martedì 3 marzo 2020

E. Bianchi "Che speranza diamo agli uomini d’oggi?"

Vita Pastorale -
 Dove va la chiesa - Marzo 2020

Il precedente articolo di questa rubrica ha destato molte reazioni, peraltro positive, al mio grido sull’urgenza di una nuova forma del “vivere la chiesa”. Mi è parso dunque doveroso continuare quel discorso, con alcune proposizioni o proposte per l’evangelizzazione oggi.

Grazie alla rivelazione di Dio fatta da Gesù Cristo (cf. Gv 1,18), la nostra fede è arrivata a dire, attraverso l’apostolo Giovanni, che “Dio è amore, carità” (1Gv 4,8.16). Dunque, la fede cristiana ha sempre come volto la carità, l’amore che i cristiani devono vivere nel mondo in mezzo agli altri uomini e donne, e la chiesa deve essere il sito della carità visibile di Dio tra gli umani. È significativo che Gesù non abbia mai cercato il riconoscimento della sua missione e di conseguenza della missione dei discepoli, ma ha offerto un criterio molto semplice e fondamentale: “Da questo sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). L’unico segno, l’unico sigillo dell’essere discepoli e discepole di Gesù è dato non da atteggiamenti religiosi e cultuali, liturgici – e questo lo dice un monaco che pratica abbondantemente la liturgia –, non da dichiarazioni di fede, ma semplicemente dal “comandamento nuovo” dell’amore verso gli altri. Questo è il comandamento ultimo e definitivo: “Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 13,43; 15,12), dice Gesù. La logica di queste parole è paradossale. Gesù non dice: “Come io ho amato voi, voi amate me”. No, dice: “Amatevi tra di voi perché, così facendo, amerete me”. Non basta invocare il Signore, non basta invocare la sua parola, non basta mangiare e bere con lui nell’Eucarestia per essere cristiani (cf. Lc 13,26); occorre vivere la carità come l‘ha vissuta Gesù, fino all’estremo (cf. Gv 13,1), fino al dono della propria vita nel servizio degli altri. Una carità praticata mai in modo ripetitivo e schematico, ma sempre reinventata e rinnovata nei gesti e nelle azioni.

Proprio per questo il giudizio del Figlio dell’uomo sull’umanità di ogni tempo sarà fondato sulle azioni che ogni essere umano avrà vissuto nei confronti degli altri. Gesù non ci ammonisce con un giudizio che riguarda le nostre debolezze di uomini e donne fragili nella loro condizione carnale, ma sulle nostre omissioni, quando incontriamo (o non incontriamo) l’altro, il bisognoso, l’affamato, l’assetato, lo straniero, il povero, il malato, il carcerato (cf. Mt 25,31-46). Ciò che ci viene chiesto è incontrare l’altro in quanto essere umano, fratello o sorella in umanità, uguale in dignità. Si tratta di andare incontro all’altro cercando di discernere il suo bisogno, ascoltando la sua sofferenza, la sua invocazione, fino a prendercene cura in una relazione ospitale all’insegna della gratuità. Questa carità vissuta decide la verità dell’appartenenza a Cristo.

Certo, i cristiani sono chiamati a dare una forma pratica, concreta alla solidarietà, all’uguaglianza, alla giustizia. La carità cristiana esige sempre un’opzione per l’umanizzazione in assoluta gratuità, senza ansie di evangelizzazione o di autoconservazione della chiesa. La concezione cristiana della carità è eversiva e può essere “anormale” (parole di Paul Valadier, gesuita ex direttore della rivista Études), nelsenso che resta sorda alle voci mondane, al miraggio dell’audience, e si distacca da ciò che nella storia è vincente e più facilmente attestato. Non dunque dei cristiani fuori del mondo, ma nel mondo altrimenti, nel mondo senza essere del mondo (cf. Gv 17,11-16); senza paure e senza esigere di essere vincitori. La Buona notizia che i cristiani sono chiamati a dare all’umanità è solo quella dell’amore offerto in modo incondizionato, un amore che non va mai meritato. In estrema sintesi, è questo annuncio, fatto con autorevolezza: “Hai visto un uomo, hai visto un fratello? Hai visto Dio” (parole di Gesù tramandate da Clemente Alessandrino).

Ma nella missione, quale speranza? Forse questa è la cosa più difficile oggi per il cristianesimo e per la missione. Tutta la storia della chiesa, infatti, è segnata dalla testimonianza della carità, in particolare verso i poveri e i malati. Mai nessuno ha dubitato di questa capacità della carità, anche oggi e anche nelle nostre chiese. Ma quale speranza diamo agli uomini e alle donne di oggi? Viviamo in un tempo segnato da molte paure, un tempo in cui si sono spente e anestetizzate le grandi speranze delle ideologie e delle utopie secolarizzate. Il nostro tempo è spesso posto sotto il segno della crisi, o addirittura della fine. La precarietà del presente e l’incertezza del futuro alimentano paure che abitano la nostra convivenza – “nuove paure”, come ha scritto sociologo Marc Augé – indeboliscono la fiducia, paralizzano l’insurrezione delle coscienze. Papa Francesco chiede con insistenza di combattere e di vincere le paure come decisivo antidoto al rinchiudersi in un orizzonte individualistico, asfittico, ripiegato su di sé, e quindi assorbito in un vortice di egoismo.

