venerdì 15 gennaio 2021

L'Osservatore Romano: Reinhard Marx. Via, verso nuove sponde!

«Fratelli tutti» - Per una lettura dell’enciclica di Papa Francesco




 «Se l’era moderna, così assorta a sviluppare e a progettare l’uguaglianza e la libertà, vuole affrontare bene le sfide che ci aspettano, da ora in avanti deve aggiungervi la fratellanza, con altrettanto slancio e tenacia. La fratellanza darà alla libertà e all’uguaglianza il loro giusto posto nella sinfonia» (p. 11). Pongo questa citazione, tratta dal libro Ritorniamo a sognare (14) di Papa Francesco, che ha risvegliato grande attenzione in tutto il mondo, all’inizio della mia riflessione sull’enciclica Fratelli tutti, presentata a ottobre. Scelgo questo spunto di riflessione perché, tra l’altro, con la pubblicazione ravvicinata di un’enciclica e poi di un libro, Papa Francesco chiarisce la sua posizione in modo convincente anche attraverso il suo agire: egli si rivolge — come dice espressamente anche l’enciclica — a tutti gli uomini, al mondo intero. L’enciclica, e ancor più il libro, raccolgono le prime riflessioni e ulteriori pensieri di Papa Francesco dinanzi alla pandemia da coronavirus, che continua a tenere il mondo col fiato sospeso e che inciderà sulla nostra vita — personale, sociale e come comunità mondiale — anche “dopo-covid”.


In un certo senso, con il suo libro Ritorniamo a sognare Papa Francesco svolge una sorta di lavoro di traduzione dell’enciclica. Sembra quasi che voglia assicurarsi che tutti comprendano veramente che desidera superare dei confini anche nel suo pontificato, invitandoci ad agire come lui nei nostri rispettivi ambiti di responsabilità. Questo tema di base è suggerito già dal primo titolo interno di Fratelli tutti, che è «Senza frontiere» (Fratelli tutti, n. 3).


Come con l’enciclica Laudato si’ Papa Francesco si inserisce chiaramente nella tradizione della dottrina sociale cattolica e si ricollega a san Francesco d’Assisi, soprattutto al suo invito a un amore «che va al di là delle barriere della geografia e dello spazio» (Fratelli tutti, n. 1). In tal senso, un segnale particolarmente forte di Fratelli tutti è sicuramente il suo riallacciarsi all’incontro con il Grande imam Ahmad Al-Tayyeb ad Abu Dhabi nel 2019 e al Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. Con questo riferimento, Papa Francesco sottolinea nuovamente che le religioni non devono servire a dividere e a rafforzare le ideologie, ma essere tutte al servizio dell’unica famiglia umana, e respinge in modo chiaro ogni tentativo fondamentalista di strumentalizzare la religione per i propri fini.


Senz’altro Fratelli tutti può essere letta come somma di quello che è stato finora il pontificato di Papa Francesco, come somma di ciò che egli vuole scrivere nell’album del mondo e anche della Chiesa stessa. Riallacciandosi all’enciclica Caritas in veritate di Papa Benedetto XVI , che a sua volta si ricollega fortemente alla Populorum progressio di Paolo VI , Papa Francesco esorta la Chiesa a essere all’altezza del suo ruolo pubblico e a mettersi «a servizio della promozione dell’uomo e della fraternità universale» (Caritas in veritate, n. 11). Anche Fratelli tutti si inserisce nella lunga tradizione dell’annuncio sociale della Chiesa e porta avanti in modo coerente l’idea dello sviluppo integrale della persona.


Dalle prime voci critiche su Fratelli tutti, si è appreso che la fratellanza sociale non è una categoria classica della dottrina sociale, e che il concetto della solidarietà e della giustizia sociale è sufficiente per quanto viene qui definito, che non ha bisogno di altre nozioni. La solidarietà, come spiega anche il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, è un principio sociale ordinatore e una virtù morale che «assurge al rango di virtù sociale fondamentale poiché si colloca nella dimensione della giustizia, virtù [...] per eccellenza” (n. 193). Come già Caritas in veritate, anche Fratelli tutti rafforza il principio etico sociale della solidarietà che, appunto, non si esaurisce nel fatto di essere una categoria giuridicamente esigibile e, se necessario, socialmente garantita, bensì fondamentalmente formula ed esige benevolenza nei confronti di tutti. La fratellanza sociale riprende una categoria fondamentale filosofica della benevolenza, l’amicizia, così come descritta per esempio anche da Aristotele nell’Etica Nicomachea, come gentilezza con la quale per principio andiamo incontro agli altri con un atteggiamento di amabilità, accettazione e riguardo. In effetti, senza questa amicizia non può esserci una vera comprensione dell’altro, che è una delle basi della buona convivenza tra le persone.


Di fatto, Papa Francesco scrive nell’album del nostro tempo una cosa che ha una valenza universale e atemporale, sulla quale per principio tutte le persone di buona volontà dovrebbero essere d’accordo: «Avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto, tutto questo si riassume nel verbo “dialogare”» (Fratelli tutti, n. 198). Sono molto grato che Papa Francesco con la sua enciclica metta ancora una volta in primo piano questo atteggiamento in apparenza tanto ovvio per trattare con gli altri, ovvero la disponibilità al dialogo, offrendo in tal modo, proprio in un tempo in cui i populismi, i nazionalismi e le ideologie si stanno rafforzando, un orientamento che, appunto, non evidenzia ciò che divide, bensì cerca sempre ciò che unisce, che è in comune. Per questo atteggiamento è però sempre necessario il libero consenso ad accettare e rispettare la diversità di tutte le persone. Secondo me è questo il “buon senso” necessario per superare, o nel migliore dei casi evitare, la divisione all’interno degli Stati e delle società, ma anche a livello mondiale. Di fatto, vedo lo stesso pericolo che vede Papa Francesco in Ritorniamo a sognare: «L’assenza di un dialogo sincero nella nostra cultura pubblica rende sempre più difficile generare un orizzonte condiviso verso il quale inoltrarci tutti insieme» (p. 87).


L’orizzonte condiviso indica la direzione piena di speranza per poter allestire la “casa comune del creato” in modo favorevole e per il bene di tutti gli uomini, a partire da una visione positiva della persona, da un’antropologia radicata nella fede nel Dio Creatore (cfr. Laudato si’, n. 13). Sulla falsariga della Laudato si’, nella sua nuova enciclica Papa Francesco esorta a un cambio di mentalità che deve condurre a una nuova idea di progresso dell’umanità dinanzi alle crisi esistenziali in tutto il mondo. In Ritorniamo a sognare parla addirittura delle «pandemie occulte di questo mondo» (p. 10), come la fame, la violenza e il cambiamento climatico che, nel loro alto potenziale di crisi, dobbiamo superare in modo fraterno e sostenibile come unica famiglia dell’umanità.


