lunedì 2 dicembre 2019

Alzo gli occhi verso il cielo.Matteo Ferrari "Una speranza che non delude"

Che cos’è la speranza? Noi abitualmente per comprendere questa parola così importante per la fede cristiana, partiamo dall’oggetto sperato. Quando parliamo di speranza facciamo riferimento ad un evento che può realizzarsi e speriamo accada; oppure pensiamo ad una cosa o persona che vorremmo possedere o incontrare.
Per la Bibbia non è così. Al centro della comprensione biblica della speranza non è l’oggetto sperato, ma l’azione di sperare. La Bibbia parte dal verbo non dal sostantivo. Ciò che interessa alle Scritture non è l’oggetto sperato, ma l’azione che compie il credente nel vivere nella speranza la sua esistenza.

«Io vigilo sulla mia parola»: il fondamento della speranza

Si tratta di una precisazione molto importante. Infatti per la Bibbia l’oggetto sperato, quando questo si inserisce nell’orizzonte della fede e del rapporto con Dio, non è una realtà che potrebbe anche non realizzarsi. La realizzazione è certa; è il modo di porsi dell’uomo di fronte all’agire di Dio ad essere incerto. Per l’uomo credente la vera questione è che egli sappia vivere la sua esistenza nella speranza e non che la cosa sperata possa o non possa realizzarsi. Infatti la speranza si esercita nei confronti di realtà promesse da Dio. Per questo la speranza è così fondamentale per la Scrittura. Infatti l’uomo biblico crede in una storia attraversata da una promessa di Dio, che, proprio perché fondata sulla Parola del Signore, non può deludere.

All’inizio del Libro di Geremia, nel contesto della sua vocazione profetica (Ger 1,1-19), troviamo una visione del profeta che può fornirci qualche spunto per riflettere sul tema della speranza nelle Scritture. Il Signore interroga Geremia sulla visione – «Che cosa vedi Geremia» – e il profeta risponde, affermando di vedere un ramo di mandorlo. Alla descrizione della visione da parte di Geremia, segue l’interpretazione della stessa da parte del Signore:

Il Signore soggiunse: «Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla». (Ger 1,12)

All’inizio di un libro profetico, segnato soprattutto dall’annuncio di una catastrofe imminente per il popolo – la conquista babilonese – questa visione iniziale è un primo annuncio di speranza per il popolo. Il testo gioca sull’assonanza in ebraico tra il termine «mandorlo» (shaqed) e il termine «vigilante» (shoqed). Il mandorlo è uno dei primi alberi che rimette i fiori allo spuntare della primavera; così il Signore è colui che garantisce il realizzarsi della sua Parola anche quando sembra non esserci più speranza per il futuro. La prima visione, collocata nel contesto della vocazione profetica di Geremia, annuncia un contenuto molto significativo di tutto il libro:

questo «vigilare» di YHWH intende affermare che c’è una forma, una corrente e una intenzionalità nella storia che non può essere annullata o evitata: tale intenzionalità sta al di sopra di ogni atteggiamento umano. Tale certezza è alla base della speranza umana ed è il fondamento del giudizio contro le pretese umane. (W. Brueggemann, Geremia, (Strumenti. Commentari 68), Claudiana, Torino 2015, 41)

È la vigilanza di Dio sulla realizzazione della sua Parola, è il fondamento della speranza del credente. Per questo motivo è più importante per la Bibbia l’atto di sperare che l’oggetto sperato. Infatti secondo le Scritture ebraiche l’oggetto sperato non è una realtà che può o meno realizzarsi. È invece una certezza, dal momento che la sua realizzazione viene garantita da Dio stesso. Ciò che viene sottolineato è l’atto che l’uomo compie vivendo nella storia con speranza, dal momento che questo ha a che fare con la sua fede e la sua relazione con il Dio della speranza. È significativo che nella Lettera agli Efesini si sottolinei che i pagani erano «senza speranza» (Ef 2,12), perché «estranei ai patti della promessa». La speranza è possibile perché si fonda sulla promessa di Dio. Si tratta di un dato molto significativo perché, in questo modo, la speranza diventa un tratto caratteristico e ineliminabile della fede, nella tradizione ebraico-cristiana.