Immerso in questa situazione, il cristiano subisce oggi la tentazione di rifugiarsi innanzitutto in una spiritualità seducente, accattivante ed efficace, una spiritualità che consiste nel presentare la salvezza come benessere individuale. Siamo di fronte a un teismo etico, terapeutico, che cerca armonia e benessere quotidiano e aspira al conforto interiore. Il primato viene accordato a un Dio “Energia”, all’offerta di un moralismo dettato dall’antropologia, alla salvezza come pace e calma interiore. Ed è così che la speranza, proprio perché è rinchiusa in dimensioni individuali, non è più speranza, tanto meno quella cristiana: o si spera per tutti, o non si spera! Ma allora quale speranza annunciare nella missione cristiana?

Sono sempre più convinto che dobbiamo partire dalla narrazione cristiana per eccellenza: l’amore vince la morte. Nelle diverse culture umane si è sempre giunti a pensare, in varie forme, a un duello tra amore e morte, eros e thanatos, i due nemici per eccellenza. Non è un caso che l’Antico Testamento nel Cantico dei cantici arrivi ad affermare che l’amore può combattere la morte, anche se non si spinge fino a dire che ne è vincitore. Si ferma all’espressione: “Forte come la morte è l’amore” (Ct 8,6). Ma l’annuncio cristiano testimonia esattamente a questo proposito l’inaudita novità di Gesù Cristo: avendo amato fino all’estremo, fino alla fine (cf. Gv 13,1), essendo vissuto operando il bene e spendendo la vita per i poveri, i sofferenti, gli oppressi, gli esclusi, gli scarti della società e i peccatori, non è restato preda della morte. Dio lo ha resuscitato perché non era possibile che quell’amore vissuto andasse perduto. Così possiamo intendere le parole dette da Pietro a Gerusalemme, nel primo discorso dopo Pentecoste: “Non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere” (At 2,24).

Forte come la morte è l’amore, più forte della morte è stato l’amore vissuto da Gesù. Questo è l’annuncio cristiano, che possiamo rivolgere anche ai non cristiani, ai non credenti, facendo loro capire che la resurrezione è davvero il nucleo incandescente di tutta la nostra fede in Gesù Cristo. La morte non è l’ultima parola, è questo che noi dobbiamo saper comunicare all’interno del nostro annuncio evangelizzatore. Solo così rendiamo ancora Cristo non un maestro di umanità o di spiritualità, ma colui che è capace di salvare realmente le nostre vite.

Ecco alcuni tratti radicali di cosa dovrebbero essere la nostra fede, la nostra carità e la nostra speranza, affinché possa germinare lo slancio missionario. Sono convinto che, soltanto andando alla radice e vedendo bene ciò che manca oggi alla chiesa, potremo uscire da questa situazione di sterilità e di crisi di fede. E se la fede è debole, lo è anche la missione. Ammettiamolo, i problemi sono molti: la città è sempre più post-cristiana, noi siamo una minoranza nella società, avvolti dal regno dell’indifferenza nei confronti di Dio e della chiesa, ma non per questo viene meno la speranza, la quale potrà far germinare in futuro dei segni che possano davvero essere all’insegna della fede, della speranza e della carità.

Noi abitiamo “la Galilea delle genti” (Mt 4,15), quelle genti che ormai sono qui tra di noi. Il mondo è cambiato. E la mia speranza è che il Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia dello scorso ottobre, unitamente a quello che si sta celebrando in Germania, possa fornire delle tracce per tutte le chiese. Il problema, infatti, non riguarda solo quelle chiese, peraltro così diverse, ma riguarda noi: come inculturare la fede in questo mondo globalizzato e post-cristiano? Rispondere a questa domanda richiede di compiere passi nuovi, richiede nuovi modi di far vivere la liturgia, richiede un altro linguaggio, richiede di mettere a fuoco gli elementi essenziali del cristianesimo, senza timori né paure. Ci è chiesta una grande conversione, forse simile a quella che il cristianesimo del primo secolo dovette compiere per aprirsi dal giudaismo a tutte le genti della terra.

lunedì 17 febbraio 2020

Francesco Cosentino "Amazzonia, tra sogni e paure"


SettimanaNews
14 febbraio 2020

Due premesse sono d’obbligo, prima di formulare un breve pensiero sull’esortazione apostolica Querida Amazonia.

La prima è una specie di «avvertenza per l’uso»: non sarò diplomatico, perché la mole di riflessioni e approfondimenti che in queste ore si susseguono, anche solo affidate a un tweet o un messaggio su Facebook, risente come spesso capita di un vecchio vizio dei linguaggi e degli ambienti ecclesiali: anche davanti ai buchi bisogna mettere per forza le toppe e, in un modo o nell’altro, bisogna uscirne puliti, con parole e contenuti prudenziali e calcolati, sempre sospesi tra il dire e il non dire. Quel che ne viene fuori, a differenza di alcune poche eccezioni, sono discorsi che si situano al centro, senza scontentare nessuno, ma senza suscitare brividi né tantomeno incendiare i cuori.