La “casa comune del creato” non può quindi essere definita nella modalità della divisione, bensì a partire dall’orientamento al bene comune, che non è inteso solo in modo formale e materiale. Le origini del principio del bene comune risalgono all’antichità greca e continuano a essere molto efficaci anche nella dottrina sociale della Chiesa. Papa Francesco riprende tale principio già nella Laudato si’, correlando a esso i principi sociali di personalità, solidarietà e sussidiarietà, ricomponendo per così dire il caleidoscopio della dottrina sociale della Chiesa a partire dalla Rerum novarum del 1891. La Laudato si’ definisce, come il concilio Vaticano II , il bene comune come «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente» (Gaudium et spes, n. 26).


L’esigenza di fratellanza e di dialogo in Fratelli tutti è però rivolta anche alla Chiesa stessa, che come comunità di persone non è immune dalle tentazioni dell’egoismo e dell’individualismo, dell’abuso di potere, dell’ideologizzazione e del fondamentalismo. La Chiesa non è immune da tutto questo né dalle relazioni intra-ecclesiali né nel suo rapporto con il mondo. Anche nella Chiesa serve il dialogo!


La tentazione della dissoluzione dell’Io, del Sé, è nota anche nella tradizione biblica, come emerge in modo straordinario in Fratelli tutti nella catechesi sulla parabola del buon samaritano. Di quanti passano a distanza dalla persona ferita, Papa Francesco dice: «erano persone religiose [...]: indica che il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace» (Fratelli tutti, n. 74).


Anche le esperienze di abuso e violenza nell’ambito della Chiesa hanno mostrato dolorosamente — soprattutto alle persone colpite — quanto possa essere pericoloso il potere quando coloro che esercitano un ufficio o una responsabilità non conservano la consapevolezza dei limiti del loro potere e se il potere non viene controllato, quando la dignità della persona viene ignorata e lesa. Abbiamo imparato, e dobbiamo continuare a insistere su questo, che serve un nuovo modo di pensare che non sia orientato agli interessi di autoconservazione di alcuni, ma al bene di tutto il popolo di Dio. Per questo occorre la forza per il dialogo.


Un fondamento essenziale di tale atteggiamento rinnovato, che ha radici bibliche, è l’idea della Chiesa sinodale, l’antico principio della sinodalità che Papa Francesco riprende anche nel suo libro Ritorniamo a sognare: «Ho voluto ravvivare questo antico processo non solo per il bene della Chiesa, ma come servizio a un’umanità che è così spesso bloccata da discordie paralizzanti» (p. 93). Tuttavia, per essere credibile in questo servizio all’umanità, e quindi per preparare la strada alla buona novella di Dio, la Chiesa deve, in modo analogo, orientarsi a ciò anche nei suoi rapporti intra-ecclesiali. C’è ancora tanto da fare in questo campo.


Con Fratelli tutti e Ritorniamo a sognare Papa Francesco ancora una volta vuole approfondire e allargare l’orizzonte dell’annuncio e dell’azione della Chiesa: è uno sguardo più acuto per le periferie dell’umanità, dell’essere mondo e dell’essere Chiesa. E forse è anche motivato dal desiderio di condurre i necessari dibattiti all’interno della Chiesa in modo tale da non offuscare lo sguardo su ciò che è importante e significativo per la persona e l’umanità in generale. Alla base c’è la domanda centrale del perché esiste la Chiesa. E la risposta di Papa Francesco è altrettanto centrale e chiara: la Chiesa non esiste per se stessa, ma perché tutti gli uomini abbiano la speranza che emana dall’amore di Dio stesso! Partendo dal centro della fede, ovvero l’Incarnazione, la Croce e la Risurrezione, la Chiesa è strumento dell’unità di tutti gli uomini. È questo che dobbiamo farci scrivere molto chiaramente nell’album da Papa Francesco con Fratelli tutti.


di Reinhard Marx

Cardinale arcivescovo di München und Freising, in Germania

sabato 2 gennaio 2021

L'Osservatore Romano, Un’occasione preziosa per tornare a dire «io», Sergio Massironi

 La luce in fondo al tunnel sorge anche dall’assumere ciascuno il proprio compito



Qualcosa di profondo negli ultimi mesi è cambiato. Andiamo incontro al nuovo anno più consapevoli di quanto ci leghi un comune destino. Investiti da tragedie planetarie, sono molti a riconoscere, o almeno a invocare, la fine dell’autoreferenzialità e l’inizio di un tempo del “noi”. Conviene non gioirne troppo presto: perché si tratti di fraternità, l’essere insieme domanda una silenziosa rivoluzione nell’io. È a questo livello che il cristianesimo non può abbandonare il campo, in una partita che si gioca nel cuore dell’Occidente e che investe il soggetto. Si tratta di non abdicare e piuttosto di andare al fondo della modernità, delle sue istanze più radicali. Avendone rilevati i limiti, non ne va disinnescata l’originalità. Esiste infatti un noi, un prevalere del collettivo, capace di azzerare non solo la libertà, ma anche la giustizia. «Fratelli tutti» è un’espressione di cui va colto il carattere escatologico e paradossale, se vogliamo che il suo contenuto divenga progressivamente realtà. Solo una conversione può infatti modificare il nostro sentire.


Ci sono dei segnali da cogliere in tempo. Sono numeri, dati. «L’anno della paura nera» come il Censis ha definito il 2020, porterà con sé conseguenze gravi e di lungo periodo: di esse impressiona quella che il 54° Rapporto antepone a tutte le altre, «la propensione a rinunciare volontariamente alla solitamente apprezzatissima sovranità personale: il 57,8 per cento degli italiani è disposto a rinunciare alle libertà personali in nome e a tutela della salute collettiva, lasciando al governo le decisioni su quando e come uscire di casa, su cosa è autorizzato e su cosa non lo è, sulle persone che si possono incontrare, sulle limitazioni della mobilità personale; il 38,5 per cento è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico, introducendo limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione, di organizzarsi, di iscriversi a sindacati e associazioni. La paura pervasiva dell’ignoto, osserva ancora il Censis, porta alla dicotomia ultimativa «meglio sudditi che morti». E porta a vite non sovrane, «volontariamente sottomesse al buon Levitano». Si tratta di un’analisi drammatica.