C’è un altro testo del Libro di Geremia che può dirci qualcosa sulla speranza biblica. Si tratta del brano di Ger 31,1-22. Questo brano si inserisce nei cc. 30-31 del Libro di Geremia che formano una unità letteraria abbastanza omogenea e si presentano come l’annuncio del futuro che Dio sta preparando per il suo popolo. Questa sezione del libro di Geremia è anche detto “libro della consolazione”. Infatti, anche se il verbo “consolare” (nhm) compare solo due volte in Ger 31,13.15, questo è il tema che caratterizza la sezione: un annuncio di consolazione e di speranza per Giuda che si trova nelle condizioni dell’oppressione militare e dell’esilio. Il culmine della sezione consiste nell’annuncio di una nuova alleanza, che troviamo in Ger 31,31-34.

All’inizio del libro della consolazione, in Ger 30,1-4, Dio promette, tramite la voce del profeta, di cambiare la sorte del suo popolo: la sorte sarà cambiata con il dono della terra a Israele e a Giuda. Questi versetti quindi introducono il tema dominante di questi due capitoli di Geremia: la nuova opera che Dio sta per compiere in favore del suo popolo. All’inizio del testo a cui stiamo facendo riferimento si dice che la radice di tutto è l’amore eterno di Dio:

«Ti ho amato di amore eterno, per questo continuo a esserti fedele. 4Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata, vergine d’Israele. Di nuovo prenderai i tuoi tamburelli e avanzerai danzando tra gente in festa. 5Di nuovo pianterai vigne sulle colline di Samaria; dopo aver piantato, i piantatori raccoglieranno». (Ger 31,3-5)

La fedeltà di Dio è più duratura del peccato del popolo. Il Signore si rivela “da lontano” perché il popolo si è allontanato da lui (cfr. Ger 23,23 Sono io forse Dio solo da vicino – dice il Signore – e non anche Dio da lontano?). Si parla di costruire e piantare come nella vocazione del profeta in 1,10. Costruire indica la riedificazione delle città, piantare indica la vita agricola come attività che si compie quando è possibile il futuro e quando c’è pace.

Da qui nasce la speranza, a cui si fa esplicito riferimento in Ger 31,17. Nel testo si ribadisce che è possibile sperare per il popolo perché Dio lo ama e rimane fedele. Dio stesso afferma, per bocca del profeta:

Non è un figlio carissimo per me Èfraim, il mio bambino prediletto? Ogni volta che lo minaccio, me ne ricordo sempre con affetto. Per questo il mio cuore si commuove per lui e sento per lui profonda tenerezza». (Ger 31,20)

La speranza dell’uomo biblico è legata al volto di Dio. San Paolo nella lettera ai Romani può chiamare il Dio dei padri e di Gesù come «il Dio della speranza» (Rm 15,3). La speranza diventa un attributo di Dio, inscindibile dal suo stesso nome.

«Ho sperato nel Signore»: dalla speranza del popolo alla speranza del singolo

I Salmi sono un esempio di come il volto del «Dio della speranza» che segna la storia del popolo, giunga a toccare l’esistenza dei singoli credenti. Non solo il popolo può sperare perché il Signore è fedele e porterà a termine le sue promesse di salvezza, ma ogni singolo credente è chiamato a vivere la sua esistenza nella speranza, come elemento che può trasfigurare la sua vita, darle sapore e colore.

Nel Salmo 25 il Salmista può cantare: «Mi proteggano integrità e rettitudine, perché in te ho sperato» (Sal 25,21). Tutta la vita del credente è sotto il segno della integrità e della rettitudine perché è segnata dalla speranza nel Signore. La speranza è quindi la possibilità per il credente di avere una vita retta e giusta. Guardare al futuro con gli occhi della speranza rende possibile una vita bella e piena. Anche la «piccola storia» del singolo credente può diventare una «storia di salvezza» perché illuminata dalla speranza che si fonda sull’amore fedele di Dio.

Nel Salmo 27 il salmista invita il credente alla speranza: «Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore» (Sal 27,14). La speranza è fonte di fortezza nell’affrontare la vita. L’invito alla speranza come modo di stare del credente nel mondo si fonda per il salmista in una certezza: «Sono certo di contemplare la bontà del Signore» (Sal 27,13). Si rivela molto bene in questi due versetti come speranza e certezza, nella Bibbia, camminino insieme e non siano in contrapposizione, come lo sono nel nostro linguaggio comune.

