venerdì 25 settembre 2020

Come se non, Andrea Grillo: “Ciò che non muore e ciò che può morire”: eutanasia, buona morte, diritto di vivere e diritto di morire


La lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede “Samaritanus bonus”, fin dalle sue prime righe, pone la questione delicatissima della “cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita” all’interno del rapporto tra teologia e tecnologia. Nuovi strumenti di “rianimazione” e di “sedazione” permettono di articolare diversamente le procedure con cui gli uomini e le donne giungono al termine dei propri giorni. Una grande “potenza di mediazione” è ricchezza e povertà, crea nuove opportunità e nuovi “scarti”. Dunque si tratta di coniugare i principi di civiltà con un contesto di circostanze in larga parte nuove, che possono smentire ogni principio o permettere di applicarne la forza con nuovo e particolare discernimento. Vorrei esaminare brevemente la struttura del documento per poi porre alcune osservazioni, di carattere sistematico, su una questione fondamentale.

La struttura del documento

Dopo aver rilevato, in fase introduttiva, la stretta correlazione tra compito etico e novità tecnologiche, il documento inizia (§.1) dal “paradigma della cura del prossimo” come orizzonte di senso della “cura medica”, la quale, pur sperimentando il limite della inguaribilità dei pazienti, non rinuncia mai al prendersi cura della persona inguaribile. Il Samaritano è qui il modello di buona cura del prossimo. Ma Cristo sofferente crocifisso (§.2) è non solo il riferimento, ma la “scena corale” che può ispirare la esperienza del dolore e della fine, da parte del paziente e dei suoi cari. Lo “stare” accanto al paziente, nei diversi luoghi di commiato dalla vita, diventa passaggio ecclesialmente e culturalmente qualificante. Ciò conduce (§.3) alla valorizzazione del Samaritano come “un cuore che vede”, un uomo che vede col cuore. La compassione apre alla scoperta del dono della vita e alla disponibilità a prendersi cura della vita altrui. In questo la Chiesa fa una esperienza di vocazione che si riflette anche in una evidenza naturale, che perciò chiede a tutti gli uomini di riconoscere come bene indisponibile la vita, propria e altrui. Ma queste evidenze conoscono una crisi dovuta a diversi fattori (§.4): i concetti di “qualità della vita”, di “morte degna”, di “compassione” rischiano di oscurare il valore della vita e di subordinarlo a sentimenti o inclinazioni nelle quali il bene e il male di confondono e si scambiano di posto. Tutto questo dipende, in ultima analisi, da un individualismo che caratterizza le società tardo-moderne e che produce una “cultura dello scarto” che prende spesso il tono e lo stile della “cultura di morte, per la quale eutanasia e suicidio assistito appaiono non come sconfitte, ma come illusorie soluzioni.


La sintesi magisteriale

Di fronte a questo quadro spirituale e contestuale, la sintesi che il magistero ha elaborato è complessa, poiché salvaguarda, contemporaneamente, il valore della vita e il diritto alla morte. Proprio questa articolazione della parte magisteriale indica, in modo evidente, che l’approccio non può che essere complesso e articolato, e implica un discernimento strutturale. Vengono così elencati 12 punti, per i quali rimando al testo della Lettera e mi limito a segnalarne il titolo:


1) il divieto di eutanasia e suicidio assistito

2) obbligo morale di escludere l’accanimento terapeutico

3) le cure di base: alimentazione e idratazione

4) le cure palliative

5) Il ruolo della famiglia e gli hospice

6) L’accompagnamento e la cura in età prenatale e pediatrica

7) Terapie analgesiche e soppressione della coscienza

8) Lo stato vegetativo e lo stato di minima coscienza

9) L’obiezione di coscienza di operatori e istituzioni

10) L’accompagnamento pastorale e il sostegno dei sacramenti

11) Il discernimento pastorale verso chi chiede eutanasia e suicidio assistito

12) La riforma del sistema educativo e della formazione degli operatori sanitari


Per lo più ogni tema è svolto con ampiezza e respiro. Si trovano, tuttavia, alcune affermazioni in cui, proprio quel discernimento che guida in generale il tenore del documento, sembra un poco vacillare. In particolare molto delicata risulta la “gestione” della presenza ecclesiale – da parte soprattutto dei cappellani – in contesto di decisioni per la eutanasia o il suicidio assistito. L’utilizzo della assoluzione posticipata – per favorire la conversione – e l’obbligo di assenza ecclesiale al momento della morte di chi ha scelto l’eutanasia non sono soluzioni che possano dirsi “univoche”. In questo caso, pur non potendosi certo mai escludere le prassi indicate, discernimento vorrebbe che, di volta in volta, si potesse stabilire, in base alle storie concrete dei soggetti e dei contesti,  quale sia la scelta migliore. Il documento afferma con assoluta recisione, a proposito di una presenza del cappellano al momento in cui la eutanasia viene praticata al soggetto: “Tale presenza non può che interpretarsi come complicità”: forse il discernimento, se riferito al Samaritano, potrebbe essere qui un po’ meno drastico e tassativo.


La riflessione sistematica

Come dicevo all’inizio, l’orizzonte in cui la “cura del Samaritano” viene assunta come modello e come norma deve essere collocato in un mondo pieno di mediazioni, di vita e di morte, di cui la Chiesa ha ben chiara la potenza e di cui deve proporre adeguato discernimento. Qui vorrei allora suggerire un metodo di lettura del testo. Se lo leggiamo, proprio nel suo paragrafo decisivo dal punto di vista magisteriale (§. 5.), come un  semplice elenco, non capiamo la complessità delle questioni. Proprio perché il dono della vita viene rispettato non semplicemente perché “non si uccide”, ma perché “si consente di morire”. Eutanasia, aiuto al suicidio e accanimento terapeutico sono “concetti limite”, fattispecie normative e concettuali che devono essere collocate nello spazio e nel tempo. Non vi è legge oggettiva che dispensi dal male né legge oggettiva che assicuri il bene. Senza discernimento la giustizia non è mai assicurata. Pertanto non siamo dispensati, anche di fronte alle forme dell’”intrinsece malum”, dal necessario discernimento. Non vi è dubbio infatti che eutanasia e suicidio siano un male, così come è un male accanirsi nelle terapie. Ma la distinzione tra i due mali non è mai così semplice e non si lascia trattare semplicemente come una “evidenza immediata”. Per questo anche ciò che è “intrinsecamente un male” – come “uccidere” e  “levare la vita” – deve essere posto nel contesto suo proprio per essere giudicato in senso definitivo. La intrinsecità del male – che è concetto limite irrinunciabile – non può mai prescindere dalla “estrinsecità delle circostanze”, che possono diminuire o annullare la qualità negativa della azione.


Un testo da discutere

Verso la fine del terzo paragrafo, per sottolineare il valore inviolabile del dono della vita il documento scrive:

“Pertanto, sopprimere un malato che chiede l’eutanasia non significa affatto riconoscere la sua autonomia e valorizzarla, ma al contrario significa disconoscere il valore della sua libertà, fortemente condizionata dalla malattia e dal dolore, e il valore della sua vita, negandogli ogni ulteriore possibilità di relazione umana, di senso dell’esistenza e di crescita nella vita teologale. Di più, si decide al posto di Dio il momento della morte.”