La seconda premessa è che il punto di vista del teologo è quello di un «pensiero aperto e mai concluso», come papa Francesco suggerì ai docenti della Pontificia Università Gregoriana, parlando in particolare della disciplina che insegno, la teologia fondamentale. Dunque, la riflessione rimane aperta e si nutre di un pensiero critico che, se fondato, deve restare tale anche in presenza di una posizione ufficiale del Magistero, fermo restando l’accoglienza di quest’ultima. Dunque, pieno rispetto e accoglienza per l’Esortazione Apostolica firmata da Papa Francesco, nell’esercizio di una libertà spirituale che però deve alimentare le domande, la ricerca e la riflessione.

I 4 sogni per l’Amazzonia
Vengo allora, brevemente, a Querida Amazonia. Il documento si snoda attorno a 4 sogni fondamentali per la terra amazzonica: la lotta per i diritti dei poveri e degli ultimi, la difesa della ricchezza culturale propria, la custodia della bellezza naturale che la contraddistingue e, infine, il sogno di «comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici» (n. 7).

I primi tre sogni rispondono a urgenze epocali non più procrastinabili, per una promozione e piena integrazione della vita umana degli abitanti di quelle terre e una reale protezione della sua bellezza naturale, entrambe minacciate e ferite dalla povertà, dalle ingiustizie, dagli squilibri economici e sociali, e dal disastro ecologico in atto.

Il quarto sogno richiama un’urgenza di altro tipo, che potremmo definire pastorale ma che, più precisamente, è ecclesiale. Il grande annuncio salvifico del Vangelo deve giungere con tutti gli strumenti possibili anche in questa terra ferita e desiderosa di rinascita; ciò esige una vera e propria inculturazione sociale e spirituale – afferma l’esortazione – a servizio di una nuova evangelizzazione e di una spiritualità non individualista e alienante, ma capace di dare voce e forma ai bisogni spirituali, ma anche a quelli umani e sociali.

Che questo quarto sogno risponda realmente e concretamente all’esigenza, tuttavia, è quantomeno dubbio. Il documento, infatti, dopo aver ribadito l’importanza e la centralità dell’eucaristia, affronta il tema dell’inculturazione della ministerialità in modo assai singolare: bisognerebbe infatti «inculturare» l’importanza dell’eucaristia domenicale, fonte e culmine della vita cristiana, in una situazione ecclesiale e pastorale fortemente segnata dall’assenza di presbiteri e da comunità cristiane guidate nella stragrande maggioranza dei casi da laici preparati e formati, che annunciano la parola e spesso amministrano alcuni sacramenti.

Perché vi sia realmente l’inculturazione, l’esortazione afferma l’esigenza, da parte della Chiesa, di «una risposta specifica e coraggiosa» (n. 85). Infatti, «occorre trovare un modo per assicurare il ministero sacerdotale. I laici potranno annunciare la Parola, insegnare, organizzare le loro comunità, celebrare alcuni Sacramenti, cercare varie espressioni per la pietà popolare e sviluppare i molteplici doni che lo Spirito riversa su di loro» (n. 89). Tuttavia, ciò non basta perché – afferma il documento – «hanno bisogno della celebrazione dell’eucaristia (…). Se crediamo veramente che è così, è urgente fare in modo che i popoli amazzonici non siano privati del cibo di nuova vita e del sacramento del perdono» (n. 89).

La possibile soluzione arriva al numero seguente: i vescovi dell’America Latina promuovano la preghiera per le vocazioni e siano più generosi, formando e inviando preti che svolgano la loro missione in Amazzonia.

Una lettura critica
Ci sia consentito esprimere quantomeno alcune perplessità, riguardanti una certa approssimazione con cui viene affrontato un problema così complesso. La discussione non si può risolvere nell’assioma «preti sposati si, preti sposati no», come incautamente hanno fatto certe tifoserie anche a seguito di esposizioni sul tema del celibato prive di fondamento teologico e anche di buon senso. Qui è in gioco, invece, una visione di Chiesa, la sua capacità di “sognare” in modo nuovo la ministerialità, il suo coraggio di affrontare nodi che prima o poi la storia riproporrà con forza – e forse sarà troppo tardi – per riformare se stessa.

Se Papa Francesco si è fermato un attimo prima e ha ritenuto di dover accompagnare nel tempo le diverse tematiche connesse al ministero ordinato e al ruolo della donna, ha certamente buone ragioni che vanno nella direzione dell’unità ecclesiale e di una maturazione armonica su questi temi.

Ma la domanda del teologo rimane: fino a quando? Quando avverrà questa maturazione ecclesiale che, finalmente libera dalla paura di cambiare, darà voce, spazio e volto a quell’audacia che pure papa Francesco auspica da tempo? Fino a quando si dovrà continuare a sentir parlare di allargamento del ministero laicale, quando ciò è stato affermato già sessant’anni fa dal Concilio Vaticano II e la famosa «ora dei laici» – secondo una felice battuta del pontefice – non si è avverata perché «sembra che l’orologio si sia fermato»? Fino a quando nessun ministero ufficiale e istituito per le donne? Fino a quando l’aspetto della disciplina dovrà essere rigidamente conservato perfino dinanzi a una drammatica urgenza sacramentale?