Conclusione

La speranza, per come abbiamo potuto vedere in queste brevi riflessioni su alcuni testi biblici, per la Scrittura è il modo con cui i credenti abitano la storia e, soprattutto, guardano al futuro. Come un credente sta nella storia? È una domanda che trova in Dio la sua risposta. Il credente abita la storia credente, cioè facendo affidamento in un Dio che ama «di amore eterno». Per il credente l’esito della storia non è una «incognita», ma una certezza, che ha in Dio il suo garante. Da qui deriva la possibilità di abitare la storia con speranza. La «disperazione» è un vocabolo che dovrebbe essere sconosciuto al credente.

Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli

giovedì 14 novembre 2019

Enzo Bianchi "I poveri hanno molto da insegnarci"

Vita Pastorale - Dove va la chiesa - Novembre 2019

Per celebrare in modo autentico la festa della regalità di Gesù Cristo, regalità da lui confessata davanti al potere imperiale romano rappresentato da Pilato (“Io sono re”: Gv 18,37), e comprenderla come Gesù stesso ce l’ha svelata, ossia quale regalità di chi è povero, sofferente, vittima e ultimo nella storia, papa Francesco ha voluto che nella domenica precedente (quest’anno il 17 novembre) si celebri la Giornata mondiale dei poveri.

Il giorno del Signore è sempre giorno dell’incontro della chiesa con il suo Signore, appunto, giorno di comunione tra fratelli e sorelle, discepoli e discepole di Cristo; ma in questo incontro è certamente una grazia contemplare un mistero svelato dalla venuta di Dio nell’umanità, dall’incarnazione del Dio invisibile in Gesù Cristo. In questa “domenica dei poveri” lo sguardo continua a essere diretto e fisso su di lui, Gesù Cristo (cf. Eb 12,2), il povero per eccellenza, e nello stesso tempo abbraccia i suoi fratelli e le sue sorelle, i più piccoli, i poveri del mondo. Noi cristiani non possiamo dimenticare che la signoria di Cristo si è manifestata nel suo essere servo, la sua regalità nel suo essere povero, la sua gloria nell’essere rigettato, condannato e ucciso come giusto, mite e umile di cuore.

Nel messaggio alle chiese per questa giornata il papa offre una meditazione sui salmi dei poveri, quei lamenti, grida e invocazioni che salgono a Dio per chiedere la fine dell’oppressione e dello sfruttamento, per implorarlo di farsi lui stesso liberatore di uomini e donne senza dignità, quali gli orfani, le vedove e gli stranieri. Nei salmi Dio risponde rinnovando la sua promessa e confermando che la speranza dei poveri non andrà delusa (cf. Sal 9,19), perché nel giorno del Signore, che può tardare ma sicuramente arriverà, “il povero sarà rialzato dal letame e dalla polvere” e vedrà compiersi la giustizia di Dio.

Gesù ha più volte avvertito i discepoli su “quel giorno”, il giorno del giudizio, chiedendo loro di essere vigilanti qui e ora sul rapporto con i poveri e bisognosi, perché proprio sulla base degli atteggiamenti di rifiuto o di condivisione, di insensibilità o di compassione nei confronti degli ultimi si deciderà la salvezza di ciascuno. Questa attenzione della chiesa ai poveri non è mai mancata nella storia, ma è stato papa Giovanni XXIII a inaugurare nella chiesa cattolica la consapevolezza che “la nostra è l’ora dei poveri”. Poco prima dell’inizio del concilio aveva detto: “La chiesa si presenta quale è, e vuole essere, come la chiesa di tutti, e particolarmente la chiesa dei poveri” (Radiomessaggio ai fedeli di tutto il mondo, 11 settembre 1962). Queste parole durante il concilio presero fuoco e diventarono un’urgenza avvertita con forza, un segno dei tempi. Cinquant’anni dopo è venuto papa Francesco, che alla scelta del nome del “Poverello” di Assisi ha aggiunto un grido presente tra le sue primissime parole: “Ah, come vorrei una chiesa povera e per i poveri!” (Udienza ai rappresentanti dei media, 16 marzo 2013).