Vorrei soffermarmi sull’ultima frase: si decide al posto di Dio il momento della morte. Questo modo di pensare e di parlare, che resta immediato e fondato, deve però tener conto che le “mediazioni terapeutiche” di fatto hanno profondamente alterato questa esperienza di vita/morte. E lo hanno fatto, per lo più, dilatando i “tempi della vita”. Chinino, penicillina, vaccini, operazioni chirurgiche, macchine della rianimazione hanno “alterato” il corso naturale delle cose. Pertanto abbiamo oggi “condizioni di vita (e di morte)” che sono profondamente alterate dall’intervento umano. Questo complica molto il giudizio che possiamo e dobbiamo dare sui soggetti implicati in “fasi terminali”. Ad es., se una macchina della rianimazione ha ridato respiro e battito cardiaco ad un paziente, e lo restituisce al cosiddetto “stato vegetativo”, che è in larga parte una “creazione umana”, come si deve distinguere, in tal caso, l’accanimento terapeutico da evitare dalla eutanasia da escludere? In quale senso “Dio vuole” ciò che l’uomo ha prodotto? La risposta alla domanda implica competenze strettamente tecniche e giudizi “in loco”, non semplici evidenze morali. Pensare di risolverla soltanto in base a principi astratti rischia di dimenticare che, in questi casi, l’atto morale pertiene rispettivamente al malato, ai suoi parenti stretti, e al medico. E questo imbarazzo morale sta in equilibrio precisamente tra quei “concetti opposti” (eutanasia e accanimento terapeutico) che nella realtà sono profondamente correlati e intricati. Potremmo dire che il dissidio sta proprio tra i due sensi diversi di eutanasia: tra eutanasia come “decido io quando morire” e eutanasia come “morire bene, in pace, in compagnia”. Certo non si possono identificare, ma neppure si possono opporre.

Questo non significa affatto che debbano tramontare le evidenze etiche, il valore indisponibile della vita in ogni suo momento e la dignità di ogni persona umana. Ma che questi principi giudicano fattispecie ogni volta diverse, che come tali devono essere considerate, con tutte le loro specificità. Perché la verità risplende solo se di volta in volta la luce è assicurata e donata. E la luce viene non solo dal cuore, ma anche dalle parole. La indisponibilità del bene della vita, propria e altrui, è il grande mistero di Dio e del prossimo. Ma Dio, nella sua misericordia, passa non solo nei cuori, ma anche nelle parole. Così, al cuore della moglie, lacerato dalla scelta suicida del marito, gettatosi nel fiume, il Curato d’Ars diceva: “Dio tra il ponte e l’acqua può fare miracoli”. Così di fronte alle forme attuali di gestione più o meno responsabile dei passaggi finali della vita terrena, un uso accurato delle parole, un giudizio equilibrato sulle leggi oggettive e sui discernimenti soggettivi diventa la via obbligata perché il modello del Buon Samaritano e del Cristo sofferente possano ispirare i cuori, guidare la prassi e suggerire alle bocche e alle menti “la preferenza progressiva per le parole e i concetti più semplici, più sereni e più pacificanti”. Perché alle questioni complesse non si danno mai soluzioni troppo semplici e dirette, mentre la distinzione tra ciò che non muore e ciò che può morire non è mai limpida e immediata, ma esige sempre grande fede, accesa speranza e tanta carità

martedì 22 settembre 2020

LA STAMPA, Vatican Insider: Comunione sulla lingua e nella mano, precisazioni per i tempi del coronavirus

La riflessione di Iacopo Iadarola, carmelitano scalzo: non è affatto un abuso liturgico ricevere la Comunione nella mano, come affermato in maniera incosciente e temeraria da alcun



L’emergenza creata dal Covid-19 ha fatto affiorare la dolorosa necessità di rivedere le nostre abitudini in ogni campo dell’esistenza, comprese le nostre abitudini liturgiche. Lo scambio della pace durante la celebrazione eucaristica, ad esempio, in base agli accordi presi tra la Conferenza episcopale italiana e il Governo Italiano, è stato sospeso; così come la possibilità di segnarsi con l’acqua benedetta all’ingresso in Chiesa e di ricevere la Comunione sulla lingua. 

Riguardo a quest’ultima pratica, ribadiamo anzitutto la dignità e la bellezza di questa plurisecolare e venerabile tradizione, che evidenzia in maniera quanto mai congrua l’importanza del Santissimo Sacramento e la giusta reverenza che deve essergli tributata nell’atto della sua ricezione. Il ricevere la Comunione sulla lingua è inoltre la norma universalmente indicata dal magistero della Chiesa, e che pertanto in situazione di normalità i fedeli potrebbero sempre liberamente preferire: prima di altre considerazioni, quindi, solidarietà e rispetto, senza frettolosi giudizi, vanno portati a coloro che sinceramente soffrono di non poter ricevere la Comunione in questo modo. 

Al contempo, tuttavia, non si può non ribadire che questa plurisecolare tradizione è appunto una tradizione, non un dogma di fede ma rientrante in quella disciplina ecclesiastica che nella Chiesa è cambiata più volte nei diversi periodi storici e nelle diverse regioni. Com’è risaputo, in Italia e in moltissimi altri Paesi dell’orbe cattolico, la Santa Sede, ovvero la suprema autorità pontificia, ha acconsentito alla richiesta dei Vescovi (secondo una facoltà concessa dalla stessa Santa Sede) a che la Comunione potesse essere amministrata anche nelle mani dei fedeli, secondo un’altra plurisecolare e venerabile tradizione attestata da fior fiore di santi e Padri della Chiesa: tradizione peraltro molto più antica e quindi più «tradizionale» di quella della Comunione data sulla lingua, e non meno nobile e dignitosa. Eccone un paio di attestazioni fra le moltissime che si potrebbero addurre [1]: 

«Quando ti avvicini, non avanzare con le palme delle mani distese, né con le dita disgiunte; invece, fai della tua mano sinistra un trono per la tua mano destra, poiché questa deve ricevere il Re e, nel cavo della mano, ricevi il corpo di Cristo, dicendo “Amen”. Santifica dunque accuratamente i tuoi occhi mediante il contatto con il corpo santo, poi prendilo e fai attenzione a non perderne nulla. Ciò che tu dovessi perdere, infatti, è come se perdessi una delle tue membra. Se ti dessero delle pagliuzze d'oro, non le prenderesti con la massima cura, facendo attenzione a non perderne nulla e a non danneggiarle? Non farai dunque assai più attenzione per qualcosa che è ben più prezioso dell'oro e delle pietre preziose, in modo da non perderne neppure una briciola? Dopo esserti comunicato al corpo di Cristo, avvicinati anche al calice del suo sangue. Non distendere le tue mani, ma inchinato, e con un gesto di adorazione e rispetto, dicendo, “Amen”, santifica te stesso prendendo anche il sangue di Cristo. E mentre le tue labbra sono ancora umide, sfiorale con le tue mani, e santifica i tuoi occhi, la tua fronte e gli altri tuoi sensi. Poi, aspettando l'orazione rendi grazie a Dio che ti ha stimato degno di così grandi misteri» (San Cirillo di Gerusalemme, Vescovo e Dottore della Chiesa [315-386], Catechesi mistagogiche, V, 21-22).