Rimane anche una considerazione, che non ha nulla di amaro, ma vorrebbe porsi come pungolo e provocazione: se su certe questioni aperte la Chiesa, anche stavolta e in presenza di una situazione come quella amazzonica, si è lasciata ancora irretire dalla paura e si è divisa in letture ideologiche contrapposte, qualcosa non quadra. Significa che le manca il coraggio, è deficitaria di profezia, è prigioniera dello status quo e si rinchiude proprio in quella «paura di sbagliare», denunciata da papa Francesco in Evangelii gaudium, invece che essere santamente inquietata dall’urgenza di portare il Vangelo a tutti.

Avanti, pregando per la Chiesa
Aveva affermato il cardinal Martini nel suo bellissimo testo Conversazioni notturne a Gerusalemme: «Il celibato è un altro argomento. Questo tipo di vita è oltremodo impegnativo e presuppone una profonda religiosità, una comunità valida e forti personalità, ma soprattutto la vocazione a non sposarsi. Forse non tutti gli uomini chiamati al sacerdozio possiedono questo carisma. Da noi la Chiesa dovrà escogitare qualcosa. Oggi a un parroco vengono affidate sempre più comunità, oppure le diocesi importano sacerdoti di culture straniere. Questa a lungo termine non può essere una soluzione. La possibilità di consacrare viri probati (uomini esperti, di provata fede e capacità relazionale) dovrà in ogni modo essere discussa».

Ma siamo qui. A pregare per la Chiesa, con fiducia e speranza.

giovedì 13 febbraio 2020

Jesus, Enzo Bianchi "L'altro come rivelazione di un dono"


Viviamo in un tempo contrassegnato dalla “crisi”, nella quale io leggo soprattutto una situazione di “aporia”. Aporia come incertezza, come non comprendere e non sapere, come non saper dire né decidere, fare delle scelte…
E questo proprio perché manca l’operazione faticosa e paziente del discernimento, della lettura dei segni dei tempi e delle urgenze emergenti oggi nel nostro mondo globalizzato, certo, ma un mondo che va innanzitutto letto e compreso come mondo occidentale ed europeo, il nostro mondo.

E cosa osserviamo in quest’ora? Un’incapacità dei cattolici di stare nella polis, un’afonia dovuta a un’astenia della loro fede, ma anche a un allontanamento, ormai consumatosi, dall’impegno politico cristianamente ispirato. Come ha scritto Severino Dianich, “l’attuale insignificanza dei cattolici in politica è il sintomo di un avvenuto scollamento della vita di fede del credente dalla percezione delle sue responsabilità politiche”. Va detto che i laici cattolici sono stati delegittimati e di fatto sostituiti da soggetti ecclesiastici che negli ultimi anni del secolo scorso e nei primi anni del nostro hanno avocato solo a sé il discernimento sulla situazione sociale, culturale e politica italiana, fino a intervenire direttamente in materie la cui competenza sarebbe appartenuta di diritto ai laici stessi. Così si è negata ai laici cattolici la possibilità di essere cristiani maturi, adulti, cristiani appartenenti a un popolo “regale”, e si è spenta la loro presenza, si è zittita la loro voce, non permettendo loro di esprimere la capacità di testimonianza nella polis.

Oggi credo sia urgente imparare nuovamente l’arte del dialogo, sia nelle nostre chiese e tra di loro, sia nella società. Siamo davvero chiamati a reinventare con intelligenza e creatività una cultura del dialogo, per poter vivere davvero insieme e non solo gli uni accanto agli altri. Vorrei dunque fornire alcune tracce elementari per intraprendere questo itinerario che ci sta davanti e ci attende.
La prima tappa mi pare consista nella sospensione del proprio giudizio per considerare l’altro con simpatia. Tutto incomincia da qui. L’altro non si rivela sempre “bello”, non genera per forza di cose o l’attrazione o la curiosità. Nella loro alterità, gli altri davvero sono “differenti”, sovente capaci di contraddirci. Avere un atteggiamento di simpatia significa, in un primo tempo, accettare di non comprendere l’altro, cercando nel contempo di condividerne i sentimenti, nella convinzione che la verità dell’altro ha la stessa legittimità della mia. Questo non significa l’inesistenza della verità o l’equivalenza di tutte le verità. Ciascuno può manifestare la propria verità con umiltà e dovrebbe essere disposto a ricevere da altri la verità che sempre ci precede e ci supera. Anche quando siamo convinti che la nostra verità dia senso alla nostra vita.
La simpatia implica l’empatia: ci spingerà incontro all’altro non uno slancio del cuore ma la capacità di metterci al suo posto, di capirlo dal di dentro, la quale si fonda sulla nostra comune condizione umana. L’empatia permette di percepire che l’esistenza per natura non è mai isolata, che “nessun uomo è un’isola”: esiste solo nella comunicazione e nella consapevolezza dell’esistenza di altri. L’egocentrismo, l’indifferenza, il cinismo, il rancore sono vinti da questo sentimento: si fa così posto all’altro passando dalla paura all’accoglienza, dunque all’apertura all’incontro.