Nella popolazione tra i 18 e i 34 anni le due percentuali salgono rispettivamente al 64,7 e 44,6 per cento. L’Istituto di ricerca evidenzia il nesso tra questo tracollo dell’io e la crescita di un livore collettivo, descritto come una logica “o salute o forca”: richiesta di pene severissime per chi non rispetti le misure di contenimento o abbia mal gestito l’emergenza, del carcere per chi violi la quarantena, di negazione delle cure per gli anziani e per chi non si sia adeguatamente protetto; boom di simpatie per la reintroduzione della pena di morte. «C’è un rimosso in cui pulsano risentimenti antichi e recentissimi di diversa origine, intensità, cause»: così si presenta il collettivo cui urge guardare, per chiederci chi siamo e chi saremo. In che senso e in che modo dire “noi”?


Siamo a un tornante cruciale non solo dello Stato di diritto, ma della stessa missione ecclesiale: l’uno e l’altra sorgono dalla fine della paura, da un soggetto sorpreso dalla coscienza della propria dignità. Luce invece di tenebre. Mai come in quest’ora, esposti a un futuro spogliato di qualsiasi promessa, occorre riconoscere nei Lumi, cioè nella speranza, un punto di non ritorno. E parlare a un io divenuto troppo fragile, stimando coscienza e libertà come il Santo dei Santi, più di quanto non si sia fatto sin qui. L’individualismo — facile bersaglio — è solo una defigurazione: indebolimento, tradimento di quel compito che ciascuno è per sé stesso. Non conviene invocare un’epoca del noi, prima di aver colto che il fondamento della fraternità è una coscienza filiale, libera, singolare, grata, sovrana. Certamente l’Illuminismo ne ha colto l’importanza in modo parziale e astratto. E tuttavia non c’è vangelo se non a rivelare che Dio è lì dove ciascuno può esser presente a sé stesso. La maturità dei singoli fa tremare le istituzioni, mette in forse il potere, rompe la ripetizione, genera forme nuove di legame: può tuttavia sorgere diversamente una vita insieme realmente umana e inclusiva, che abbia il sapore della fraternità? Già nel 2013, la filosofa Roberta De Monticelli rilevava: «La nostra questione diventa quella dei nessi fra rinnovamento civile di una società e rinnovamento morale di ciascuno, fra la speranza civile e la speranza che ci tiene in vita come persone, o che ci manca, invece, e ci fa mancare di vita. Abbiamo bisogno di sentire che le nostre vite, e soprattutto quelle dei nostri figli, valgano la pena che costano, cioè abbiano senso».


Dopo il 2020, va presa di petto la rassegnazione che ci incupisce e percepito il rilievo collettivo della speranza. La consistenza dell’io, la sua resilienza, la lucidità della coscienza appaiono ormai questioni di valore politico, la cui sacralità non giustifica più una marginalizzazione del soggettivo nel campo delle opinioni. Prospettive forti di prima persona sono indispensabili a vincere il grigiore in cui il mondo si appiattisce e appare privo di valore: tutto annoia o disgusta, «sono tutti uguali», in-differenti. La comunione dei santi, nella fede cristiana, è la forma di un collettivo in cui il noi ha scongiurato quella banalità che — il secolo passato ce lo insegna — non genera altra banalità, ma il male più cieco. Il segreto della comunione dei santi sta nell’intreccio tra l’unicità compiuta di ciascuno, l’irripetibilità di ogni momento, il carattere escatologico del suo realizzarsi. È veramente un altro mondo che già agisce sul nostro, uno squarcio che dissolve la ciclicità del tempo, quanto ogni ingenua idea di progresso. Esposti all’incertezza — dopo un anno in cui non si è parlato che di malattia, di pericolo, di morti — la speranza collettiva sorge là dove dai numeri si passi ai volti e sia confessata l’insostituibilità di ciascuno. Il suo opposto, la disperazione, può assumere persino la forma liturgica con cui la distribuzione delle prime dosi di vaccino è stata celebrata nei giorni scorsi sui media: tonalità estranee a ogni ragionevole idea di scienza e di cura. Ci prende spesso, davanti allo schermo, la sensazione di un vuoto, quasi mancassero le cose di cui parlare, la capacità di vederle, di apprezzarle, di interrogarsi. Tutto allora diviene enfatico, ripetuto, gridato. Non c’è complessità, non c’è chiamata in causa, nulla da interpretare. La luce in fondo al tunnel è fatta sì di ricerca, di successi medici e talvolta persino politici, ma sorge essenzialmente dall’assunzione ciascuno del proprio compito. Questo deve dirci la morte: che la vita è nostra, è adesso, è chiamata. Occorre esserci, non abdicare, avvertire — mentre si è nel guado — di dovere a tutti la propria parola, la propria presenza. Il contrario è assistere dal proprio divano all’ineluttabile, invocando il Levitano, quel noi impersonale che solleva dal risponder di sé. La morte — se non rimossa — espone a un’esperienza inaggirabile di solitudine e introduce un ordine di valori e criteri di giudizio che costituiscono il più dinamico appello. La gravità di quell’ora — da guardare negli occhi — risveglia e motiva, non paralizza come il non senso, l’impotenza, lo star male. Chi farà circolare questa buona notizia, da tutti comprensibile? «Il tempo del sentire è tempo di crescita» ha scritto ancora De Monticelli. Ma ogni crescita è lenta. Una persona cresce in quanto cresce la sua consapevolezza. Il sentire non è legato all’azione né allo scopo, ma per questo chiede sosta, riempie il tempo vissuto e tipicamente acquieta, ci fa silenti. In questo sostare, in questa quiete, senza che ci sia volontaria introspezione, cresce anche il senso di sé, di ciò che più conta, di ciò che ci definisce. Cresce o entra in crisi, che è un altro modo in cui si matura. Per questo Agostino scrisse quella frase tanto nota e tanto fraintesa: In te ipsum rede – in interiore homine habitat veritas. Da chi è erede di una simile tradizione e testimone della sua fecondità, può venire nel nuovo anno un contributo essenziale, che superi i confini confessionali e investa la qualità della vita, approfondendo la nozione di salute, cioè di salvezza. Nulla è infatti disumano e impersonale come il balletto dei numeri, la conta dei morti, la statistica dei contagi che il 2020 ci ha tentato di considerare normalità. Fraterno è un mondo in cui io esista e — quando non sarò più — non sia anonimamente passato.