Così in questo pontificato la chiesa è più che mai richiamata a un’attenzione ai poveri, a operare concretamente per combattere la miseria, la fame, la violenza e alleviare le sofferenze di quanti sono vittime, scarti della società, non riconosciuti nella loro dignità di donne e uomini, in tutto nostre sorelle e nostri fratelli. Il nostro Dio si è rivelato proprio ascoltando il grido dei poveri, vedendo le sofferenze dei suoi figli, conoscendo le ingiustizie da loro patite e quindi venendo a liberarli (cf. Es 2,23-25; 3,7-8). E Gesù, il Figlio di Dio fattosi uomo e venuto in mezzo a noi, non solo “da ricco che era si è fatto povero” (2Cor 8,9), ma svuotò se stesso di ogni condizione di potere e si fece schiavo, servo di tutti fino alla morte (cf. Fil 2,6-8). Così ha potuto identificarsi con quanti hanno fame e sete, sono nudi, in carcere, malati, stranieri, quelli che Gesù stesso ha chiamato i suoi fratelli più piccoli (cf. Mt 25,40.45).

I poveri vanno dunque letti come categoria cristologica: ci dicono qualcosa di Gesù Cristo perché hanno una comunione con lui non solo nella sofferenza ma anche nella fede e nella speranza. I poveri non sono meri destinatari della nostra cura e della nostra carità ma sono soggetti che ci possono evangelizzare, detentori di un magistero al quale non siamo attenti e verso il quale non esercitiamo il nostro discernimento: hanno molto da insegnarci. Nella Evangelii gaudium papa Francesco scrive che “dobbiamo lasciarci evangelizzare da loro” (EG 198), perché nelle loro esistenze c’è una forza salvifica, quella della croce che è stoltezza per il mondo ma in realtà salvezza e potenza di Dio (cf. 1Cor 1,18). I poveri sono in grado di evangelizzare la chiesa nel senso che sono come gli ‘anawim dell’Antico Testamento, quei poveri-curvati che attendevano tutto dal Signore, e di conseguenza erano pronti a riconoscere la sua venuta, fino a farsene annunciatori presso la comunità dei credenti.

I poveri sono il sacramento di Cristo, “una presenza del Signore”, ma sono anche il segno delle nostre ingiustizie e perciò possiedono una cattedra, un magistero che le chiese devono ascoltare. Mi rallegrai molto quando il cardinale Carlo Maria Martini prese l’iniziativa di una “cattedra dei non credenti”, alla quale partecipai, affermando tra l’altro che essa sarebbe dovuta proseguire con una “cattedra dei poveri”: questo perché i poveri – in una società e in una chiesa in cui “i poveri” sono ancora e sempre “gli altri” – possano prendere la parola, dirsi, farsi conoscere, avvicinarsi, in modo che sia possibile toccarli come “carne di Cristo”, stringere la loro mano, abbracciarli e guardarli negli occhi. Proprio come Gesù toccava i poveri e i malati, abbracciava i bisognosi, stava a tavola con gli scarti della società, gli impuri e gli emarginati.

Papa Francesco sa esprimere una vera povertà cristologica o una cristologia della povertà, con accenti che ricordano i profeti dell’antica alleanza o i padri della chiesa. Significativamente ha detto più volte che “il povero è un vicario di Cristo”, proprio lui che mai si definisce il vicario di Cristo. Con audacia si è anche espresso manifestando questo desiderio evangelico: “Quanto vorrei che le comunità in preghiera, quando entra un povero in chiesa, si inginocchiassero in venerazione allo stesso modo come quando entra il Santo Sacramento” (Alla Caritas di Roma, 28 aprile 2015).

Ma proprio su questo tema dei poveri oggi si consuma all’interno della chiesa una divisione, una contrapposizione tra quelli che vedono nei poveri una realtà inerente alla nostra fede cristiana e quelli che invece lo sentono solo come un tema periferico della vita cristiana. Dobbiamo dunque avere il coraggio di confessarlo: il Vangelo dei poveri scandalizza tanto quanto il Vangelo della misericordia! D’altronde misericordia e poveri sono due temi che si richiamano a vicenda e che sono al cuore della predicazione e degli atteggiamenti di Gesù. Non è facile accettare, non solo intellettualmente ma soprattutto nella prassi quotidiana, lo scandalo della povertà, e ciascuno di noi sa che quando parla di poveri e di povertà sente che le proprie labbra bruciano. Ma se siamo discepoli di Gesù, dobbiamo mantenere viva un’inquietudine che ci interroga sui nostri rapporti quotidiani con i poveri: li vediamo, li incontriamo, parliamo loro, li abbracciamo, li accostiamo con empatia, cercando di condividere la loro situazione e di alleviarla?