Ma simpatia ed empatia sono solo le condizioni di possibilità di un dialogo fecondo di trasformazione e arricchimento reciproci: infatti dal dialogo mai si esce come vi si era entrati, e la sfida del dialogo implica la disponibilità a intraprendere un tale cammino. Dialogando emergono visioni inedite dell’altro, si avvicina la fine dei pregiudizi: c’è la scoperta di ciò che si ha in comune ma anche di ciò che manca a ciascuno. Lo spazio intermedio tra i due volti è la terra di nessuno che attende di essere coltivata e resa feconda da parole di accoglienza e riconoscimento. Quella terra di mezzo è lo spazio del dialogo. E dialogando, due volti si trovano l’uno di fronte all’altro, in una prossimità capace di aprire alla vita. Avviene così la contaminazione e lo spostamento dei confini: l’altro, che collocavo in una dimensione remota, si rivela molto più vicino e simile a me di quanto immaginassi. La frontiera non è annullata, ma da luogo di conflitti e malintesi diviene luogo di pacificazione e di incontro.

Certo, se non attendiamo nulla dall’altro, il dialogo muore prima ancora di nascere. Ma se siamo disponibili ad accogliere l’altro come “ospite interiore”, riconoscendone le tracce presenti in noi, allora scocca la scintilla del dialogo autentico: si dà tempo all’altro, si scambiano parole che divengono doni reciproci. Il dialogo diviene così ciò che la parola stessa dià-lógos dice: un intrecciarsi di linguaggi, di significati, di culture. Le domande dell’altro diventano le mie, i suoi dubbi scuotono le mie certezze, le sue convinzioni interpellano le mie. Allora scopriremo che nel dialogo arriviamo a esprimere pensieri mai pensati prima, con l’affascinante percezione di sentirli a un tempo inauditi eppure familiari a noi stessi, facendo l’esperienza di essere da tempo abitati da realtà che eravamo convinti di ignorare.

Nel dialogo l’altro si fa rivelazione di un dono che viene da altrove e va poi altrove. Ci rende possibile la scoperta inedita della nostra propria esistenza. Con parole e gesti fa affiorare l’interiorità che è in noi e ci fa il grande dono di rivelare in modo nuovo noi a noi stessi.

giovedì 16 gennaio 2020

Avvenire, Intervista. Don Petrà: «Per il Concilio il celibato è un grande dono, ma non dogma»

Don Basilio Petrà: fu Giovanni Paolo II ad approvare il Codice dei canoni delle Chiese cattoliche d'Oriente in cui si dice che tra preti celibi o preti sposati non c'è differenza qualitativa

Il celibato sacerdotale? «Sicuramente un grande dono, ma certamente non un dogma e neppure una via privilegiata al ministero. Anzi tra sacerdoti celibi e sacerdoti sposati – spiega don Basilio Petrà, preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale – non c’è differenza qualitativa». Non è una sua convinzione ma, come argomenta, quanto emerge dai documenti del Vaticano II. Nel decreto conciliare Presbyterorum Ordinis si afferma con chiarezza che «la perfetta e perpetua continenza per il Regno dei cieli (...) non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali». Anzi, i preti sposati di quelle Chiese vengono esortati nello stesso documento conciliare «a perseverare nella santa vocazione, continuando a dedicare pienamente e con generosità la propria vita per il gregge loro affidato».

Qui sembra che i padri conciliari riconoscano la possibilità di integrare positivamente i due sacramenti nella stessa persona. È così?

Nel Codice dei canoni delle Chiese cattoliche di rito orientale si spiega con chiarezza e con una ricchezza teologica che andrebbe fatta conoscere a tutti, che tra matrimonio e ordine sacro non solo non c’è alcuna contraddizione ma rappresentano un approfondimento reciproco del triplice dono sacerdotale, profetico e regale di ogni battezzato. E sa chi ha approvato e firmato quel Codice? Giovanni Paolo II. Spesso la verità è più complessa di quello che immaginiamo

Vuol dire che esagera chi oggi parla di «grave pericolo» connesso all’ipotesi di superare il sacerdozio celibatario?

Siamo portati a pensare che le prassi in uso nella Chiesa di rito latino rappresentino l’unica strada possibile. Non è così. Tra le 19 Chiese cattoliche di rito orientale, solo le due indiane non hanno preti sposati. Per tutte le altre la paternità sacerdotale è una conseguenza della paternità familiare. Solo chi era buon marito e buon padre di famiglia poteva essere ordinato prete, secondo il principio paolino.

Eppure secondo alcuni ricordare questi fondamenti rischia di tradursi in un attentato al principio del celibato.

Tutt’altro. Significa invece riconoscere che nella Chiesa che, come ricordava appunto Giovanni Paolo II, respira a due polmoni, ci sono anche due tradizioni, due prassi, due codici. Entrambi pienamente legittimi e pienamente fondati dal punto di vista della tradizione e del magistero, come anche il Vaticano II ha riconosciuto.

Lei ha scritto vari saggi sull’argomento. Tra gli altri Preti sposati per volontà di Dio (2004) e Preti celibi e preti sposati. Due carismi per la Chiesa cattolica (2011) in cui tra l’altro arriva a dire che anche il sacerdozio uxorato, come quello celibatario, nasce dalla volontà di Dio in vista della salvezza degli uomini.