«Dimmi, andresti con mani non lavate all’Eucaristia? Penso di no. Preferiresti piuttosto di non andarci, anziché andare con mani sporche. In questa piccola cosa sei attento, e poi osi andare a ricever l'Eucaristia con l'anima impura? Ora con le mani tieni il Corpo del Signore solo per breve tempo, mentre nell'animo vi rimane per sempre» (San Giovanni Crisostomo, Vescovo e Dottore della Chiesa [350-407], Omelia sulla lettera agli Efesini, 3,4).


Un abuso liturgico?

Ma lungi da noi, e lungi dalla mentalità dei vescovi e dei Papi, voler stabilire una graduatoria delle modalità di ricevere la Comunione nelle regioni in cui da essi stessi è stata autorizzata la duplicità di uso, sulla mano e sulla lingua, quasi che l’una fosse di serie A e l’altra di serie B o viceversa. Ricordiamo ciò soltanto per appurare che la scelta, concordata dai nostri vescovi col Governo Italiano, per l’attuale emergenza, di adottare la Comunione esclusivamente nella mano è la scelta, limitata nel tempo e ragionevolmente argomentata [2], di ricorrere ad una disciplina ecclesiastica riconosciuta da tempi immemorabili nella Chiesa e assolutamente lecita, nei luoghi in cui è stata adottata, a prescindere dall’attuale emergenza pandemica: la Comunione nella mano, che non è affatto un abuso liturgico come affermato in maniera incosciente e temeraria da alcuni.

Infatti, la possibilità di amministrare e ricevere la Comunione anche nella mano, recuperando l’uso dei primi secoli della storia della Chiesa, è stata una possibilità rimessa alla discrezione delle Conferenze episcopali nazionali (sempre ovviamente dietro conferma della Santa Sede) da San Paolo VI mediante l’istruzione della Sacra Congregazione per il Culto Divino Memoriale Domini del 29 maggio 1969; tale possibilità è stata riaffermata dall’istruzione della Sacra Congregazione per la Disciplina dei Sacramenti Immensae caritatis (29 gennaio 1973), dalle premesse del Rito della Comunione fuori della Messa e Culto Eucaristico (17 giugno 1979, cf. n° 21), dalla Notificatio de s. Communione in manu distribuenda della Sacra Congregazione per il Culto Divino (3 aprile 1985, cf. nn° 3.4.7); tale possibilità, infine, è stata disciplinarmente adottata dalla Conferenza episcopale italiana, dopo aver ottenuto la prescritta recognitio della Santa Sede, con decreto del 19 luglio 1989. 

In tempi più recenti, la possibilità della comunione nella mano previa richiesta delle Conferenze episcopali e autorizzazione della Santa Sede è stata ribadita dalla Institutio Generalis Missalis Romani nella sua terza edizione tipica del 2002 e dall’istruzione Redemptionis sacramentum della Sacra Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti del 25 marzo 2004. Come è naturale, tutti questi documenti sono stati vidimati dalla Santa Sede ovvero dai coevi Papi, quindi oltre che di san Paolo VI hanno ricevuto il placet anche di san Giovanni Paolo II [3]; da ultimo Papa Francesco ha ricordato la possibilità della Comunione nella mano, nei luoghi dove è stata autorizzata, nell’Udienza generale del 21 marzo 2018. 

Sulla scorta, dunque, di questa più che consolidata e legittimata possibilità, pensare che i vescovi italiani in questo tempo di coronavirus ci stiano imponendo di compiere un sacrilegio o un abuso nel chiederci di ricevere la Comunione nella mano significa non soltanto ignorare il loro magistero e l’autorità pontificia che lo ha confermato, ma anche disconoscere la parola del Divino Maestro il quale ha chiaramente detto ai suoi discepoli e apostoli: «Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato» (Lc 10,16); «In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Gv 13,20); e dell’Apostolo Paolo il quale così si è rivolto ai pastori delle Chiese: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio» (At 20,28).

È chiaro che un singolo pastore può sbagliare e farsi tramite opaco della volontà del Signore (e quanto più in questa sconvolgente pandemia è stata esperienza comune, dai vescovi ai virologi, quella di dover navigare a vista!), ma non è lecito al fedele – e materia di peccato anche grave – diffidare riottosamente di quanto i vescovi dispongono collegialmente nel loro magistero ordinario, secondo le leggi della Chiesa e il Diritto canonico cui ogni fedele è vincolato: «Non proprio un assenso di fede, ma un religioso ossequio dell'intelletto e della volontà deve essere prestato alla dottrina, che sia il Sommo Pontefice sia il Collegio dei Vescovi enunciano circa la fede e i costumi, esercitando il magistero autentico, anche se non intendono proclamarla con atto definitivo; i fedeli perciò procurino di evitare quello che con essa non concorda» (can. 752) [4].

Rifiutare di ascoltare quello che i nostri vescovi, in comunione col Papa, ci chiedono ufficialmente e pubblicamente di fare [5] e correre al contempo a infarcirsi la testa di contro-informazioni pescate nella rete da questo o quest’altro studioso o prelato, da questa o quest’altra mistica o veggente [6] che parla a titolo esclusivamente personale e non è in alcuna maniera rappresentativo o rappresentativa dell’insegnamento della Chiesa Cattolica, se perpetrato con ostinazione, è un atteggiamento che macchia la coscienza e indispone ad una retta ricezione della Comunione eucaristica molto più di quanto lo farebbe un’indegna ricezione fisica, sulle mani non lavate ad esempio, o sulla lingua ma senza aver fatto precedere il debito digiuno. 

È un atteggiamento, soprattutto, che avvelena l’anima, instilla sfiducia, corrompe il senso di comunione nella Chiesa, fa credere che ci siano piani demoniaci ovunque nei confronti dei quali i nostri pastori sarebbero vittime più o meno complici. La santa madre Chiesa gerarchica, da amare e cui obbedire sempre e docilmente, da nostra madre diventa in tal modo una povera ebete da correggere con la matita rossa e blu, come se ne fossimo noi la madre, senza fede nella promessa di Nostro Signore che «le potenze degli inferi non preverranno su di essa» (Mt 16,18) ma anzi tenendola in dispregio, agendo e pensando come se tali potenze avessero già da tempo prevalso.


E la Comunione nel fazzoletto?

In tal modo, si disprezzano gli orientamenti disciplinari legittimamente dati dai vescovi e dalla Santa Sede, e se ne adottano altri dati privatamente e senza alcun mandato ecclesiastico, come quelli propalati da coloro che inculcano nei fedeli la moda di usare dei fazzoletti per ricevere la Comunione in mano [7]: questo sì un vero abuso liturgico che non trova riscontro in nessun documento disciplinare attualmente vigente e che espone il fedele che fa uso di tali pannolini al rischio di reali profanazioni per il suo non essere stato debitamente istruito su come purificare un tessuto che è stato a contatto con le santissime specie eucaristiche (per non parlare poi del rischio di facilitare il lavoro ai malintenzionati che potrebbero meglio sottrarre alla vista dei ministri il furto dell’Eucaristia, fingendo di adoperare questo sistema). E insieme a questi ricettacoli di stoffa, l’uso di piattini di metallo o simili, sempre più in voga in questi ultimi tempi da parte di coloro che non vogliono «sottomettersi all’abuso di ricevere la Comunione nelle mani», è stato addirittura fatto in passato oggetto di scomunica dal Concilio Quinisesto con queste motivazioni più attuali che mai:

«Il divino Apostolo a gran voce proclama che l’uomo creato a immagine di Dio è corpo di Cristo e tempio (cf. 1Cor 12,27; 2Cor 6,16). Ergendosi, quindi, al di sopra di tutta la creazione sensibile, e avendo raggiunto una dignità celeste in virtù della passione salvifica, mangiando e bevendo Cristo armonizza la sua anima e il suo corpo alla vita eterna, santificandosi mediante la partecipazione alla divina grazia. Perciò se qualcuno desidera prendere parte all’immacolato Corpo durante la sinassi e unirvisi essenzialmente, ponga le sue mani a forma di croce e, avvicinandosi, così riceva la Comunione alla grazia. Ciò perché ripudiamo coloro che fabbricano certi recipienti d'oro, o di qualsiasi altro materiale, da usare al posto della loro mano per ricevere il dono divino, chiedendo di prendere la santa Comunione in tali ricettacoli: essi preferiscono la materia inanimata e un elemento inferiore all'immagine di Dio [che essi sono]. Nel caso, quindi, che qualcuno sia colto nell'atto di amministrare la santa Comunione a coloro che presentano tali ricettacoli, sia scomunicato sia lui stesso sia coloro che li presentano» (can. 101) [8].


“Bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiera ordinata…”

Dell’attualità di questi atteggiamenti, ricorrenti nella storia della Chiesa, Papa Francesco ha ben parlato in questo brano della sua splendida esortazione apostolica Evangelii gaudium, additando «il neopelagianesimo autoreferenziale e prometeico di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato. È una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare che dà luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario, dove invece di evangelizzare si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare. In entrambi i casi, né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente. Sono manifestazioni di un immanentismo antropocentrico».

Nondimeno, siamo certi che coloro che avvertono disagio nel ricevere la Comunione nella mano non vanno affatto classificati secondo queste parole; vivono tale disagio in buona fede e con retta coscienza, per un sincero amore per Gesù Sacramentato e per zelo nei suoi confronti, consolidato nella pratica di ricevere la Comunione sulla lingua. In moltissimi casi costoro sono nostri parrocchiani esemplari, collaboratori generosi e dediti nel servizio quotidiano. Spesso sono anche di stimolo per tutti nel ricevere la santissima Eucaristia con le debite disposizioni interiori ed esteriori. A questo riguardo, prendendo esempio dal loro zelo, non sarebbe forse fuori luogo riproporre le catechesi auspicate dai vescovi italiani nel 1989 prima della reintroduzione della prassi di ricevere la Comunione nella mano, rammentando ai fedeli la debita riverenza con cui questa prassi va vissuta: nella postura del corpo, nei movimenti delle mani, nella risposta orale, nell’attenzione a non disperdere eventuali frammenti: di modo che sia espressa la debita devozione e non sia data impressione alcuna di sciatteria. 

Non possiamo tuttavia non ricordare a coloro che a buon diritto preferiscono la Comunione sulla lingua che tale lodevolissima pratica è stata soltanto differita [9] – quod differtur non aufertur – e che non c’è alcuna sotterranea campagna abolizionista come troppi cattivi maestri insegnano. Senza sterili allarmismi, si dorma sereni e fiduciosi fra le braccia della nostra madre la santa Chiesa e si colga questo drammatico frangente come opportunità per comprendere meglio, con le parole di san Paolo VI, che se nell’Eucaristia v’è una presenza reale da onorare, essa può e deve essere onorata con tutto il nostro essere: lingua, mani e cuore docile; e che non meno reale [10] è la presenza di Cristo da onorare nella Sua Parola [11], nel povero [12], in quella santa Comunione che è la Chiesa: «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). E Comunione gerarchica, in cui i fedeli obbediscono ai pastori e i pastori sono al servizio dei fedeli, quale acies ordinata che il santo Concilio di Trento non disdegna di paragonare alla Sposa del Cantico dei Cantici: «Chi è costei che sorge come l'aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiera ordinata?» (Ct 6,9) [13].


* Carmelitano scalzo

NOTE 


1)  Per queste e altre citazioni cf. Modalità per la distribuzione della Santa Comunione, in «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» n° 7, 1 settembre 1989, 193-210.


2)  Ogni ministro sa bene che, nel distribuire l’Eucaristia sulla lingua, è praticamente impossibile non venire a contatto con le particelle di saliva del fedele e pertanto, in caso di persona affetta da coronavirus, il contagio sarebbe praticamente automatico non solo per il ministro ma soprattutto per i successivi fedeli in attesa di ricevere la Comunione dal medesimo ministro. La raccomandazione di distribuire la Comunione nella mano è stata ulteriormente ribadita dal Viminale e accolta dalla Conferenza Episcopale Italiana in data 26 giugno 2020, come pubblicato sul sito internet della medesima e nei comunicati ufficiali delle diocesi italiane. Con sana elasticità, è chiaro che possono essere state riconosciute in questa o quell’altra diocesi deroghe, per casi particolari ed eccezionali, rispetto all’indirizzo generale di non dare la comunione sulla lingua finché non sia rientrata l’emergenza della pandemia. 


3)  Il quale, nella lettera Dominicae cenae del 24 febbraio 1980, deplorando le mancanze di rispetto che si erano potute verificare nel ricevere l’Eucaristia nella mano da parte di alcuni fedeli, puntualizza che queste mancanze non sono certo da imputarsi a tale pratica in sé e che «scrivendo questo non ci si vuole in alcun modo riferire a quelle persone che, ricevendo il Signore Gesù sulla mano, lo fanno con spirito di profonda riverenza e devozione, nei paesi dove questa pratica è stata autorizzata» (cf. n°11).


4) Non si dimentichi che la Chiesa nella sua materna sapienza concede anche il diritto e il dovere a manifestare il proprio pensiero e le proprie riserve, in taluni casi, ferma restando la «cristiana obbedienza» ai suoi pastori: cf. can. 212 del Codice di diritto canonico. Utilissima in questo ambito anche l’istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede Donum veritatis sulla perfettibilità dei pronunciamenti magisteriali e sui termini di un legittimo dissenso teologico: «Se, malgrado un leale sforzo, le difficoltà persistono, è dovere del teologo far conoscere alle autorità magisteriali i problemi suscitati dall’insegnamento in se stesso, nelle giustificazioni che ne sono proposte o ancora nella maniera con cui è presentato. Egli lo farà in uno spirito evangelico, con il profondo desiderio di risolvere le difficoltà. Le sue obiezioni potranno allora contribuire ad un reale progresso, stimolando il Magistero a proporre l’insegnamento della Chiesa in modo più approfondito e meglio argomentato. In questi casi il teologo eviterà di ricorrere ai “mass-media” invece di rivolgersi all’autorità responsabile, perché non è esercitando in tal modo una pressione sull’opinione pubblica che si può contribuire alla chiarificazione dei problemi dottrinali e servire la verità […]. Davanti ad un’affermazione, alla quale non sente di poter dare la sua adesione intellettuale, il suo dovere è di restare disponibile per un esame più approfondito della questione. Per uno spirito leale ed animato dall’amore per la Chiesa, una tale situazione può certamente rappresentare una prova difficile. Può essere un invito a soffrire nel silenzio e nella preghiera, con la certezza che se la verità è veramente in causa, essa finirà necessariamente per imporsi» (nn° 30-31). 