30/12/2020

di Sergio Massironi

sabato 28 novembre 2020

Guardare nella verità fa scorgere profeti, di Antonella Lumini

 27 novembre 2020


Guardare la realtà in faccia e vederne le derive pericolose, non vuol dire essere catastrofisti, ma sentirsi parte attiva della grandiosa opera spirituale in atto. Con Cristo iniziano i tempi escatologici, si accelera il corso della storia. L’era dello Spirito allude proprio allo smantellamento di ogni oscurità che impedisce l’emersione della verità. E la verità per essere accolta chiede misericordia, espansione dell’amore e lo Spirito è amore. Questo processo va di pari passo con l’espandersi delle forze che si oppongono alla verità, le forze dell’Anticristo. Tutte le resistenze a Cristo e alla sua opera di luce che costituiscono lo spirito del mondo e sono radicate in ognuno di noi, combattendo Cristo, divengono sempre più intelligenti fino ad illudersi di avere il dominio della realtà. Ci sono però limiti che non possono essere oltrepassati. Quando si attentano entra in atto un dispositivo di salvaguardia capace di frenare tendenze irreversibili. Eventi come le epidemie possono leggersi spiritualmente come risposte salvifiche a pericolosi processi autodistruttivi, hanno funzione catartica tesa a salvaguardare l’umanità da se stessa. Non vanno certo letti come punizioni divine, sarebbe ancora un modo infantile di percepire il rapporto a Dio, bensì come avvenimenti che scuotono e spingono ad assumere la responsabilità delle azioni e del peso che grava sulla storia. Quando il senso di autosufficienza fa dilagare egoismo, sopraffazione, ingiustizia, violenza, il pericolo di annientamento è grande. Fatta questa premessa, nella pandemia in corso non possiamo non vedere un segno che invita al cambiamento. Il malessere diffuso, suscitando paura, rabbia, rischia di degenerare in lotta di tutti contro tutti. I nemici non sono i governanti che chiudono, i medici che allertano, il nemico è il dilagare di questo virus invisibile che però forse vuole dirci qualcosa. Imponendo nuove limitazioni, isolando fra loro le persone, frenando il ritmo, offre le condizioni propizie per pause di silenzio, per guardare dentro se stessi, fa tracimare il disagio profondo che abita l’anima umana.


Nessuno, a parte Papa Francesco ha il coraggio di dire che è venuto il momento di rivedere uno stile di vita, certi usi e costumi che, non solo, vanno limitati data la situazione, ma proprio ripensati, messi in discussione rimodulando insieme le attività economiche. Questo virus forse vuole dirci che il nostro modello di società è da ripensare. Che l’eccessivo consumismo, la sregolatezza nei ritmi, lo sradicamento dalla natura, hanno raggiunto il culmine. E qui sorge il vero problema. Quanto siamo disposti a metterci in discussione, ad accettare consapevolmente certe rinunce?


Prevale la tendenza verso eccessi sfrenati mossi da un ego inappagato e rivelatore di grande sofferenza interiore. L’incubo che stiamo vivendo sta mettendo a nudo un processo autodistruttivo di cui siamo ancora troppo poco consapevoli. Invitare al cambiamento sarebbe impopolare per le forze politiche, solo il risveglio delle coscienze può maturare quanto è ancora in gestazione. Guardare nella verità fa sorgere profeti: «Ascoltino o non ascoltino (...) sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro » (Ez 2, 4-5). Il profeta mantiene viva la connessione con l’ordine divino, vede nella verità, parla il Verbo, l’atto creativo. Ascolta e lascia che la parola divenga in lui azione creatrice. C’è un ordine perfetto che governa gli universi, pervade la nostra vita, una geometria archetipica che garantisce il riprodursi della misura perfetta che genera amore. Ogni creatura vi è connaturata, ma nell’umanità tale vincolo di appartenenza è messo in discussione dalla volontà individuale e collettiva che può contraddirlo e lo può fare proprio in quanto l’essere umano è chiamato a uscire dall’innocenza per intraprendere un cammino di consapevolezza. Ci sono crisi, come quella che stiamo vivendo, che favoriscono questa messa a nudo della verità, rimandano a scenari apocalittici, a quello svelamento catartico che purifica la storia. Normalmente siamo come assuefatti a una falsa coscienza che ci permette di restare nell’inganno. C’è una verità celata che rimane nascosta grazie alla tenuta di quel meccanismo di rimozione funzionale alla salvaguardia dello status quo. In passaggi come questo, in cui c’è meno difesa, lo stato di malessere interiore emerge. Aumentano depressioni, ansia, panico collettivo, insofferenza. Ma qual è la verità celata che la falsa coscienza tiene nell’oscurità? È il tradimento verso la vita e il suo ordine perfetto che è la memoria di Dio incisa a fuoco nell’intimo. Questa verità procura un dolore insopportabile che per essere vissuto richiede di incontrare la misericordia divina, di aprirsi ad un amore che non giudica, che ama senza riserve. Gustare di questo amore salvifico diviene il cardine che sostiene e permette di traghettare il tempo della prova. «Per il dilagare dell’iniquità si raffredderà l’amore di molti» (Mt 24, 12). Come le vestali custodivano il sacro fuoco, urge divenire custodi della fiamma dello Spirito nel cuore. L’iniquità del nostro tempo è il senso di autosufficienza, il delirio di onnipotenza che spegne nell’anima la memoria dell’amore, la fiamma dello Spirito e conduce su baratri di un’impotenza senza via d’uscita. Onnipotenza e impotenza costituiscono le polarità del gioco perverso che uccide in noi l’amore, ci sono però limiti che non possono essere oltrepassati. Le forze creatrici entrano in campo e frenano con rigore assoluto. L’ira divina è questo rigore posto a salvaguardia di un ordine che la volontà umana non può mettere a rischio. Quando ci prova si autodistrugge perché sbatte contro mura impenetrabili che respingono indietro. Il delirio di onnipotenza si basa su un inganno di prospettiva, la prospettiva del serpente antico che diviene il dragone dell’Apocalisse: trasformare l’io in Dio. La chiave che dà la svolta è invece l’io che rinnega se stesso. L’inganno che dà forza all’io che si fa Dio si dissolve attraversando quello smarrimento che chiede la resa. «Vi sarà allora una tribolazione grande. Se quei giorni non fossero abbreviati nessuno si salverebbe, ma grazie agli eletti, quei giorni saranno abbreviati» (Mt 24, 21-22). Eletti, cioè amati, sono coloro che rispondono all’amore lasciandosi amare. Divenendo capaci di amore, divengono strumenti del processo che purifica la storia. Non possiamo continuare a nasconderci quando sofferenza e morte si fanno così vicine. Possiamo subire la verità, oppure accoglierla come profeti, accettando di lasciare operare il Verbo in noi, incarnandolo, divenendo strumenti della sua opera. L’azione creatrice scaturisce dalla contemplazione, è conforme alla misura dell’amore impressa a fuoco come sigillo di appartenenza. I tempi urgono: «Quando vedrete tutte queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte» (Mt, 24, 33). Egli è sempre vicino, siamo noi ad essere lontani perché distratti, accecati, ma nei tempi catartici, in cui la verità si rivela, la memoria si risveglia, la presenza si fa sentire.