Proprio così. Se anche il Vaticano II ha riconosciuto formalmente il valore teologico del sacerdozio uxorato, considerandolo una condizione certamente distinta dalla forma del sacerdozio celibatario, ma ugualmente densa di valore vuol dire che anche in Occidente quella ricchezza di significati non verrebbe meno. Nelle Chiese cattoliche orientali i preti sposati sono migliaia e migliaia. E per tutti l’esemplarità della vita coniugale diventa esemplarità della vita sacerdotale, in perfetta continuità. Tanto che prima ci si sposa, poi si viene ordinati preti. E quindi dobbiamo pensare che, se nascono nella verità, entrambi le vocazioni siano frutto dell’ascolto della volontà di Dio.

Ma di fronte a queste evidenze, come guardare a coloro che accusano il Papa di eresia solo perché ammette l’ipotesi di valutare questi problemi?

Che siamo di fronte a persone che ignorano tradizione, magistero e teologia della Chiesa. Quando la teologia delle Chiese cattoliche d’Oriente spiega in modo approfondito che ministero familiare e ministero sacerdotale uxorato realizzano pienamente il senso della missione ecclesiale in una logica di continuità che arricchisce sia la coniugalità sia il ministerialità del prete, fa un’affermazione che non può essere contestata.

Oggi forse no, ma quando sono usciti i suoi libri il dibattito fu piuttosto acceso, con contestazioni anche pesanti.

Eh sì, eppure nonostante vari tentativi di sottoporre queste tesi al vaglio dell’autorità ecclesiastica, non ho mai avuto conseguenze di alcun tipo. È bastata un’indagine preliminare da parte di esperti competenti, per capire che tutto è fondato sulla tradizione e sul magistero. La legge del celibato ecclesiastico non è di natura divina e dare identica dignità ai due carismi – quello celibatario e quello uxorato – non rappresenta un rischio né per la tradizione latina né per l’evangelizzazione. Anzi.

Alzo gli occhi verso il Cielo: Paolo Ricca: "Celibato, obbligo o scelta?"

Paolo Ricca "Celibato, obbligo o scelta?"

Roma, 14 gennaio 2020 – L’Agenzia NEV ha intervistato il teologo valdese Paolo Ricca sul tema del celibato ecclesiastico e delle recenti richieste provenienti dal Sinodo dell’Amazzonia di aprire all’ordinazione degli uomini sposati.

Preti sposati, qual è la posizione dei protestanti?

La posizione è quella scelta dai Riformatori del XVI secolo che hanno ritenuto che non ci fossero motivi biblici o di altra natura perché i ministri, e in particolare i pastori di comunità, non fossero sposati. Quindi, i Riformatori stessi, senza eccezioni, si sono sposati. Lutero stesso, anche se a dire il vero si sposò molto tardi, è stato marito, divenendo poi padre di sei figli e figlie.

Joseph Ratzinger ha chiesto di togliere la sua firma dal libro del prelato guineano Robert Sarah, in uscita in Francia con titolo “Dal profondo del nostro cuore”. Nel volume è presente un saggio introduttivo del papa emerito che avrebbe scritto “non posso tacere”, chiedendo a papa Francesco di non permettere l’ordinazione sacerdotale di uomini sposati proposta dal Sinodo sull’Amazzonia. Cosa ne pensa?

Io penso che il celibato sia una possibilità, sia per il cristiano qualunque, il cristiano laico, sia per il cristiano incaricato di un ministero, che sia un ministero sacerdotale, pastorale, diaconale, dottorale o altre forme di ministero apostolico.

È una possibilità, di cui la Bibbia parla. Gesù a quanto pare non era sposato, ma l’idea che ci sia incompatibilità tra matrimonio e ministero di qualunque natura, nella chiesa, e parlo di ministero maschile e femminile, perché questo vale ovviamente anche per le donne, è un’idea che non ha nessuna radice biblica.

Se uno sente di essere chiamato a una vita come single, come si dice oggi, come persona singola, bene. Nessuno lo vieta. È anche previsto nella lettera ai Corinzi al capitolo 7, dedicato a queste questioni.

È una possibilità che, per essere autentica, io penso debba restare libera. Nel momento in cui diventasse una legge, diventasse obbligatoria e si affermasse, come mi sembra sostenga Ratzinger, che c’è un rapporto ontologico, cioè di sostanza, tra celibato e ministero sacerdotale o pastorale (il quale verrebbe messo in discussione, anzi verrebbe negato o comunque irrimediabilmente compromesso dal fatto di avere un rapporto coniugale o matrimoniale), questa affermazione è assolutamente, secondo me, priva di qualunque fondamento biblico e dunque, con tutto il rispetto, priva di verità e di autorità cristiana. Non è una cosa che la fede cristiana deve accettare, questo è il punto. Non è una cosa a cui si deve obbedire in nome della fede.

Naturalmente tutte le posizione sono degne di essere meditate, non si disprezza nulla e nessuno, ma non mi sento di dire altro. È un’opinione rispettabile, come tutte, ma nulla di più. Un’opinione che non ha nulla di specificamente e autorevolmente cristiano.

Secondo lei il celibato ecclesiastico andrebbe abolito?

Quello che si deve abolire non è il celibato, ma l’obbligo del celibato. L’obbligatorietà è ciò che tradisce la natura stessa del celibato. Non che uno sia obbligato a sposarsi, ma l’obbligo del celibato è anche una violazione dei diritti umani.