5) Riguardo all’obbedienza nei confronti delle disposizioni sanitarie cf. ad esempio le parole di Papa Francesco: «In questo tempo nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell'obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni» (omelia della Messa a Santa Marta del 28 aprile 2020); «La fase acuta dell’epidemia è superata, anche se rimane la necessità – ma state attenti, non cantare vittoria prima, non cantare troppo presto vittoria! – di seguire con cura le norme vigenti, perché sono norme che ci aiutano a evitare che il virus vada avanti» (Angelus del 7 giugno 2020) 


6) Riguardo al retto atteggiamento che le vere sante e le vere mistiche assumono nei confronti delle legittime autorità ecclesiastiche si contempli l’esempio di santa Teresa d’Avila, Dottore della Chiesa: «Quando il Signore mi dava un comando nell'orazione e il confessore me n'imponeva un altro, Sua Maestà tornava a dirmi di stare alla parola del confessore» (Vita 26,5); o di santa Teresa di Lisieux, anch’ella Dottore della Chiesa: «O Madre, da quale inquietudini ci si libera facendo voto di obbedienza! Come sono felici le religiose semplici: poiché la loro unica bussola è la volontà dei superiori, sono sempre sicure di essere sul giusto cammino, non temono di sbagliarsi nemmeno se a loro sembra certo che i superiori sbaglino. Ma quando si smette di guardare la bussola infallibile, quando ci si allontana dalla via che ci indica di seguire con la scusa di fare la volontà di Dio il quale non illumina bene coloro che tuttavia fanno le sue veci, subito l'anima si smarrisce tra i sentieri aridi dove l'acqua della grazia le viene a mancare immediatamente» (Storia di un’anima, Ms C 11r°).


7)  Molto citato nei blog tradizionalisti è il suggerimento di S. E. Mons. Athanasius Schneider, il quale ha addirittura proposto di cucire un apposito corporale dentro un purificatoio da porre sulla mano destra, senza ovviamente poter addurre alcun documento disciplinare vigente a supporto di tale fantasiosa pratica. Se proprio si volesse trovarne uno, bisognerebbe paradossalmente risalire alle risoluzioni del sinodo locale di Auxerre (585) che, in un contesto in cui era obbligatoria per tutti la Comunione nella mano, prescrivevano alle sole donne, per motivi che oggi sarebbero più che discutibili, l’uso di porre sulla mano un pannolino, detto «linteum dominicale», nell’atto di ricevere l’Eucaristia.


8) Nostra traduzione dal testo originale greco riportato in Labbé-Cossart, Sacrosancta Concilia ad Regiam editionem exacta, Venezia 1729, vol. VII, col. 1392.


9)  Come espresso dall’istruzione Redemptionis sacramentum al n° 92 il fedele ha normalmente «sempre il diritto di ricevere, a sua scelta, la santa Comunione in bocca»: ma questa affermazione non va certo letta in maniera fondamentalistica come se non ammettesse eccezioni, stabilite dalle stesse autorità ecclesiastiche che hanno concesso tale diritto, dettate da situzioni di estrema gravità ed eccezionalità quali l’attuale pandemia mondiale di coronavirus. Cf. Institutio Generalis Missalis Romani, n° 282: «I pastori d’anime […] insegnino che nell'amministrazione dei Sacramenti, salva la loro sostanza, la Chiesa ha il potere di determinare o cambiare ciò che essa ritiene più conveniente per la venerazione dovuta ai Sacramenti stessi e per l'utilità di coloro che li ricevono, secondo la diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi».


10) «Tale presenza si dice “reale” non per esclusione, quasi che le altre non siano “reali”, ma per antonomasia perché è sostanziale, e in forza di essa, infatti, Cristo, Uomo-Dio, tutto intero si fa presente» (Paolo VI, lettera enciclica Mysterium fidei, n° 40)


11) «Vi voglio esortare con esempi tratti dalla pratica religiosa. Voi che siete soliti partecipare ai divini misteri, quando ricevete il corpo del Signore, sapete bene come custodirlo con ogni precauzione e venerazione, affinché non ne cada una minima briciola e non si perda nessuna parte del dono consacrato. Infatti vi credereste colpevoli, e giustamente vi riterreste tali, se per vostra negligenza se ne perdesse qualcosa. Ora, se giustamente ponete tanta precauzione nel custodire il suo Corpo, come potete ritenere che sia colpa minore l'aver trascurato il Verbo di Dio, anziché il suo Corpo?» (Origene, Omelie sull'Esodo, Omelia 13,3).


12) «Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: “Questo è il mio corpo”, confermando il fatto con la parola, ha detto anche: Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare (cfr. Mt 25, 42), e: “Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l’avete fatto neppure a me” (cfr. Mt 25, 45). Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura. Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l’onore più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro credeva di onorarlo impedendo a lui di lavargli i piedi. Questo non era onore, ma vera scortesia. Così anche tu rendigli quell’onore che egli ha comandato, fa’ che i poveri beneficino delle tue ricchezze. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro […] Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d’oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l’affamato, e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane. […] Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell’edificio sacro. Attacchi catene d’argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò mentre adorni l’ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è un tempio vivo più prezioso di quello» (San Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo, Omelia 50,3-4).


13) Cf. Sessione XXIII, cap. IV.

venerdì 28 agosto 2020

L'Osservatore Romano: L'orecchio del monaco

 SILENZIO, GREMBO DELLA PAROLA


27 agosto 2020

La vita monastica inizia presto nella storia del cristianesimo come vocazione a «vivere in Cristo», adottando i mezzi che rivelano la forza trasformatrice del dono del battesimo. La radicalità del battesimo è tutto ciò che un cristiano vuole vivere nella vita monastica ai suoi inizi, cioè nell’arco del III-iv secolo. Tratterò dunque il tema del silenzio nella vita monastica in quello che sono state le caratteristiche delle prime generazioni di monaci.

Tutta la tradizione monastica dell’Oriente e dell’Occidente si riconosce nell’esortazione che san Benedetto ha messo nel Prologo della sua Regola: «Ascolta figlio»! Questa parola è come una «immagine verbale» del comandamento dell’ascolto che costituisce l’identità del popolo di Dio (vedi per esempio Deuteronomio 6, 4-5). L’ascolto della Parola determina anche l’identità del cristiano.

Il silenzio nella vita monastica è dunque prima di tutto «un modo di disporsi dell’orecchio». Fa parte di quella atmosfera spirituale che costituisce la vita monastica, quindi la spiritualità del monaco di ogni tempo.

Verso la Parola di Dio è orientato l’orecchio del monaco e verso la sua legge il cuore, per cui può dire con il salmista: «Verso Dio vibra di silenzio l’anima mia» (traduzione possibile del versetto 2 del Salmo 61). Il silenzio del monaco è in funzione dell’ascolto della Parola che lo nutre e lo fa vivere.

