ai legami politici del fondamentalismo (qui il link: tinyurl.com/y9wxp9y7).



«Teologia della prosperità»: questo è il nome più conosciuto e descrittivo di una corrente teologica neo-pentecostale evangelica. Il nucleo di questa «teologia» è la convinzione che Dio vuole che i suoi fedeli abbiano una vita prospera, e cioè che siano ricchi dal punto di vista economico, sani da quello fisico e individualmente felici. Questo tipo di cristianesimo colloca il benessere del credente al centro della preghiera, e fa del suo Creatore colui che realizza i suoi pensieri e i suoi desideri. Il rischio di questa forma di antropocentrismo religioso, che mette al centro l’uomo e il suo benessere, è quello di trasformare Dio in un potere al nostro servizio, la Chiesa in un supermercato della fede, e la religione in un fenomeno utilitaristico ed eminentemente sensazionalistico e pragmatico. Questa immagine di prosperità e benessere, come vedremo più avanti, fa riferimento al cosiddetto American dream, al «sogno americano». Non si identifica con esso, ma con una sua interpretazione riduttiva. In sé questo «sogno» è la visione di una terra e di una società intese come un luogo di opportunità aperte. Storicamente, attraverso diversi secoli, è stata la motivazione che ha spinto molti migranti economici a lasciare la propria terra e a raggiungere gli Stati Uniti per rivendicare un posto in cui il loro lavoro avrebbe prodotto risultati irraggiungibili nel loro «vecchio mondo».

La «teologia della prosperità» prende spunto da questa visione, ma la traduce meccanicamente in termini religiosi, come se l’opulenza e il benessere fossero il vero segno della predilezione divina da «conquistare» magicamente con la fede. Questa «teologia» è stata diffusa - grazie anche a gigantesche campagne mediatiche in tutto il mondo per decenni da movimenti e ministri evangelici, specialmente neo-carismatici. [...]. Se cerchiamo le origini di queste correnti teologiche, le troviamo negli Stati Uniti, dove la maggioranza dei ricercatori della fenomenologia religiosa americana le fanno risalire al pastore newyorchese Esek William Kenyon (1867-1948). Egli sosteneva che attraverso il potere della fede si possono modificare le concrete realtà materiali. Ma la diretta conclusione di questa convinzione è che la fede può condurre alla ricchezza, alla salute e al benessere, mentre la mancanza di fede porta alla povertà, alla malattia e all’infelicità. [...]. Queste dottrine si sono correlate e nutrite in misura consistente anche del positive thinking, il «pensiero positivo», espressione dell’American way of life («modo americano di vivere»). Esse si collegano in questo senso alla «posizione eccezionale» che Alexis de Tocqueville nel suo celebre La democrazia in America (1831) attribuiva agli americani, a tal punto che si possa «ritenere che nessun popolo democratico verrà mai a trovarsi in una posizione simile» alla loro. Tocqueville arriva ad affermare che tale way of life plasma anche la religione degli americani.

A volte sono le stesse autorità americane a certificare questo legame. Nel suo recente discorso sullo stato dell’Unione, del 30 gennaio 2018, il presidente Donald Trump, per descrivere l’identità del Paese, ha affermato: «Insieme, stiamo riscoprendo il 'modo americano di vivere'». E ha proseguito: «In America, sappiamo che la fede e la famiglia, non il governo e la burocrazia, sono il centro della vita americana. Il motto è: 'Confidiamo in Dio' ( In God we trust). E celebriamo le nostre convinzioni, la nostra polizia, i nostri militari e veterani come eroi che meritano il nostro sostegno totale e costante». Nel giro di alcune frasi appaiono dunque Dio, l’esercito e il sogno americano. Ricordiamo pure che la cerimonia d’inaugurazione del mandato presidenziale di Donald Trump includeva preghiere di predicatori del «vangelo della prosperita?» quali Paula White, uno dei suoi consiglieri spirituali. Nell’ottobre 2015 la White ha organizzato, nella Trump Tower, un incontro di telepredicatori legati alla «teologia della prosperità?», che hanno pregato per l’attuale Presidente, imponendo le mani su di lui.