Chiunque accetti questa legge lo fa volentieri, volenterosamente, per mille ragioni spirituali, religiose o non religiose. Però, così come è un diritto umano il celibato, così è un diritto umano il coniugio. Amare una persona è un diritto, non è un delitto. Tutti sanno che c’è l’attrazione dei sessi. Ed è una cosa sacrosanta, l’unica grazie alla quale l’umanità sopravvive. Senza essa, senza l’attrazione, non ci sarebbe futuro. Il matrimonio può complicare o risolvere problemi, come tutte le situazioni umane della vita. Non esiste una mistica del matrimonio, e neanche una mistica del celibato.

Cosa succederebbe se venisse abolito l’obbligo del celibato?

Se si arrivasse all’abolizione dell’obbligo di celibato sarebbe una liberazione. Si capirebbe in tutto il mondo che ministero e matrimonio (l’amore coniugale e familiare) possono coesistere, oppure no, ma non possono essere scelte imposte.

È chiaro che una vita familiare infelice, del pastore, o del prete, può riflettersi negativamente sull’esercizio del ministero, ma questo non giustifica imporre una scelta. Ratzinger sosterrebbe nel suo saggio che nell’Antico testamento i sacerdoti dovevano promettere di astenersi da ogni atto sessuale con la propria moglie, vivendo da fratello e sorella. Non lo sapevo, mi riesce molto strano crederlo, ma sarebbe una legge iniqua.

Dietro tutto questo c’è il sospetto, per non dire la convinzione, che la sessualità sia peccaminosa in sé, che qualunque atto sessuale tu compia, tu pecchi. Perché il peccato è lì da qualche parte, in modo misterioso. È un’idea antichissima, diffusissima anche nel cristianesimo e, forse, una delle ragioni per cui la rinuncia alla sessualità è stata capita come primo passo per la santità. Ma queste sono teorie fuori dalla sacra scrittura.

Io non ho una sapienza diversa da quel poco che posso capire dalla Bibbia, dove tutto questo non esiste. Pensiamo al Cantico dei cantici. È un manifesto della sessualità come grazia divina, uno dei più bei doni che l’umanità possa sperimentare.

mercoledì 8 gennaio 2020

Enzo Bianchi "Un serio ritorno dei cattolici alla politica"


Vita Pastorale - Dove va la chiesa - Gennaio 2020
Viviamo in un tempo contrassegnato dalla “crisi”, nella quale io leggo soprattutto una situazione di “aporia”. Aporia come incertezza, come non comprendere e non sapere, come non saper dire né decidere, fare delle scelte…
E questo proprio perché manca l’operazione faticosa e paziente del discernimento, della lettura dei segni dei tempi e delle urgenze emergenti oggi nel nostro mondo globalizzato, certo, ma un mondo che va innanzitutto letto e compreso come mondo occidentale ed europeo, il nostro mondo.

E cosa osserviamo in quest’ora? Un’incapacità dei cattolici di stare nella polis, un’afonia dovuta a un’astenia della loro fede, ma anche a un allontanamento, ormai consumatosi, dall’impegno politico cristianamente ispirato. Come ha scritto Severino Dianich, “l’attuale insignificanza dei cattolici in politica è il sintomo di un avvenuto scollamento della vita di fede del credente dalla percezione delle sue responsabilità politiche”. Va detto che i laici cattolici sono stati delegittimati e di fatto sostituiti da soggetti ecclesiastici che negli ultimi anni del secolo scorso e nei primi anni del nostro hanno avocato solo a sé il discernimento sulla situazione sociale, culturale e politica italiana, fino a intervenire direttamente in materie la cui competenza sarebbe appartenuta di diritto ai laici stessi. Così si è negata ai laici cattolici la possibilità di essere cristiani maturi, adulti, cristiani appartenenti a un popolo “regale”, e si è spenta la loro presenza, si è zittita la loro voce, non permettendo loro di esprimere la capacità di testimonianza nella polis.

Ora, se è vero che “la chiesa” – come più volte ha ricordato Benedetto XVI – “non è e non intende essere un agente politico”, spetta invece ai cittadini cattolici una funzione immediata nel partecipare in prima persona alla vita pubblica “senza abdicare alla molteplice e svariata azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere il bene comune” (Benedetto XVI, Deus caritas est 29). Quali sono le modalità in cui tale partecipazione può avvenire?

Un’ipotesi che in questi ultimi anni si manifesta tramite la voce di figure autorevoli del laicato cattolico e anche della gerarchia è quella di rifondare un partito di ispirazione cattolica. Gastone Simoni, vescovo emerito di Prato, ne ha parlato in alcuni interventi molto articolati. Scriveva il 30 agosto scorso: “Mi parrebbe venuta l’ora per stringere i tempi e arrivare all’evento fondativo di un nuovo soggetto politico non oltre i prossimi mesi del 2019”. Non si tratta di fondare un partito cattolico – precisa il vescovo – ma “della nascita di un nuovo partito democratico di piena ispirazione cristiana … che, come tale, sia impegnato a tradurre laicamente e democraticamente l’intera gamma dei valori personalistici e comunitari propri della visione antropologica-storica che Paolo VI sintetizzava, nella Populorum progressio (nn. 42-43), come ‘lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini’”.