di Antonella Lumini

lunedì 9 novembre 2020

Vita Pastorale - Dove va la chiesa -di Enzo Bianchi

Nelle nostre ultime riflessioni mensili su queste colonne abbiamo meditato sulla crisi che il cristianesimo attraversa in Occidente, abbiamo rilevato con grande preoccupazione il venir meno della forza propulsiva del messaggio cristiano e abbiamo delineato l'esclusione sempre più attestata della presenza cristiana nella nostra società dell'indifferenza. 


Accanto a queste letture ansiose della "crisi" vi è però la ricerca del "cosa fare" e la sollecitudine per il Vangelo da parte di quanti ancora aderiscono a esso come al fondamento del loro vivere e del loro operare. Occorre riconoscerlo con onestà: abbiamo alle spalle decenni che non sono affatto un deserto. Dal Concilio in poi, infatti, le Chiese hanno faticato, lavorato per l'evangelizzazione e lo sviluppo adulto della fede cristiana; bisogna ammettere che, pur in mezzo a contraddizioni, ritardi, a volte vere e proprie regressioni, non si è restati inoperosi né tanto meno ci si è comportati da nemici del Vangelo. 


Tuttavia i frutti sono pochi, dobbiamo constatare una sterilità della vita ecclesiale che ci ha portati a una situazione ormai di diaspora, più che di minoranza. Le primavere che abbiamo sperato e visto arrivare sono state presto arrestate da gelate repentine e oggi nella Chiesa si respira un clima spesso stanco, senza dinamica e a volte avvelenato da contese, divisioni, esclusioni, calunnie e guerre fratricide. Ritorna sempre d'attualità l'invocazione che la Bibbia ci fa elevare al Signore: «Convertici e noi ci convertiremo!», così come risuona l'interrogativo: che fare? All'ordine del giorno vi sono molti temi che richiedono urgenti soluzioni perché vi sia un futuro per la Chiesa: la sinodalità, la presenza della donna nelle Chiese, il ministero ordinato e altri ministeri, il loro rapporto con il sacerdozio del popolo di Dio, la liturgia e la sua ritualità... Tutti temi strettamente connessi tra loro, che non possono trovare una soluzione senza una riforma spirituale e della forma vitae ecclesiale. 


Vorrei dunque mettere in rilievo semplicemente tre istanze preliminari affinché si possano poi percorrere strade e itinerari di riforma. Vorrei cioè rispondere alla domanda: che fare?, formulata oggi da una semplice comunità, da un gruppo ecclesiale, da una parrocchia, cercando in tal modo di immaginare la Chiesa. 


Potrà sembrare scontato, ma la prima istanza è quella di essere una Chiesa dell'ascolto. Non si dimentichi che il momento originario e generativo della comunità cristiana è, per l'appunto, l'ascolto: ascolto della parola di Dio contenuta nelle Sacre Scritture e proclamata nella potenza dello Spirito Santo; ascolto di ciò che lo Spirito dice alle Chiese qui e ora; ascolto reciproco tra fratelli e sorelle che formano una medesima assemblea chiamata a diventare un solo corpo, il corpo di Cristo. L'ascolto è decisivo, ma in realtà oggi è ciò che più manca nella vita del mondo e nella stessa vita della Chiesa. Solo l'ascolto può restituire centralità ed egemonia al Vangelo nella vita dei credenti e delle comunità cristiane: è così che il Vangelo diventa la notizia buona e bella capace di far ardere il cuore, intrigare, chiamare, destare fede-fiducia in chi lo ascolta. Solo una Chiesa dell'ascolto riceve la linfa vitale dal suo Signore e vive della comunione con lui. Ma l'ascolto della parola di Dio spinge e abilita necessariamente all'ascolto degli altri, fratelli e sorelle, che sono la Chiesa: ascolto reciproco, in cui ciascuno ha qualcosa da imparare, dal semplice battezzato, al vescovo, al papa. Ascolto dunque anche del mondo, dell'umanità di cui facciamo parte e in mezzo alla quale siamo posti. Se vi è questo ascolto, allora è possibile percorrere le vie della fraternità e della sororità senza confini e con orizzonti universali, imparando la grammatica del camminare insieme, della sinodalità. 


E attenzione: parlare di "sinodalità" nella vita ecclesiale non significa innanzitutto rimandare a un'istituzione, ma a un modo peculiare di vivere da parte della Chiesa. Solo una Chiesa che sa ascoltare saprà essere sinodale, altrimenti sarà unicamente caratterizzata da qualche organo burocratico in più. La seconda istanza riguarda una qualità ecclesiale che non emerge a sufficienza, neanche in una Chiesa come quella odierna che spende tante energie e dà grande testimonianza nell'accoglienza degli stranieri. È l'istanza di una Chiesa ospitale non solo nel mettere in atto azioni di carità ma nella pratica dell'accoglienza quotidiana nella vita ecclesiale e nella liturgia. 


Al riguardo occorre una conversione: la Chiesa non deve solo dare ospitalità ma cercare e chiedere ospitalità, offrendo la sua presenza gratuita come un dono in mezzo agli uomini e alle donne non cristiani, in mezzo a questo mondo indifferente. Le nostre comunità, peraltro attive nella carità, restano ancora troppo delimitate e chiuse, comunità di cattolici praticanti con tentazioni esclusiviste. 


Occorre invece aprire i nostri spazi, allargare le nostre tende e invitare tutti a venire, per poterci dire fratelli e sorelle insieme, per offrirci reciprocamente la presenza senza strategie di conversione e tantomeno di crescita della comunità cristiana: ecco dunque una "Chiesa che si fa conversazione" (Paolo VI), che cammina con gli umani, che è sollecita alla vita bella e buona degli uomini e delle donne, per custodire insieme questa nostra terra. Che meraviglia, che stupore e che fraternità si riescono a vivere in quelle parrocchie nelle quali, dopo la liturgia eucaristica, sul sagrato della chiesa o in qualche sala attigua ci si incontra, ci si saluta, ci si guarda negli occhi. Sì, la chiesa è chiamata a diventare comunità ospitale in un mondo sempre meno ospitale. Proprio ciò che non è più praticato dagli altri, ed è però umanissimo, deve essere recuperato dai cristiani. 