Sul rapporto con i poveri la chiesa gioca la propria fedeltà al Signore, perché esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede in Cristo e i poveri. Quando nella “domenica dei poveri” parteciperemo all’eucaristia, dovremmo ricordare le parole di un grande santo nostro contemporaneo, p. Pedro Arrupe: “Finché i poveri non sono nella chiesa, nella nostra assemblea, la nostra eucaristia è incompleta e la nostra chiesa mutilata”. Parole che papa Francesco ha confermato nel discorso ai presbiteri e ai consacrati di Milano del 25 marzo 2017: “Non c’è autentico servizio all’altare, non c’è liturgia cristiana, se non si apre al servizio dei poveri”.

venerdì 8 novembre 2019

Enzo Bianchi "Quei facili lamenti sul silenzio di Dio"

Jesus - Bisaccia del mendicante - Novembre 2019
di ENZO BIANCHI

Nella mia bisaccia depongo sovente riflessioni sul silenzio, perché è un tema intrigante, che va sempre esplorato in vista della qualità della nostra convivenza umana. Tra le numerose accezioni del silenzio stesso ve n’è una che ai nostri giorni è chiamata in causa con eccessiva facilità: il silenzio di Dio.
Quante volte si ascoltano lamentele che paiono accuse scagliate verso il cielo: “Dio non mi parla, non mi dice nulla!”… Parole pronunciate spesso non da grandi figure spirituali, avanzate negli anni, la cui lunga esperienza di preghiera può aver conosciuto anche la “notte oscura” dell’assenza di Dio, bensì da giovani o da comuni credenti che paiono quasi giustificare così la loro mancanza di fede. È diventato un vezzo chiedersi “dov’è Dio?” ogni volta che siamo scossi da qualche evento, oppure imputargli un silenzio colpevole nel dipanarsi della storia, così come nelle nostre vicende personali.

In realtà, il “silenzio di Dio” è un’espressione biblica che le Scritture mettono in bocca a uomini e donne in preghiera. Questo suggerisce che il Dio silente non è tanto un argomento di discussione, quanto piuttosto l’interrogativo che sorge al culmine di un cammino di sofferenza: quando si è colti dal dolore, dall’oppressione, dall’ingiustizia che uccide, e non vi è nessun essere umano che ascolti o venga in aiuto, allora il credente chiama Dio e, se nulla cambia, lo supplica accoratamente: “O Dio, non restare muto, non startene in silenzio!” (Sal 83,2); “Dio della mia lode, esci dal silenzio!” (Sal 109,1); “Se tu resti muto, io sono come chi scende nella fossa” (Sal 28,1).

Chi prega così non pretende di forzare Dio, ma supplica che qualcosa cambi nella propria situazione, che vi sia un mutamento nella realtà circostante e un cambiamento in sé: si può anche vivere un cammino di sofferenza e non denunciare il silenzio di Dio, ma questo è possibile solo se si giunge a capire che quella via ha un senso. Lo stesso Gesù nella sua estrema derelizione sulla croce si è rivolto a Dio chiedendogli: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, intonando così il salmo 22, il canto del giusto perseguitato a morte. Ma proprio in quel salmo, dopo il lamento, quando tutto sembra finito, la voce dell’orante si leva ad esclamare: “Tu mi hai risposto!” (Sal 22,22).

Ora, queste invocazioni dei salmisti, queste suppliche a Dio perché cessi di starsene in silenzio vanno comprese con intelligenza:è Dio che fa silenzio o non piuttosto il credente, l’orante, il popolo che non ascolta? Non siamo forse noi a essere incapaci di cogliere la parola di Dio, pronunciata magari in altro modo, attraverso eventi e vicende inattese? E perché non cogliere che Dio può parlare anche nel silenzio, attraverso la sua “voce di silenzio sottile” (1Re 19,12)? Il silenzio può infatti essere una modalità altra del suo linguaggio, accanto a quella della parola pronunciata e della parola-evento che si realizza. Non dovremmo dimenticare un testo biblico molto illuminante al riguardo, che un tempo risuonava come antifona d’introito nella messa della notte di Natale: “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose … dall’alto dei cieli la tua parola onnipotente si lanciò dal trono regale” (Sap 18,14-15). Mistero di parola e silenzio in Dio…