Si auspica la partecipazione alla politica da parte di cattolici, attraverso “un partito promosso certamente da cattolici ma aperto ad altri purché non avversi ai fondamentali valori dell’‘umanesimo integrale’”. L’esito potrà essere “un fatto più o meno piccolo, minoritario, sì, ma non insignificante di testimonianza cristiana in questo” momento “di emarginazione del pensiero e dello spirito cristiano”. Sempre secondo Simoni, questo soggetto dovrà superare in modo deciso “quella divisione tra i ‘cattolici della morale’ (o dei valori cosiddetti non negoziabili) e i ‘cattolici del sociale’, secondo quanto più volte ha detto e richiesto il cardinale Bassetti”, presidente della CEI. In questo stesso solco, va segnalata, più di recente (31 ottobre 2019), la pubblicazione di un “Manifesto per la costruzione di un soggetto politico ‘nuovo’ d’ispirazione cristiana e popolare”, già sottoscritto da centinaia di persone e decine di gruppi e associazioni, tra cui “Politica Insieme”, di cui fa parte Stefano Zamagni, capo della Pontificia accademia delle scienze sociali.

Questa è un’ipotesi, una scommessa, verso la quale va il mio rispetto, anche se ravviso in essa alcune ingenuità nella concreta possibilità di realizzazione. Credo infatti che oggi non sia sufficiente convocare, radunare ma, se si vuole compiere un’operazione politica efficace e duratura, occorre dedicare molto tempo alla formazione, a un cammino ecclesiale e nella polis di ascolto attento e continuo di ciò che emerge dalla convivenza sociale.

L’altra ipotesi, peraltro ancora da precisare, è quella di un sinodo per l’Italia, su cui già ho riflettuto, proprio in questa rubrica, nell’aprile scorso. La sinodalità – lo ribadisco – non è un’opzione possibile, ma è la forma in cui vive la chiesa, la comunità cristiana: si tratta di camminare insieme per leggere insieme il cammino percorso, per discernere i segni dei tempi e ciò che è urgente secondo l’egemonia del Vangelo, per decidere e operare insieme nella storia e nella convivenza umana. Se questo è il cammino, ben distante dalle preoccupazioni di un partito di ispirazione cattolica, occorrerà avere come obiettivo un impegno diretto nella politica da parte dei cristiani, nella consapevolezza che questo appartiene alla testimonianza cristiana ed è un dovere che non può essere evaso, quale segno concreto della differenza cristiana nella compagnia degli uomini.
Proprio in questo alveo della sinodalità come processo e stile per la vita dei cristiani nella comunità e nel mondo, da almeno trent’anni, ossia dall’ora della grande crisi apertasi proprio riguardo alla partecipazione dei cattolici alla vita politica, e in questi anni della grande afonia, ho proposto una via concreta, un metodo che permetterebbe una polifonia di voci e di azioni ispirate però da una stessa fede. Contro ogni tentazione di integralismo e di ricerca di una presenza “occupante” nella politica, a mio avviso i cattolici dovrebbero imparare ad abitare lo spazio in cui regna Cesare senza per questo renderlo uno spazio teocratico. Finita la stagione della cristianità, finita la stagione del partito cattolico ed esauritosi il “progetto culturale”, occorre veramente iniziare un nuovo percorso che può solo realizzarsi mediante una prassi ecclesiale vissuta innanzitutto a livello di comunità cristiane e di chiese locali.

La proposta è dunque quella di dare vita nelle nostre chiese locali, diocesane o regionali, a uno spazio al quale tutti i cattolici che si sentono responsabili nella vita ecclesiale e nella società possano essere convocati e quindi partecipare. Non un’assemblea dei soliti scelti o eletti in base all’appartenenza ad associazioni o istituti pastorali, ma un’assemblea realmente aperta a tutti, che sappia convocare uomini e donne muniti solo della vita di fede, della comunione ecclesiale, della consapevole collocazione nella compagnia degli uomini. Si tratta di chiamarli a esprimersi in merito a una lettura della vita sociale, delle urgenze che emergono e perciò in merito a un ascolto del Vangelo.

Questo sarebbe un confronto in cui si esaminano i problemi che si affacciano sempre nuovi nella vita del paese e si cerca di discernere insieme le ispirazioni provenienti dal primato del Vangelo. Da questo ascolto reciproco, da questo confronto, possono emergere convergenze pre-politiche, pre-economiche, pre-giuridiche che confermano l’unità della fede ma lasciano la libertà della loro realizzazione plurale insieme ad altri soggetti politici nella società. Un forum, dunque, uno spazio pubblico reale in cui pastori e popolo di Dio insieme, in una vera sinodalità, ascoltino ciò che lo Spirito dice alle chiese e facciano discernimento per trarre indicazioni e vie di testimonianza, di edificazione della polis e della convivenza buona nella giustizia e nella pace. È in questo spazio che si possono delineare le istanze evangeliche irrinunciabili, che poi i singoli cattolici con competenza e responsabilità tradurranno in impegni e azioni diverse a livello economico, politico e giuridico.

Così sarebbe assicurata l’unità dell’ispirazione evangelica, ne sarebbe garantita l’autenticità, senza tentazioni di integralismo, dando vita a “una polifonia ispirata a una stessa fede e costruita con molteplici suoni e strumenti” (papa Francesco, 4 marzo 2019, Udienza a un gruppo della Pontificia Commissione per l’America Latina).