Infine la terza istanza — e non si pensi che lo sia in ordine di importanza — è la dimensione ecumenica. Con l'inizio del ministero di Francesco abbiamo registrato con gioia una serie di gesti ecumenici e di parole profetiche che parevano una promessa di passi verso l'unità. Ma ora tutto è fermo e l'ecumenismo sembra non attrarre più l'attenzione delle Chiese, che accettano supinamente quest'ora di gravi tensioni tra di loro e di paralisi del dialogo. Va però detto con chiarezza: senza l'unità dei credenti in Cristo non solo permane lo scandalo della divisione, ma le logiche della tribù e del confessionalismo impediscono lo scambio e l'aiuto reciproco in vista di una riforma, inibiscono il confronto che vive della diversità riconosciuta e riconciliata. 


L'unità non la troveremo al termine di dialoghi dottrinali lenti e sfiancanti, ma grazie a incontri e ad azioni intraprese insieme. Il divieto di ospitalità eucaristica, finora sempre confermato, aumenta la diffidenza degli uni verso gli altri, e così ogni Chiesa fa il suo cammino come se le altre non esistessero. Ma questo è disastroso, oltre che antievangelico! Siamo in diaspora, siamo minoranza all'interno di una marea di indifferenti, eppure il Vangelo non ha perso la sua potenza: siamo noi che, seppellendolo di cenere, gli impediamo di ardere come fuoco portato da Gesù sulla terra.

giovedì 15 ottobre 2020

Come se non: Difficile fraternità: la tensione tra evidenza e autorità in “Fratelli tutti” di Andrea Grillo

 

“Mi rifiuto di ammettere la fine dell’uomo”: così W. Faulkner nel 1949, all’atto della consegna del premio Nobel. La frase è stata ripresa nel 1982, da Gabriel Garcia Marquez, di nuovo a Stoccolma, quando è toccato a lui di ricevere il premio. Anche “Fratelli tutti” (=FT), la grande enciclica sulla fratellanza, scaturisce dalla urgenza di una grande risposta al “dramma del nostro tempo”. Che è dramma ambientale, certo, ma dramma dell’”antropocene”, della dignità dell’umano, allo stesso tempo esaltato e cancellato, reso supersignore e insieme superservo. Un papa che viene dall’america latina, proprio come Gabo, ha portato a Roma una lingua e un pensiero segnato dai “cent’anni di solitudine” dei popoli del sud del mondo, che hanno una domanda diversa di fraternità, proprio perchè vedono meglio le carenze della libertà e della uguaglianza, quando siano lasciate a se stesse.

Così la fraternità appare, inesorabilmente, come “la” questione. E non si capirebbe il testo di “Fratelli tutti” – come dimostrano di fraintenderlo non pochi interpreti – se lo si astraesse non solo dal “contesto” da cui scaturisce, ma anche dalla “domanda nuova” che papa Francesco allo stesso tempo assume e pone. Come primo papa “figlio del Concilio”, Francesco sta “oltre” e “fuori” rispetto alle impostazioni vecchie e asfittiche della questione “fraterna”. E il rimprovero, che alcuni gli muovono con rozzezza, di aver “abbandonato il terreno sicuro della dottrina sociale”, di aver “parlato rinunciando alla identità”, dimentica che fraternità, con libertà ed eguaglianza, sono parole che da 200 anni hanno cambiato significato, anche nella dottrina ecclesiale. Proviamo a percorrere rapidamente i punti salienti di questa “nuova accezione”.

Fraternità dal basso e dall’alto

La teoria che sta al centro di FT cerca una raffinata mediazione tra due poli opposti che oggi vanno per la maggiore: da un lato l’idea che la fratellanza consista in una “evidenza dell’umano universale” e dall’altra che la fratellanza sia garantita solo dalla “autorità di una tradizione determinata”. E non di rado i credenti, i cattolici, i pastori, e anche i teologi, sono tentati di identificarsi semplicemente con il secondo corno della alternativa: e pongono la fraternità recisamente come risultato di una autorità. FT non segue questa via. Piuttosto cerca una mediazione, sapienziale, tra questi opposti. Perché sa bene che tanto la via della evidenza, quanto la via della autorità facilmente conoscono lo scacco. La fraternità si manifesta come disastrosa sia nel racconto biblico, sia nel mito  civile: Caino e Abele, da una parte, e Romolo e Remo, dall’altra, sono un ammonimento tremendo: le forme di evidenza “genetica”, “tradizionale”, “sociale” della fratellanza non sono davvero consistenti. Anzi,, proprio ponendosi come “parziali”, i fratelli diventano principio di guerra piuttosto che di pace. Senza vocazione – sia essa religiosa o civile, ispirata o pensata – la fratellanza può diventare un disvalore: non solo gli assassini tra fratelli, ma anche gli eccessi di favori ai fratelli sanno violentare la comunione. Tuttavia, parlare di “vocazione alla fratellanza” significa superarne la pretesa evidenza e affidarla ad autorità come la parola, la legge, la famiglia, la generazione, la educazione. E l’atto di mediare tra determinazione particolare della fraternità e esperienza universale della fratellanza sta al cuore del lavoro culturale e anche del lavoro teologico. Vi è qui una sfida per il pensiero da assumere in toto. Se facciamo della teologia semplicemente la nemica delle evidenze moderne, la sfiguriamo irrimediabilmente. Anzi, proprio la teologia cattolica dovrebbe essere la più interessata a cogliere la universalità del tema.