Sì, Dio è in verità silenzio e parola: non silenzio muto e sordo, ma silenzio che è un modo di comunicare altro rispetto alla parola, un modo che in determinate circostanze può rivelarsi più eloquente di qualsiasi discorso. La parola di Dio resta inscritta nel suo grande silenzio e in esso trova la propria origine e leggibilità: da parte nostra, dobbiamo ascoltare l’uno e l’altra, perché entrambi sono presenza di Dio, di quel Dio che non può non essere presenza, perché come tale si è sempre manifestato. Sappiamo che la tentazione dell’ateismo, della “nientità” è costantemente in agguato anche, e forse soprattutto, per gli uomini e le donne di preghiera, per i contemplativi che vivono nella fede e nella salda adesione al Signore: anche loro possono giungere a lamentarsi del silenzio di Dio. Ma proprio essi ci testimoniano che non per questo la presenza “elusiva” di Dio (cf. Is 45,15) viene meno: Dio è sempre presente all’essere umano, da lui creato a propria immagine (cf. Gen 1,26-27) e da lui amato fino all’estremo (cf. Es 34,6; Gv 13,1).

Quando dunque incolpiamo Dio di mutismo, quando attribuiamo a lui il vuoto del nostro cuore, è perché in realtà siamo noi incapaci di ascoltarlo, perché pretendiamo da lui una parola che sia a nostra immagine e somiglianza.

mercoledì 30 ottobre 2019

martedì 22 ottobre 2019

Avvenire, Enzo Bianchi "La bellezza: vedere l’invisibile nel visibile"

Avvenire 19 ottobre 2019
dal sito del Monastero di Bose

Per affrontare in profondità un discorso sulla bellezza, occorre anzitutto il coraggio di dire che la bellezza è un enigma, anche se oggi se ne parla spesso con troppa ingenuità.
Dall’alba della modernità risuonano come sempre attuali le inquiete parole di Albrecht Dürer: “Che cosa sia la bellezza non lo so”, perché ogni tentativo di definirla appare inadeguato, insufficiente. La bellezza è ambigua, come tutte le cose che si manifestano quali realtà terrestri, sperimentate dagli umani. La bellezza seduce, ferisce, intimorisce, esalta, ammutolisce…

Occorre fare una distinzione preliminare: c’è una bellezza cantata dalla fede, la bellezza di Dio, il Creatore, della quale fanno esperienza quanti e quante, grazie alla dýnamis dello Spirito santo, sanno esercitare i sensi della fede; c’è d’altra parte una bellezza delle creature esperibile da ogni essere umano, nella pienezza dei suoi sensi corporei. Il credente può addirittura dare del tu alla bellezza di Dio, confessando che la bellezza non è un attributo, una proprietà, ma un soggetto, Dio stesso, secondo le note parole di Agostino: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato” (Confessioni 10,27). Così nelle sante Scritture si proclama: “Splendido sei tu e magnifico, o Dio!” (Sal 76,5), e si afferma che Dio sarà la bellezza della città santa: “Dominus erit pulchritudo tua” (Is 60,19). Ma quando il salmista e il profeta dichiarano questo, si riferiscono a una bellezza confessabile solo nella fede, perché “Dio nessuno l’ha mai visto” (Gv 1,18).

Più facile da decifrare è la bellezza del Re Messia, celebrato come “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 45,3), cantato dalla sposa del Cantico con le parole: “Tu sei bello e grazioso, o mio amato!” (Ct 1,15). Ma nella misura in cui le Scritture si applicano al Messia Gesù, questa bellezza può essere intesa come “altra”, bellezza del pastore, di colui che si prende cura del suo popolo: “Io sono il pastore buono e bello (kalós)” (Gv 10,11.14); addirittura può essere non-bellezza, quando egli si rivela come il Servo del Signore: “Lo abbiamo visto, non aveva né bellezza né splendore” (Is 53,2). La bellezza di Cristo trascende il visibile: solo l’agápe, l’amore, è in grado di narrarla e dunque di indurre a contemplarla.