Questo legame fra ascoltare e vivere è fondamentale nella fede: chi sa ascoltare la voce della Parola, vivrà. È stato e sarà così. «I morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che avranno ascoltato vivranno» (Giovanni 5, 25). Ecco allora l’invito dell’evangelista Luca: «Fate attenzione a come ascoltate» (Luca 8, 18). Da come ascolta, si capisce a chi il monaco obbedisce e di chi èla parola di cui vive. Non c’è dubbio: l’ascolto della Parola è il primo comandamento della vita monastica e il silenzio costituisce la sua «fisionomia interiore». Il silenzio «è molto più di un semplice non-parlare: è una fisionomia interiore, è qualcosa che dà il tono a tutta la vita monastica, per cui la povertà, l’obbedienza, il servizio hanno il colore, il volto del silenzio. Infatti cos’è la preghiera se non l’anteporre Dio e fare tacere l’idolo che è il proprio “io”». (...) Sant’Efrem scrive: Dio è «il Silenzio che non viene percepito, è il tacere che non viene sentito». Il silenzio è lo stile dell’agire di Dio. Negli eventi della salvezza Dio si esprime secondo la «musica» di due arpe, «una silenziosa e l’altra eloquente. E la predicazione del silenzio dell’una non era compresa da coloro che chiacchieravano. L’arpa silenziosa insegnava tramite l’azione, mentre quella parlante lo faceva con la voce. Con parole e azioni, tutt’e due insieme, proclamavano il Signore di tutto».

È così particolare di Dio l’agire nel silenzio, che è quanto il diavolo non può comprendere. Sant’Ignazio di Antiochia fa questa dichiarazione: «Il principe di questo mondo ha ignorato la verginità di Maria, il suo parto come anche la morte del Signore: tre misteri di alta voce che furono fatti nel silenzio». Ed Efrem commenta: «Le parole di questo silenzio sono degne di lode».

Scrive Rowan Williams, che nello stile di Dio, il silenzio permette «che ciò che è sia ciò che è» e ricorda: «Esiste un documento cristiano del ii secolo, noto come il Protovangelo di Giacomo, in cui troviamo una descrizione del momento della nascita di Gesù. Giuseppe è uscito a cercare una levatrice, Maria è sempre nella grotta. Mentre Giuseppe cammina nel villaggio, all’improvviso tutto si ferma. Egli stesso racconta di aver visto un pecoraio nel campo mentre intingeva il suo pane nella pentola e la sua mano bloccata a mezza via verso la bocca; un uccello in mezzo al cielo fermato mentre volava. Per un momento tutto rimane immobile, poi i movimenti ricominciano e Giuseppe sa che la nascita è avvenuta in quell’istante di silenzio assoluto».

Il silenzio è costitutivo dello stile di vita del monaco, del modo di vivere, del modo di pensare, del modo di relazionarsi. Questo stile di vita si può riassumere intorno alla parola «sobrietà», nepsis. Per esempio, nello stile di vita di monaci delle prime generazioni non c’è solo una sobrietà di parole nelle relazioni: persino di Dio si deve parlare e discutere poco. I monaci di Solesmes hanno studiato con il computer i detti dei Padri del deserto e sono arrivati ad una costatazione sorprendente: «Di Dio non si parla molto, e neanche di Cristo e della Vergine Maria». Nell’età matura del monaco, le «visioni» sono piuttosto «voci» di incoraggiamento, di consolazione, oppure esortazioni alla vigilanza. Perciò le prime generazioni di monaci non parlano di Dio ma della loro esperienza di Dio che salva, di Cristo che vince, trasmettono cioè la loro esperienza di salvezza per aver «ascoltato la parola» e obbedito. Quel narrare uno all’altro l’esperienza di salvezza genera comunità di credenti, il padre spirituale narrando la salvezza genera un figlio spirituale e insieme generano una comunità che testimonia e glorifica Dio. Il monaco è perciò parola incarnata più che parola pronunciata. Ecco allora un interessante aspetto della vita monastica nelle sue prime generazioni: una preferenza per la via apofatica in teologia. Che significa? La conoscenza di Dio non può identificarsi con i concetti o le immagini, ma raggiunge la sua verità nel silenzio o nell’adorazione.

di Michelina Tenace

venerdì 14 agosto 2020

L'Osservatore Romano: Un grande messaggio per l’umanità

 15 agosto, solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

13 agosto 2020

Le più importanti festività mariane, Immacolata concezione, Annunciazione, Visitazione, Maria madre di Dio, Maria madre della Chiesa, Assunzione, non hanno solo valore liturgico e devozionale, ma soprattutto dinamico in quanto costituiscono fondamentali passaggi dell’umanità in cammino. L’anima contemplativa attratta dalla luce della bellezza creata e increata, orientata verso lo Spirito Santo, vive una costante purificazione e trasformazione che segna importanti tappe nella coscienza. Maria riunifica nella sua persona tutti i tratti del compimento, incarna la pienezza che opera lo Spirito in coloro che si affidano senza riserve. Costituisce il modello del principio femminile cristiano non tanto da imitare attraverso lo sforzo di volontà, ma attraverso l’abbandono, lasciando cioè agire l’azione rigeneratrice che muove lo Spirito.


Lo Spirito Santo attiva nell’anima un processo di purificazione tale da far germinare in essa quelle virtù che in Maria vengono completamente alla luce. Maria incarna un femminile assolutamente recettivo, che non fa alcuna opposizione al fluire della grazia e la grazia che agisce in lei fa fiorire tutte le potenzialità. L’obbedienza, la mitezza, la prudenza, la sapienza, la fortezza, il silenzio, l’aprirsi al mistero, il custodire ecc., sono virtù che germinano naturalmente nell’anima contemplativa purificata dallo Spirito.

Considerare Maria come modello da imitare ne affievolisce la forza dinamica, fa rimanere sul piano devozionale che guarda a lei come a una figura troppo elevata da raggiungere, che la prega affidandosi con cuore sincero, ma che, non focalizzandosi sull’azione spirituale, può anche rischiare di cadere nella superstizione o addirittura nell’idolatria. L’arcangelo Gabriele salutando Maria con l’appellativo di «piena di grazia», vuole dirci che ella vive lo stato di grazia che precede la caduta, però non più nell’innocenza, bensì nella consapevolezza visto che le è chiesta una risposta. Maria incarna l’attesa profetica, la totale fedeltà all’alleanza che supera la frattura dovuta alla disobbedienza. Esprime il punto d’arrivo del lungo cammino del popolo amato per rispondere in pienezza all’amore. In questo stato lo spirito di morte non ha più potere, la vita fluisce senza conoscere frattura. La «piena di grazia» allude proprio al rimarginarsi di questa frattura, alla risalita della natura umana alla condizione originaria. Il Verbo può incarnarsi in Maria perché il suo sì permette allo Spirito Santo di incarnarsi in lei, di manifestare attraverso di lei il volto materno di Dio. La Theotókos, la Madre di Dio, porta alla luce la madre che è in Dio, la potenza generatrice dello Spirito che eternamente genera il Verbo.