Il rapporto complesso con libertà ed eguaglianza

Questo primo punto si completa in un secondo: non solo nel “motto” della rivoluzione francese, ma nella esperienza che da quel motto è discesa nella nostra vita quotidiana, la libertà e la eguaglianza non garantiscono la fraternità. Se la libertà non è fraterna (ossia in qualche modo originariamente relazionata) e se la eguaglianza non è fraterna (ossia in qualche modo strutturalmente differenziata) entrambe perdono se stesse. Così scopriamo, oggi, con molta maggiore lucidità di 100 o 50 anni fa, che la inevidenza della fraternità corrisponde alla inevidenza della libertà e della uguaglianza. Potremmo dire che il discorso franco e diretto con cui FT mette a nudo la pretesa di “immediatezza” con cui ci poniamo di fronte alla libertà e alla uguaglianza non solo recupera il “ruolo della fraternità”, ma disinserisce la “arancia meccanica” con cui abbiamo troppo semplificato la nostra esperienza civile. La semplificazione è una novità politica tardo-moderna che appare utile, ma che distorce lo sguardo. Non è la “apologetica dell’ancien régime” a parlare qui, bensì una più esigente “fenomenologia dell’umano”. E’ la città come tale a meditare su di sé. A tale sguardo corretto appare che:

a) La libertà di ogni soggetto e la sua dignità, che dobbiamo poter pensare astrattamente come un inizio autorevole, in concreto è sempre anche compito e dono. Una libertà assoluta posta alla origine non è solo “affermazione della dignità dell’umano”, ma anche “corruzione del lupo”. L’animale è all’inizio di sé, mentre l’uomo è “un” inizio posto da altri e aperto ad altro da sé.

b) La uguaglianza tra tutti i soggetti, che deve essere custodita e promossa, se non è attraversata dalla “passione per la differenza”, dall’ascolto della diversità, diventa omogeneità, uniformazione, omologazione, appiattimento, perdita di sé.

c) La fraternità come “relazione di comunione radicale tra diversi” è così condizione di libertà iniziata e di eguaglianza dei diversi. Ma per questo deve allo stesso tempo essere determinata in concreto e affermata come un universale. E qui le categorie scricchiolano e le pratiche sono messe alla corda.

L’ombra lunga della paternità e della figliolanza

Ognuno dei punti che ho toccato qui fuggevolmente corrisponde ad una “linea di resistenza” del discorso ecclesiale contro il mondo moderno. Ne abbiamo sentito l’eco da almeno due secoli: la libertà originaria come”negazione di Dio”, la uguaglianza come “negazione della societas inaequalis” e di ogni autorità, la fraternità universale come recisione di ogni paternità e di ogni figliolanza sono, effettivamente, luoghi comuni della polemica “antimodernistica” che ha attraversato tutto il XIX e XX secolo. Di questa polemica – che diventa principio di incomprensione del testo – sono vittime non solo coloro che da destra accusano Francesco di “parlare come un massone”, ma anche quelli che gli rimproverano di aver adottato una “postura illuminista” troppo accentuata e poco efficace. In realtà, io ritengo che la originalità “non europea” della impostazione di FT dipenda dall’affacciarsi, nella mens del magistero ecclesiale, di nuovi linguaggi e di nuove esperienze. La universalizzazione della fratellanza, così, è il frutto di una “tradizione meno universale” di quella europea. E’ come se il “trauma” della perdita di autorità che la Chiesa ha vissuto in Europa, e che ha condizionato tanti giudizi e tante scelte di ieri e anche di oggi, fosse riletto da Francesco con altre chiavi e con diverse priorità.

Per questo mi sembra molto opportuno che FT proponga una analisi del “mondo fraterno” non come una “conseguenza della autorità della Chiesa” e nemmeno come un “prodotto del mercato”, ma come diverse forme, mediate e temperate, di esperienza di paternità e di figliolanza. Non è un caso che il terreno su cui è fiorita FT fosse stato preparato da relazioni “interreligiose” – soprattutto con il mondo islamico e con il mondo ebraico -  che rappresentano, appunto, esperienze di autorità di amore nel cuore della società plurale. Una allenza tra le tradizioni religiose diventa, così, la via per una elaborazione anche politica ed economica del “governo del mondo” che non sia affidato o alle bande di lupi o ai paternalismi dei sovrani. E ciò viene dal più sovrano dei sovrani (per opinione comune), ma che è chiamato ad essere anzitutto servo dei servi.

La sfida tremenda ma decisiva

Questo disegno implica una sfida radicale: ripensare la triade della rivoluzione francese fino in fondo. Il che non significa “assumerla illuministicamente”, ma neppure “rifiutarla antimodernisticamente”. Mediare la libertà con il riconoscimento di “autorità liberanti”, mediare la uguaglianza con “differenze irrinunciabili” e mediare la fraternità come assunzione della paternità e della figliolanza che non solo ci anticipa, ma che è richiesta anche a noi. Nel non accettare di schierarsi “da una parte contro l’altra”, ma nel tenere aperta una mediazione profetica e dialogica, FT chiede a tutti i fratelli percorsi coraggiosi tanto sul piano pratico, quanto sul piano teorico. Sia il mondo sia la Chiesa possono elaborare “strategie di fraternità” non dall’alto, ma scandagliando le diverse genealogie della libertà, della uguaglianza e della fraternità, che sono sempre “dal basso”. “Non ammettere la fine dell’uomo” – come diceva Faulkner – implica di elaborarne ed assumerne una ridefinizione realistica e ambiziosa. Non di un lupo, non di un padre, non di un figlio, non di un padrone o di un servo possiamo disporre immediatamente: possiamo riconoscerci fratelli e sorelle, rispondendo ad una vocazione che può abitare non solo le chiese o i templi, ma anche le strade e le città. Ma questi “fratelli e sorelle” devono fare i conti, apertamente e serenamente, con il lupo, con il padre/figlio e con il padrone/servo che abita in loro e che riposa nel loro prossimo, come fratello sperato, come sorella sognata. E’ una complessità da assumere e da custodire, che non si lascia semplificare troppo senza causare danni peggiori. Questa complessità, che di certo è anche complicatezza spaventosa, rimane anzitutto meravigliosa complicazione, struttura originale di quell’animale che ha la parola e le mani.

lunedì 28 settembre 2020

Gesuiti.it: Leggi della Crescita

 LEGGI DELLA CRESCITA




1.  Crescere in una relazione

 Non si cresce da soli, si cresce soltanto in una relazione: in risposta a un appello, accordando la propria fede a una parola. Un bambino diventa uomo solo in risposta alla parola dei suoi genitori che lo chiamano a crescere, a entrare in relazione con altri. Solo dando fiducia alla loro parola egli entrerà nella società degli uomini.

Colui che non ha relazioni vere non crescerà; e, parlando di relazioni, io penso tanto alle relazioni interpersonali quanto all’inserimento in gruppi o in comunità costituite. E’ stato detto che le età della fede coincidono con le età della relazione: capacità di fede adulta e di relazione adulta vanno di pari passo. Ciascuno di noi riproduce nella sua relazione con Dio le caratteristiche della sua relazione con gli altri: possessività o oblatività, aggressività o fiducia.