Vi è d’altra parte la bellezza delle creature, quelle che Dio, dopo averle create, vide che erano “cosa bella e buona” (tob: Gen 1,4.10.12.18.21.25); tra di esse si segnala l’adam, il terrestre, creatura “molto bella” (tob me‘od: Gen 1,31). Questa bellezza si offre alla nostra contemplazione: è la bellezza del cielo (cf. Sal 8,4); è la bellezza della natura, delle epifanie cosmiche (cf. Sir 42,15-43,33), nelle quali “ogni opera di Dio supera la bellezza dell’altra: chi può stancarsi di contemplare il loro splendore?” (Sir 42,25). Questa creazione è carica di bellezza, così che il libro della Sapienza può proclamare: “Tu ami tutte le creature esistenti, non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato … Come potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza, … o Signore, amante della vita?” (Sap 11,24-26).

Ma la bellezza delle creature – come si diceva – non è priva di ambiguità e di equivoci, perché può diventare bellezza dell’idolo, falso antropologico prima che teologico, può essere una bellezza seducente che induce alla tentazione: “la donna vide che l’albero era … affascinante per gli occhi” (Gen 3,6), così come era buono (tob) e appetitoso; e David, vedendo la bellissima Betsabea dalla terrazza della sua reggia, fu sedotto fino a causare l’omicidio di suo marito pur di averla (cf. 2Sam 11). Tutti conoscono la frase di Fëdor Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo” (ma nel testo de L’idiota si tratta di una domanda!); si dimentica però che per lui la bellezza è tanto quella epifanica, divina, quanto quella idolatrica che egli dichiara bellezza di Sodoma. Dunque entrambi queste bellezze feriscono: o sono effroi, “sorprendente spavento” – come amava dire Jean-Louis Chrétien – oppure inducono all’ékstasis, ma sono bellezze differenti!

Ogni essere umano è affamato e assetato di bellezza, ma il discernimento della bellezza rivelativa di Dio e della sua azione richiede un’educazione dell’intelligenza del cuore, un cammino di discernimento mai concluso, un cammino faticoso di ricerca del senso inscritto in ogni bellezza. Più l’aspetto sensibile attira per la sua bellezza, più l’uomo è tentato di non ascoltare la propria interiorità, per restare invece catturato dall’esteriorità. Sono note le riflessioni contenute nel capitolo 13 del libro della Sapienza e, in particolare, in quel passo che intenerisce il cuore e, nel contempo, denuncia il processo di seduzione della bellezza, la quale desta il desiderio di possedere e di consumare:

Se gli uomini, affascinati dalla bellezza delle creature, le hanno prese per dèi …
se, colpiti da stupore per esse,
non sono stati capaci di contemplare,
attraverso la loro grandezza e la loro bellezza, il loro autore,
per costoro leggero è il rimprovero,
perché si sono ingannati cercando Dio e volendolo trovare …
e perché le cose viste sono belle (Sap 13,3-7).

Ecco il dramma della bellezza: è facile proclamare che la bellezza indica, in-segna, rivela Dio, ma fare l’itinerario attraverso la bellezza per giungere alla contemplazione della bellezza divina non è facile, anzi è drammatico! Basti pensare al volto, al corpo dell’adam, maschio e femmina: più vediamo il bello, più potremmo cogliere in esso il sacramento della bellezza di Dio; ma più facilmente noi umani, come incantati, scegliamo la via idolatrica dell’adorazione della creatura, ci prostriamo a causa della sua bellezza, fino alla cosificazione del bello, al consumismo del bello privato della sua soggettività e della sua sacramentalità divina. L’uomo è immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), ma non è così facile giungere a questo riconoscimento. Non a caso Gesù – come recita un suo splendido detto non canonico – ha affermato: “Hai visto un uomo, hai visto Dio”, rivelazione che dovrebbe causare soprattutto una responsabilità del soggetto verso l’altro.

Amo molto l’interpretazione della trasfigurazione di Cristo fornita dalla spiritualità orientale cristiana. Secondo alcuni autori non fu Gesù a trasfigurarsi, ma furono gli occhi dei discepoli che conobbero un processo di trasfigurazione e così furono resi capaci di vedere in lui ciò che prima non vedevano: egli era carne fragile come loro ma, nello stesso tempo, Figlio di Dio, immagine del Padre invisibile. Sì, noi abbiamo bisogno di trasfigurazione per percepire la vera bellezza, per vedere l’invisibile nel visibile.