Soffermiamoci ora sul dogma dell’Assunzione. Proclamato da Pio XII il 1° novembre 1950 con la Costituzione apostolica Munificentissimus Deus, ratifica quanto la tradizione tramanda fin dai primi secoli e cioè che il corpo di colei che ha portato in grembo e partorito verginalmente il figlio di Dio, non poteva essere sottoposto alla corruzione della morte. «Pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Mentre però per Gesù si festeggia l’Ascensione, per Maria si festeggia l’Assunzione al cielo. Di Gesù è messa in evidenza la natura divina. Egli, essendo disceso dal cielo, poi risale per la potenza intrinseca alla propria natura. Di Maria invece è messa in luce la natura umana. Ella non può ascendere per forza propria, ma è portata in alto per la potenza del Verbo incarnato. La natura divina del Verbo incarnato divinizza la natura umana. Infatti, come è reso particolarmente esplicito dall’iconografia orientale della dormitio, è Gesù che porta in cielo la madre addormentata. Questo mette bene in luce come, la natura umana purificata e ritornata alla luce originaria (Immacolata Concezione), completamente aperta all’azione dello Spirito Santo (Annunciazione) tanto da accogliere in se stessa la generazione divina dando corpo al Verbo (Madre di Dio), dallo stesso Verbo è assunta nella vita divina. Maria è portata in cielo in anima e corpo perché il suo corpo terreno è trasfigurato nel corpo della risurrezione. Il passaggio per lei è lieve. La natura umana in origine porta in se stessa la potenzialità di ascendere, porta potenzialmente in sé la natura divina. Nella genealogia di Gesù che troviamo nel vangelo di Luca è detto che Adamo è «figlio di Dio» (Lc 3, 38). È posta una continuità fra Adamo e Gesù che richiede un lungo processo di crescita. Maria raggiunge il compimento che dà origine alla nuova creazione. La risalita di Maria alla condizione originaria permette al Verbo di discendere e di incarnarsi in lei. È dunque la risalita della natura umana alla purezza originaria che rende possibile l’incarnazione. Allo stesso tempo però il Verbo incarnato assume la natura umana nella natura divina. L’incarnazione opera la piena riunificazione fra natura umana e natura divina. Per questo è detto che Gesù è asceso in cielo mentre di Maria è detto che è assunta. Il Verbo discende e risale. Porta in se stesso questo movimento il cui senso profondo allude al movimento intrinseco della Santissima Trinità. Dio è Uno e Trino, Padre e Figlio, universale e particolare, assoluto e manifestato, invisibile e visibile in quanto la realtà creata è mirabile manifestazione della misteriosa e insondabile bellezza increata. Quando la natura umana si apre per accogliere il Verbo, ossia ritorna all’innocenza originaria, ne assume ogni potenzialità. Per questo Gesù ascende, mentre Maria è assunta. La natura umana riceve questa potenzialità di risalita quando in essa si genera il Verbo. Il Verbo risveglia la natura divina nella natura umana, suscita quel movimento di discesa e di risalita intrinseco alla natura divina. Attrae la natura umana all’interno del movimento d’amore delle divine persone. Assoluto mistero (Padre) e sua manifestazione (Figlio), attraverso la relazione dell’amore puro (Spirito Santo) che eternamente genera amore, sono sempre compresenti e contemporanei e in continua relazione. Maria che è portata in cielo da Gesù fa comprendere dunque che attraverso il Verbo incarnato la natura umana è assunta nella natura divina. L’assunzione rivela che la natura umana può partecipare alla vita della Santissima Trinità, può assumerne il movimento. Risurrezione della carne è dunque l’eskaton a cui tende ogni compimento, la costante tensione che spinge la natura umana a raggiungere la propria pienezza, a vivere il corpo della risurrezione, quella realtà in cui ogni potenzialità umana giunge ad attualizzarsi sul piano spirituale rimanendo indelebile. Salvezza, vita eterna, esprimono l’attivarsi di questa potenzialità che investe universalmente tutto il genere umano.

L’Assunzione al cielo di Maria comporta quindi un grande messaggio per l’umanità, invita a vivere il corpo della risurrezione durante la vita terrena. Questo corpo si sviluppa attraverso l’azione di grazia che opera lo Spirito Santo trasformando la vita psicofisica, purificandola, santificandola. Il corpo fisico non è un corpo estraneo rispetto a quanto contiene nell’interno. Non è, ad esempio, come il vaso di coccio che contiene l’acqua. Secondo l’antropologia biblica corpo fisico, psichico, spirituale costituiscono un tutt’uno, costituiscono l’essere vivente nella sua unità inscindibile. Si potrebbe paragonare ad esempio il corpo fisico alla crosta del pane che contiene e dà forma a tutto l’impasto. Ma nella persona umana niente è statico, bensì sempre in trasformazione proprio per le forze spirituali che lo attraversano. Quindi più si trasforma la parte interna, più si trasforma l’esterno che ne dà la tenuta e ne costituisce la manifestazione esteriore costituita anche da pensieri ed azioni. Il corpo della risurrezione sorge pian piano dal corpo psicofisico via via che lo Spirito Santo purifica l’anima. Più l’anima si illumina, più si rarefanno in essa le ombre e si sciolgono i nodi degli attaccamenti che la legano. Allo stesso tempo sono alleviate le malattie del corpo il quale lentamente riscopre la bellezza della propria creaturalità. Il corpo della risurrezione inizia a vivere via via che lo Spirito Santo santifica il corpo psicofisico. Nei santi il corpo della risurrezione prende sempre più campo nel corpo psicofisico fino a che, come in Maria, non fa più alcuna resistenza al Verbo incarnandolo. Allora il Verbo incarnato assume completamente in se stesso il corpo psicofisico. Il passaggio dallo spazio/tempo all’eterno è lieve dove la natura umana è risvegliata dal Verbo alla natura divina.

di Antonella Lumini


giovedì 6 agosto 2020

SettimanaNews: I giovani li abbiamo persi da tempo

 05/08/2020 Giuseppe Savagnone

La lettera nella quale la Presidenza della CEI ha invitato i vescovi italiani a «porre le condizioni con cui aprirsi a nuove forme di presenza ecclesiale», in vista della ripartenza autunnale, non è casuale. Essa nasce da una preoccupazione, neppure troppo velata, di fronte alla constatazione che, dopo il lockdown, il ritorno alla celebrazione dell’eucaristia con il popolo è stato «segnato anche da un certo smarrimento (in particolare, una diffusa assenza dei bambini e dei ragazzi), che richiede di essere ascoltato».

Dopo le accese proteste, soprattutto di quella parte del mondo cattolico più attaccata ai riti e alle devozioni, contro la sospensione della celebrazione delle liturgie eucaristiche; dopo che la stessa Presidenza CEI aveva reagito con durezza contro il protrarsi di questa sospensione, arrivando a prospettare una violazione del diritto di libertà religiosa; dopo che si erano studiate minuziosamente le misure per conciliare la tutela della salute e il corretto svolgimento delle funzioni – dopo tutto questo, sembra che le chiese, ora che sono state riaperte, restino mezze vuote, perché molti – soprattutto i giovani – continuano a disertarle.

L’urgenza dell’ascolto
Possibile che un’interruzione di poche settimane abbia sviato i fedeli dalla frequenza domenicale, ancora così radicata nel costume? O forse, più sottilmente, sono stati i vantaggi di una partecipazione virtuale a indurre molti a continuare a seguire la messa in Tv? Solo che, in questo modo, l’assemblea liturgica perderebbe istituzionalmente – e non solo per l’emergenza del lockdown – la sua ricchezza umana integrale, che comporta anche la dimensione fisica, e soprattutto il riferimento al banchetto eucaristico, in cui i fedeli si nutrono, del corpo e del sangue di Cristo, «vero cibo e vera bevanda».

Si capisce l’inquietudine della Presidenza CEI, anche in riferimento a una ripresa che, in autunno, dovrebbe confrontarsi col problema della presenza fisica dei ragazzi nelle classi di catechismo e negli oratori.

È significativo, tuttavia, che la lettera accenni quasi di sfuggita alle difficoltà, insistendo piuttosto sulla necessità, da parte delle nostre comunità, di «aprirsi a nuove forme di presenza ecclesiale». Segno di una consapevolezza che il problema è più profondo del mancato ritorno in chiesa ed esige non tanto delle sterili recriminazioni, quanto un “ascolto” intelligente di ciò che sta accadendo nella nostra società.