L’esempio dei santi ci ricorda che si cresce nella fede solo crescendo nell’amore e nella carità. Ora, l’amore cresce solamente se supera lo stadio fusionale e narcisista nel quale nasce. Si voleva, di due, diventare uno… perché si ha paura di rimanere soli. Si ama perché si vorrebbe essere amati. Ma l’amore merita questo nome solo quando tende a oltrepassare questo clima fusionale per diventare amore dell’altro in se stesso, nel rispetto e nell’accettazione della sua differenza.

Lo stesso succede della mia relazione con Dio. Incontrare Dio è sempre un’avventura piena d’imprevisti in cui occorre continuamente accettare di perdere colui che si credeva di aver trovato. Il desiderio stesso di Dio, se è profondo e vivo, mi condurrà a fare l’esperienza dell’assenza di Dio. La fedeltà alle esigenze dell’amore conduce i mistici a fare l’esperienza della notte. Gesù non ha forse detto ai dodici: «E’ bene per voi che io me ne vada»?

Crescere in una relazione, significa accettare le morti che l’incontro dell’altro mi fa vivere.


2.  Crescere in una storia

 La crescita avviene soltanto nel tempo: accettato, riconosciuto, dominato; dunque nel rifiuto dell’immediatezza: nella rinuncia alla pretesa del tutto e subito. Il presente è senz’altro il luogo della conversione: «oggi è il giorno della salvezza». Ma il presente assume un significato cristiano soltanto se è riferito a un passato di grazia e si apre su un avvenire di promesse. Per crescere nello Spirito bisogna vivere il presente nel ringraziamento e nella speranza; o, se si vuole, bisogna vivere i tre aspetti del tempo—passato, presente e futuro—nel far memoria, nell’accoglienza e nella speranza.


a) Il passato vissuto come memoriale

 La tradizione spirituale è unanime nel sottolineare l’importanza della memoria. «Maria conservava fedelmente tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2,51). Il memoriale è al centro della fede d’Israele: fare memoria dei doni di Dio, riconoscere Dio come colui il cui amore ci precede sempre, rileggere la propria vita come oggetto della benedizione di Dio, meravigliarsi di esistere nella grazia e nella benevolenza di Dio. Si tratta di scoprire il presente in questa continuità dei doni di Dio per coglierne la verità, la novità, l’originalità.

La crescita comincia con la memoria: è vero per gli individui e per i popoli sul piano culturale, è vero sul piano spirituale. Senza questa volontà di accogliere e di custodire i doni di Dio non c’è progresso spirituale possibile. Lo testimonia la tradizione cristiana che ha fatto nascere un genere letterario originale: l’autobiografia spirituale. Agostino, Ignazio di Loyola, Teresa d’Avila e molti altri ne sono un esempio. Cedendo a domande o pressioni fraterne, hanno accettato di rileggere la loro vita alla luce di Dio. Hanno spesso incominciato questo lavoro a malincuore, temendo di impiegare male il loro tempo, temendo di soddisfare una vanità nascosta, ma tutti hanno testimoniato che questo sforzo è stato per loro sorgente di un vero profitto spirituale. Il ricordo del passato ha suscitato in loro un profondo senso di gratitudine e ciò che avrebbe potuto essere soltanto una autobiografia personale è diventato un canto di lode alla misericordia di Dio, il magnificat della loro vita.


b) Il presente accolto nella fede

 Questo presente, che il memoriale iscrive nella continuità dei doni di Dio, dobbiamo accoglierlo come è, come ci è offerto con i suoi limiti e i suoi condizionamenti. Non c’è nemico più subdolo della crescita umana e spirituale dell’idealismo e dei suoi rifugi immaginari: si sogna la propria vita invece di viverla, si mette l’essenziale altrove e domani. Si sognano dei cambiamenti, di ripartire da zero invece di vivere l’oggi di Dio. La verità della crescita spirituale si riconosce dalla capacità dell’individuo di affrontare il reale quale è. Il reale è ciò che mi circonda con tutte le dimensioni: la mia personalità con tutte le sue componenti, il mio ambiente di vita, la chiesa nella quale sono chiamato ad accogliere il Vangelo. . .

Il reale, sono anche i miei limiti e il mio peccato. Non si va a Dio «nonostante» i propri sbagli, si va a Dio «con» i propri sbagli. E c’è crescita vera solo se passa attraverso l’umile accettazione dei propri limiti e del proprio peccato. Lo Spirito può raggiungerci nei nostri sogni, ma sarà sempre per condurci al quotidiano della nostra vita. Tutto ciò che ci distoglie dal quotidiano ci distoglie dallo Spirito di Gesù.

Questo significa inoltre che non c’è crescita spirituale in direzione opposta ai segni dei tempi come sono percepiti nella comunione dei santi. Si è talvolta abusato di questa nozione di «segni dei tempi», dimenticando che si tratta di richiami dello Spirito. Dove riconoscerli meglio che nella familiarità con i santi di un’epoca? Di qui l’importanza, per crescere, di accogliere il presente partendo dalla corrente di santità che caratterizza una generazione e dalle convergenze che essa esprime. Non si potrebbe dire oggi che la santità del nostro tempo si riconosce in uno sforzo particolare per unire lotta e contemplazione, battaglia per la giustizia e testimonianza di fede?


c) Il futuro atteso nella speranza

 L’incontro con Dio apre sempre su una promessa, un avvenire… Ciò significa che esso suppone un rischio e una rottura. C’è crescita soltanto nella accettazione di un rischio, di una partenza. Bisogna lasciare qualche cosa per un avvenire… saper attendere, sperare nella fede. Occorre sempre dire di sì a un dono e a un abbandono. Bisogna accettare di perdere la propria vita per trovarla. Ogni esperienza per quanto felice e appagante non è che un punto di partenza per una nuova ricerca, una nuova partenza.

Il Dio che dà un significato alla mia vita, il Dio che è luce e forza… il Dio che ho trovato, diventa il Dio assente che devo cercare ancora per trovarlo meglio. Questa assenza di Dio non sarà un ritorno al di qua dell’incontro, ma sarà un appello ad andare al di là. Ciò significa che c e crescita solo attraverso crisi e distacchi…. perché in essi e soltanto attraverso essi noi possiamo aprirci all’avvenire di Dio.

L’orizzonte delle promesse è sempre davanti a noi, ma noi siamo continuamente tentati di ridurlo all’orizzonte delle nostre speranze o dei nostri desideri, gretti e limitati nella loro stessa generosità.