I pilastri del «vangelo della prosperità», come già abbiamo anticipato, sono sostanzialmente due: il benessere economico e la salute. Questa accentuazione è frutto di un’esegesi letteralista di alcuni testi biblici che sono utilizzati all’interno di un’ermeneutica riduzionista. Lo Spirito Santo viene limitato a un potere posto al servizio del benessere individuale. Gesù Cristo ha abbandonato il suo ruolo di Signore per trasformarsi in un debitore di ciascuna delle sue parole. Il Padre è ridotto «a una specie di fattorino cosmico (cosmic bellhop) che si occupa dei bisogni e dei desideri delle sue creature». [...]. Ovviamente, eventi luttuosi o disastri, anche naturali, o tragedie, come quelle dei migranti o altre simili, non forniscono narrative vincenti funzionali a mantenere i fedeli legati al pensiero del «vangelo della prosperità». Questo è il motivo per cui in questi casi si nota una totale mancanza di empatia e di solidarietà da parte degli aderenti. Non c’è compassione per le persone che non sono prospere, perché chiaramente esse non hanno seguito le «regole», e quindi vivono nel fallimento e non sono amate, dunque, da Dio. [...]. In alcune società in cui la meritocrazia è stata fatta coincidere con il livello socio-economico senza che si tenga conto delle enormi differenze di opportunità, questo «vangelo», che mette l’accento sulla fede come «merito» per ascendere nella scala sociale, risulta ingiusto e radicalmente antievangelico.

Questa teologia è chiaramente funzionale ai concetti filosofico-politico-economici di un modello di taglio neoliberista. Una delle conclusioni di alcuni esponenti di questa teologia è di natura geo-politica ed economica, legata al Paese di origine della «teologia della prosperità». Essa conduce alla conclusione che gli Stati Uniti sono cresciuti sotto la benedizione del Dio provvidente del movimento evangelico. Invece, gli abitanti del territorio che va dal Rio Grande verso Sud sono sprofondati nella povertà proprio perché la Chiesa cattolica ha una visione differente, opposta, «esaltando» la povertà. È pure possibile verificare il legame tra queste posizioni e le tentazioni integraliste e fondamentaliste dalle connotazioni politiche. In verità, uno dei gravi problemi che porta con sé la «teologia della prosperità» è il suo effetto perverso sulla gente povera. Infatti, essa non solo esaspera l’individualismo e abbatte il senso di solidarietà, ma spinge le persone ad avere un atteggiamento miracolistico, per cui solamente la fede può procurare la prosperità, e non l’impegno sociale e politico. Quindi il rischio è che i poveri che restano affascinati da questo pseudo vangelo rimangano imbrigliati in un vuoto politico-sociale che consente con facilità ad altre forze di plasmare il loro mondo, rendendoli innocui e senza difese. Il «vangelo della prosperità» non è mai fattore di reale cambiamento, che invece è fondamentale nella visione che è propria della dottrina sociale della Chiesa. [...].

Sin dall’inizio del suo pontificato Francesco ha avuto presente il «vangelo diverso» della «teologia della prosperità» e, criticandolo, ha applicato la classica dottrina sociale della Chiesa. Più volte lo ha richiamato per porne in evidenza i pericoli. La prima volta è avvenuto in Brasile, il 28 luglio 2013. Rivolgendosi ai vescovi del Consiglio Episcopale Latinoamericano, aveva puntato il dito contro il «funzionalismo ecclesiale», che realizza «una sorta di 'teologia della prosperità' nell’aspetto organizzativo della pastorale». Essa finisce per entusiasmarsi per l’efficacia, il successo, il risultato constatabile e le statistiche favorevoli. La Chiesa così tende ad assumere «modalità imprenditoriali» che sono aberranti e allontanano dal mistero della fede. Parlando di nuovo a vescovi, questa volta della Corea, nell’agosto 2014, Francesco ha citato Paolo (1 Cor 11,17) e Giacomo (2,1-7), che rimproverano le Chiese che vivono in modo tale che i poveri non si sentano a casa loro. «Questa è una tentazione della prosperità», ha commentato. [...] I riferimenti alla «teologia della prosperità» sono riconoscibili anche nelle omelie di Francesco a Santa Marta. [...]. Il «vangelo della prosperità» è molto lontano dall’invito di san Paolo che leggiamo nel brano di 2 Cor 8,9-15: «Conoscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (v. 9). Ed è pure molto lontano dalla profezia positiva e luminosa dell’American dream che è stata di ispirazione per molti. La «teologia della prosperità» è lontana dunque dal «sogno missionario» dei pionieri americani, e ancor più dal messaggio di predicatori come Martin Luther King e dal contenuto sociale, inclusivo e rivoluzionario del suo memorabile discorso «Io ho un sogno».