La crisi c’era già prima del lockdown
In verità, dei germi di crisi erano già abbastanza evidenti anche prima del coronavirus. I giovani di cui oggi viene notata l’assenza erano a loro volta i superstiti di generazioni che da tempo, ormai, avevano abbandonato la pratica religiosa. Dalle più recenti inchieste risulta che oggi, in Italia, quasi metà dei giovani dai 18 ai 29 anni non credono in Dio, o perché pensano che non esista, o perché sono del tutto indifferenti al problema, o perché ci credono a intermittenza, qualche volta sì qualche volta no, o perché, pur ammettendo l’esistenza di una forza superiore, escludono che sia Dio. Colpisce l’accelerazione impressionante del fenomeno se si pensa che negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso gli atei erano tra il 10 e il 15% della popolazione giovanile.

Fa riflettere il fatto che l’80% dei giovani “non credenti” sia passato per il battesimo e la prima comunione, circa i due terzi per la cresima. I tre quarti hanno frequentato il catechismo. Sono perciò giovani che hanno abbandonato dopo l’iniziazione cristiana. È il fallimento del catechismo come viene praticato quasi ovunque. La grande fuga dei ragazzi si verifica di solito a conclusione di esso, come se i sacramenti che dovrebbero introdurli nella pienezza della vita cristiana fossero invece quelli del congedo da essa e dalla Chiesa.

Il tempo del coronavirus ha dunque solo evidenziato una crisi su cui forse si erano troppo a lungo chiusi gli occhi. Ma, se è vero che esso mette in risalto i segni di un tramonto, c’è da chiedersi se non mostri, al tempo stesso, alcuni elementi che potrebbero favorire un nuovo inizio, consentendo il superamento di alcuni schemi che ingabbiavano la pastorale, soprattutto giovanile.


La terra di mezzo
Proprio la crisi della pratica religiosa tradizionale, quella che si svolge tra le mura dei templi, rimette in discussione uno di questi schemi, secondo cui si consideravano “veri cristiani” solo i cattolici “praticanti”, e “praticanti” solo quelli che andavano in chiesa la domenica. Il confinamento ci ha costretti a relativizzare, insieme al luogo fisico, le mura di divisione che separavano nettamente chi sta “dentro” e chi sta “fuori”. Nello spazio della rete tutti sono in grado di collegarsi a tutti e di partecipare anche se non l’avevano mai fatto. I confini sono saltati.

Ma non è questa anche una potente metafora di uno stile ecclesiale diverso, dove “cattolico” torni a significare un’apertura illimitata alla totalità dei valori umani, e quindi a tutti coloro che, anche per vie diverse da quelle dell’ortodossia ecclesiale, sono alla ricerca di un senso della vita?

Non per nulla sono i giovani i più capaci di utilizzare i nuovi mezzi di comunicazione. Lo spazio senza barriere della rete esprime bene la loro condizione, che non è quella di chi sta “dentro” la Chiesa, ma neppure quella di chi sta “fuori”. Più che di atei e di credenti bisognerebbe, perciò, parlare di giovani che abitano quella che un sociologo, Alessandro Castegnaro, ha definito una «terra di mezzo» tra credenza e incredulità e che, se non vanno in chiesa, non è perché abbiano definitivamente rifiutato la fede, ma perché non riescono più a riconoscersi nel modo tradizionale di proporla.

Certo, guardando questi giovani ci si potrebbe chiedere: «Che cosa cercano? Cercano Dio?». In realtà, come scrive Castegnaro, «cercano innanzi tutto se stessi, cercano di non perdersi, cercano di ritrovarsi (…). Ma cercare se stessi non ha proprio niente a che fare con la ricerca di Dio?».

Ad essi può rispondere solo una Chiesa capace di accoglierli con le loro inquietudini, una Chiesa che apra lo spazio per «portare avanti le proprie esplorazioni, condurre incursioni, fare esperienze a partire dal bisogno di comprendere se stessi e dalla personale ricerca di senso».

Una partecipazione senza appartenenza
Questi giovani hanno bisogno di una partecipazione senza appartenenze rigide, di una proposta fatta in un linguaggio nuovo, non “ecclesiastico” che, invece di riflettere certezze già precostituite, si sforzi di esprimere la complessità della vita e sia per questo comprensibile a tutti.

Non è il linguaggio che il coronavirus ci ha costretti a usare, in una liturgia del quotidiano che si è svolta tra casa nostra – luogo di condivisione, a volte faticosa, tra diversi, alle prese con le incombenze e le necessità della vita familiare – e le piattaforme del web, aperte senza limiti al mondo? Perché non imparare da questa esperienza un approccio non “sacrale”, meno che mai “clericale”, alla nostra fede, valorizzando la sua portata pienamente umana?

Una nota teologa, Serena Noceti, segnalava a questo proposito l’attualità della tradizione sapienziale, che attraversa tutta la sacra Scrittura. Mentre la Torah, la Legge, enuncia le richieste di JHWH al suo popolo e i libri profetici fanno percepire l’irruzione bruciante della Trascendenza nella nostra storia, i libri sapienziali insegnano a leggere la presenza di Dio nelle vicende della vita e della morte.

Sono i libri della riflessione sul quotidiano – Proverbi, Sapienza, Siracide –, ma anche i più drammatici della Bibbia – Qohelet, Giobbe. Qui non si parte dalle certezze, ma dalle domande – non quelle del catechismo, confezionate in vista delle risposte –; non dalla fede, ma dal grido che, come scrive Recalcati, è «il luogo primario dell’umanizzazione della vita». «Ma cos’è un grido? Nell’umano esprime l’esigenza della vita di entrare nell’ordine del senso, esprime la vita come appello rivolto all’Altro. Il grido cerca nella solitudine della notte una risposta nell’Altro. In questo senso, ancora prima di imparare a pregare e ancora di più nel tempo in cui pregare non è più come respirare, noi siamo una preghiera rivolta all’Altro».


Accogliamo i “gridi perduti nella notte”
Forse da qui bisogna ripartire, con i giovani ma anche con gli adulti, ricordando che le nostre certezze di fede, se sono autentiche, non sono ereditarie, ma hanno richiesto una conquista: «Siamo stati tutti dei gridi perduti nella notte». Lasciamo entrare nelle nostre riunioni gli abitanti della “terra di mezzo” senza chiedere loro il passaporto. Anzi, rendendo queste riunioni, anche quando potranno essere fatte in presenza, fluide e accessibili come lo sono state le liturgie della rete (alle messe del papa, durante il lockdown, partecipavano tanti che in chiesa non andrebbero mai!).

Il coronavirus ci ha messo alla prova e forse sta accelerando la fine non solo di una società, ma anche di un certo modo di vivere la Chiesa. Ma noi, i cristiani, non dobbiamo aver paura del rinnovamento. Ciò che muore apre la strada a ciò che sta nascendo. E noi crediamo di dover avere un ruolo, con la nostra inventiva e i nostri poveri sforzi, nell’adempimento della promessa che sta a conclusione della sacra Scrittura: «E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (Ap 21,5).

- Articolo ripreso dal sito della pastorale della cultura della diocesi di Palermo Tuttavia.